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Sarà una Felice Pasqua sul crinale Comero-Fumaiolo: la centrale eolica della Biancarda non si farà!

Fonte: Rete della Resistenza sui Crinali

Abbiamo appena appreso dai nostri avvocati, Paolo Donati di Bologna e Piergiorgio Donati di Rimini, che il parco eolico della Biancarda non si farà più !!!
…Almeno per adesso.
Il TAR dell’Emilia-Romagna infatti dà ragione al WWF e a Italia Nostra su tutti i fronti o quasi.
Accolto tra l’altro il nostro indirizzo interpretativo sulla tutela del 142 DLgs 42/2004: non vale dove siano localizzate le fondazioni dei manufatti (nel nostro caso di qualche metro appena sotto la soglia tutelata dei mt 1200 slm), ma l’incidenza generale sul paesaggio montano delle torri soprastanti.
Un principio che ci riempie di soddisfazione anche perché sarà esportabile ad altre situazioni consimili…
WWF e Italia Nostra si riservano ora una disamina più accurata del provvedimento ottenuto (che allego), di valutare le misure necessarie per il futuro e di uscire poi con un comunicato stampa ufficiale.
Nel frattempo ne approfittiamo per ringraziare tutti coloro che ci hanno sostenuto in questa difficile battaglia legale, che ha comportato notevoli costi economici e sacrifici a carico di una associazione di volontariato ONLUS come la nostra. Quindi un ringraziamento particolare va a tutti quei cittadini che hanno contribuito economicamente con spontanee donazioni a sostegno delle ingenti spese legali.
Ora “Biancarda” mi auguro torni a significare semplicemente il Poggio Biancarda, cioè quel piccolo meraviglioso altipiano dove é bello camminare senza una meta precisa, laddove volano rapaci e uccelli di altre specie e dal quale la vista spazia liberamente sia a nord verso la pianura e l’Adriatico che a sud verso la Val Tiberina!
WWF Cesena
Il Presidente Ivano Togni 
 …qui sotto, una piccola rassegna degli habitat e dei paesaggi salvati:
                         
                                                       

Italia Nostra, WWF e Casole Nostra: una grande vittoria della legalità!! Ambiente Italia

Il monte Mindino è salvo! L’eolico è stato bocciato definitivamente

Fonte: Rete della Resistenza sui Crinali

La vittoria del Monte Mindino nelle Alpi Liguri è una vittoria
per tutta la montagna
 L’avvocatura del Consiglio di Stato accoglie i ricorsi contro la realizzazione dell’impianto eolico del Monte Mindino: confermata la posizione contraria espressa in Conferenza di Servizi nel 2010 e dal Consiglio dei Ministri nel 2011, dichiarando pertanto non realizzabile il progetto.

monte mindino

E’ una sentenza storica quella del Monte Mindino, non soltano per il suo carattere “locale” ma, soprattutto, per le conseguenze che avrà nei confronti di attuali e futuri progetti che insistono sulle dorsali alpine e appenniniche. Si è trattato a tutti gli effetti di una vicenda molto complessa, dove gli interessi economici dell’iniziativa privata  si intrecciavano alla necessità regionale e nazionale di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili all’interno di una delicata situazione ambientale ed ecologica, tra i Comuni montani di Garessio, Viola e Pamparato. L’impianto eolico del Mindino, se fosse stato autorizzato, avrebbe rappresentato il primo grande impianto ad alta quota delle Alpi. La lunga storia si chiude in questi giorni, Gennaio 2013 con la sentenza del Consiglio di Stato che accoglie i ricorsi del Ministero e della Regione Piemonte, e boccia definitivamente il progetto, confermando che sono tuttora validi alcuni principi di diritto e alcuni vincoli specifici di tutela che avevano tentato di essere messi in discussione nella precedente sentenza del TAR Piemonte; primo fra tutti il “vincolo di inedificabilità sui crinali alpini” del Piano paesaggistico regionale (art. 13 (Aree di montagna), comma 9).
Una sentenza che porta giustizia e chiarezza a livello locale ma, speriamo, possa servire come riferimento per preservare il futuro dei crinali alpini e prealpini del basso Piemonte e confinali con la Liguria, dal Parco Naturale delle Capanne di Marcarolo fino ai rilievi alpini delle Alpi Marittime e Liguri. Tutti questi territori alpini ed appenninici sono oggi “minacciati” da progetti che rischiano di trasformarli in una successione di torri eoliche, da una moltitudine di proposte ubicate a quote elevate, dove gli impatti sono generalmente alti e il rapporto costi/benefici sfavorevole.
Siamo certi che gli amministratori ed i funzionari locali, provinciali e regionali dovranno riferirsi a questa sentenza e promuovere urgentemente delle linee guida per i nuovi impianti eolici e per la localizzazione dei siti adatti ad ospitarli; è  ormai chiaro che le conseguenze possono essere diverse da un luogo all’altro e che l’impatto di questi progetti sui crinali è massimo quando sommato ad altri effetti negativi (si pensi a quelli sull’avifauna) e dunque l’aspetto visivo, per quanto possa essere importante, non è l’unico da considerare.

WWF Piemonte
Club Alpino Italiano, Regione Piemonte
Coordinamento Cuneese Associazioni Ambientaliste
Cuneobirding
LIPU Cuneo
Italia Nostra Onlus, Sez. di Mondovì
Comitato Spontaneo Mindino Libero
Comitato per la tutela e la salvaguardia del Monte Porale
Comitato per il Territorio delle Quattro Province

Cliccate qui per scaricare la sentenza ufficiale dell’Avvocatura di Stato
Cliccate qui per accedere al blog del Comitato Spontaneo “Mindino Libero”

Miniera di antimonio, progetto ritirato. Vincono le ragioni del territorio e dei suoi abitanti!

Anche Italia Nostra Toscana ha sottoscritto le osservazioni di Beni Comuni Manciano insieme a molte altre associazioni e comitati maremmani.
Un altro documento di osservazioni è stato redatto per Italia Nostra nazionale (da Mariarita Signorini) insieme a LIPU, al FAI e al WWF, stavolta aver allargato molto il fronte delle associazioni ambientaliste e dei comitati locali contro un progetto folle, che avrebbe sconvolto un intero territorio sembra aver stoppato le brame della multinazionale.
Speriamo non tornino alla carica!

Fonte: Beni Comuni Manciano

Per evitare una bocciatura palese, l’11 dicembre scorso, al termine di una Riunione istruttoria interdisciplinare interna agli uffici ed alle agenzie regionali  (art. 55 della LR 10/2010 s.m.i.), La ditta canadese Adroit Resources ha preferito ritirare il suo progetto di miniera di antimonio in località Faggioscritto.
La Commissione non ha potuto ignorare la grande mole di osservazioni  pervenute e, con qualche soddisfazione, constatiamo che le osservazioni prodotte dai B.C.M.  sono state  prima allegate alle proprie dal Comune di Capalbio  poi  “citate”, in brani interi, nelle motivazioni di rigetto, dalla Commissione stessa.
Si tratta di una vittoria importante anche se certamente non definitiva, dato che è facile immaginare che la Adroit tornerà alla carica con lo studio di qualche accademico prezzolato, capace di far scomparire, con un tocco di bacchetta magica, anche gli acquiferi repertoriati dal CNR.  E comunque il suolo sotto i nostri piedi resterà ricco di questo cocktail di metalli pesanti (e purtroppo estremamente tossici) che accendono le bramosie di molti.
Molto resta da fare per promuovere un modello di gestione della Maremma che ne rispetti le caratteristiche peculiari ed esclusive, abbinando all’agricoltura ed al turismo, suoi principali pilastri economici,  solo attività economiche che non entrino, come accade per le attività minerarie, in conflitto con questi.
I documenti inerenti all’estinzione della procedura di VIA non ci sono stati inviati dall’ufficio regionale competente, come sarebbe stato lecito attendersi nel corso di una procedura pubblica nel quale, come artefici di osservazioni, eravamo divenuti parte in causa. Abbiamo quindi dovuto pretenderli con un accesso agli atti.
Questo non fa onore alla Regione Toscana, che non smette di vantare le sue leggi sulla partecipazione, ma omette di aggiornare con regolarità i documenti sulle sue pagine di VIA e considera degni di comunicazione diretta solo gli enti istituzionali, evidentemente ritenendo  i cittadini, con le loro associazioni, dei figli di un dio minore.
Questi comunque i documenti relativi alla chiusura del procedimento:

Il MIBAC boccia l’orrida Torre Cardin a Venezia. Una vittoria di Italia Nostra

Una bella notizia e l’ennesima grande vittoria di Italia Nostra .
Ecco l’articolo di Tomaso Montanari pubblicato oggi (5 dic.2012) su Il Fatto Quotidiano 

La notizia è clamorosa: la Torre Cardin non si farà. La legge dice no al Palais Lumière. Dopo mesi di dibattito si scopre che il grattacielo da emiri alto due volte e mezzo il campanile di San Marco, il superfallo che voleva violare Venezia e la sua laguna è bloccato dal più ovvio e prevedibile degli ostacoli: un vincolo paesaggistico.
Quasi tutti, in Veneto, si erano inchinati al mare di quattrini del compaesano Pierre Cardin – nato Pietro Cardin a Sant’Andrea di Barbarana (Treviso) nel 1922.
Il Comune di Venezia si fregava già le mani all’idea dei 35 milioni di euro che avrebbe incassato dalla vendita (da effettuarsi entro il mese in corso) dei terreni pubblici di Marghera su cui sarebbe dovuto nascere il colosso.
(E, sia detto per inciso, quei milioni non sarebbero andati a finanziare progetti di recupero ambientale, ma a zavorrare il bilancio ordinario, come era già accaduto con i 40 versati da Prada per l’acquisto di Ca’ Corner alla Regina.)
L’Enac aveva detto che i 250 metri dell’enorme abat-jour non avrebbero dato fastidio all’aeroporto Marco Polo, anche se il limite di altezza per gli edifici in questa zona (distante 8 chilometri da Tessèra) sarebbe di 145.
Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini aveva inaugurato (insieme al governatore del Veneto, al presidente della provincia e al sindaco di Venezia) la mostra dei progetti della Torre eseguiti dal poco noto Rodrigo Basilicati, nipote di Cardin e fresco di laurea padovana con tesi appunto sulla torre. E quando il più determinato avversario del birillo luminoso (il veneziano Franco Miracco, consigliere, peraltro assai inascoltato, del ministro Lorenzo Ornaghi) l’aveva criticato pubblicamente per questa così evidente sgrammaticatura istituzionale, Clini aveva replicato con una stizza che alla luce della notizia odierna appare non si sa se più comica o più arrogante.
Last but not least, il Consiglio regionale veneto: che proprio lunedì ha consegnato a Cardin, alla Fenice e in pompa magna, il ‘Leone del Veneto 2012’. Ricevuto il trofeo, l’anziano stilista trevigiano-francese ha scherzato: «Adesso posso morire».
Forse era solo una battuta. O forse Cardin aveva potuto leggere la lettera che il direttore regionale dei Beni culturali del Veneto, Ugo Soragni, ha inviato al Comune di Venezia già una settimana fa: una lettera sigillata nei cassetti del municipio, ma che ora filtra dal colabrodo romano del Mibac. E il contenuto è una bomba.
Soragni aveva chiesto all’Ufficio legislativo del Ministero come interpretare la complessa normativa sul vincolo paesaggistico che grava sulla zona sulla quale dovrebbe sorgere il gigante. In realtà non c’erano molti dubbi: ma vista la mostruosa posta in gioco (ballano oltre due miliardi di euro, tutti messi dallo stilista), era meglio assicurarsi che il Mibac non cedesse anche questa volta. E invece l’ufficio guidato da Paolo Carpentieri ha tenuto duro, e la risposta è stata netta: non c’è dubbio che «la porzione territoriale inclusa nei trecento metri dalle sponde del Canale industriale ovest in località Marghera debba considerarsi sottoposta a tutela ai sensi dell’art. 112, comma 1, lettera a del Codice dei Beni culturali e del paesaggio». Dunque, chiarisce il direttore Soragni al sindaco Orsoni, «la scrivente Direzione regionale rappresenta come sull’area interessata dall’intervento edificatorio in oggetto debba ritenersi operante il vincolo paesaggistico ex lege». Insomma: non si può costruire a meno di 300 metri dalla riva, ma il progetto non può arretrare, perché dietro c’è una strada (Via Fratelli Bandiera: una seconda volta eroici). E dunque, niente da fare: la torre si dovrà fare in Cina, dove sbavano per averla.
Se finirà così (e il condizionale è d’obbligo, vista la sensibilità di questo governo verso il potere economico), sarà una incredibile irruzione del normale (la legge!) in un paese dove sembra ovvio trattare Venezia come se fosse Dubai: e infatti quasi nessuno si era posto il problema del vincolo.
Ma alla fine di ottobre, Italia Nostra aveva elencato dieci durissime ragioni per dire no alla Torre. Oltre a quelle relative all’impatto ambientale della faraonica costruzione (fondazioni, infrastrutture, fognature), l’associazione ha rilevato come l’idea «non rappresenta un modello di crescita del territorio, ma fa leva sempre sullo sfruttamento turistico di Venezia. Pierre Cardin ha detto di voler vendere i suoi appartamenti a un prezzo altissimo, due milioni, ai super ricchi della terra: non è questo di cui ha bisogno Venezia, ma di abitanti e di normalità. È poi previsto un mega albergo e un mega ristorante: crescerà ancora la pressione turistica sulla città: ricordiamo che ci sono 30 milioni di visitatori annui e che per ogni abitante si contano 513 turisti».
Proprio ieri è stato reso pubblico un deciso appello in cui sessanta intellettuali (da Settis a Ginzburg a Rodotà, da Gregotti a De Lucia a Cervellati, da Rumiz a Scarpa a Fo) chiedono al Presidente della Repubblica di fermare «lo sproposito edilizio alto più di 250 metri» voluto da Cardin, «perché a Venezia gli interessi privati e un malinteso culto del profitto non calpestino mortalmente la legalità costituzionale».
Già, perché la mostruosa città verticale di Cardin è solo l’ultimo atto della presa di Venezia, ormai luogo simbolo della privatizzazione selvaggia perpetrata dai cosiddetti nuovi mecenati. Il rosario si allunga: Prada che compra Ca’ Corner dal Comune; Pinault che trasforma Punta della Dogana in una show-room della propria collezione; Benetton che acquista un teatro e lo trasforma in ristorante d’albergo (contro il parere del consiglio di quartiere), realizza un centro commerciale nella Stazione Santa Lucia e ora progetta di annullare l’identità architettonica e storica di un palazzo-simbolo come il Fondaco dei Tedeschi; l’albergo Santa Lucia che raddoppia in vetro e cemento sul Canal Grande, con un progetto firmato (guarda caso) anche da uno degli autori della Torre Cardin.
Premessa e condizione per l’affermazione dello strapotere privato è la compiacente irrilevanza delle istituzioni pubbliche che dovrebbero vegliare sul bene comune. Quelle stesse istituzioni lagunari che non sono state capaci di aprire un vero confronto pubblico sul recupero della zona industriale di Marghera, di pianificare un risanamento urbano attraverso la partecipazione popolare, si prostrano all’istante di fronte ad un singolo privato che presenta un progetto faraonico fatto in casa, che si basa sull’evidente desiderio di «oltraggiare Venezia» (Salvatore Settis), modificandone per sempre lo skyline con una gigantesca torre dall’impatto devastante. Immancabilmente il dibattito pubblico si è concentrato sulla forma della torre e sul suo valore estetico, sotterrando sotto il soggettivismo dell’archistar (in questo caso dell’apprendista archistar) ogni idea di città, di sviluppo sociale, di comunità.
È per questo che se a fermare l’acqua alta del grande capitale senza regole, fosse, una volta tanto, la paratoia di una ‘normalissima’ legge sarebbe davvero una rivoluzione.

Russi: il Tar cancella la centrale all’ex

Speriamo venga cassata anche quella prevista per Castiglion Fiorentino, anche nel nostro caso si tratta di una mega centrale a biomasse dalla conversione dell’ex zuccherificio Sadam, per cui Italia Nostra ha pure fatto opposizione negli ultimi 4 anni. Sono partiti addirittura da un’ipotesi di 50 MW, poi sono scesi a 30MW vista anche l’opposizione di partiti politici e di altre ass. ambientaliste e comitati locali!

Fonte: Romagna noi

I giudici firmano la sentenza che annulla il progetto dell’impianto a biomasse. Comune e Regione sconfitte.

Il Tar cancella la centrale a biomasse di Russi. E’ un pronunciamento che avrà forti ripercussioni quello che il tribunale amministrativo ha emesso ieri, dopo cinque mesi dall’udienza. I giudici hanno accolto il ricorso delle associazioni che chiedevano un colpo di spugna sul progetto. Decisivo il parere contrario che la Soprintendenza diede nel 2009, parlando di una scelta “inconcepibile del sito” (l’area dell’ex Eridania) con un impatto che poteva rivelarsi “drammatico per le presenze monumentali site nelle immediate vicinanze”.
Cinzia Pasi, dell’associazione Clan/destino Ravenna Virtuosa che ha portato avanti il ricorso, esulta: “L’esito positivo del ricorso ha annullato tutti gli atti impugnati: la Valutazione di Impatto Ambientale, l’autorizzazione unica che comprende tutti i permessi a costruire e la Convenzione approvata dal Consiglio Comunale di Russi il 19 marzo 2011″ La Regione Emilia Romagna nel febbraio 2011 aveva rilasciato parere positivo ad un progetto che “noi  da sempre abbiamo fortemente osteggiato evidenziandone lacune e limiti. Il primo fra i numerosi punti sui quali ha posto l’accento l’Avvocato Gualandi nella sua appassionata arringa nella seduta dell’udienza dell’aprile scorso, verteva sull’importanza della tutela del Palazzo di San Giacomo e della Villa Romana e di come il parere negativo espresso dalla Soprintendenza di Ravenna  e dal Ministero dei Beni Culturali doveva ritenersi vincolante”.
La Soprintendenza di Ravenna e la Direzione regionale per i Beni architettonici e il paesaggio avevano anche imposto una serie di prescrizioni che prevedevano una sostanziale riduzione delle altezze, unitamente alla frammentazione dei volumi degli edifici, prescrizioni alle quali PowerCrop non ha ottemperato, mantenendo pressoché invariate le dimensioni dei camini e degli edifici. La sentenza richiama l’importanza “dell’esigenza di mettere al riparo il paesaggio (in senso lato) dagli stravolgimenti resi oggi possibili dalla rapida evoluzione delle tecniche ingegneristiche, capaci di modificare il volto e la struttura di beni e territori sprovvisti di vincolo, non perché privi di valore paesistico – ambientale, ma perché non esposti sino a quel momento“, dato “lo stato della tecnica del tempo, a concreti rischi di compromissione e aggressione”.
“Ancora una volta - conclude Cinzia Pasi – i cittadini si fanno carico della tutela dei beni pubblici che spetterebbe alle istituzioni Comuni Provincia e Regione che troppo spesso sono alleate con i forti poteri  dell’economiai. Questo sentenza che di fatto sospende i lavori dà l’opportunità di ripensare al progetto ed alla sua reale fattibilità”.