22 Settembre 2007: giornata nazionale contro la truffa dei sussidi CIP6 e dei Certificati Verdi

Coordinamento delle Associazioni Ambientaliste del Chianti fiorentino
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22 Settembre 2007: giornata nazionale contro la truffa dei sussidi CIP6 e dei Certificati Verdi a favore degli inceneritori proclamata dalla Rete Nazionale Rifiuti Zero (Rete mondiale
“Zero International Waste Alliance”)

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I SUSSIDI CIP6
Nel 1992 il Comitato Interministeriale Prezzi, con delibera n. 6 (la famigerata “CIP6”), stabilì che gli italiani pagassero per il consumo elettrico 6-7% in più – la “componente tariffaria A3” – per promuovere e sostenere la produzione di energia da fonti rinnovabili (e qui chiunque intenderebbe eolica, geotermica, idroelettrica, da maree), questo dunque, a quanto sembrava, a fini ambientalistici.
Il testo della delibera parlava di “fonti rinnovabili” e di “assimilate” non fornendo criteri chiari e univoci che definissero quando una fonte di energia potesse essere ritenuta “assimilabile”
Perciò, tradendo completamente presupposti e motivazioni apparenti della delibera, di seguito hanno potuto accedere ai fondi così raccolti soprattutto produttori di energia da scarti di raffineria petrolifera e inceneritori di rifiuti, cioè fonti non rinnovabili e, al contrario, molto inquinanti, sottraendoli, conseguentemente, alla produzione di energia da fonti rinnovabili “vere”.
Così, tra le “assimilabili” tra il 2003 e il 2005 il gruppo Edison ha percepito dal 52 al 54,6% dei fondi (oltre il 50% dei suoi ricavi complessivi), mentre la Sarlux, del gruppo Saras (Moratti), che produce elettricità ricavandola da scarti petroliferi, in modo, quindi, altamente inquinante, percepiva una media del 10,7% dei fondi; quindi nel 2004, ad esempio, ha avuto ricavi per vendite di 490.460.049 euro (pagina 338 del bilancio SARAS 2005), dei quali 361.670.000, cioè ben il 73,74%, di provenienza “assimilate CIP6”! La Sarlux, nata nel 2000, ha ricevuto una concessione ventennale, motivo per il quale gli utenti italiani continueranno a pagare i sovraprezzi “A3” sull’elettricità a beneficio di Moratti fino al 2020.
Dei soldi che abbiamo pagato credendo di finanziare le fonti rinnovabili (annualmente in bolletta mediamente 60 euro in più dovuti alla voce A3) tra il 2005 e il 2006 sono stati erogati in totale 5.497.578.000 euro, pari all’89,9% del totale (6.119.798.783 euro) a fonti assimilate, biomasse incenerite e rifiuti, mentre alle rinnovabili vere sono andati solo 461.927.000 euro pari al 10,01% del totale. (fonte dei dati: Autorità per l’energia elettrica e il gas, http://www.autorita.energia.it)
Con la Finanziaria 2007 il governo si era impegnato, in ottemperanza alle norme europee, a che i contributi CIP6 andassero soltanto agli impianti produttori di energia elettrica da fonti rinnovabili e, in deroga, agli “assimilabili” già realizzati prima dell’entrata in vigore della Finanziaria, cioè fino al 31 dicembre 2007.
Ma nel testo del maxiemendamento approvato con la fiducia l’espressione “impianti già realizzati” è diventato “impianti già autorizzati”, senza che questa dicitura fosse concordata tra le parti. Il finanziamento agli impianti non ancora realizzati viene quindi confermato.
Il governo si impegna allora a sanare il “disguido” con un provvedimento: il disegno di legge n. 1347 presentato dai ministri Bersani e Pecoraro Scanio. È fermo al Senato dal 22 febbraio.
In seguito, durante le sedute del Senato del 18 e 19 luglio, gli articoli proposti dai senatori Sodano e De Petris vengono accantonati e la discussione e approvazione degli articoli in questione dilazionata al 25 luglio e poi fino ad oggi.
Ancora: a novembre l’Autorità per l’energia elettrica e il gas emette la delibera 249, con la quale rivede alcune componenti degli incentivi alle fonti assimilate, riducendoli notevolmente.
Un risparmio annuale di circa 250 milioni di euro per le tasche degli italiani. Ma a maggio il Tar della Lombardia annulla la delibera dell’Autorità, su ricorso delle società “assimilabili” che godono degli incentivi Cip6: Edison, Saras (Moratti), Isab (Brachetti), Erg (Garrone)…
Il problema vero è che, comunque vada, nei prossimi anni le varie Edison, Sarlux, Asm Brescia, Hera, Enel, Api… continueranno a fare bilancio con i nostri soldi grazie agli impianti “realizzati”. Un sopruso incredibile a norma di legge.
Bisognerebbe che tutti i cittadini contrari a questa vergogna decurtassero dalla prossima bolletta la percentuale prevista per le fonti rinnovabili fintanto che sarà finalizzata a finanziare impianti inquinanti e nocivi.
Bisognerebbe che tutti i cittadini contrari a questa vergogna decurtassero il proprio voto ai politici che la hanno reso possibile.

I CERTIFICATI VERDI
I Certificati Verdi sono una forma di incentivazione dell’energia elettrica da fonti rinnovabili, crediti previsti dal Protocollo di Kyoto in funzione della riduzione la quantità di gas-serra (anidride carbonica ed altre emissioni inquinanti).
Se un impianto produce energia da fonti rinnovabili in misura superiore a quella stabilita per legge, e quindi emette meno CO2 di quanto avrebbe fatto utilizzando altre fonti più inquinanti, ottiene dei Certificati Verdi che può rivendere ad altri impianti che sono obbligati per legge a produrre una quota di energia mediante fonti rinnovabili ma non lo fanno o non raggiungono la percentuale prescritta. I certificati verdi possono anche essere accumulati e venduti successivamente, ad esempio quando il valore sia cresciuto a seguito della domanda di mercato (giacché sono sottoposti alle leggi della Borsa e, come tali, subiscono fluttuazioni di prezzo e sono oggetto di speculazione).
I Certificati Verdi sono stati introdotti in Italia dal decreto di liberalizzazione del settore elettrico che attuava le disposizioni della direttiva CEE del 19 dicembre 1996, noto come Decreto Bersani (16 marzo 1999).
La legge italiana stabilisce che dal 2001 ogni produttore o importatore di energia debba utilizzare fonti rinnovabili per il 2%, percentuale che si incrementa ogni anno, dal 2004, di 0,35 punti percentuali – per poter raggiungere l’obiettivo del 25% di energia da fonti rinnovabili sul totale dell’energia prodotta sul territorio nazionale, obiettivo che con la direttiva CEE del 27 settembre 2001 l’Italia si è impegnata a raggiungere nel 2010.
Se la quota non viene rispettata, le stesse aziende devono compensare il deficit mediante l’acquisto di certificati verdi messi in vendita dai produttori di energie rinnovabili o dal GRTN, l’autorità italiana gestore del sistema elettrico incaricata della supervisione degli incentivi alle fonti rinnovabili.
I produttori di energia da fonti rinnovabili, hanno inoltre, per legge, la “priorità di dispacciamento” cioè la garanzia, da parte del gestore della rete, dell’acquisto prioritario dell’energia così prodotta.
Il risultato complessivo di questa politica dovrebbe essere la creazione di un mercato in cui chi produce energia da fonte rinnovabile possa vendere l’energia con maggiori margini di profitto rispetto agli altri, in modo da incentivare, almeno in teoria, i modi di produzione dell’energia da fonti rinnovabili.
Abbiamo assistito fino ad oggi ad una politica italiana che a più riprese ha manifestato un aperto atteggiamento di resistenza alle normative europee, per il quale si sono verificate in Italia alcune gravissime irregolarità, che hanno vanificato lo scopo primario di promozione delle energie da fonte rinnovabile. Secondo la UE, solo la parte organica dei rifiuti potrebbe essere considerata rinnovabile; la restante parte deve essere considerata esclusivamente una forma di smaltimento dei rifiuto, escludendo esplicitamente la valenza di “recupero”. In Italia invece i Certificati Verdi sono stati attribuiti agli inceneritori, con la motivazione paradossale che solo questo criterio avrebbe permesso all’Italia di raggiungere l’obiettivo sottoscritto del 25% di energia da fonti rinnovabili!
Esiste tuttavia un altro grave aspetto legato alla politica dei Certificati Verdi, questa volta non attribuibile esclusivamente alla prassi politica italiana, ma ad un difetto evidente degli accordi di Kyoto: la possibilità attribuita ai produttori (e importatori) di energia, anche la più inquinante, di comprare i Certificati Verdi per “mettersi in regola”, di fatto vanifica lo scopo primario del protocollo di Kyoto stesso perché offre uno strumento per legittimare le energie inquinanti.
Ma l’aspetto più grave è questo: la crescita di un mercato lucrosissimo e di una borsa internazionale dei Certificati Verdi produce serie distorsioni nell’utilizzo degli stessi.
Ecco, ad esempio, un articolo apparso su Il Sole 24 ore (16.01.2007): “Il colosso gruppo dell’energia Gazprom ieri ha compiuto il primo passo significativo per entrare nel business dei certificati verdi di Kyoto firmando una joint venture con Dresdner Bank che si spera gli possa aprire un mercato stimato in 15 miliardi di euro nel 2008, a prezzi correnti, dai programmi di riduzione di anidride carbonica previsti dall’Unione europea. Il progetto prevede investimenti in certificati verdi, i crediti previsti da protocollo di Kyoto per la riduzione di emissioni inquinanti, principalmente in Russia ed Est Europa…”
È evidente come con opportune normative nazionali che adottino definizioni di “energia da fonti rinnovabili” che si discostino in modo apparentemente irrilevante dalla norme internazionali – che, quindi, attribuiscano l’idoneità per l’attribuzione dei Certificati Verdi ad aziende che “verdi” non sono per niente – si possano fare miliardi.
La politica ambientale viene già oggi gestita con i criteri della Borsa, e questa NON È una leggenda metropolitana!

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