La strage di Capaci e la confisca dei beni alle mafie: dalla memoria all’impegno

Era il 23 maggio del 1992, avevo 15 anni e il tritolo sulla Palermo-Capaci mi esplose dentro come un detonatore. Per me, nata e cresciuta in Sicilia, la mafia era stata fino a quel momento una parola che preferivo non conoscere per fare finta non esistesse. Dopo quel giorno non fu più possibile. Si era aperto un baratro e io ci ero finita dentro. Ma chiamare quella cosa “mafia” non mi riusciva. Ancora adesso ammetto di avere delle difficoltà. Bisognerebbe avere la capacità di Picasso quando dipinse Guernica. E a me manca.
Intanto però qualcosa è cambiato. La morte di Falcone, seguita a breve a quella di Borsellino, ha avuto il merito di suscitare una reazione immediata nella società civile. Le forme della mobilitazione avevano, all’inizio, i contorni di un corto circuito emotivo: il Comitato dei lenzuoli di Palermo era il segno di una resistenza. Quella di chi credeva che la lotta alla mafia andasse fatta con nuovi strumenti, che si chiamavano educazione alla legalità e alla cultura democratica e non (solo) repressione armata. L’elaborazione del lutto e la voglia di riscatto hanno permesso il concretizzarsi di questa volontà collettiva.
In questo contesto nacque nel 1995 Libera di don Luigi Ciotti, la prima associazione nazionale di lotta contro le mafie. Il risultato immediato, voluto da una raccolta di firme a livello nazionale, fu l’approvazione di un disegno di legge (n.109/1996) finalizzato al riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati alle organizzazioni mafiose. Si trattava di un duro colpo, non solo da un punto di vista simbolico, per gli “uomini d’onore” che hanno sempre fatto del controllo del territorio un punto di forza del proprio prestigio sociale.
La nuova stagione di lotta alla mafia conobbe un forte impulso nel corso degli ultimi anni con la costituzione dapprima di un Osservatorio Permanente sui beni confiscati e con l’introduzione, nel 2007, dopo travagliate vicende legislative, di un Commissario straordinario del Governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati a organizzazioni criminali.
E’ stato grazie a questo cammino istituzionale e all’impegno delle associazioni e cooperative agricole via via sorte in Sicilia se in territori come quelli dell’Alto Belice corleonese, patria dei vari Riina, Provenzano e Bagarella, si è potuta affermare una cultura di riscatto sociale che produce lavoro, legalità e ricchezza economica. Da qui esperienze simili si sono poi affermate in Calabria, in Puglia, in Campania e nel Lazio accanto a paralleli progetti di riutilizzo a fini sociali degli immobili confiscati ai mafiosi: beni tornati in possesso dello Stato e trasformati in comunità di recupero per tossicodipendenti, in centri di riabilitazione per anziani e in luoghi di aggregazione giovanile.
Il percorso avviato è ormai per fortuna irreversibile ma nessuna conquista è tale per sempre. Le difficoltà sono sempre dietro l’angolo; lo sanno bene quanti si trovano in prima persona a dover fronteggiare intimidazioni fisiche, minacce verbali e intoppi burocratici di vario genere. Gli otto/dieci anni necessari in media per il riutilizzo del bene dal momento del suo sequestro rischiano di essere decisamente troppi per non vanificare ogni buona intenzione. Soprattutto laddove si consideri che si tratta spesso di immobili necessitanti interventi di ristrutturazione e di riqualificazione edilizia e che non di rado la scarsa trasparenza in fase di assegnazione dei beni finisce con il perpetuare le pratiche che si intende combattere. Anche in questo caso, un approccio più strutturale al problema, sgombro dalle approssimazioni dettate dalla difesa di interessi di parte, eviterebbe la perdita di tempo e di risorse utili. Uno spreco che rischia di essere, in definitiva, la spia di un calo di attenzione al problema che non possiamo permetterci.
Donatella Vassallo

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