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Richiesta moratoria impianti energie rinnovabili

Le Associazioni Italia Nostra e WWF hanno chiesto al Presidente della Regione Sardegna una immediata moratoria delle installazioni di tutte le centrali per la produzione di energie rinnovabili in Sardegna ad esclusione degli impianti che producono l’energia per il proprio fabbisogno aziendale o domestico.
L’installazione di impianti per la produzione di energie rinnovabili nell’isola sta causando danni irreparabili al territorio, alle aree agricole e a numerose zone naturali di pregio. Sono ormai centinaia gli impianti che da nord a sud devastano l’isola e il suo paesaggio e altrettanti stanno per essere autorizzati o sono oggetto di richiesta di autorizzazione in vista dello scadere dei termini per poter usufruire degli incentivi del conto energia.

Fonte: Italia Nostra Sardegna

Impianti a Portoscuso

L’installazione di impianti per la produzione di energie rinnovabili nell’isola sta causando danni irreparabili al territorio, alle aree agricole e a numerose zone naturali di pregio. Sono ormai  centinaia gli impianti che da nord a sud devastano l’isola e il suo paesaggio e altrettanti stanno per essere autorizzati o sono oggetto di richiesta di autorizzazione in vista dello scadere dei termini per poter usufruire degli incentivi del conto energia. 

Già nel 2011 gli impianti in produzione di energie rinnovabili hanno raggiunto una potenza di 1.365 MW, nello stesso anno si è registrato un surplus di produzione di energia superiore al 10%. Le richieste di progetti da sottoporre a VIA superano i 700 MW e tanti altri impianti sono entrati in produzione nel 2012.
Supereranno i 15 mila ettari già nel prossimo anno i terreni occupati o interessati dai futuri progetti di energie rinnovabili, la maggior parte sono terreni agricoli.
A Carbonia e nei comuni limitrofi gli aerogeneratori superano le 100 unità (tra installati, approvati e richiesti, altezza media 150 mt) senza nessun rispetto neppure per l’area archeologica di Monte Sirai. Un numero ancora superiore sono le richieste del comune di Stintino che dovrà ospitare ben 9 “parchi eolici”. I tanti sindaci del Sulcis, della Nurra e del Medio Campidano si sentono impotenti a far fronte a questa invasione, o meglio devastazione del proprio territorio, e chiedono interventi urgenti e risolutivi per fermare la speculazione delle energie rinnovabili e lamentano, assieme alle proprie comunità, l’esclusione delle scelte che interessano i propri territori.
Al serio problema di accaparramento delle aree agricole e al danno ambientale e paesaggistico che causano impianti così sproporzionati e impattanti in aree naturalisticamente delicate e importanti, si aggiunge anche quello della tutela della salute, la cosiddetta sindrome da pala eolica pur essendo ignorata in Italia è scientificamente accertata in altri paesi.
Per porre fine a questa emergenza e per impedire un ulteriore degrado del territorio le Associazioni Italia Nostra e WWF hanno chiesto al Presidente della Regione Sardegna una immediata moratoria delle installazioni di tutte le centrali per la produzione di energie rinnovabili in Sardegna ad esclusione degli impianti che producono l’energia per il proprio fabbisogno aziendale o domestico, almeno fino a quando non sia operativo un PEARS che tenga conto delle installazioni realizzate, del reale fabbisogno energetico dell’Isola e della avvenuta sostituzione degli impianti alimentati da fonti con combustibili fossili con quelle a fonti rinnovabili.
È prioritaria la definizione di un Piano Energetico Regionale, basato in primo luogo sul risparmio energetico, sugli incentivi alle comunità locali per l’adozione di mini impianti a fonti rinnovabili e sulle iniziative locali quali i PAES e privilegiando gli impianti per autoproduzione. Un piano in sintesi in grado di limitare la folle e selvaggia corsa all’accaparramento delle terre, di impedire la sottrazione delle risorse ambientali e dei beni comuni alle comunità locali e alle generazioni future e di disciplinare finalmente con regole ferree questi impianti industriali, impedendone l’indiscriminato proliferare e l’installazione in aree agricole o in quelle di pregio ambientale e paesaggistico.
Le Associazioni chiedono inoltre di essere coinvolte, assieme ai Comitati locali, nelle future scelte energetiche che riguardano l’Isola.

A Petriolo c’era un tesoro, così si butta via la Toscana

Fonte: Corriere Fiorentino

L’abbandono, il mostro, le rovine alle terme. Ora anche un cantiere, per il raddoppio del viadotto, è una nuova minaccia per la fonte e la chiesetta del Trecento

PETRIOLO – Succede tutto intorno a una curva stretta della vecchia strada regia grossetana, subito dopo un ponte in pietra, «nel fondo di un cupo vallone». C’è un fiume, il Farma, con acque cristalline e fredde. Sulle sponde una sorgente getta nel fiume acqua termale caldissima, 42 gradi, qui dicono sicuri «la più calda d’Italia». Nel tempo, che è tanto perché di questa fonte parlano perfino Marziale e Cicerone, i depositi di calcare e zolfo hanno formato vasche naturali. Nel fiume l’acqua termale si mescola a quella fredda, e ognuno può scegliersi la sua temperatura ideale. Fregando con forza fra loro delle pietre scure si ottiene anche un prezioso fango. Intorno boschi straordinari. A pochi metri dalla sorgente, giusto quelli necessari ad attraversare il ponte o a fare quattro passi nel fiume, c’è una piccola chiesa, fatta costruire nel Trecento. Sotto gli archi a fianco della navata sinistra, sorretti da colonne di pietra, tre grandi vasche scavate per antichi bagni, anche quelli di un Papa, Pio II, che qui arrivò il 19 giugno 1460. La repubblica senese, per proteggere le terme e la chiesa che allora erano ben frequentate, fece costruire altissime mura, e divennero una sorta di castello termale che proprio per la visita del Papa fu abbellito e ingrandito.
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Associazioni e comitati scrivono alla Regione Emilia-Romagna a sostegno dell’Assessore Freda

A seguito della decisa presa di posizione contro gli eccessi dell’eolico industriale in Emilia Romagna dell’Assessore regionale all’Ambiente Sabrina Freda, si è cominciato a muovere  chi, a livello di direzione nazionale, ha sottoscritto e rinnovato “un Protocollo di intesa con lo scopo di promuovere l’eolico in Italia” con l’associazione confindustriale di categoria (ANEV).
Per questo le associazioni ed i comitati che in regione e nelle aree limitrofe si stanno impegnando contro gli eccessi verificatisi negli ultimi anni hanno scritto alla Giunta regionale questa lettera di sostegno alle tesi dell’Assessore Freda.

Bologna, lì 06/05/2013

Al Presidente della Giunta e a tutti gli Assessori della Regione Emilia-Romagna.
Oggetto: Normativa regionale in materia di impianti eolico-industriali in aree agricole.

Stimatissimi Presidente e Assessori,
con riferimento al contenuto del recente documento redatto da Legambiente Emilia-Romagna che ha per titolo “Legambiente su posizione eolico della Regione : si vogliono evitare eccessi e speculazioni, oppure applicare uno stop generalizzato alla tecnologia?”, le associazioni ed i comitati contrari allo sviluppo incontrollato dell’eolico industriale ritengono opportuno far rilevare quanto segue:

  • il decreto assembleare n. 51 che delinea le Linee guida per le autorizzazioni degli impianti alimentati da fonti rinnovabili è stato approvato nel luglio del 2011, quindi quasi due anni fa, ed è “in quell’occasione” che la Regione, recependo in parte le Linee guida nazionali ed in  concerto sia con alcune associazioni ambientaliste (fra cui Legambiente) e soprattutto insieme alla vasta e forte categoria degli imprenditori, ha posto i criteri per regolamentare le autorizzazioni. Parlare attualmente, nel comunicato, di “posizione della Regione” non è corretto ed è, nella tempistica, fuori luogo.
  • Nel comunicato stampa, Legambiente critica, a nostro avviso erroneamente, la Regione, parlando di “lettura” delle norme relative al limite minimo delle 1800 ore quasi che fosse possibile oppure addirittura necessario “interpretare” la norma.

La norma è chiarissima: il limite delle 1800 ore alla massima potenza, a cui fa riferimento il comunicato, è assolutamente incontrovertibile e non lascia adito ad interpretazioni. L’elevata efficienza, in termini di alta produttività specifica, viene infatti “definita come numero di ore annue di funzionamento alla piena potenza nominale, comunque non inferiori a 1800 ore annue”.
Ma quello che davvero non si riesce a comprendere è come mai l’associazione ambientalista pur invitando la Regione a non rischiare di “toccare un tema serio e complesso, con pareri da bar” inciampi clamorosamente nel periglioso pressapochismo omettendo di specificare che il limite delle 1800 ore di cui sopra è una deroga riferita alle sole aree agricole di cui si è voluto tutelare il valore e l’interesse ambientale.
Una dimenticanza?
Noi tutti ci meravigliamo del fatto che il comunicato, pur partendo da presupposti corretti, concluda con una presa di posizione così vicina a quella degli industriali.
Crediamo che la comunità civile, i comitati e le associazioni ambientaliste debbano avere l’obiettivo di preservare gli ultimi lembi di territorio a valenza naturalistica-ambientale.
Si potrebbe ipotizzare di sfruttare queste aree deturpandole con impianti eolici industriali fuori scala soltanto qualora fossero dimostrate l’ineluttabile necessità di operare esclusivamente in quel sito e la mancanza di alternative. In quel caso andrebbe assolutamente garantita “l’elevata efficienza” dell’impianto eolico previsto.
Chi potrebbe considerare un rendimento di circa 20% (1800 ore annue di ventosità /8760 totale annue) troppo alto come garanzia per non compromettere definitivamente un territorio con tale valenza senza che ci sia un reale e documentato profitto per l’intera comunità?
E’ a conoscenza l’opinione pubblica che le linee guida regionali hanno già di fatto estremamente ridotto il regime vincolistico?
E’ importante sottolineare a questo proposito che qualora anche i vincoli su questa misera fetta residua di territorio venissero banalizzati, allora davvero l’eolico industriale si potrebbe costruire ovunque!
Concordiamo perfettamente sulla necessità di evitare abusi e speculazioni pretendendo producibilità certe e non presunte e di avere garantita la legalità in un procedimento trasparente e partecipativo.
Sono questi, peraltro, i principi espressi anche nel comunicato stampa dell’Assessore all’Ambiente Sabrina Freda, la cui attenzione alla salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio nel rispetto delle esigenze della popolazione noi conosciamo da tempo.
Riteniamo quindi di esprimere il nostro apprezzamento per il lavoro svolto dall’Assessorato Ambiente della Regione e da tutti i consiglieri regionali che valutano attentamente e scrupolosamente i numerosi progetti di impianti eolici e ringraziamo l’Assessore Freda per il riconoscimento del ruolo fondamentale di vigilanza civica assunto da associazioni e comitati di cittadini. Essi troppo spesso sono diventati, loro malgrado, sostituti impropri dell’Amministrazione nel controllo del rispetto delle regole e delle leggi, a causa dell’abnorme proliferazione di progetti di impianti industriali proposti su siti di pregio dell’Appennino dove pure la ventosità non garantisce i parametri minimi di efficienza.
Proprio a tal fine, ed in considerazione dell’improbo impegno a cui sono stati sottoposti nel frattempo, comitati ed associazioni hanno avanzato richiesta alla Regione Emilia-Romagna per un’audizione finalizzata a fornire una prima valutazione degli effetti del decreto assembleare in materia di impianti eolici entrato in vigore ormai due anni fa.

SOTTOSCRITTO DA:
Italia Nostra Emilia-Romagna
Italia Nostra Toscana
Mountain Wilderness Emilia-Romagna
WWF Emilia-Romagna
WWF Lombardia
WWF Piemonte
AsOer Emilia Romagna
Altura Protezione Rapaci nazionale
Federazione Pro Natura Emilia-Romagna
Comitati e gruppi costituitisi contro gli impianti eolico industriali nell’alto Appennino: Comitato Alta valle del Sillaro (BO)
Comitato in difesa del paesaggio di Camugnano (BO)
Comitato Santa Donna (Borgotaro e Bardi PR)
Comitato Salviamo Biancarda e Poggio 3 Vescovi (Verghereto FC)
Comitato per il territorio delle Quattro Province (PC AL GE PV)
CISATEL (Comitato interregionale salvaguardia Appennino tosco-emiliano-ligure)
Gruppo astrofili Antares Osservatorio astronomico Monteromano di Brisighella (RA)
Comitato cittadino per la salvaguardia del territorio di Zeri (MS)
Comitato La luna sul monte (Pontremoli MS)
Comitato Difendiamo la Garfagnana (Casola MS – Minucciano LU)
Comitato Cisa – Cirone Alta val Magra (Pontremoli MS)
Comitato Ariacheta (San Godenzo FI)
Comitato civico Zeri nel cuore (Zeri MS)
Comitato Tutela Paesaggio (PC)
Comitato Prato Barbieri (Bettola-PC)
Comitato NO pale eoliche a Nicelli nel comune di Farini e zone limitrofe (Farini PC)
Comitato Passo delle Pianazze-Case INI (Bardi-PR,Farini-PC)
Comitato Monte Faggiola (Firenzuola FI)

Pale eoliche: lettera aperta all’On. Realacci

Caro Realacci,
abbiamo con noi la tua interrogazione parlamentare ai Ministri dell’Ambiente e per i Beni e le Attività Culturali (1) in merito alle istanze presentate i mesi scorsi alla provincia di Terni da parte della società napoletana Innova Wind s.r.l. (capitale sociale 10.000 euro, per un investimento di circa 42 milioni di euro!) per ottenere l’autorizzazione unica di cui al D. Lgs. n. 387/2003 (decreto Bersani) per la costruzione e l’esercizio di due impianti eolici per complessive 18 pale, ognuna alta (oltre) 150 metri.
Leggiamo anche nell’atto che nel condividere il dettato dell’art. 9 della Costituzione laddove recita che “La Repubblica…tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione” ritieni come gli impianti che si volessero realizzare sarebbero “visibili da più orizzonti e da elevata distanza, tra l’altro anche dal Duomo di Orvieto, capolavoro del gotico e neogotico italiano del XVI secolo, che rendono la città umbra famosa in tutto il mondo”. E noi e altri numerose associazioni ambientaliste e comitati di cittadini –che ci opponiamo ai due progetti- non possiamo che con te concordare e ringraziarti di tanto interesse.
Del resto la stessa Alessandra Paciotto, presidente di Legambiente Umbria, si era già schierata a fianco della mobilitazione contro l’eolico sul Peglia, perché “è un progetto che fa acqua da tutte le parti, non rispetta le linee guida regionali…” dopo aver lodato tuttavia qualche giorno prima la buona politica energetica dell’assessore Rometti, uno dei sostenitori del progetto. Ed anche l’ineffabile Edoardo Zanchini, vice presidente nazionale di Legambiente, sostiene in merito che “le rinnovabili… vanno fatte bene(!) e con regole chiare e precise, anche con il coinvolgimento e la partecipazione delle comunità locali”. Ma, bontà sua, “quello sul Monte Peglia non va fatto, perché è un pessimo progetto”. Ma invece, continua lo Zanchini, di “ esperienze eccellenti e virtuose ce ne sono tante…” (torri alte oltre 150 metri come possano inserirsi in maniera “eccellente” nel paesaggio italiano é veramente… un mistero!)
Quindi la domanda che a questo punto vorremmo fare a te e agli altri esponenti di Legambiente è la seguente: a ben guardare perché ad Orvieto non vanno bene tali impianti ed invece gli stessi vanno bene in Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, sui crinali appenninici? L’Italia è tutta il Bel Paese, lo si vede bene oggi che proprio molte delle realizzazioni di questa errata green economy stanno distruggendo!
La realtà, cari amici di Legambiente, va presa per quella che è: la green economy italiana è un altro pasticcio nazionale. Favolosi incentivi alle imprese, costi pagati sulla bolletta degli italiani, mentre- e ti riportiamo un recente parere della scrittrice Susanna Tamaro che vive sulle colline orvietane “…ai singoli cittadini che impiegano le loro risorse per le energie alternative – io per esempio ho messo un impianto fotovoltaico e pannelli solari da anni – vengono opposti ostacoli di ogni sorta, disorganizzazione e atteggiamenti che si potrebbero definire tranquillamente come disonesti e predatori. Come sempre in Italia le persone oneste che si impegnano per il bene del paese, vengono umiliate e punite.”
La Tamaro ha perfettamente ragione: la green economy italiana lungi dal facilitare l’accesso alle nuove forme di energia “verde” per le famiglie ed il tessuto produttivo del nostro paese ha permesso l’ingresso nel mercato di speculatori di ogni risma, come ormai si apprende sempre più frequentemente (oltre alle notizie su inchieste ed arresti operati dalla magistratura italiana, ti consigliamo la lettura di S. Cannapele, M. Riccardi, P. Standridge “ Green energy and black economy: mafia investiments in the wind power sector in Italy”, 13 marzo 2013, edito da Springer Science + Business Media, Dordrecht 2013; Transcrime che ha curato il rapporto è il Centro interuniversitario di ricerca sulla criminalità transnazionale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e dell’Università degli Studi di Trento www.transcrime.it/).
Del resto giustamente A. Alesina e F. Giavazzi sul Corriere della Sera del 22 aprile scorso sostengono che “gli incentivi alle rinnovabili costano a famiglie ed imprese (che li pagano in bolletta) oltre 10 miliardi di euro l’anno” per concludere che “ se il paese rischia il collasso e si stanno pagando rendite ingiustificate nulla può essere sacro”!

Caro Realacci,
non pensi sia finalmente arrivato il momento di considerare che tutta l’Italia è Orvieto e di rivedere considerevolmente i fondamenti di questa green economy, a partire dalla sua forma più invasiva che è l’eolico visto e considerato che in Italia (eccetto che per qualche area della Sardegna) il vento non c’è e tutto si basa sulla speculazione del conto energia? Non pensi che un’altra green economy –a servizio veramente dei cittadini- debba essere legiferata e resa possibile per un decentramento massimo e ben incentivato dell’uso delle fonti di energia, tarato sulle necessità delle comunità e non della black economy?
Noi ad Orvieto ed in Umbria una regola ce la siamo data: non vogliamo impianti di energie rinnovabili che non rispettano l’ambiente, la natura, la cultura, la salute e l’economia dei territori. Tu che ne dici? Possiamo fare una battaglia insieme su queste basi?
Ed infine una ultima considerazione, a proposito di bellezza: come si fa a presentare come primo firmatario (come hai fatto il 15 marzo scorso) una proposta di legge per la tutela (!) e la valorizzazione della bellezza del paesaggio italiano e contemporaneamente sostenere questa green economy?
Ti ringraziamo in amicizia per l’attenzione: leggeremo volentieri -ci auguriamo- tuoi nuovi pensieri, dopo il sostegno alla battaglia di Orvieto…

Vittorio Fagioli, segretario pro-tempore coordinamento regionale umbro sulle energie rinnovabili
Roberto Minervini, responsabile Accademia Kronos Umbria
Lucio Riccetti, presidente Italia Nostra , sezione di Orvieto

P.S.: Va precisato –per i tanti lettori della tua interrogazione- che “… il Duomo di Orvieto è in realtà sì un capolavoro, ma del gotico del XIII e XIV secolo, restaurato con stilemi neogotici nella seconda metà dell’Ottocento (secolo XIX)”, e non già del XVI secolo.
(1) ATTO CAMERA- INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA 4/00300; Primo firmatario: REALACCI ERMETE/ Ministero destinatario:
MINISTERO DELL’AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA’ CULTURALI

Verso rifiuti zero

Italia Nostra Firenze, insieme al Comitato Valdisieve e alle Associazioni Valdisieve e Vivere in Valdisieve contro inceneritore della Rufina

Fonte: Sieve on line

La manifestazione di Sabato scorso, ultima iniziativa di un percorso iniziato nel 2005, dalle prime iniziative del Comitato Valdisieve e delle Associazioni Valdisieve e Vivere in Valdisieve, alle quali si è schierata anche Italia Nostra, mostra e rimarca nuovamente quanto è avverso il progetto del nuovo inceneritore dagli abitanti della Valdisieve.
L’Incenerimento rimane una pratica obsoleta, costosa, dannosa per la salute e l’ambiente e che reprime le grandi potenzialità economiche ed occupazionali della gestione virtuosa dei rifiuti, infatti denominati, MATERIE PRIME SECONDE.
Per questo la Rete Ambientale della Valdisieve CHIEDE:

  1. IL BLOCCO IMMEDIATO DEL PIR (Piano Interprovinciale dei Rifiuti) e conseguentemente di tutti gli impianti di incenerimento previsti, a partire da quello di Rufina, localizzato, tra l’altro, in zona di pregio ambientale paesaggistico e in area golenale del fiume Sieve, ad alto rischio esondazione.
    L’inceneritore è stato attivo dal 1978 al 2010 ma le sue tragiche conseguenze sulla salute degli abitanti della Valdisieve non sono mai state valutate, da una seria indagine medico scientifica.
  2. ADESIONE DI TUTTI I COMUNI DELLA VALDISIEVE AL PROGETTO RIFIUTI ZERO. Adesione già data da tanti comuni Toscani, dall’apripista Capannori, sino all’ultima di Greve in Chianti.
  3. ADESIONE DI TUTTI I COMUNI DELLA VALDISIEVE A ALTER-PIANO.
    Progetto e proposta che confermano l’attività propositiva e innovatrice dei COMITATI sorti spontaneamente tra gli abitanti delle nostre terre.
  4. TRASFORMARE A.E.R. in una vera e moderna società PUBBLICA di servizi ai cittadini e di gestione rifiuti, attraverso un sano e trasparente USO delle risorse pubbliche, direttamente controllata dai cittadini, che DEVONO avere FACOLTA’ DECISIONALE.
    A FRONTE DI CIO’ SI PROPONE UNA COMMISIONE PUBBLICA DI CONTROLLO, le cui modalità, caratteristiche e competenze dovranno essere definite in seguito.

AER NON DEVE ESSERE PIU’ RICOVERO PER EX AMMINISTRATORI LOCALI E SPRECO DI RISORSE PUBBLICHE MA FONTE VIRTUOSA DI OCCUPAZIONE STABILE E TUTELATA.
L’ultimo invito per tutti gli abitanti della valdisieve a contribuire direttamente a questa battaglia ambientale, culturale, economica, di tutela della salute di tutti, e per l’occupazione.
INISEME SI PUO’ VINCERE!!!!

LA RETE AMBIENTALE VALDISIEVE –ITALIA NOSTRA

Palle eoliche, fragilità montane e mentali

Che il nostro territorio provinciale e, segnatamente, quello della Lunigiana fosse giunto ad una situazione estrema e drammatica di fragilità idrogeologica anche e soprattutto a causa di una gestione insipiente e scellerata… e che fosse semplicemente da insensati – per un piatto di lenticchie - svenderne le preziosità ambientali autorizzando qualcuno a realizzare interventi “pesanti” e per di più improduttivi del tipo impianti eolici sui crinali in quel di Zeri e Pontremoli…lo abbiamo detto stradetto ripetuto denunciato (associazioni e comitati cittadini) .
Che per l’estrema fragilità del territorio lunigianese non vi si potesse più piantare manco un chiodo (altro che torri per aerogeneratori e relative strade d’accesso e piattaforme) l’aveva dichiarato anche Rossi, in veste di Commissario per le calamità in Lunigiana…
Ora lo ribadisce Magnani (vice presidente della provincia, assessore alla difesa del suolo (??)… e sostenitore di progetti inconsistenti per frenare l’erosione della costa) chiedendo a gran voce ad altre e superiori autorità di inserire tutti i comuni della Lunigiana in un piano di emergenza nazionale e di elargire subito i relativi ulteriori finanziamenti: 80 milioni! …
Ma intanto si continua, ai tavoli regionali e financo a quello del Tar Toscana, a pensare che, tutto sommato, sia accettabile e per nulla pericoloso o “sospetto” permettere a Fera, Repower o a chi altri di continuare i lavori per impiantare decine di “palle” eoliche su fragili versanti montani in quel di Zeri e Pontremoli.

ITALIA NOSTRA Sezione Apuo-Lunense
Angelo Mazzoni e Nello Bertoncini
V/Presidenti e Referenti-Responsabili per la Lunigiana

Fonte: Il Tirreno

Territorio fragile, ma Firenze non dà soldi
Fabrizio Magnani: i Comuni lunigianesi devono essere inseriti in un piano di emergenza nazionale

LICCIANA NARDI. Le ultime precipitazioni hanno sottolineato, se mai ce ne fosse ancora bisogno, il carattere fragile del territorio lunigianese. Dopo Mulazzo e Aulla, anche Licciana ha subito danni ingenti, dopo aver miracolosamente retto ai quattro precedenti episodi di carattere eccezionale. In questo stato di allerta, possiamo pure dire continuo, la Provincia si è mossa e su sollecitazione della Regione nei giorni scorsi ha presentato il report della situazione in tutto il territorio.
Un report che ha focalizzato l’attenzione sia sulla costa che sulla Lunigiana, facendo emergere una situazione drammatica. Fabrizio Magnani, vice presidente provinciale fa il punto su quanto è emerso da questo incontro: «Quello che abbiamo cercato di sottolineare agli amministratori provinciali è la precarietà di tutto un territorio. Dopo la riunione che si è svolta venerdì scorso con tutti i sindaci è emerso che siamo di fronte a un mezzo disastro, abbiamo cercato di trasmettere questa immagine in Regione. Il problema fondamentale da superare, per mettere mano ai problemi, è la reperibilità delle risorse. All’incontro non c’era solo la provincia di Massa-Carrara, ma anche le altre che hanno subìto danni a causa delle piogge straordinarie. Sul tavolo sono state messe richieste d’intervento per un totale di 80 milioni di euro. Una richiesta che non può essere soddisfatta dalle casse regionali, che per ora hanno stanziato un’uscita di un solo milione di euro, dato che tutta la liquidità e le risorse sono andate a coprire quei progetti sia di ripristino che di interventi immediati in tutte le zone colpite dal maltempo. E’ un carnet di interventi vastissimo che non può essere sopperito solamente con le forze di una singola regione, ci vuole un aiuto che arrivi direttamente dal governo nazionale. Si è avanzata quindi la richiesta che tutti i presenti al tavolo fossero inseriti in un piano di emergenza nazionale. La Regione a mio avviso sta lavorando bene, si è detta d’accordo e quindi sta emettendo una delibera che inserirà tutti i 14 Comuni che compongono la Lunigiana in questa richiesta di stato di emergenza nazionale, per cercare di reperire le risorse e risolvere i problemi che si sono evidenziati».
Non è proprio un nulla di fatto, ma si dovrà attendere ancora un pochino dato che la prassi richiede un certo iter burocratico, Magnani però non si sente scoraggiato.(c.b.)