Ecofirenze con i battelli

Cosa fa Firenze per l’ambiente, perché si viva in modo ecosostenibile?
Assolutamente nulla: anzi, la situazione peggiora.
Il servizio di trasporto pubblico è scadente, per tracciati di linee centripete, per scarse frequenze (nei feriali la linea 3 passa ogni 22 minuti e la linea 33 ogni 42), per pericolosità (quando piove i pavimenti dei bus sono dannatamente scivolosi) aggravata dalla guida molto brusca degli autisti Ataf. Pertanto chi vuole sentirsi un signore, viaggia in auto; chi ha più fretta, viaggia in moto; sono 100.000 i motorini in città, un record.
L’inquinamento da gas di scarico, il maggiore, va alle stelle; in quanto i cosiddetti tecnico del Comune intervengono per rendere meno fluido e più inquinante il traffico: semafori inutili, rotonde inutili, dissuasori di velocità inutilissimi, postazioni radar inutili perché fisse e preannunciate.
Negli immobili ci sono eccessi di riscaldamento; c’è da ringraziare la recessione, se è rallentata la corsa all’acquisto degli inquinantissimi condizionatori d’aria, che l’ossessiva e martellante pubblicità televisiva, nascondendo gli svantaggi, presenta come acquisto necessario e benefico alla massa del teledipendente popolo bue.
Siamo vittime dell’inattività nazionale in tema di ambiente e degli stili di vita sbagliati, che la televisione diffonde anche con i telegiornali banali, facendo sentire un morto di fame chi non consuma, chi non va in gita o in ferie il Primo Maggio, a Ferragosto e feste comandate. Che fare?
Ogni città s’impegna di suo per migliorare la qualità della vita. Firenze invece la peggiora; perché s’impegna nei lavori pubblici, grandi opere, i più faraonici possibili; perché (“a pensar male si ha sempre ragione” dice il saggio cinico Andreotti) i grandi lavori smuovono grandi capitali, ovvero si travasa ricchezza dalle tasche del popolo alle casseforti di costruttori e politici.
Qualche linea tranviaria è un lusso, che i cittadini pagheranno caro con le tasse ed i ridotti servizi sociali; perché persistendo nello schema centripeto, non si migliora il trasporto pubblico e lavori decennali provocano enormi disagi. Per non parlare del costoso, pericoloso, devastante tunnel Tav, espressione di una volontà malefica e criminale, in presenza di un progetto di superficie dell’ing. Vincenzo Abruzzo (progettista dell’ottima Tav Firenze-Roma), assai migliore nell’efficacia, ma ignorato perché di costi irrisori e di realizzazione in tempi più brevi rispetto al tunnel..
Ci si interroga sul futuro delle città; visto che nel 2050 si stima che la popolazione cittadina sarà il 70%, mentre 2 secoli e mezzo prima era appena il 2%; in tema di ecologia si fanno progressi impensabili qualche anno fa, suscitando la speranza che questo nostro vecchio Mondo non finirà in malora.
In Cina, paese a base povera, ma con buoni studi, ottima ricerca e forte decisionismo politico, lanciatosi in un tumultuoso sviluppo industriale, gli impressionanti problemi ambientali hanno provocato un obbligato cambio di strategia. Per ora Dongtan è solo un primo progetto di una città ex-novo di 50.000 abitanti vicino a Shanghai, prevista funzionante nel 2040 ad impatto zero e fabbisogno di energia (rinnovabile) ridotto del 66% rispetto ai consumi attuali. Il 2040 è ancora lontano, ma almeno c’è il progetto esecutivo e la volontà di realizzarlo. Grazie ai progressi tecnici è facile un progetto ex-novo basato sui trasporti pubblici, sui riciclaggi (compreso il metano prodotto dalle deiezioni), sugli spazi verdi per assorbire la CO2. Piace che nel progetto sia inserita un’idea antica, italiana: poiché la città è in piano, ci saranno canali per trasportare passeggeri e merci con batelli ad energi solare; è una moderna separazione tra fra traffico pedonale e veicolare, come avviene da secoli a Venezia, città all’avanguardia, ma non lo sapeva.
Lasciamo il sogno cinese ed altri progetti in vari paesi, per guardare la realtà. Dal 2002, dopo solo 2 anni di lavori, nella zona Sud di Londra funziona il quartiere BedZED (zero emission development), tutto a pannelli fotovoltaici e riciclaggi. Vauban è il primo quartiere ecologico realizzato in Germania, a Friburgo di Brisgovia; è la seconda pianificazione ex-novo della fortunata città, dopo quella iniziale degli Zähhringen nel 1118, che fu all’origine dell’urbanistica medioevale, di cui i maggiori esempi furono Zurigo e Berna.

Con un po’ di ritardo, qualcosa si muove anche in Italia, oltre al Salone Internazionale dell’Edilizia di Bologna, mirato sulla sostenibilità nell’architettura. La prima costruzione di quartiere biosostenibile ha luogo a Nerviano, 20 km a Nord-Ovest dal centro di Milano, nell’hinterland più densamente abitato. E’ un piccolo progetto, solo 22 abitazioni ma “Passive On”, termine che indica il bilancio attivo tra energia prodotta e consumata; scesa da 190 a 14 watt per metro quadro rispetto ai vecchi edifici, con geniali accorgimenti: come pezzi di tetto in vetro per ottenere un mini effetto serra e camini a specchi che fanno rimbalzare negli interni la luce solare.
In Italia il più grave dei problemi è il consumo edilizio di territorio agricolo, che perde la sua funzione di assorbimento di anidride carbonica; quindi si deve tenere a freno la lobby dell’edilizia e costruire il minimo indispensabile, intervenendo sul patrimonio edilizio esistente ed occupando impianti dismessi, ovvero terreni già impermeabilizzati.
A parte le nuove costruzioni, cosa si può fare per le vecchie città? Dove possibile si centralizza l’impianto di riscaldamento, quindi si procede col principio della compensazione delle emissioni di CO2 con la vegetazione: si trasformano le vie in viali alberati, si piantano alberi dappertutto e si ampliano gli spazi verdi. Poiché c’è fame di spazio, si duplicano gli usi: sui parcheggi coperti si stende un manto vegetale. Non è difficile nei paesi esenti dal problema di pesante innevamento, dove i tetti sono a terrazze o a spioventi molto ribassati, sistemare pannelli solari per l’energia necessaria all’immobile. Servirà un incentivo comunale; ma dove la struttura lo consente, le terrazze, spesso poco utilizzate, possono essere trasformate in giardini pensili; l’inquilino dell’ultimo piano sarà inviadiato, per produrre qualche ortaggio in terrazza, pur potendo piazzarci un paio di sedie a sdraio. Ovviamente ciò non è possibile nei centri storici antichi, dove le coperture, in Toscana a coppi, creano un paesaggio urbano singolare, un ambiente caratteristico che non si vuol perdere; ma è l’immobilismo della popolazione che vuole estendere l’intoccabilità del tessuto urbano all’intera città; mentre si può e si deve intervenie con modifiche in senso biosostenibile nella città moderna, nella città del grande sviluppo ottocentesco iniziato con la rivoluzione industriale e con i trasporti.
A Firenze la città antica, quella dentro il giro delle mura, genericamente vincolata dalle Belle Arti, è meno di 1/10 della conurbazione metropolitana, comprendente gli agglomerati di Bagno a Ripoli, Scandicci, Sesto Fiorentino contigui a Firenze; ci sono quindi ampie possibilità per una trasformazione in senso biosostenibile. L’intoccabile centro storico, fonte di reddito turistico a vantaggio dell’intera città, resterà la voce passiva nel consumo di CO2; ragione di più per trasformare i restanto quartieri in “Passive On”, ecologicamente virtuosi, in modo da compensare il peso inquinante del centro.
Se si vuole mantenere lo splendido, un po’ malconcio per degrado, centro storico com’è, un luogo esteticamente privilegiato, bisogna creare una vera “città proibita”, intendendo proibita al traffico veicolare privato. Non tutto deve essere vietato, qualche eccezione si farà; di certo occorre una ben più rigida disciplina del traffico, assicurando la mobilità con i trasporti pubblici. Non servono pesanti tram, bensì piccoli autobus ecologici; in appoggio al servizio ferroviario metropolitano, posizionato appena fuori del centro, ma che ha nella Stazione Santa Maria Novella il collettore del traffico pendolare in posizione centrale.
Perché non usare anche l’Arno per il trasporto pubblico in Firenze?
Le pescaie di S. Nicolò e di Ognissanti (S. Rosa) delimitano il tratto centrale ad un paio di chilometri e non è poco; ma si potrebbe viaggiare più a lungo, partendo a monte a Rovezzano, mentre a valle di Firenze non ci sono problemi di limite dato da pescaie. Fossimo stati all’estero, dove la navigazione fluviale va per la maggiore, avrebbero costruito delle chiuse e reso l’intero fiume navigabile senza interruzioni. Non si pretende tanto: alle pescaie di S. Nicolò e di S. Rosa i passeggeri che proseguono, percorrendo una scaletta, trasbordano sul mezzo che fa servizio sull’altro tratto; niente di grave, essendo normale cambiare mezzo anche a terra.. Sarebbe un percorso diverso, di strano silenzio, lontano dal fragore del traffico stradale. Sarebbe un’occasione per mantenere pulite, illuminate, frequentate di giorno e di notte le rive cittadine dell’Arno; peccato che, tranne grossi lavori, ne sia impedito l’accesso a chi non è in condizioni di camminare, ovvero scendere e salire tra Lungarni e banchine. Fiorentini e turisti si godrebbero visuali nuove; i battelli non inquinerebbero, perché prenderebbero la poca energia necessaria dai pannelli solari. Solo se il progetto venisse a costare una barcata di quattrini, potrebbe interessare i gran signori dell’Amministrazione Fiorentina; allora mettiamo in preventivo anche l’ascensore ad ogni fermata e un chitarrista a bordo (Firenze sogna!)

Pietro Cipollaro

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2 Risposte

  1. guardate questo video

  2. Grazie della segnalazione!

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