L’Italia è sogno

La vita è sogno dello spagnolo Pedro Calderón de la Barca è la quintessenza del teatro barocco. Racconta la storia di Basilio, re di Polonia, che, per evitare le sventure predettegli da un astrologo alla nascita del figlio Sigismondo, lo fa rinchiudere in una torre. Un giorno, per provarne la veridicità, ordina che venga portato, addormentato, in palazzo dove tutti lo accolgono come un principe ereditario. Svegliatosi, Sigismondo, che è stato allevato come una belva, libera i suoi istinti peggiori, cosicché il re ne decreta un nuovo allontanamento. Ridestatosi, Sigismondo non sa se il giorno trascorso a corte sia stato un sogno, ma decide comunque che, se dovesse tornarvi, emenderà la propria condotta perché: “[…]l’esperienza m’insegna che l’uomo che vive sogna quello che egli è, sino al risveglio.Sogna il re d’esser re e vive in quest’inganno comandando, disponendo, governando; i plausi ch’egli riceve, non più che in prestito, li scrive nel vento, e li converte in cenere la morte!”
Alla luce di questa consapevolezza, il protagonista diventerà un sovrano esemplare dal giorno in cui il popolo, scoperta la sua esistenza, ne permetterà la liberazione e l’ascesa al trono.
Le considerazioni di Sigismondo mi sono tornate in mente nei giorni che hanno preceduto, accompagnato e seguito il recente G8 de L’Aquila. Nei tanti parallelismi che la storia ci offre, non sorprende che il dramma di Calderón, come tutte le opere del periodo, sia stato concepito nel momento di massima crisi istituzionale, economica e sociale del suo Paese. Il “secolo d’oro” è consustanziale alla miseria, materiale e morale, del tempo.
Può essere una chiave di lettura. Ma non fermiamoci qui.
In questo primo scorcio d’estate, è successo anche dell’altro dietro le quinte italiche.
Questo, per esempio: il 29 giugno, Rita Clementi, ricercatrice medico di 47 anni, ha scritto al presidente Napolitano una lettera per annunciare la sua decisione di lasciare l’Italia. Laureatasi in Medicina, con specializzazione in Pediatria e Genetica Medica, nel 2004 aveva pubblicato un articolo che sintetizzava i risultati delle sue ricerche sull’origine genetica di alcune forme di linfoma maligno. Le istituzioni presso le quali lavorava non l’hanno reputato abbastanza interessante (a cosa vuoi serva una possibile cura per il cancro?) mentre illustri gruppi di ricerca stranieri ne hanno confermato gli esiti facendolo diventare parte integrante dei loro progetti. Da lì il passo verso la partenza è stato breve, seppur sofferto. Dal 1° luglio, Rita Clementi lavora come ricercatrice presso un importante centro medico di Boston. Dopo anni di contratti a termine, di precarie borse di studio e di notti trascorse in laboratorio una volta rimboccate le coperte ai propri figli.
Della sua lettera colpisce non tanto l’accento sulla nostrana mancanza di finanziamenti per la ricerca ma la denuncia del malcostume imperante, quello che premia i disonesti, danneggia le menti migliori e impedisce di curare i malati. Lo stesso che, infine, ostacola chi sa di fare le denunce per paura di ritorsioni. “Con molta amarezza, signor presidente, la saluto”: un commiato che è anche un epitaffio sul nostro futuro.
Mentre Rita Clementi faceva le valige, usciva in libreria La bellezza e l’inferno di Roberto Saviano. Lo scrittore diventato, suo malgrado, uno che, le rare volte in cui lo vedi in televisione, sembra appena tornato dal regno di Lucifero. E che del nostro mondo ha anche dimenticato dove si tengano le mani. Forse perché troppo spesso le ha usate per tirare pugni di rabbia contro le pareti della sua reclusione coatta. O forse perché, quando gli parli del traffico delle nostre strade, non capisce di quale Paese di tratti. Lui ne ha visto e vissuto un altro. Quello in cui la camorra non è un’organizzazione criminale. È l’economia. È il made in Italy. È il marchio che sta dietro, davanti, ai lati di ogni traffico di droga, di cemento, di benzina, di caffè, di rifiuti tossici, di magliette contraffatte, di cellulari, di pane, di mozzarelle, di ortaggi. Gli stessi che ci ritroviamo nelle nostre case, nelle nostre strade, nelle nostre città. A Napoli, come a Milano, come in Scozia, come in Romania, come in Sudafrica. È la nostra immagine vincente, insomma.
Cosa ci trasmettono allora queste storie? L’alto valore morale dei protagonisti? Forse. Ma provate a dirlo ai vostri figli, a insegnare loro il dovere verso se stessi, lo spirito di sacrificio, uno di quei pomeriggi in cui non vorranno saperne di starsene incollati a una scrivania a fare i compiti. Vi sentirete rispondere che non ne vale la pena: meglio rilassarsi, seguire la corrente, tutt’al più cercarsi il potente di turno che ti dia tutto e subito.
E io mi chiedo se sia davvero questo il Paese che vogliamo vivere e sognare.
Donatella Vassallo

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