La città sepolta di Castro e la scommessa della sua valorizzazione

E’ chiamata la Cartagine della Maremma. Ma, a differenza della più celebre città punica, rinata dalle ceneri della sua distruzione, l’antica Castro fatica a riemergere dal suo passato. Quasi che la natura del luogo, quattro secoli dopo la sua demolizione, non sia ancora disposta a cedere terreno alla storia umana. E si diverta anzi a confonderci le idee sugli esatti confini dell’una e dell’altra. Ci troviamo nella Tuscia Viterbese, su uno sperone tufaceo dalla forma triangolare segnato dalle gole del fiume Olpeta e dal Fosso delle Monache. Un’area che, per la peculiare morfologia geologica, fu scelta già dagli uomini del paleolitico come centro di insediamenti umani. Abitata senza soluzione di continuità dagli etruschi ─che ne hanno lasciato traccia nelle necropoli dei dintorni─ e quindi dai romani, Castro conobbe un periodo di straordinaria fioritura economica a partire dal Medioevo. La posizione strategica al confine tra i futuri Stato Pontificio, Granducato di Toscana e il mare, la difficile accessibilità dei luoghi, unita alla fertilità del suolo circostante e al consistente patrimonio boschivo consentirono infatti al centro di raggiungere un’autosufficienza produttiva insolita per il periodo. Quasi a suggello della fortunata condizione, una strana coincidenza storica le conferì nel X secolo l’appellativo di Castrum Felicitatis: Felicita era infatti il nome della nobildonna che allora la governò. Ma le fortune non arrivano mai da sole: contesa ben presto dalle famiglie locali, la città entrò nel 1320 sotto il protettorato della Chiesa e, quindici anni dopo, sotto quello dei Farnese, che, nel 1537, sotto papa Paolo III Farnese, la elessero capitale del Ducato di Castro e Ronciglione. Fu in questo periodo che venne scomodato un architetto della fama di Antonio da Sangallo il Giovane per fare assurgere alla città il rango che si doveva al suo ruolo: sotto la sua direzione, ne vennero così riprogettate mura difensive ed edifici pubblici e privati. Quanto bastò per renderla uno dei centri più in vista del nostro Rinascimento. La favola durò fino almeno alla metà del XVI secolo. Dopo questa data, il progressivo spostamento di interessi della famiglia Farnese verso il più appetibile Ducato di Parma e Piacenza segnò l’inizio del suo tracollo. I gravi indebitamenti familiari e gli insanabili contrasti con la famiglia Barberini, desiderosa di acquisirla ai propri possedimenti, fecero il resto. La sua morte, così annunciata, avvenne per mano delle truppe papali che, nel 1649, la conquistarono e la rasero al suolo.Fin qui la storia degli uomini. Oltre, l’inesorabile opera della natura. Impegnata nei secoli successivi a ricoprire con un fitto bosco quanto restava delle rovine della sua Piazza Maggiore, della Zecca, dell’Hostaria e delle circa tredici chiese presenti. Per lungo tempo, solo qualche fuggiasco tornò a scegliere romitori e anfratti della zona come dimora del proprio vagabondare. Bisognerà aspettare l’inizio del nuovo millennio perché, grazie all’acquisizione del bosco su cui sorgeva la città da parte dell’amministrazione comunale locale, si inizino a gettare le basi per la tutela del patrimonio ivi presente. Compito per niente facile quando si tratta di una città “fantasma”, nella quale diventa delicato intervenire senza stravolgere l’assetto paesaggistico originario ormai “storicizzato”.E quando il comitato tecnico-scientifico ─ uno dei primi prodotti dal 2005 del piano di valorizzazione del sito ─ inizia a scontrarsi con le logiche campanilistiche delle amministrazioni comunali che vi gravitano intorno. Eppure, si riesce a scavare. Dalle prime campagne archeologiche degli anni ’60 ad oggi tornano alla luce importanti testimonianze del suo passato: la necropoli etrusca, il Duomo di San Savino e la Chiesa di Santa Maria Intus Civitatem. Resta tuttavia spesso l’amara sensazione di farlo solo per i tombaroli, che, nel caso del duomo dedicato al protettore della città, si impossessano di buona parte delle decorazioni della facciata. Primo problema, dunque: chi scava e per chi? Ovvero: assunzione di responsabilità dei ruoli e messa in sicurezza del sito. E quindi: come arriviamo al sito? Ovvero: accessibilità dei luoghi. Aspetto per il quale si sta lavorando sull’ipotesi di rendere nuovamente fruibile la cosiddetta “tagliata etrusca”: l’imponente infrastruttura scavata nel tufo, che è stata per lungo tempo la vera via d’accesso alla città. Attualmente inagibile per problemi di sicurezza, consentirebbe, mediante un suo opportuno utilizzo, non solo di recuperare l’originaria prospettiva di ingresso al centro ma anche, come già nel caso delle “vie cave” di Sovana, Sorano e Pitigliano (riconosciute nel 2004 dalla World Monuments Fund come “beni da tutelare”), di esplorare un microambiente unico nel suo genere.Come sempre, bisogna impegnarsi. E qualcuno lo sta già facendo. Le risorse umane locali, anzitutto. Ma anche, le istituzioni extraterritoriali, convinte che la difesa del territorio sia un dovere senza confini. Tra queste, l’Istituto per l’Arte e il Restauro Palazzo Spinelli di Firenze, incaricato dal 2008 dal Comune di Ischia di Castro di redigere un progetto multimediale di riqualificazione di una sala del museo civico e di ricostruzione virtuale di una biga etrusca rinvenuta nel 1967 e oggi al museo di Viterbo. I primi risultati concreti si vedranno nell’ottobre di quest’anno con il Festival dell’antica città di Castro, che vuole essere solo una tappa di un percorso ancora tutto da tracciare. Può essere un buon inizio, se non altro come simbolo di una volontà di valorizzazione condivisa tra più soggetti. Quella senza la quale si rischia la navigazione a vista nell’italico mare dell’improvvisazione.
Donatella Vassallo

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