La pattumiera dell’oceano Pacifico

Fonte: L’Internazionale

Da anni il capitano Moore e un gruppo di ricercatori solcano i mari a caccia di plastica: penne, bidoni, palloni. E tonnellate di minuscoli frammenti inquinanti

Charles Moore conserva le sue scoperte più belle in un armadio in fondo al suo giardino davanti all’oceano Pacifico, a Long Beach, in California.
È da dieci anni che a bordo di Alguita, il suo catamarano, dà ostinatamente la caccia a una preda molto particolare, la plastica finita nell’oceano. E ne trova di tutti i tipi: “Gli oggetti di plastica che preferisco sono i manici di ombrello”, dice sorridendo. Ha anche una gran quantità di spazzolini da denti, penne, recipienti deformati dai morsi degli squali. Un pallone a forma di cuore. Dei caschi.
Ma gli oggetti identificabili sono pochi, perché nessun oggetto rimane intatto a lungo. Il grosso della collezione è meno spettacolare, ma più preoccupante.
Sono particelle più piccole di un granello di sabbia, i resti del deterioramento degli oggetti. Ci sono anche tonnellate di granulati plastici, che servono da materia prima all’industria.
Moore ha appena scaricato dall’Alguita 50 campioni di “zuppa di plastica” pescati al largo. Questo suo interesse è nato per caso. Nel 1997, tornando da una regata tra Los Angeles e Honolulu, decise di prendere una rotta normalmente evitata dai marinai perché attraversa una zona di alta pressione, senza vento, dove le correnti si avvolgono in senso orario: il vortice del nord Pacifico. “Passavano i giorni e non vedevo un delfino, una balena, un pesce. Vedevo solo plastica”, ricorda. Così si prese a cuore questo luogo sperduto. Creò una fondazione e, con l’aiuto di scienziati specializzati nell’inquinamento marino, mise a punto un metodo di quantificazione dei rifiuti, prima di tornare nella zona.
I primi risultati sono stati pubblicati sul Marine Pollution Bulletin nel 2001.
L’équipe ha contato mediamente 334.271 frammenti di plastica per chilometro quadrato (ino a un massimo di 969.777 per chilometro quadrato), per un peso medio di cinque chili per chilometro quadrato. La massa di plastica era sei volte più elevata della massa di plancton raccolta. Il vortice intrappola i frammenti. Il sito dove vengono effettuati i prelievi, grande quanto il Texas, è chiamato Eastern garbage patch, “la discarica dell’est” del Pacifico. Qual è la superficie totale della “discarica”? “Non lo sappiamo”, spiega Moore. “L’acqua è sempre in movimento, l’inquinamento è difficile da misurare. Ho percorso 150mila chilometri a bordo dell’Alguita nel nord del Pacifico e non ho trovato altro che plastica, ovunque”.
Un materiale indistruttibile
I frammenti prelevati durante l’ultimo viaggio dell’Alguita saranno selezionati e classificati in 128 categorie, in funzione del tipo (ilo, pellicola, spuma, frammento, granulato), della dimensione e del colore. Moore non ha una formazione da scienziato, ma il suo lavoro è molto apprezzato dagli esperti, perché si spinge dove nessun altro va, nel bel mezzo dell’oceano. “Ha dimostrato che questo inquinamento esiste, è un pioniere”, commenta Anthony Andrady, esperto in polimeri del Research triangle institute.
Secondo Andrady, l’impatto di questo tipo d’inquinamento è sottostimato.
Nel 2006 nel mondo sono state prodotte circa 245 milioni di tonnellate di plastica. Una parte, difficile da quantificare, raggiunge il mare, soprattutto tramite i fiumi e i sistemi di scarico delle acque urbane. Senza dimenticare i rifiuti abbandonati sulle spiagge. Circa l’80 per cento della plastica trovata in mare viene dalla terraferma. Solo il 20 percento dalle imbarcazioni.
La plastica ha tante qualità. Costa poco ed è molto resistente. Troppo, quando sfugge ai circuiti di raccolta e smaltimento dei rifiuti. In natura sembra indistruttibile. “Nessuno sa quanto tempo ci mette a scomparire del tutto”, spiega Andrady. Può frammentarsi al punto da trasformarsi in polvere, ma rimane lì. Nessun microrganismo è in grado di degradarla completamente. Tutta la plastica che si è dispersa nell’ambiente da quando si è cominciato a produrla c’è ancora”. Pulire l’oceano è impossibile. “Sarebbe come passare al setaccio il Sahara”, sostiene Moore. L’unica soluzione, afferma, è sviluppare la plastica riciclabile, biodegradabile, attualmente poco diffusa, e cambiare le nostre abitudini: “Dovremmo usare la plastica solo per gli oggetti che davvero vogliamo far durare”.

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