Le cave in Italia

Fonte: La Stampa
Di: Giuseppe Salvaggiulo

L’Italia sventrata e svenduta
Migliaia di cave concesse a canoni irrisori: persi 500 milioni di euro l’anno

Lo spettacolo è agghiacciante e non si dimentica: un’intera montagna sventrata. Si apre ogni giorno davanti agli occhi degli automobilisti che percorrono l’Autostrada del Sole, all’altezza del casello Caserta Nord. È l’immagine di un paese che deturpa il suo paesaggio, disseminandolo di migliaia cave, e soprattutto lo svende, concedendo concessioni a canoni irrisori, se non gratis. Oltre al danno ambientale, quello economico. Per la prima volta fotografato da un dossier di Legambiente, che quantifica in 500 milioni di euro i quattrini che Stato e Regioni rinunciano a incassare «regalando» il territorio.
Di cave si parla pochissimo, in Italia. Eppure si tratta di un settore che muove 5 miliardi di euro per il solo indotto creato dagli inerti usati nell’edilizia. E suscita appetiti non solo imprenditoriali, ma anche criminali. Le cave attive su tutto il territorio sono poco meno di 6 mila, circa 10 mila quelle dismesse. In tutto, dunque, si arriva a 16 mila: una media di due cave per ogni Comune.
E continuano ad aumentare. Il motivo è semplice: attivare una cava richiede una semplice autorizzazione e costa poco. «I canoni di concessione – scrive Legambiente – risultano a dir poco scandalosi. In media, infatti, nelle regioni si paga il 4 per cento del prezzo di vendita degli inerti. Ancor più assurda è la situazione delle regioni dove si cava addirittura gratis, come in Valle d’Aosta, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna».
Le amministrazioni pubbliche incassano ogni anno dai canoni di concessione la miseria di 53 milioni di euro, a fronte di ricavi per le imprese di 1,7 miliardi di euro. Se l’Italia applicasse le regole della Gran Bretagna, per esempio, incasserebbe ogni anno 567 milioni di euro. Mezzo miliardo in più.
Ma l’Italia non è la Gran Bretagna. E nemmeno la Francia, la Germania e un po’ tutta l’Europa, che segue un’altra strada: incentivare il riciclo dei materiali degli edifici demoliti per ridurre l’impatto sul territorio di cave e discariche. Per farlo basta imporre limiti e canoni più robusti ai cavatori e rendere più costoso lo smaltimento dei rifiuti inerti in discarica. A quel punto le imprese scoprono che conviene riciclare e lo fanno.
La Danimarca ci lavora da vent’anni e oggi vanta il record del 90 per cento di materiale edilizio riciclato. Olanda e Belgio sono all’80 per cento. La Gran Bretagna ha svoltato sette anni fa e oggi ricicla il 50 per cento. La Svezia ha triplicato il canone sulle cave negli ultimi dieci anni. La Repubblica Ceca ha aggiunto un’imposta calcolata sul territorio occupato, in funzione del danno ambientale.
Noi no. Noi non ci pensiamo nemmeno: incentiviamo con canoni bassi sia le cave che le discariche, riciclando meno del 10 per cento. Doppio danno ambientale, doppio spreco economico. «A Roma si sta scavando per la nuova linea della metropolitana, ma tutto quel materiale finisce in discarica», spiega Edoardo Zanchini di Legambiente, autore della ricerca. Solo la Valle d’Aosta ha cominciato a sperimentare la via europea.
Che questi temi interessino poco alla politica, è dimostrato dal fatto che la normativa nazionale di riferimento risale al 1927, in pieno regime fascista. Mezzo secolo dopo quel regio decreto, i poteri furono trasferiti alle Regioni. E infatti oggi il ministero dell’Ambiente fa sapere che la responsabilità è tutta loro.
Il bilancio è sconfortante: un censimento ufficiale delle cave non esiste. In nove regioni non esistono i piani per stabilire dove scavare e dove no. I dati sono aggiornati con fatica e mancano i controlli sulle estrazioni effettive (necessari per calcolare i canoni da pagare). La Calabria, in trent’anni, non è riuscita ad approvare una legge, legittimando l’anarchia dei Comune.
Il fatto che le regioni meno virtuose siano quelle meridionali non è un caso. «Il controllo delle organizzazioni mafiose è totale», sostiene Zanchini. In Campania, dove un piano ancora non c’è, la quantità di materiale estratto legalmente è tra le più basse d’Italia, perché la camorra fa da sé. Solo nelle province di Napoli e Caserta, si stimano più di mille cave abusive. I boss prima le aprono e poi, quando non servono più, le riempiono di rifiuti. Ecco chi ci guadagna nell’Italia sventrata e svenduta.

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