Raccolta di scritti sul problema scuola del dr. Pietro Cipollaro

Fonte: A Città Nuova, 14.7.1992

Esami a settembre, economia e profitto

L’abolizione degli esami di riparazione a settembre è una vecchia idea che ritorna spesso, sia per mania riformistica (politico: ergo riformo), sia perché si ammanta di successo se presentata come “risparmio” per le supertassate famiglie. Il politico, se non riforma, si sente sottoutilizzato e non baciato dalla gloria; ma nuove leggi urgono su argomenti nuovi, come lo era la droga; su materie già codificate le drastiche riforme rischiano di distruggere quel che c’era di buono.
Innanzi tutto parlare di risparmio è errato; se non un voluto inganno per gli ignari (purtroppo la massa cara ai politici) che della spesa considerano solo la partenza e non l’arrivo. Infatti 200.000 rimandati x 1 milione di lire a testa per ripetizioni fa 200 miliardi; abolendo gli esami di riparazione i 200 miliardi risparmiati da tante famiglie, sono esattamente (non se ne perde una goccia) i 200 miliardi di mancati introiti di altre famiglie. Né è lo stesso lasciare tutto fermo; perché più il mercato si muove in modo naturale, più ne toccherà ai non ricchi.
I figli di famiglia povera sono i più decisi a migliorare e, cervello permettendo, sgobbano ben sapendo che i genitori non hanno da pagargli ripetizioni; i figli di benestanti (a parte le distrazioni del benessere) possono studiare il minimo rischiando di essere rimandati, tanto la famiglia può provvedere. I professorini neo laureati, gli universitari che passano l’estate in città a dare ripetizioni, quelli che aspettano una cattedra da concorsi non banditi, che cercano supplenze, senza gli introiti delle ripetizioni vedranno la loro gioventù ancora più depressa dalla povertà. Quanto agli insegnanti di ruolo o in pensione, i loro introiti sono così bassi, che basta una sfortuna, una malattia, per portarli sull’orlo della miseria e il gruzzolo fatto con le ripetizioni aiuta.
I 200 miliardi per le ripetizioni sono uno spostamento sociale di ricchezza, che altrimenti non si effettua. Perché senza spendere per ripetizioni, le famiglie benestanti consumerebbero in moto giapponesi regalate ai promossi, in bagordi estivi, in viaggi all’estero quei soldi che agli aspiranti insegnanti di cui sopra servono letteralmente come il pane. Abolire gli esami di settembre scava di più il solco tra ricchi e poveri.
Anni fa furono infatti gli operatori del turismo a chiedere l’abolizione degli esami, per rilanciare il settore vacanze. Ognuno vede il suo orticello; con l’aggravante che il turismo è un settore in Italia non disciplinato da studi e dove trionfa la confusione: perché l’abolizione sarebbe un danno. Infatti, se i ragazzi sono rimandati, le famiglie villeggiano in Italia, in quanto trovano ripetitori anche nelle località climatiche; oppure villeggiano in luglio e stanno in città in agosto per le ripetizioni. provocando una migliore distribuzione dei soggiorni in albergo, al solito concentrati in agosto. Se invece i ragazzi sono promossi, gli albergatori in Italia hanno poco da gioire, perché aumentano le vacanze degli italiani per l’estero ed una maggior spesa va oltre frontiera, con tanti saluti alla bilancia dei pagamenti.
Abolire gli esami a settembre è un altro passo verso l’ignoranza e il degrado dell’Italia..
Perché si studia già poco; chiudiamo a giugno e si studia ancora meno. Negli scarsi 9 mesi dell’anno scolastico si studiano 9 materie; perché non si possono recuperare in 2 mesi estivi 2 materie prima trascurate? Perché in 2 mesi un ragazzo non matura? Demitizziamo piuttosto il concetto di maturità; in pratica è solo la risultante dei voti. Basta una sola risposta sbagliata per fare la differenza tra un 5 e un 6; basta una sola materia in più in cui si è insufficenti (insufficienti per i conservatori) a fare la differenza tra bocciatura e promozione; basta una bocciatura perché un giovane o la famiglia decidano di abbandonare gli studi.
Perché ai criminali di danno 3 gradi di giudizio e agli studenti solo 1? E’ vero che una ragazza può perdere, in certi giorni, oltre il 30% del potenziale di memoria e concentrazione? Quel che basta per passare da buono a insufficiente, poi ci sono malattie ed incidenti. Perché avvilire i giovani lasciandoli in balia della sfortuna? Perché non dare ai volenterosi la possibilità di studiare l’estate? A volte, con un insegnate diverso, diventa assimilabile una materia che a scuola con un insegnante fossilizzata era indigesta. Perché non riempire in parte l’ozio estivo, padre di tutti i vizi?
Qualcuno propone – in analogia col discusso sistema delle elementari – che un surplus di insegnanti sia impiegato “di rinforzo” per aiutare chi stenta in qualche materia, durante i mesi di scuola anziché in estate. Ma lo Stato dilata così la spesa che si dovrebbe comprimere! Inoltre è un sistema buono e adottato per chi vive nel chiuso di un collegio,dove si trova il tempo per le elezioni extra; tempo più scarso per studenti che vivono in città piene di traffico ed hanno pure bisogno di fare un po’ di sport. Infine non si aiuta chi trova già pesante la giornata di studio e che supererebbe invece le difficoltà se diluite nell’estate.
La bocciatura è un dramma per il giovane e la famiglia. Allora, senza gli esami di riparazione, i teneri insegnanti italiani promuoveranno quasi tutti, compresi ovviamente tracotanti somari, ma figli di boss. Bocceranno solo rari casi disperati, chi si autoesclude; sarà pertanto promosso a giugno chi era sul 5 meno meno in qualche materia; gli faceva bene studiare un po’ d’estate, anziché iniziare l’anno successivo con un handicap di ignoranza che lo esclude o fa rallentare l’intera classe.
Se la scuola, in linea con la demagogia, fa studiare ancora di meno, l’Italia potrà contare solo sulle menti eccelse, che procedono da soli, futuri cervelli in fuga verso l’estero. La massa non reggerà la concorrenza internazionale sul lavoro; perché, in genere, chi fu abituato a 8 ore di studio ne regge 8 anche sul lavoro; mentre è più difficile che tenga tale ritmo, chi non fu formato da giovane. Lo si vede nello sfascio di tanti uffici pubblici.
Perché alleggerire ancora, dopo il tragico ’68, la necessaria fatica degli studenti? Si sostiene che l’attuale scuola non prepara alla vita e va cambiata. Maturità, preparazione alla vita sono paroloni di cui si ammanta ogni velleitaria riforma, che purtroppo prepara una maggior decadenza del paese. Intanto la vecchia scuola dava più cultura e allenamento al lavoro, cose che servono molto nella vita e che piacevano molto al mal interpretato Don Lorenzo Milani.

Fonte: A La Repubblica 19.6.1997

Gente di spettacolo

La riforma della scuola porterà anche l’insegnamento di musica, cinema, teatro, danza, argomenti per i giovani brillanti, che ci si dedicavano nel tempo libero. L’inserimento di tali materie restringerà il tempo per quelle tradizionali e “pesanti”, tipo fisica, chimica, storia, geografia (queste ultime quasi scomparse). I giovani saranno dunque istituzionalmente indirizzati verso il divertimentificio: gli spettacoli in televisione, più o meno sculettanti, saranno (dopo gli sport miliardari) il massimo delle aspirazioni di lavoro.
Rimane ancora fuori dalla scuola dell’obbligo l’economia.
Pertanto avremo votanti giovani ed adulti che non sanno distinguere un imprenditore da un economista, che non capiscono come l’arricchimento di un miliardario – a parità di moneta circolante – è la somma dei soldi prelevati agli altri, cioè a loro, che si lasciano truffare dalla “catena di S. Antonio” e da qualsiasi imbonitore promettente grossi interessi, che si accollano mutui in valuta forte per poi piangere e chiedere aiuto allo Stato; in breve, si formeranno cittadini incapaci.

Fonte: A Città Nuova – Roma, 20.12.1997 – 25.1.1998

Scuole: privatizziamole tutte

Il primo governo di Centro-sinistra propone di risolvere l’annosa questione del finanziamento alle scuole private (come già fatto da paesi europei) nel senso di riconoscere che l’istruzione privata, sostituendosi allo Stato, lo solleva da una parte d’impegno e quindi va ricompensata. Protestano gli irriducibili, anacronistici anti-clericali; non sanno o fingono di non sapere che la scuola privata è anche Montessori, Steiner, ebraica; intervengono su stampa, radio e tv esprimendo un “no” in quanto la Costituzione disse “no”. Ciò significa non avere argomenti; perché non tutti gli articoli della Costituzione (redatta da comuni mortali) sono infallibili, immutabili, eterni; infatti da decine di anni si discute di errori e si propongono riforme.
Né fa testo la protesta degli studenti; anch’essi fingono di non capire che – se le scuole private chiudessero – lo Stato dovrebbe provvedere a molti più studenti, con maggiore spesa. Piuttosto, chi si è avvalso delle scuole private finora ha subito l’ingiustizia di pagare 2 volte: le private che gli svolgono il servizio e – tramite le tasse – le pubbliche che non lo svolgono. Mentre chi spedisce un pacco per corriere privato, paga costui che gli svolge il servizio; non paga anche le Poste che non lo svolgono.
Diciamo francamente che l’attuale rabbia degli studenti delle scuole pubbliche dipende dalla mutata situazione, che li vede perdenti. Un tempo (prima del 1968) le scuole pubbliche avevano fama di dispensare una migliore preparazione; a Roma una “maturità” al Mamiani, al Tasso o al Righi era una garanzia; mentre era opinione comune che nelle private anche i mezzi-ciuchi ottenessero un diploma. Oggi la situazione è ribaltata: la scuola pubblica, eliminando materie, alleggerendo i programmi, perdendo giornate con scioperi ed occupazioni, involvendo tutto in un’aurea di permissivismo ed accondiscendenza all’ignoranza, è molto scaduta. Mentre la scuola privata ora ha fama di preparare meglio (specie nelle lingue straniere) e ciò conta – in epoca di globalizzazione – per migliori possibilità di lavoro. La scuola privata guarda a Barbiana: “dare il massimo a tutti”.
Così stando le cose, anziché dare alla scuole pubbliche la piccola autonomia della riforma Berlinguer, lo Stato mantenga l’indirizzo sui programmi, ma privatizzi tutte le scuole, come fa con le poste e le ferrovie. La concorrenza, tra poco europea, non può far che bene.

Interventi a Rai 3, Prima Pagina dal 25.10.1998 e seg.

Privatizzazione delle scuole. Soluzione europea per le scuole private

In tema di scuole private hanno detto che il Papa dovrebbe parlare solo ai Cattolici nelle chiese e non fuori; allora D’Alema e Fini dovrebbero parlare solo nelle sezioni, ai loro iscritti. In un paese libero ognuno può invitate gli altri a seguire un tipo di vita e di valori. C’è libertà di predica e di anatema.
Altri chiudono il discorso, perché la Costituzione dice: “scuole private senza oneri per lo Stato”. Ma è previsto modificare la Costituzione.
Allora preciso:

  1. Le scuole private sono cattoliche, ma anche Montessori, Steiner, ebraiche, padane, straniere e un futuro islamiche;
  2. La scuola cattolica dà una cultura cattolica, ma non esiste una scuola neutra; la neutralità è solo in teoria; il professore non cattolico è acattolico o agnostico; ha sempre un’ideologia che influenza gli studenti;
  3. La rabbia degli studenti delle pubbliche contro le private dipende dalla situazione capovolta dagli stessi: le pubbliche sono scadute, mentre le private hanno ora fama di preparare meglio gli studenti;
  4. Il problema all’estero fu subito risolto col principio di sussidiarietà. Se le scuole private chiudono, lo Stato deve provvedere agli edifici, agli arredi, agli insegnanti. Quindi le scuole private hanno un compenso, perché svolgono un servizio per conto e su direttive dello Stato, come ferrovie ed autolinee in concessione.

2 domande:

  1. Oltre all’autonomia Berlinguer, perché lo Stato – indicando i programmi e sostenendo le spese – non mette tutte le scuole in condizioni di parità? La concorrenza non può che far bene.
  2. Gli italiani pensanti hanno smesso di aver paura del Comunismo; ma quando quelli di Sinistra smetteranno di aver paura ed astio verso le scuole private, ora impedendone l’accesso ai meno abbienti?

Interventi a Rai 3, Prima Pagina 31.10.98

Anticlericalismo e scuole private

In tema scuole private ho sentito dire:

  1. Che il Papa dovrebbe parlare solo ai Cattolici nelle chiese e non fuori.Allora D’Alema e Fini dovrebbero parlare solo nelle sezioni, ai loro iscritti; ognuno può invitare gli altri a seguire un tipo di vita e di valori. C’è libertà di predica e di anatema.
  2. Che la Costituzione stabilisce: “scuole private senza oneri per lo Stato”. Ma è previsto modificare la Costituzione.
  3. Che un’attività privata non può ricevere soldi pubblici. Ma si tratta di un rimborso spese per un’attività sussidiaria allo Stato e si possono verificare i bilanci.
  4. Che la scuola di Stato è “neutra”, mentre le private sono confessionali. Oltre che cattoliche, ebraiche, in futuro islamiche, le private sono anche Montessori, Steiner, padane, straniere; ma non esiste una scuola “neutra”; la neutralità intellettuale è un’astrazione; l’insegnante non cattolico può essere acattolico, agnostico, di destra, di sinistra, edonista, nihilista; ha comunque un’idea del mondo e della vita che influenzano gli studenti.
  5. Che chi vuole la scuola privata continui a pagarsela. Ma così chi la sceglie paga 2 volte e i meno abbienti sono esclusi.
  6. Che c’è da spendere quei soldi per risistemare gli istituti pubblici. Prima c’è da insegnare agli studenti il rispetto dei beni della comunità. Comunque si tratta di favorire la libertà d’istruzione ed il pluralismo.

Tutto questo mentre in paesi più laici del nostro, il problema fu subito risolto in base al principio di sussidiarietà: si compensa il servizio svolto per conto e su direttive dello Stato.
La domanda.
Gli Italiani pensanti hanno smesso di aver paura del Comunismo; ma quando quelli di Sinistra smetteranno l’astio verso le scuole private, per lo più cattoliche, impedendo la parità che provoca proficua concorrenza e accesso ai meno abbienti?

DIGEST
Accenno ad inesattezze udite in trasmissione, preciso che la”scuola neutra” non esiste perché ogni insegnante ha un’idea e un’influenza sugli studenti e che negli stati laici il problema fu risolto col principio di sussidiarietà.
Domando quando quelli di Sinistra smetteranno l’astio verso le scuole private impedendo la parità che provoca proficua concorrenza e accesso ai meno abbienti?

Fonte: A La Repubblica, Lettere, 1.11.1998

La scuola neutra non esiste

In tema scuole private hanno detto che il Papa dovrebbe parlare solo ai Cattolici nelle chiese e non fuori; allora D’Alema e Fini dovrebbero parlare solo nelle sezioni, ai loro iscritti. In un paese libero ognuno può indicare agli altri un tipo di vita e di valori. C’è libertà di predica e di anatema.
Altri chiudono il discorso perché la Costituzione dice: “scuole private senza oneri per lo Stato”. Ma è previsto modificare la Costituzione.
Occorre precisare.

  1. Le scuole private sono cattoliche, ma anche Montessori, Steiner, ebraiche, padane, straniere e in futuro islamiche.
  2. La scuola cattolica vorrebbe (se ci riesce) dare una formazione cattolica; ma non esiste una scuola “neutra”; la neutralità intellettuale è un’astrazione; l’insegnante non cattolico può essere acattolico, agnostico, di destra, di sinistra, edonista, nihilista; ha comunque un’ideologia e uno stile di vita che influenzano gli studenti.
  3. La rabbia degli studenti delle pubbliche contro le private dipende dalla situazione capovolta dagli stessi: le pubbliche sono scadute, mentre la private hanno ora fama di preparare meglio gli studenti.
  4. In paesi più laici del nostro, il problema fu subito risolto col principio di sussidiarietà. Mancando le scuole private, dovrebbe provvedere lo Stato (altri edifici, arredi, insegnanti). Quindi le scuole private hanno un compenso, perché svolgono un servizio per conto e su direttive dello Stato.

In Italia lo Stato – indicando i programmi e sostenendo le spese – per equità e pluralismo dovrebbe mettere tutte le scuole in condizioni di parità. La concorrenza, non può che far bene.
Ma mentre gli Italiani pensanti hanno smesso di aver paura della dittatura comunista, resta il problema di quelli di Sinistra, che ancora hanno paura ed astio verso le scuole private (cattoliche), negando così una libera scelta ai meno abbienti. Paura di che? Anche se tutti i Cattolici praticanti utilizzassero le scuole cattoliche, sarebbero sempre (meno del 20%) ininfluenti in Parlamento.

Fonte: A Città Nuova, 15.11.1998

Anche il laicismo è un’ideologia

Laicisti contro il finanziamento alle scuole cattoliche. Il blocco degli anticlericali immutabili su “La Repubblica” del 13 Nov. chiede adesioni ad un “manifesto laico”.
E’ pieno di contraddizioni; questo il loro argomento forte: l’istruzione cattolica è confessionale, mentre quella statale rappresenta il pluralismo e la libertà; è aconfessionale, cioè neutra.
A parte che gli studenti delle scuole cattoliche possono respirare tutto il pluralismo di cui gode l’Italia, dove i Cattolici praticanti non formano maggioranza né egemonia culturale, l’assurdo è considerare la scuola statale come neutra. La neutralità intellettuale è un’astrazione; in pratica non esiste; l’insegnante non cattolico può essere acattolico, agnostico, apolitico, di destra, di sinistra, edonista, nichilista; anarchico; ha comunque un’idea del mondo e della vita che influenza gli studenti.
Lo stesso “manifesto laico”dimostra che il laicismo è un’ideologia, con i suoi predicatori: gli opinion leader di quell’opinione; con i suoi riti e le sue basiliche. Amo la Patria; ma cos’è “L’Altare della Patria”, il Vittoriano, se non l’enorme basilica per esaltare lo Stato laico? Al posto di Gesù e dei santi ci sono la “Dea Roma”, il Re ed il Milite Ignoto in rappresentanza del popolo sacrificato dal Re.
L’integralismo lo vedo piuttosto nei capi del laicismo; perché impediscono l’esistenza (negandogli i soldi dovuti per un lavoro svolto a favore dello Stato) alle scuole diverse dalla loro, scuole cattoliche, ma anche Montessori, Steiner, ebraiche, islamiche (in futuro) ed in lingua straniera. Manca la libertà d’insegnamento in condizioni di parità; manca la giustizia, perché si paga 2 volte a frequentare le scuole private, riservate quindi a chi può pagare.
Cosa temono i laicisti? La scuola cattolica non “produce” cattivi cittadini; tutt’altro: la morale cristiana favorisce – se recepita – la formazione di cittadini più impegnati ed onesti, meno profittatori, meno evasori fiscali, etc. Gli Ex-comunisti lo hanno capito e si apprestano ad allineare l’Italia agli altri paesi europei, dove la scuola privata è sovvenzionata in quanto lavora per lo Stato. Non così l’Estrema Sinistra ed i laicisti di ogni colore; per essi il problema è semplice: i Cattolici hanno concetti diversi sulla vita e la morale; quindi vanno combattuti negandogli i fondi, rendendogli difficile il mantenimento delle scuole. Un’ostilità che sa di integralismo ed intolleranza.
P.S.
Mi pare ci siano già 5 mie lettere nei cassetti della redazione.

Fonte: A La Repubblica, Lettere

Manifesto laico ed intollerante

Mi hanno deluso i saggisti – da me stimati – che hanno proposto (su La Repubblica del 13 nov.) il “manifesto laico” contro le scuole cattoliche; un antico (Kulturkampf) ed immutabile odio verso la Chiesa Cattolica li ha presi ed accecati: non si sono accorti di contraddizioni ed errori.
Dopo essersi detti favorevoli al pluralismo, alla libertà d’insegnamento, alla libertà di espressione di tutte le religioni, alla libertà delle scelte morali e culturali di ciascun individuo; dopo essersi detti contrari ad una legislazione che provoca diseguaglianze tra i cittadini (citazioni), essi negano l’esistenza a scuole diverse dal loro laicismo; che è un’ideologia e non un’astratta neutralità intellettiva al di sopra delle parti. L’anomalia – solo italiana – di negare i finanziamenti ai privati che svolgono un lavoro a favore e sotto il controllo dello Stato, significa impedirgli di funzionare come le scuole pubbliche: non c’è parità di condizioni, non c’è la proficua concorrenza.
Le scuole cattoliche non chiedono privilegi rispetto alle altre private (ebraiche, islamiche e quelle aconfessionali, Montessori, Steiner, in lingua straniera), ora anch’esse frequentabili solo da chi può pagarle extra; cioè dopo aver pagato con le tasse le scuole pubbliche. Alla faccia dei princìpi di libertà, pluralismo e giustizia!
E’ stato un errore dei Padri Costituenti, se tali scuole sono diventate scuole “per chi può pagare”. Di certo non servono a promuovere i bocciati (ormai rari) della scuola pubblica; ma a consegnare allo Stato, dopo un esame di Stato, cittadini che aggiungono alla migliore istruzione (perché vi si studia di più) anche la morale cattolica, ma liberi di ignorarla. Non c’è alcun lavaggio del cervello; inutile perchè – dopo 4 ore di scuola -gli studenti tornano nel mondo a maggioranza ateo ed edonista; comunque la morale è una dote che va di certo a vantaggio dello Stato.
Ingerenze della Chiesa? Che un cittadino prenda moglie o prenda la tonaca da prete, rimane un cittadino. I Cattolici sono cittadini della Repubblica; non fa differenza se la tonaca del prete che li ispira sia nera (il pretino di Caltagirone), macchiata di sangue (le vittime delle dittature), o rossa da vescovo. Uno Stato libero deve assicurare a tutti la libertà di invitare gli altri a seguire certi valori morali.
In conclusione, mi pare che ai promotori del “manifesto laico” i Cattolici non piacciano perché la pensano in modo diverso; quindi bisogna impedirgli di propagandare le loro idee limitandogli le scuole ai figli dei ricchi. Mentre gli Ex-comunisti hanno capito il pluralismo, non capisco io come quelli che consideravo maestri di libertà, si siano fatti prendere da integralismo laico e intolleranza.
P.S.
Mi auguro che il vostro pluralismo vi consenta di pubblicare questa lettera di opposizione ai vostri celebri guru (lo erano anche per me); con o senza commento dell’ottima Palombelli.
E’ lunga? Alla difesa della libertà non si nega spazio.

Fonte: A Corriere della Sera, 7.12.1999

Nilde Iotti e le scuole cattoliche

Di che hanno paura gli anticlericali, da avversare le scuole private al punto che chi le sceglie è costretto a pagare 2 volte?
Che dalle scuole cattoliche escano individui formati al confessionalismo ed all’anticomunismo, cioè nemici dello Stato laico?
Niente di più falso. Che l’insegnamento sia pluralista o cenfessionale (in questo caso per reazione), le scuole cattoliche formano individui liberi di pensare ed agire secondo convinzioni che si formano a studi terminati e prescindono dal tipo di scuola. Dall’Università Cattolica proviene Nilde Iotti, tanto per fare un nome.

Fonte: A La Repubblica, 12.8.2000

Tutto il potere ai presidi?

Una ragazza molto intelligente nel 1967, appena diplomata, partecipò al Concorso per maestri elementari; aveva davanti a sé lo Stato; vinse col massimo dei voti ed ebbe la cattedra. Con la recente proposta ministeriale di delegare ai presidi la scelta degli insegnanti, quella ragazza si troverebbe davanti ad un preside; é un uomo tra i 45 ed i 65 anni, che assapora la gioia del potere, con una moglie coetanea che se non gli è venuta a noia si è comunque appesantita. C’è un fortissimo rischio che l’assunzione dipenda dal sorriso, dalla scollatura, dalla minigonna e che con l’uno o l’altro sesso ne consegua un forte miglioramento estetico del corpo insegnante.
Penso anche ai presidi ed alle presidi di assoluta integrità; su cui si riverseranno, dal sindaco e dal prefetto in giù, da parte di tutte le persone autorevoli della città una valanga di raccomandazioni, di pressioni, di cortesie interessate; chi cercherà di resistere si vedrà negare i fondi, la licenza per costruire la palestra, subirà delle inimicizie ed angherie. Nei paesi del Sud, dove si usano metodi camorristici, il preside che non assume un insegnante ignorante ma raccomandato dalla malavita rischia l’incendio dell’auto, della casa ed infine la morte. La scelta degli insegnanti da parte dei presidi, o meglio di un consiglio d’istituto sarebbe un buon sistema in una società idilliaca, che purtroppo non è l’Italia di oggi; dove invece provocherebbe una corruzione totale e capillare, scuola per scuola.
Il giudizio sugli aspiranti insegnanti deve essere uguale dal Piemonte alla Sicilia; quindi i giudici devono essere gli stessi ed occorre difendere la loro imparzialità di giudizio proteggendoli all’interno del Ministero. Bisogna fare in modo che chi affronta un concorso abbia davanti a sé non una persona corruttibile o impossibilitata a difendersi dalle pressioni anche violente, ma lo Stato; cioè un meccanismo autoritario, automatico, informatizzato che, una volta istruito, dia risultati indiscutibili. Per la scelta personale, per la valorizzazione di qualità educative e culturali che non sarebbero captate da un meccanismo o da un esame a schede, ci sono le scuole private.

Fonte: Intervento Rai 3 Prima Pagina, 19.6.2002

Esami di stato

L’esame davanti ai professori interni appare superfluo anche agli studenti, perché i giudizi già sono fatti, in bene o in male; chi per carattere o ideologia non si trova col suo professore è svantaggiato, ma il presidente esterno non può essere dappertutto per ribaltare un giudizio. Fare tutto più facile per gli studenti, però non gli facilita poi l’ingresso nel mondo del lavoro. Forse questa riforma Moratti è un passaggio per eliminare del tutto tali esami superflui; così il Governo Berlusconi, che già si vanta di aver risparmiato, non ricordo quanti miliardi, prima spesi per le missioni dei commissari, risparmia anche le missioni dei presidenti di commissione; mi pare la sola cosa che lo interessi.
I politici risparmiatori, però, sono deboli in economia e ignorano che i soldi che non escono nemmeno entrano, è un circolo. I soldi non spesi dallo Stato non sono incassati dai trasporti, dalla ricettività, dagli insegnanti in missione: minori consumi e minori introiti fiscali.
Era successo lo stesso con D’Onofrio quando si vantava, eliminati gli esami di riparazione a settembre, di aver fatto risparmiare 800 miliardi alle famiglie italiane. A parte che in estate si poteva recuperare in qualche materia, quel ministro aveva anche sottratto 800 miliardi ad altre famiglie, a tanti giovani studiosi e volenterosi che si mantenevano all’università dando ripetizioni.
Oltre a far studiare un po’ di economia nella scuola dell’obbligo, visto che certi politici sono da bocciare, e ci metterei anche la derelitta geografia mondiale e l’ecologia, non pensa che lo Stato dovrebbe preoccuparsi di più della serietà degli esami, che producono buona istruzione e giovani preparati, e di meno di ridicoli tentativi di risparmio?
A proposito di economia; e se gli italiani tronassero a comprare Fiat, invece di auto della poco democratica Corea?(rifiutato)
DIGEST
L’esame davanti ai professori interni, secondo esperti è superfluo, perché il giudizio c’è già.
Il risparmio per lo Stato è inesistente, perché si deprime l’economia con meno consumi e meno introiti fiscali. Non pensa che lo Stato dovrebbe preoccuparsi di più della serietà degli esami, che producono buona istruzione e giovani preparati, e di meno di ridicoli tentativi di risparmio?

Fonte: A La Stampa, Lettere 28.6.2002

Esami di stato ed economia

L’esame davanti ai professori interni appare superfluo, perché il giudizio c’è già in bene e in male e il presidente esterno non può ribaltarlo. Facilitare troppo la scuola non gli facilita poi l’ingresso nel mondo del lavoro. Se l’esame è superfluo, tanto vale eliminarlo; così il Governo Berlusconi, che già si vanta di aver risparmiato le missioni dei commissari, risparmia anche le missioni dei presidenti di commissione; mi pare la sola cosa che lo interessi.
C’è un problema: i politici ignorano che l’economia è un circolo. I soldi non spesi dallo Stato non sono incassati dai trasporti, dalla ricettività, dagli insegnanti in missione: minori consumi e minori introiti fiscali.
Era successo lo stesso con D’Onofrio quando si vantava, eliminati gli esami di riparazione a settembre, di aver fatto risparmiare 800 miliardi alle famiglie italiane. A parte che in estate si poteva recuperare in qualche materia, quel ministro aveva anche sottratto 800 miliardi ad altre famiglie, a bravi giovani studiosi che si mantenevano all’università dando ripetizioni.
Occorre far studiare un po’ di economia nella scuola dell’obbligo e ci metto anche la derelitta geografia mondiale e l’ecologia. Lo Stato dovrebbe preoccuparsi di più della serietà degli esami, che producono giovani preparati, e di meno di ridicoli tentativi di risparmio.

Fonte: Intervento Rai 3, Prima Pagina 21.10.2002

Dalle scuole pubbliche alle private

La scuola non appare tranquilla, ha scioperato in massa. La pubblica è a totale carico dello Stato. La privata, una piccola percentuale delle scuole, era a totale carico dei cittadini, che pagano 2 volte; infatti in alcune regioni, rette dalla maggioranza nazionale, hanno introdotto i buoni scuola per sopperire in parte alla retta. I buoni all’inizio sono una spesa in più per lo Stato. Ma alla lunga, se questi buoni invogliano i genitori a trasferire i figli alla scuola privata, lo Stato risparmierà la metà del costo dell’istruzione, perché metà è pagato dai genitori con le rette.
Alla fine, grandi risparmi per lo Stato e grandi spese per i cittadini che hanno ceduto al mito della scuola privata, da dove gli studenti ora escono preparati meglio. D’altronde, con le le attuali premesse di taglio di fondi e di personale, quindi lavoro più faticoso per chi resta; la situazione della scuola pubblica non migliorerà. Quali conseguenze?
(trasmesso)
DIGEST
Facilitare la frequenza delle scuole private, con i buoni famiglia, non è un metodo per spostare studenti, dalla pubblica alla privata, per alleggerire la spesa dello Stato, che è caricata invece sulle spalle dei genitori?

Fonte: Intervento Rai 3, Prima Pagina, 9.1.2003

Scuola senza cultura

Nessun Ministro della Pubblica Istruzione ha mai capito quanto fosse importante che nella scuola dell’obbligo si studiasse un po’ di economia, semplice, basta il professore di matematica. Così in Italia abbiamo la casalinga che crede nel miracolo della tv senza canone e non capisce che buona parte di quanto spende al supermercato serve a pagare l’enorme spreco di centinaia di ore di produzione televisiva al giorno (molta di importazione), di cui lei ne vede solo alcune; né capisce che il magnate della pubblicità non crea ricchezza, ma la trasferisce dalle tasche dei consumatori alle sue.
Abbiamo l’albergatore soddisfatto, perché comprando un’auto coreana e un furgone giapponese , rispetto alla Fiat ha risparmiato una bella cifra; ma una cifra maggiore la perde perché impiegati ed operai licenziati dalla Fiat non passeranno più le vacanze nel suo albergo; mentre operai coreani e giapponesi si godranno l’aumento in posti più vicini a casa loro, Sapporo, le Haway, Singapore. D’altronde in Italia non si studia quasi più la geografia umana, che è la base per capire la storia, l’economia, la politica.
Ultima novità: il liceo scientifico ad indirizzo sportivo, ancora più lontano dal classico. Gli studenti intervistati sognavano la professione di medico sportivo. Ma si può affrontare lo studio della medicina, con lo sforzo mnemonico che comporta per anatomia, patologia, farmaceutica, senza aver studiato greco e latino, che sono la base del linguaggio scientifico?
A parte la fuga dei cervelli, degli elementi di punta, non le pare che in Italia continui il decadimento della cultura professionale instaurato dal ’68 e che la scuola abbia gravi responsabilità?
(trasmesso)
DIGEST
Nella scuola dell’obbligo non si studia un po’ di economia e se ne vedono le conseguenze, anche con la crisi Fiat. Il nuovo liceo scientifico ad indirizzo sportivo promette minore preparazione.
A parte la fuga dei cervelli, non le pare che in Italia continui il decadimento della cultura professionale instaurato dal ’68 e che la scuola ne sia responsabile?

Fonte: a Daniele Protti, direttore de L’Europeo, presso RAI 3 Prima Pagina, 30.4.2004

Programmi scolastici di storia (domande di venerdì)

Preciso che la riforma Moratti, il ritorno all’antica scuola divisa per i signori e per il popolo, è sbagliata; ma sui programmi di storia ha ragione.
Gli antichi Romani non sono stati eliminati dalla scuola media per imposizione della Lega Nord in quanto antesignani di Roma ladrona. C’è da considerare che un tempo la scuola elementare era a sé, unica per la maggior parte della popolazione e quindi si studiava la storia completa (ricordo che il programma della 5a elementare comprendeva la II Guerra Mondiale conclusa 2 anni prima). Poi, chi andava alle medie ricominciava da capo, dalla Preistoria e dall’Egitto.
Adesso c’è la scuola dell’obbligo che va oltre le elementari; la scuola media ne è il proseguimento; quindi, se in 5a elementare si studia l’Impero Romano, è giusto che l’anno dopo si prosegua con il Medioevo.
Succede che a Prima Pagina lascino passare domande che lì per lì fanno scalpore, come sono poste; ma provengono da gente poco informata e poco logica.

Fonte: Intervento Rai 3, Prima Pagina 21.10.2002

Scuola dell’obbligo e mestieri

Ieri un ascoltatore ex artigiano lamentava la scomparsa dei mestieri in Italia. Io ho trovato un idraulico, palestinese, ed alcuni muratori, tutti albanesi. Da tempo gli italiani stanno abbandonando i mestieri in cui bisogna sporcarsi le mani e cercarsi il lavoro; si preferisce un posto da impiegato, meglio se fisso.
Una spinta a questo andazzo l’ha data l’innalzamento dell’età della scuola dell’obbligo. Quando il limite era, alle elementari e poi alle medie inferiori, i ragazzi – finiti gli studi – erano messi “a bottega”, per imparare un mestiere. Adesso, studiando fino a 16 anni, pretendono un posto da “colletto bianco”..
La differenza è nelle prospettive. Chi va a fare l’apprendista falegname, farà il falegname e andrà in pensione da falegname. Chi entra in un ufficio, a fare l’usciere, ma ha un diploma di terza media, grazie alla “rivoluzione culturale”, demagogica, imposta dal sindacati del pubblico impiego, senza esami, solo per anzianità, fa carriera. Non sono balle; è esperienza vissuta: all’Enit, gli uscieri e magazzinieri degli anni ’60, illetterati, li ho visti arrivare in carriera di concetto e poi in direttiva; così si spiega anche perché l’Italia, già seconda potenza mondiale nel turismo, è scivolata al 5° o 6° posto.
Non crede che si debba cambiare sistema; spiegare ai ragazzi che studiare fino a 16 anni è utile per essere meglio preparati alla vita, essere cittadini consapevoli, avere un po’ di cultura che fa bene a tutti, anche a chi farà l’artigiano; e soprattutto spiegare ai giovani che di artigiani c’è sempre bisogno e ci sarà lavoro, mentre nell’era dei computer di impiegati ci sarà meno bisogno e quindi rischiano di pendolare tra precariato e disoccupazione?.
(rifiutato)
DIGEST
Non crede che si debba spiegare ai ragazzi al termine della scuola dell’obbligo, che di artigiani ci sarà sempre bisogno, mentre la pretesa di fare gli impiegati si perde tra precariato e disoccupazione.

Fonte: A La Stampa 22.2.2007

Scuola dell’obbligo e mestieri

Ho trovato un idraulico, palestinese ed un capomastro albanese. Da tempo gli italiani stanno abbandonando i mestieri in cui bisogna sporcarsi le mani e cercarsi il lavoro; si preferisce un posto da impiegato, meglio se fisso. Ci sono mestieri tradizionali che rischiano di perdersi per mancanza di apprendisti.
Una spinta a questo andazzo l’ha data l’innalzamento dell’età della scuola dell’obbligo. Quando il limite era, alle elementari e poi alle medie inferiori, i ragazzi – finiti gli studi – erano messi “a bottega”, per imparare un mestiere. Adesso, studiando fino a 16 anni, pretendono un posto da “colletto bianco”..
La differenza è nelle prospettive. Chi va a fare l’apprendista falegname, farà il falegname e andrà in pensione da falegname. Chi entra in un ufficio, a fare l’usciere, ma ha un diploma di terza media, grazie alla “rivoluzione culturale”, demagogica, imposta dai sindacati del pubblico impiego, senza esami, solo per anzianità, fa carriera. Non sono balle; è esperienza vissuta: all’Enit, gli uscieri e magazzinieri degli anni ’60, illetterati, li ho visti arrivare in carriera di concetto e poi in direttiva; così si spiega anche perché l’Italia, già seconda potenza mondiale nel turismo, è scivolata al 5° o 6° posto.
Credo che si debba cambiare sistema; spiegare ai ragazzi che studiare fino a 16 anni è utile per essere meglio preparati alla vita, alla vita pratica ed anche perché un po’ di cultura fa bene a tutti, anche a chi farà l’artigiano. Soprattutto occorre spiegare ai giovani, che di artigiani c’è sempre bisogno e ci sarà lavoro, mentre nell’era dei computer di impiegati ci sarà meno bisogno e quindi rischiano di pendolare tra precariato e disoccupazione..

Fonte: A La Stampa 7.4.2007

La scuola non basta

Tristissimo seppellire un sedicenne suicida. Il suo dramma è che, oltre alla famiglia, era solo. Per lui l’unico ambiente dove affermarsi era la scuola; ma la scuola, intesa come classe di elementi mediocri – essendo lui bravo – per invidia e stupidità lo respingeva e lo isolava.
Comportando tali rischi sia nell’essere troppo superiore agli altri sia troppo inferiore, la scuola non deve essere l’unico ambiente esterno alla famiglia in cui l’adolescente trova il suo spazio.
C’è lo sport e c’è la musica; se il ragazzo non aveva tali capacità, ci sono tante altre attività di volontariato. Se per la politica è presto, c’è modo di impegnarsi da giovanissimi: gli scout, l’ambientalismo (WWF, Legambiente, FAI, Lipu), la Croce Rossa e varie attività di volontariato, dove i giovani stanno insieme per affinità di interessi, in un ambiente gratificante di accettazione, partecipazione, soddisfazione.

Fonte: a Giorgio dell’Arti, conduttore di Prima Pagina 11.2.2010

Impoverimento della scuola

Per migliorare la preparazione dei giovani, come cittadini e futuri lavoratori, i buoni governi (Prodi) aumentavano gli anni della scuola dell’obbligo; i cattivi governi (Berlusconi, Gelmini) fanno il contrario, riducendo anni di studio e materie. Un tempo lamentai, che la scuola dell’obbligo ignorasse l’economia, materia fondamentale per diventare adulti, per non essere truffati, né in modo ingenuo (catena di S; Antonio o tv senza canone), né in modo sofisticato (interessi mirabolanti). L’economia è propedeutica per capire la politica; qui c’è da sospettare, che ai politici piaccia il popolo ignorante, più facile da rimbambire, ovvero da governare.
Assurda l’eliminazione della geografia nell’odierno mondo globalizzato, che persone e merci percorrono in poche ore; senza geografia i nostri giovani saranno sprovveduti ed impoveriti nel movimento industriale e commerciale internazionale. La geografia poteva comprendere l’ecologia ed avrebbe favorito nei giovani un interesse immediato per il territorio.
Incredibile l’eliminazione della “storia dell’arte”; anni fa si considerava l’arte, la cultura compreso il paesaggio, il “nostro petrolio”; che ha funzionato al di sotto delle potenzialità, per errori nella gestione del turismo. Con la perdita dei valori de bello, sarà molto più difficile difendere il patrimonio artistico dell’Italia dall’assalto degli speculatori, del partito del cemento e dell’asfalto. Il vecchio slogan turistico “visitate l’Italia, prima che gli italiani la distruggano” ritorna attuale diminuendo scuola e cultura.

9.2.2010

Scuola ed autodistruzione

E’ un’ovvietà, che la scuola sia indispensabile per formare i cittadini in senso positivo, futuri lavoratori, coscienti della propria identità nazionale. L’elevazione dell’obbligo scolastico, voluta da buoni politici (Prodi), voleva proprio dare più tempo ai giovani, per migliorare le conoscenze sull’organizzazione dello Stato e sulla cultura, di cui l’Italia è maestra. Allora lamentai, che la scuola dell’obbligo ignorasse l’economia, materia fondamentale per diventare adulti, per non essere truffati, né in modo ingenuo (catena di S; Antonio o tv senza canone), né in modo sofisticato (interessi mirabolanti). L’economia è propedeutica per capire la politica; qui c’è da sospettare, che ai politici piaccia il popolo ignorante, più facile da rimbambire, ovvero da governare.
L’attuale Governo (Presidente Berlusconi, Ministro della P.I. Gelmini) sembra in preda ad una cupio dissolvi, provocando la distruzione della scuola, cioè della cultura ed in conseguenza della futura nazione italiana.
Assurda l’eliminazione della materia “geografia”; anche nell’età della pietra, quando si viveva solo nel proprio villaggio, era utile sapere chi viveva nel villaggio vicino. Tanto più la cosa vale nell’odierno mondo globalizzato, che persone e merci percorrono in poche ore; senza geografia i nostri giovani saranno sprovveduti ed impoveriti nel movimento industriale e commerciale internazionale; in questo senso si parla di autodistruzione. C’è anche un’altra autodistruzione, quella del proprio territorio; perché la geografia poteva comprendere lo studio dell’ecologia ed avrebbe avuto per i giovani un interesse diretto ed immediato, maggiore del pur indispensabile apprendimento della geografia fisica e politica.
Incredibile è l’eliminazione della “storia dell’arte”; in contraddizione con i politici, che anni fa affermarono con presunzione essere l’arte, ovvero la cultura compreso il paesaggio, il “nostro petrolio”. Tante erano le bellezze artistiche, monumentali, paesaggistiche della Bella Italia, che si pensava di poter vivere di una “rendita turistica”. Il turismo ha aiutato l’economia italiana, ma piuttosto al di sotto delle aspettative e del potenziale, per 2 determinanti cause. Primo errore, la maggiore industria nazionale esigeva un’organizzazione centralizzata, come fa la concorrenza; invece è stata regionalizzata ed impoverita professionalmente per populismo sindacale. Secondo errore il degrado ambientale, la deterioramento dei paesaggi già naturali o armoniosamente antropizzati, vittime di un malinteso sviluppo, di una banale modernizzazione a base di cemento ed asfalto; musei e monumenti restano asfissiati dal caotico traffico cittadino.
L’eliminazione della materia “storia dell’arte” comporta la perdita dei valori de bello, della coscienza della preziosità del patrimonio artistico dell’Italia; che sarà molto più difficile da difendere contro l’assalto degli speculatori. L’Italia non sarà più Nostra, cioè di coloro che la capiscono e la amano; l’Italia senza cultura sarà, di chi piazza supermercati anche davanti ad una splendida fortezza cinquecentesca, se non si leveranno umilianti voci di dissenso dall’estero, protestando essere la bellezza patrimonio di tutta l’umanità. Uno slogan turistico degli anni del boom economico, della ricostruzione postbellica, diceva: “visitate l’Italia, prima che gli italiani la distruggano”. C’era del vero; nonostante il generoso impegno degli ambientalisti, la distruzione avanza, l’abusivismo consumistico occupa imbruttendolo il territorio; l’eliminazione della cultura dalla scuola peggiorerà la situazione.

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