Venti di guerra sulle rinnovabili

Fonte: Il Respiro

Rinnovabili senza se e senza ma: o sarebbe meglio, anche, sostenibili? Per dieci anni disinformazione e ignavia hanno trasformato le rinnovabili nel grimaldello per una speculazione finanziaria e in uno dei più estesi saccheggi del Bel Paese. Com’è stato possibile?
Ho cercato qui di ripercorrere gli aspetti salienti di una dinamica storica di grande portata ma per anni emarginata dalle attenzioni pubbliche. E’ un piccolo risarcimento rispetto all’approccio acritico e a senso unico che ha caratterizzato per anni le rinnovabili.
Qualcuno rimarrà sconcertato, altri sorpresi. Qualcuno si riconoscerà nei contesti, altri dissentiranno. E’ il bello della pluralità di idee in un paese democratico che, tuttavia, avrebbe dovuto caratterizzare un dibattito preventivo mai nato. E purtroppo non è un caso.

INTRODUZIONE

Percorrendo le strade del Mezzogiorno ci si imbatte in nuove piantagioni. I “quadri viventi” che ritraevano secoli di storia e paesaggi italici scampati alla lebbra del cemento sono stati improvvisamente oggetto della più grande e rapida trasformazione che l’uomo abbia mai perpetrato al proprio ambiente.
Una, due, dieci, quaranta e poi ancora altre e altre e ancora altre più lontano. Una sequela senza fine e senza ritegno di colossali torri d’acciaio, avulse dalla pietra e dalla terra che li ospitano, si ergono per 100-150 metri di altezza con enormi rotori. Ma anche se si tiene lo sguardo basso “coltivazioni” grigie  di pannelli seppelliscono ora come un morbillo, ora come una interminabile distesa, i terreni confiscati in nome dello “sviluppo”, classificato a priori come cosa buona e giusta.
Sono il frutto della nostra richiesta di energia pulita. Ma in nome dell’energia pulita si possono derubricare valutazioni costi-benefici, valori territoriali, pianificazione e perfino la giustizia? “L’energia rinnovabile è come la pace: tutti siamo d’accordo ….” Se ne è accorto Antonello Caporale, giornalista e scrittore nel suo bellissimo Controvento, il tesoro che il Sud non sa di avere.
Non è un libro contro l’eolico eppure ne identifica bene il contesto (come per il fotovoltaico) con una sapiente fotografia narrativa, attraverso riflessioni e storie emblematiche.
Pale e pannelli. A centinaia, per sempre, in quelli che sono stati i granai d’Italia, tra gli ulivi secolari, sulle colline raccontate dalle location cinematografiche, a sovrastare le torri medioevali, nelle aree a maggior valenza per la biodiversità, sulle zone archeologiche, a ridosso delle masserie e perfino delle abitazioni rurali abitate.
Per chi non si accorda c’è la minaccia degli espropri. Se proprio non accetta offerte “a cui non si può rifiutare”. Le chiamano royalties. Si danno ai privati e ai comuni.
Dieci anni: uno scenario a tratti dittatoriale in cui, a torto o a ragione, sono stati scardinati decenni di maturazione delle norme di tutela e delle concezioni più nobili dell’urbanistica e dell’uso razionale del territorio, il valore del paesaggio e il rispetto della Natura per fare spazio a questa trasformazione.
Perchè le rinnovabili sono eco che più eco non si può. A prescindere. Nel 1996-98 si apriva la vertenza eolica tra i Monti Dauni (Fg) e il Beneventano: insediamenti improvvisati, senza alcuna procedura, decine di pale in aree pregiate per la biodiversità e il paesaggio. Era il presagio: un potenziale disastro sarebbe stato generato su vasta scala se il processo non fosse stato rigorosamente governato. Questo pensavano alcuni ambientalisti non appartenenti alla crescente religione dell’”ambientalismo del fare”, ma a quella del fare “bene”. Seguivano le prime istanze di tutela e l’allarme lanciato da una parte dell’associazionismo più sensibile alla tutela del Paesaggio e della Biodiversità e da Comitati territoriali, indignati da metodi di colonizzazione territoriale cosi poco ortodossi. Richieste purtroppo inascoltate.
Sull’altro fronte, invece, qualcuno iniziava a immaginare come la cultura dell’energia pulita e le emergenze del pianeta potevano incanalare gli affari del futuro. Ma non per tutti!
Confezionare gli incentivi più alti del mondo per l’eolico, in nome della lotta ai cambiamenti climatici del pianeta, fu il primo passo. La sommaria deregolamentazione il secondo.
Gli incentivi, insieme ad una totale deregulation normativa, determinarono l’“assalto alla diligenza”. Con interessi economici esasperati le società eoliche avviavano accordi per realizzare impiantare quei manufatti che sarebbero stati i più grandi creati dall’uomo, a fronte di royalties versate ai comuni e ai privati disponibili ad ospitare i piloni eolici sui propri terreni.
In pochi anni la proliferazione di centrali eoliche industriali avrebbe assunto i connotati di “selvaggia” determinando il sacco ambientale di vaste aree del Mezzogiorno d’Italia e in particolare proprio di quelle aree culturalmente più deboli e vulnerabili, a partire dal “cratere” Appulo-Campano, oggi ridotto a ricettacolo di tali impianti con l’assoggettamento di decine di migliaia di ettari. Una delle più grandi trasformazioni territoriali del nostro Paese, oggettivamente promossa da una enorme speculazione economica finanziaria, non ha conosciuto alcun momento di confronto preliminare, di valutazione o, quanto meno, di scelta consapevole nel suo complesso. Un pesante velo di omertà mediatica, inoltre, ha contribuito a oscurare l’attenzione delle coscienze.
Vaste aree hanno mutato il volto tipico di aree rurali e agro-pastorali per assumere quello industriale con centinaia di torri eoliche, piste, sbancamenti e nuove strade, elettrodotti, cantieri, trasporti pesanti, cabine e stazioni elettriche, con colate di cemento per l’ancoraggio al suolo e plinti di cemento a 20 m di profondità.
Oggi sono oltre 5000 torri eoliche industriali ma il consuntivo, abilmente occultato, sta per diventare pesantissimo. E le più recenti distese di pannelli di silicio non stanno a guardare. E poi tutto “eco”, ci guadagna l’ambiente. E sicuramente anche il PIL tedesco e cinese.

Iter autorizzativo e valutazione ambientale
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