La Commissione Bilancio conferma la Robin Tax sulle rinnovabili

Fonte: Casa&Clima
Rimane la perplessità delle associazioni contro la Manovra Bis che estende anche alle aziende energetiche l’addizionale Ires al 10,5%

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La Commissione Bilancio del Senato ha dato ieri il via libera, con modifiche, alla Manovra Bis (decreto legge n. 138/2011), che da domani passa all’esame dell’Aula di Palazzo Madama.
Sembra confermato l’innalzamento dal 6,5% al 10,5% della Robin Tax, l’addizionale Ires per le società energetiche con fatturato superiore a 10 milioni di euro, comprese quelle che producono energia da fonti rinnovabili.
Aper: ennesima contraddizione che fa male all’Italia
Secondo Aper (Associazione Produttori di Energia da Fonti Rinnovabili), questa nuova tassa “è in aperta contraddizione con i programmi di promozione e sostegno dello sviluppo delle fonti rinnovabili, contenuti nel decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28 (in attuazione a precisi e vincolanti obblighi comunitari – il pacchetto Energia/Clima 20-20-20) e colpirebbe ulteriormente un comparto che si è già visto, negli scorsi mesi, tagliare significativamente gli incentivi nonostante il perdurare di elevati oneri autorizzativi e dell’incertezza normativa”.
“Se la norma venisse realmente approvata – afferma Agostino Re Rebaudengo, Presidente di APER – metterebbe a rischio lo sviluppo di un settore chiave ed anticiclico per la nostra economia che sta già portando benefici diretti a tutti i cittadini/consumatori, riducendo i prezzi di borsa dell’energia elettrica nelle ore di picco estive per un ammontare di circa 500 milioni di euro/anno ed evitando costi per l’acquisto di titoli di emissione di CO2 per un ammontare pari a circa 200 milioni di euro/anno. La nuova tassa ridurrebbe drasticamente la prospettiva, al 2020, di nuovi posti di lavoro e di nuovi investimenti ad oggi previsti per oltre i 50 miliardi di euro”.
APER chiede quindi a Governo e Parlamento di “rivedere radicalmente le modalità e gli ambiti di applicazione della Robin Hood Tax, eliminando tale iniqua e discriminatoria imposta a carico solo del settore energetico, fonti rinnovabili incluse”.
Anev: scarso interesse del Governo per il settore
Anche Anev (Associazione nazionale energia del vento) ha espresso disappunto per la Robin Tax sulle rinnovabili. “Mentre il mondo intero riconosce nell’eolico un settore strategico per crescita e sviluppo, in Italia l’ennesimo taglio del 10% previsto con la Robin Tax è sintomo – afferma Anev – dello scarso interesse da parte del Governo per un comparto che potrebbe rilanciare l’economia nazionale con importanti benefici in termini di occupazione (il potenziale occupazionale previsto al 2020 è di 67.010 addetti nel settore) e ricchezza e che permetterebbe all’Italia di raggiungere nel modo più economico possibile gli obiettivi energetici comunitari posti al 2020. Sfruttata al meglio, la fonte eolica sarebbe in grado di colmare nel 2020 i consumi domestici per circa il 7% del fabbisogno nazionale e permetterebbe non solo di ridurre la dipendenza energetica da altri Paesi e di ottenere rilevanti benefici in termini ambientali, ma anche di risparmiare sulle penalità comminate dall’Europa per il mancato rispetto degli obiettivi comunitari, che andrebbero a gravare comunque sull’economia italiana”.
Ci rimettono anche i Comuni
L’innalzamento al 10,5% dell’addizionale Ires sulle società delle rinnovabili rappresenta, secondo Anev, una “misura fuori luogo che mostra una scarsa conoscenza da parte del Governo dei settori di sviluppo industriale del nostro Paese e che vede ancora una volta l’Italia muoversi nella direzione opposta rispetto agli altri Paesi europei che investono sulle energie pulite. Inoltre, il taglio previsto all’eolico che l’esecutivo pensa di usare per ridurre i tagli ai Comuni, avrà l’effetto esattamente inverso in quanto, come noto a tutti meno che al Governo, gli oltre 150 Comuni che ospitano parchi eolici ricevono delle royalties che vengono con questo provvedimento largamente ridotte o addirittura azzerate”.
Ripartire la tassa con gli altri comparti
L’Associazione chiede al Governo che la nuova tassa “venga ripartita con gli altri comparti regolati e che abbia una gradualità di onere tra settori, minimizzando al massimo il peso su comparti in crisi come l’eolico. La soluzione potrebbe essere ritrovata in un meccanismo che non sovra remuneri gli impianti, ma che garantisca una remunerazione dell’investimento con un livello di incentivazione coerente con il costo dell’energia, come fatto da altri Paesi Europei”.

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