Ricostruire dopo un terremoto: nella Valle del Belice la nuova Brasilia

“SOS -SOS – Qui si sta morendo. Si sta morendo perché si marcisce di chiacchiere e di ingiustizie. Galleggiano i parassiti, gli imbroglioni, gli intriganti, i parolai: intanto la povera gente di sfa.”
Si sfa: letteralmente, si sgretola. Come la terra colpita da un terremoto.
Usava le parole giuste Danilo Dolci quando, il 25 marzo del 1970, denunciava dai microfoni di “Radio Libera di Partinico” le vergognose condizioni di vita dei terremotati del Belice. Di gente scampata al violento sisma che soli due anni prima aveva colpito una vasta area della Sicilia occidentale compresa tra le province di Agrigento, Trapani e Palermo. Le vittime erano state 370, un migliaio i feriti e circa 98.000 i senzatetto. Tra i 14 centri colpiti dal tragico evento, 4 erano stati completamente distrutti: Ghibellina, Salaparuta, Poggioreale, Montevago. Tanti altri avevano subito ingenti danni.
Un intero territorio aveva cambiato la propria geografia portando allo scoperto l’arretratezza di una delle zone più povere della Sicilia del tempo, costellata di case costruite in tufo e prevalentemente abitate da anziani, donne e bambini. Gli uomini erano già da tempo emigrati altrove.
La terra aveva tremato eppure le difficoltà per i sopravvissuti dovevano ancora arrivare. Nel marzo del 1968, due mesi dopo il sisma, una rappresentanza della popolazione locale si era diretta a Roma per protestare davanti al Parlamento al grido di: “Moro, dai i soldi ai siciliani!”. Non sappiamo se fosse bastato questo, comunque sia la Sicilia aveva così ottenuto la legge per la ricostruzione e lo sviluppo della Valle del Belice.
Sulla carta, si intende. Nei fatti, trascorreranno ancora lunghi anni tra i pantani delle promesse mancate, degli appalti truccati dal malaffare politico-mafioso e dei ritardi negli stanziamenti economici. Uomini come Danilo Dolci, già da tempo impegnati nelle lotte delle popolazioni del Belice contro l’asservimento agli strapoteri locali, diventarono i veri portavoce dei terremotati. Fu lui infatti a fondare a Trappeto il Centro di Formazione per la Pianificazione Organica e a organizzare convegni per urbanisti e architetti invitati a concepire la “città-territorio”: una rete di piccoli centri autonomi e intercomunicanti. E fu sempre lui a dare il via alla “radio dei poveri cristi” per denunciare il disimpegno dello Stato e gli sprechi di denaro pubblico nella ricostruzione.
La sua battaglia durò solo ventisette ore, dopo le quali un’azione a sorpresa di polizia e carabinieri decretò la fine dell’emittente. Ma non della trasmissione ideale del suo messaggio, dove la parola diventava strumento di non violenza attiva e leva di cambiamento sociale. Se ne ricorderà Peppino Impastato quando nel ’77, al culmine del movimento delle radio libere, fonderà la sua Radio Aut.
La voce Danilo Dolci certamente non restò isolata. Ecco come, a nove anni di distanza dal sisma, si esprimeva Don Antonio Riboldi, allora parroco di Santa Ninfa: “Come essere prete lì in mezzo? Come si fa a dire a un uomo che per nove anni vive nelle baracche dove ci sono topi, dove piove, che Dio è qui e ti ama? Come trasmetterlo questo messaggio d’amore a un uomo che non capisce più bene se vivere è sopravvivere o realizzarsi?”
Interrogativi i suoi che, uniti al crescente disagio della popolazione locale, fecero nascere l’idea di dichiarare il governo “fuorilegge” per non avere rispettato la legge di ricostruzione varata anni prima.
Il poco ad essere realizzato suscitò invece e da subito le critiche di chi parlò di una riedificazione senza memoria, frutto di un lavoro di sperimentazione architettonica, del tutto indifferente alle necessità sociali e strutturali del luogo.
Il simbolo di questa ondata di anarchica cementificazione divenne Gibellina che, a dirla con le parole del giornalista Mario La Ferla, prendeva forma con i suoi palazzi scandinavi, i suoi boulevards parigini, i suoi innumerevoli monumenti disseminati tra strade e piazze, la sua chiesa di stile islamico, gli edifici che dovevano ricordare il Beaubourg. E subito divenne un caso nazionale, tra i più discussi e clamorosi del dopoguerra. I suoi creatori, architetti e urbanisti d’avanguardia, l’annunciarono come la città ideale, appunto una nuova Brasilia, Atene del tempo di Pericle, la città dove finisce il passato e comincia il futuro, centro della fantasia al potere e del riscatto di secoli bui della Sicilia.
Peccato se per questa testimonianza, affidata al libro del 2004 “Te la dò io Brasilia-La ricostruzione incompiuta di Gibellina nel racconto di un giornalista detective”, l’autore abbia lamentato un clima da proibizionismo. Se figure come quella di Danilo Dolci facciano oggi parte dei fantasmi della storia. E se a molti degli abitanti del Belice manchi, in modo irrimediabile, la sicurezza e la familiarità dei propri luoghi di origine.
Questa si chiama democrazia ed è un’altra cosa.
Donatella Vassallo

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9 Risposte

  1. SOLLECITO L’ARRIVO DEI FINAZIAMENTI A MENFI PER LA RICOSTRUZIONE DEL BELICE DEL 68 PER L’ANNO 2009 SONO UN AVENTE DIRITTO E VOGLIO LA MIA CASA ANCORA NON AVUTA . ME NE FREGO DELL’ARTE VOGLIO STARE A CASA MIA.

  2. Qundo arrivano i finanziamenti a menfi per l’anno 2009 per il belice? erano previsti a maggio solleciterei per la ricostruzione a menfi grazie.

  3. Precisazione a cura dell’autrice: non so se il messaggio sia passato ma se ho scritto l’articolo è stato perchè, vista l’attualità dell’argomento (in Abruzzo si corrono rischi simili a quelli del Belice), mi sembrava giusto portare l’attenzione su cosa era stato fatto in passato in tema di ricostruzione post terremoto. Non condivido certo le mostruosità architettoniche e urbanistiche che ne sono venute fuori, tanto più che non considero le case meri contenitori. Apprezzo il fatto che questo ha suscitato delle reazioni e mi rammarica sapere che alcuni aspettano ancora quanto spetterebbe loro di diritto. Da parte mia posso solo incoraggiare al dovere della giustizia e aprire, in questa sede, ogni confronto possa tornare utile in tal senso.

  4. su danilo

    Danilo Dolci. Fare presto (e bene) perché si muore
    http://www.inventareilfuturo.com/

  5. provo vergogna a considerarmi italiano, a vivere nel belice, terra di serie z,in un paese come cvetrano dove la mafia è padrona e regina, un paese dimenticato da tutti e dove da 15 ci sono giunte che affossano questa zona. le autorità se ne fregano di quì e la magistratura non apre mai un’inchiesta..la giustizia è morta. la chiesa è fallita senza speranza.un quartiere allo sfascio, belvedere, con 7000 ab.,provo pena…

  6. nel rione belvedere di cvetrano ci sono una chiesa crollata per il terremoto, immacolata, e un tempietto cappella di 40 mq che ricorda la  battaglia del1571 contro i turchi, sono anni che si cerca di fare restaurar ma tutti, curia di mazara e comune di cvetrano se ne fregano, pur avendo un vice sindaco studioso di antichità. e hanno coraggio di parlare di crocifissi..anche la lega ambiente se ne frega prx piena di accoliti del sindaco che pensa sempre a selinunte, che vorrebbe patrimonio dell’unesco e dell la ue, che non si sono mai interessate del belice. ora siamo europei, e prima…..zotici da civiluizzare. si ricordano di noi solo a tempo di terremoto.

  7. anche voi state zitti prx complici morali… due righe di risposta non si negano a nessuno. bella democrazia in italia..

  8. Caro utente anonimo,
    prima di tutto mi scuso per il ritardo con cui ti arriva la mia risposta.
    Non mi sento certo "complice morale" dei tuoi amministratori solo perchè ho impiegato 13 giorni a scrivere questo commento.
    Immagino le tue parole (gravissime onestamente) dettate da rabbia per altri.
    Volevo solo farti presente che sono una volontaria di una onlus che strappa brandelli di tempo al proprio lavoro per dare voce e spazio ai propri concittadini, anche se lontanissimi dal territorio fiorentino, proprio perchè ciò che mi spinge è l’indignazione per certe situazioni in cui molte zone si trovano. E soprattutto per spezzare la cappa di silenzio che avvolge alcune tristissime vicende, come quella del Belice.
    Se avessi complicità morali non avrei certo ospitato il bell’articolo di Donatella Vassallo.
    Detto ciò ti nvito a spedirmi le immagini dei siti di cui parlavi, perchè queste colpiscono spesso più delle parole. Inoltre ti invito a contattare la sezione più vicina di Italia Nostra o, in alternativa, di mandare a me anche altre segnalazioni.
    Certa di un positivo riscontro da parte tua, visto la passione con cui mi hai apostrofata, ti saluto attendendo le tue segnalazioni e spero anche scuse.

  9. la chiesa di castelvetrano dedicata alla vergine di portosalvo è stata restaurata, ancora non ci posso credere e' una cosa incredibile in una terra dove tutto è fastidiosamente elefantiaco.è incredibile, vedere un restauro in poco tempo, non ci posso credere,forse da voi le associazioni di volontariato sono degne di tale nome, qui in sicilia sono solo passerelle x mettersi in mostra, anche la chiesa nuovissima e' stata completata finalmente, dopo secoli…avevo tutti i motivi x essere irato, ancora non ci credo che un tempietto di pochi metri q. venga restaurato come se si dovesse fare il duomo di milano…

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