Archivi tag: vegetazione

Pale eoliche sui tratturi del Molise: appello alle autorità ministeriali e regionali

Fonte: Via dal Vento

Un appello in favore dei tratturi molisani minacciati dalle centrali eoliche, firmato dalla LIPU, dal Movimento dei Cristiano Sociali, dall’Associazione degli Insegnanti di Geografia e da “La Fonte”:
In considerazione del fatto che le sentenze del TAR Molise n. 00734 e n. 00735 del 15/11/2011 hanno annullato i provvedimenti assunti dalla Direzione Regionale dei Beni Culturali e Ambientali del Molise e che le imprese Nova Api Energia e Inergia S.p.A., salvo sospensiva del Consiglio di Stato o altro provvedimento amministrativo adottato dalle preposte autorità, potranno iniziare l’installazione di n. 22 pale eoliche in agro dei comuni di San Giuliano di Puglia, Santa Croce di Magliano e Rotello; tenuto conto che l’area in questione è attraversata da uno dei quattro tratturi millenari (Celano-Foggia), che collega la Puglia all’Abruzzo, in agro del comune di San Giuliano di Puglia in prossimità della Chiesa di Sant’Elena, sottoposta a vincolo dal competente Ministero dei Beni Culturali, e che più in generale la zona in questione è al confine con la ZPS- Zona di Protezione Speciale dei Monti della Daunia e al confine con il “Vallone Santa Maria” zona SIC – Siti di Importanza Comunitaria, inseriti all’interno della Rete “Natura 2000” creata dall’Unione Europea per la protezione e la conservazione degli habitat e delle specie, le scriventi Associazioni, Comitati e Movimenti, preoccupati sulle possibili conseguenze storico, ambientali, paesaggistiche e archeologiche che potrebbero determinarsi nella zona qualora le imprese menzionate procedessero ad installare tutte le pale eoliche previste, si appellano alle Autorità Ministeriali e Regionali affinché possano valutare ogni e diversa iniziativa, nei limiti del disposto dei Regolamenti Comunitari, delle Leggi Nazionali e Regionali di materia nonché delle Linee Guida Nazionali del 10/09/2010 e delle Linee Guida Regionali adottate con Delibera di Giunta Regionale n. 621 del 4/08/2011.

Movimento dei Cristiano Sociali del Molise Loreto Tizzani
LIPU Molise Carlo Meo
Associazione Insegnanti di Geografia Molise Rocco Cirino
La Fonte Don Antonio di Lalla

Quei cantieri che distruggono le sorgenti di mezzo appennino

Riproponiamo l’articolo di Paolo Rumiz apparso a maggio su La Repubblica.

Tratta della storia di  Cristiano (socio di Italia Nostra Firenze e presidente del Comitato Monte Faggiola) e Silvia (vice presidente del Comitato Monte Faggiola),

Abbiamo fatto le osservazioni al progetto, come altre associazioni ambientaliste, siamo stati in conferenza dei servizi della Regione Toscana  e abbiamo esultato tutti insieme per la sacrosanta bocciatura dell’impianto!

 Fonte: La Repubblica

La storia di un Paradiso che rischia il collassoPrima la TAV, poi la Variante

e infine un maxi Parco Eolico.

Attenti, oggi nessun titolare di acque libere è al sicuro. C’è sempre qualcuno che la pensa altri menti e può sfrattarti per renderti dipendente dalla “tubocrazia” centralizzata. Questa, per esempio, è la storia di due giovani. Cristiano e Silvia, che decidono di stabilirsi in montagna, trovano una valle di sogno in Appennino (comune di Firenzuola, Toscana), si fanno la loro casetta e si conquistano la loro acqua di fonte, purissima, in alleanza con altri abitanti. Posto fuori dal mondo, in mezzo a oasi comunitarie dove nidifica il falco pellegrino e si aggira il gatto selvatico. Terreno di fuga di chi non ne può più della città e del rumore.

Ma un bel giorno, sul monte Faggiola da cui sgorgano le sorgenti, compare un anemometro. Ci vuole poco a capire: c’è un progetto di centrale eolica. Ma nessuno sa nulla nei paesi di Coniale e Tirli, alimentati dalle stesse acque. Cristiano Tarantino e Silvia Paolini sono gli ultimi arrivati lassù, ma sono di città, usano internet e mangiano la foglia. Sanno che Firenzuola è il territorio appenninico più violentato d’Italia. Una ventina di cave, il bucone della Tav Bologna-Firenze, una mega-discarica e la variante di valico dell’autostrada. Tutti lavori che hanno portato soldi al Comune ma hanno ucciso decine di sorgenti millenarie, come quella dell’abbazia di Moscheta, e disseccato l’alveo di torrenti.

Scoprono un progetto di impianto industriale che cambierebbe i connotati a uno degli ultimi paradisi dello spazio toscoemiliano. Nove rotori di 125 metri, piantati sopra la valle perduta, a 400 metri dalla loro casa, con pali di fondazione di venti metri che schiaccerebbero il terreno facendo morire le fonti. Non basta: alcune pale ruoterebbero sopra la strada di crinale, con pericolo grave peri passanti. L’impianto è ancora sotto posto a esame di impatto ambientale ma la “Infrastrutture spa” di Milano paga già un affitto 170 mila euro l’anno per l’uso dell’area e un pezzo di bosco è già stato abbattuto.

Qualche mese fa Cris e Lucia vanno dal sindaco, Claudio Scarpelli, e manifestano allarme. “Che problema c’è?” replica lui, “Se intercettiamo l’acqua, vi portiamo su il nostro acquedotto” . Nostro di chi? Della municipalizzata emiliana Hera che porta l’acqua a mezzo Mugello.Il “noi è autorizzato, perché Scarpelli è dipendente della società. Lavora per gli acquedotti emiliani. Firenzuola e Hera sono da tempo la stessa cosa. E l’impianto eolico è uno strumento utile a smantellare le ultime acque libere per consegnarle ai padroni di pianura, come vorrebbe la legge Tremonti, quella che ha scatenato il referendum. Non contro il privato, ma contro il grosso (coi padrini giusti) che si mangia il piccolo indipendente.

Il tam-tam si mette a rullare e qualcuno sale a vedere. Si scopre che nel solo comune di Firenzuola sono in incubazione nove centrali eoliche. La gente si sente gabbata, fonda comitati, e la valle perduta diventa punto di riferimento della lotta. Emiliano Vizzi, uno che è scappato lassù da Livorno con moglie e figli: «Ho investito tutto in questa scommessa, e ora rischio di non poter più rivendere la casa». Anche lui, come Lucia e Cristiano, non ha alternativa alla resistenza. A Claudio Magliulo, freelance toscano, il sindaco spiega che le pale servono a finanziare acquedotti e ripetitori di cellulari, o spalare la neve proprio lì sotto il remoto monte Faggiola. Dice: «Come glielo portò lassù l´acquedotto senza soldi?». Non conta che lassù l´acqua ce l´abbiano già, e che i ripetitori siano già stati richiesti a una società privata dai montanari. Non conta che la gente non voglia altra acqua e nemmeno le pale. Firenzuola vuole soldi, anche se, con tutti quei cantieri aperti, è uno dei comuni più “compensati” d´Italia.

Temporali verso la Futa, bosco in movimento. Lucia racconta preparando una pasta al ragù. «Abbiamo saputo della cosa per sbaglio, da un volantino bagnato trovato per terra. Lanciava l´allarme per la valle. E quando abbiamo cercato di capire, ci è stato detto che sì, un´assemblea era già avvenuta, un anno prima a Firenzuola. Ma i diretti interessati, i 250 abitanti della nostra zona, non erano stati avvertiti».

«Non siamo contro l´eolico, solo contro impianti che distruggono il paesaggio» dice Cristiano e mi fa sentire come canta la sua fonte sopra casa. È notte, ha appena piovuto e sono tornate le stelle tra i vapori del bosco che respira. «Lo senti l´assiolo?» dice. Cris studia per diventare veterinario e intanto fa la guardia ambientale nei parchi. E adesso? I valligiani sono risoluti a combattere. Con l´aiuto di organizzazioni di città, hanno trovato tutti i punti deboli del progetto e si mettono di traverso per difendere le loro acque. «Vendiamo tutto?» chiede ogni tanto Cris. E Lucia gli risponde: «Non se ne parla, abbiamo speso tutto per venire qui».

Non andate in montagna in cerca di paradisi. Vi staneranno. Può succedere come per le piantagioni di ananas in Africa. Un giorno arriva un emissario ben fornito di soldi (lo “sviluppatore”) e parla solo coi poteri locali, scegliendo quelli più indebitati. L´omino ben vestito con la valigetta fa capo a società con vertici inaccessibili, porta progetti alla buona buttati lì per subornare gli indigeni. Se ti opponi ti scoraggiano in tutti i modi. È così che oggi muoiono le acque italiane.

Chiedo: ma che fa il Club Alpino? Sono 400 mila soci in tutta Italia. Ma il Cai tace. Si occupa di pareti da scalare. Per questo Andrea Benati, socio del Club a Bologna e amico dei Tarantino, ha dato le dimissioni per protesta. «Che bello, senti dire, andiamo a vedere il paesaggio eolico. Ma sì, organizzano gite sull´energia pulita! E allora è ovvio che qualcuno si senta preso in giro».

A Camugnano (BO) previsto l’impianto eolico più potente del Nord Italia

Fonte: Rete della Resistenza sui Crinali

Il grande impianto eolico industriale di Camugnano* sarebbe, se realizzato, l’impianto più potente del nord Italia e supererebbe quello di Casoni.
Anche per questo impianto erano state diffuse voci ad arte per fare credere che non sarebbe più stato fatto. Questa è una dimostrazione che il pericolo è sempre incombente.

Pertanto si sollecitano tutti i comitati, ed in particolare quelli del bolognese, a diffondere la notizia tra gli interessati ed a fare partecipare più persone possibili, che risiedono o hanno interessi nella zona, alla assemblea di presentazione che si svolgerà giovedì 27 ottobre alle ore 17 a Camugnano, presso la Sala Parco.

(*) Impianto eolico di Monte Fontanavidola – Camugnano (BO) composto da 7 aerogeneratori per un totale di 16,1 MW

Potenza installata: 14 ÷ 16,1 MW
Aerogeneratore: 2 ÷ 2,3 MW
Altezza al mozzo: 101 m
Diametro rotore: 93 ÷ 101 m

Le splendide montagne galluresi violentate dalle centrali eoliche – giugno 2010

Rimigliano e la difesa del territorio. Se ne è parlato a Roma


Il Comitato pe
r Campiglia prepara una iniziativa sull’importanza del paesaggio

Di Rimigliano e del progetto di realizzare più di cento appartamenti e un albergo in un’area destinata a parco, nella grande tenuta formatasi negli ultimi secoli su una zona di bonifica dove prima c’era un grande lago costiero, si è discusso sabato scorso a Roma, nella riunione nazionale del Consiglio scientifico della Rete dei Comitati per la difesa del territorio presieduta da Alberto Asor Rosa e della quale fa parte anche il Comitato per Campiglia.
L’incontro, che si è svolto all’Università La Sapienza presso la Facoltà di Scienze Umanistiche, ha fatto il punto sulle vertenze in atto sul territorio e si è concentrato particolarmente sul tema “territorio bene comune” (con una bella relazione di Alberto Magnaghi) e sull’analisi del modello toscano, stretto tra le logiche speculative e tendenze ad un nuovo corso dell’urbanistica regionale.
Nell’introdurre i lavori Claudio Greppi, coordinatore del comitato scientifico, ha indicato i casi del No Tav di Firenze, del parco della piana fiorentina, dell’autostrada tirrenica, della Valdichiana, della Laika a San Casciano, di Casole d’Elsa e di Rimigliano  come le più significative vertenze attualmente aperte sul territorio toscano. Negli ultimi due casi (Casole e Rimigliano) si potrebbe arrivare alla convocazione della conferenza paritetica interistituzionale da parte della Regione, e ciò costituirebbe un fatto di grande importanza.
“Casi come quello di Rimigliano, come l’autostrada Tirrenica o come Baratti – ha detto lo storicoRossano Pazzagli, che fa parte del Consiglio scientifico della Rete – testimoniano una crescente emergenza costituita dall’area costiera e stanno ormai assumendo a livello regionale anche un valore per la riuscita o meno del nuovo corso urbanistico toscano e per la difesa del paesaggio, risorsa essenziale che insieme ai beni culturali e ambientali deve essere considerata ancora più strategica nell’attuale scenario di crisi.”
Proprio su questo il Comitato per Campiglia, insieme all’Associazione politico-culturale “Democrazia e territorio” ha già programmato un’iniziativa pubblica per il pomeriggio del 17 dicembre al Calidario di Venturina sul “Paesaggio come bene comune, risorsa e fattore d’identità” nel quale interverranno i professori Carlo Tosco del Politecnico di Torino e Franco Cambi dell’Università di Siena, autori di due importanti libri sul paesaggio storico e sull’archeologia dei paesaggi.

Comitato per Campiglia

Grandi Opere in Toscana

Le “grandi opere” spesso di grande producono solo guai sociali, economici, ambientali, paesaggistici.
Talvolta sembrano pensate proprio a questo scopo, talaltra i disastri si presentano come effetti collaterali (imprevisti, ma facilmente prevedibili).
Così i lavori TAV hanno sconvolto il Mugello prosciugando 37 fonti e disseccando 57 chilometri di fiumi: gravi intercettazioni dei livelli di falda accompagnate da frane, allagamenti, lesioni di edifici, cedimenti e sprofondamenti di terreni.
Seguiranno (come da copione) “risanamenti, mitigazioni, compensazioni” (spesso più costosi degli interventi che li hanno provocati), ma il disastro rimarrà.
E non basta: la TAV minaccia ancora Firenze: un doppio tunnel di 7 chilometri per il sottoattraversamento, troppo pericoloso e dannoso per una città come Firenze. E con il corollario della stazione progettata dall'archistar Foster, stazione a distribuzione verticale con le banchine a 25 metri di profondità.
Minacce vengono anche da come si divisa di completare l'autostrada Tirrenica che, anziché essere “indispensabile allo sviluppo” della Maremma, della Maremma segnerebbe degrado e disarticolazione irreversibili.
Ma oggi l'insidia, forse più pericolosa che viene dalle Grandi Opere è quella dell'erosione costiera.
L'eldorado della speculazione sono oggi i porti turistici.
Dei 442 chilometri di coste toscane, 190 sono litorale sabbioso. Di questi ultimi, circa il 40% vengono erosi dal mare, soprattutto nelle aree vicine alle foci dei fiumi dove sono state realizzate opere a mare.
Negli ultimi anni si sono persi addirittura circa 180.000 mq di spiaggia.
Alla foce dell'Ombrone e a San Rossore l'erosione supera anche i 10 metri l'anno. Le spiagge a sud della foce del Magra e alla foce del Cecina e dell'Albenga, dove opere realizzate in mare hanno alterato l'equilibrio mare-fiume-costa, l'erosione ha superato il centinaio di metri, ma anche a San Vincenzo, Marina di Grosseto, Salivoli, Cala Galera, Marina di Campo, dove si sono verificate interferenze nel delicato equilibrio costiero, sono in atto processi erosivi.
Poi, scogliere parallele alla costa, costruite per contrastare l'erosione, l'hanno, di fatto, amplificata e spostata verso spiagge vicine come è accaduto a Follonica, Marina di Massa e Marina di Carrara, ed anche a Marina di Pisa dove i fondali all'esterno delle scogliere artificiali si sono abbassati fino a 7 metri.
Ma il “partito dei porti turistici”, incurante delle erosioni che provoca, si è gettato, ovunque si aprono spiragli alla speculazione, a progettare e costruire nuovi porti turistici o ad ampliare quelli già esistenti.
Esempi sono Cecina e Marina di Carrara.
A Cecina, dove sembra che non basti quello vecchio, si intraprende la costruzione di un Nuovo Porto Turistico: 800 posti barca, 2000 posti auto, Hotel 4 stelle, esercizi commerciali e Centro Commerciale, un centinaio di appartamenti e chi più ne ha più ne metta…
Qui, l'erosione costrinse, già negli anni '70 – quando fu costruito il piccolo porto turistico – a spostare la strada litoranea verso l'interno. Si costruirono allora “pennelli” lungo la spiaggia che, come ovunque, si sono limitati a trasportare l'erosione sulle spiagge sottoflutto.
Tuttavia, oggi si costruisce un nuovo porto più grande.
Già i moli avevano stravolto gli equilibri e contrastato la naturale evoluzione del tratto terminale del fiume, provocando quella erosione, che il nuovo porto accentuerà e amplificherà per l'incremento delle strutture rigide sottocosta e per la modifica artificiale della foce che favorirà la formazione di una imponente barra con conseguente deposizione di sedimenti nello stesso letto del fiume, innalzandolo e trasformandolo in un fiume a “letto pensile”, rendendo così insufficienti tutte le opere di arginatura e le sezioni idrauliche di attraversamento dei ponti.
Per queste alterazioni, la corrente costiera, nel suo cammino verso sud est, acquisterà maggiore energia e capacità erosiva sottraendo sabbia anche nei fondali della costa tra il nuovo porto turistico di Marina di Cecina e San Vincenzo.
Gli eventi alluvionali ed erosivi che si sono verificati soprattutto negli ultimi decenni avrebbero dovuto consigliare di non cementificare le foci, conservare integre tutte le zone di golena lungo l'asta pianeggiante del fiume, evitare di costruire strutture rigide aggettanti in mare lungo tratti di costa bassa.
Non lo si è fatto: è facile prevederne le conseguenze.
Si avrà anche un aumento del rischio idraulico ed idrogeologico nelle zone in destra del fiume occupate dalla struttura portuale e da nuove edificazioni, lo stesso effetto avrà la cementificazione delle sponde nella parte terminale del fiume.
Inoltre, il banchinamento interno del porto turistico, per una lunghezza di costa di oltre un chilometro, costituirà di fatto una diga sotterranea al deflusso delle acque di falda e delle subalvee del fiume, con conseguente aggravio degli equilibri idrogeologici.
In definitiva: un disastro.
Il “Porto Turistico di Massa e Carrara” è la ripetizione di una speculazione più volte tentata e mai riuscita. Oggi Bellavista Caltagirone, con la connivenza dei sindaci di Massa e di Carrara, presenta di nuovo il progetto di un porto turistico a sud del porto di Carrara, tra la foce dei torrenti Carrione e Lavello. Ma il progetto – per le opere a mare – ricalca sostanzialmente quello previsto dal Piano Regolatore Portuale dell'Autorità portuale del Porto di Carrara nel 2001, progetto bocciato dal Ministero dell'Ambiente di concerto con il Ministero dei Beni Culturali e, se non bastasse, anche dal TAR.
Diciamo subito che il nuovo porto amplificherebbe gli effetti distruttivi in una costa già devastata dal porto di Carrara.
La spiaggia di Marina di Carrara praticamente non c'è più, quella di Marina di Massa, continuamente “ripasciuta”, quando c'è e quando non c'è (specie quando le mareggiate sono più violente del solito, il che, di questi tempi, è abbastanza frequente).
Oltre ai 1100 posti barca, servizi e parcheggi, il progetto attuale prevede decine di appartamenti, ristoranti, tutto quanto può servire alla “movida”, alberghi, centri commerciali e addirittura una torre di 8 piani.
Il Decreto che bocciava il progetto (oggi ripetuto) ne sottolineava il devastante impatto sotto i profili paesaggistico e ambientale, del rischio idrogeologico e dell'erosione, evidenziandone, tra l'altro, l'inaccettabilità della previsione dimensionale (peraltro inferiore a quella odierna) in un'area altamente urbanizzata caratterizzata da saturazione edilizia.
Come si vede: anche questo un disastro.
Ma le “Grandi Opere” mai vengono indirizzate alla tutela di beni ambientali e culturali a rischio.
Il Lago di Massaciuccoli – uno specchio d'acqua di grande bellezza e importanza naturalistica –, quello che ha ispirato e “musicato” le opere di Puccini, è oggi ridotto a una pozza inquinata, la cui profondità diminuisce di anno in anno, anche a rischio idrogeologico (pensiamo all'inondazione del Natale 2009, quando furono interrotte le comunicazioni dirette tra Versilia e Pisa).
Vedremo mai una “Grande Opera” salvare e tutelare questa ricchezza?

Antonio Dalle Mura – Presidente del Consiglio Regionale Toscano di Italia Nostra Onlus