Archivi Mensili: gennaio 2012

Appello per salvare Sepino

Italia Nostra Onlus
CNP (Comitato nazionale Paesaggio)
Mountain Wilderness

Al Ministro dei Beni Culturali Lorenzo Ornaghi,
al Presidente del Consiglio Mario Monti,
al Presidente Giorgio Napolitano

29 gennaio 2012
Saepinum e la conca montana del Tammaro sono un luogo emblematico del piccolo Molise, insieme al teatro Sannitico di Pietrabbondante.
Il Molise è parte irrinunciabile dell’unità del nostro Paese. Questi luoghi costituiscono le fondamenta della storia unitaria di cui si è appena celebrato il centocinquantenario.
Quando furono progettate le centrali eoliche industriali in questi siti, forse non ci si rendeva ancora conto che il fuori scala prodotto dalle torri ciclopiche, avrebbe sfregiato irrimediabilmente un paesaggio fino allora intatto; che questo paesaggio sarebbe stato omologato ai troppi luoghi già violati nel Mezzogiorno d’Italia; che si sarebbe cancellata in modo irreversibile l’essenza stessa di territori che meriterebbero ben altro trattamento e conservazione.
Oggi tutto è più chiaro. Ma le procedure giudiziarie amministrative, seguono il loro iter con anonima burocraticità, ignorando completamente i sacrosanti diritti della popolazione stessa del Molise in difesa della propria identità culturale e dei propri luoghi, così carichi di memoria storica.
C’è stato infatti in questi anni un movimento imponente di ribellione civica a progetti industriali, così impattanti, da parte dei cittadini, ora più consapevoli, della necessità di difendere il proprio paesaggio.
Per queste ragioni, Signor Ministro, in nome dell’articolo 9 della Costituzione e del significato che è insito nei festeggiamenti dei 150 anni di unità nazionale, con solennità, Le chiediamo un intervento che definisca, anche con la potestà della legge, la definitiva salvaguardia di questi luoghi che il nostro Paese riconosce come proprio irrinunciabile patrimonio.
Anche con questo Vostro intervento l’Italia può ricominciare a sperare.

Impianti di produzione da fonte energetica rinnovabile e tutela ambientale in Alto Savio

Comunicato Stampa di Wwf Cesena

Abbiamo letto negli ultimi giorni alcuni interventi dei diretti proponenti, ed anche del Pres. della Confartigianato di Cesena, riguardo ai progetti di realizzazione di impianti di produzione da fonte energetica rinnovabile (FER) che interessano l’alta Valle del Savio ed in particolare le zone intorno al Monte Fumaiolo. Ci preme pertanto rispondere a questi portatori d’interessi particolari anteponendo le ragioni di quegli interessi generali che la nostra Associazione intende perorare.
Abbiamo già spiegato fino alla noia in molte precedenti occasioni, che anche gli impianti da FER non sono quella soluzione miracolosa rispetto alle quali bisogna solo inchinarsi, allargare le braccia e lasciar loro libero il passo, come si aspetterebbero noi facessimo, molti furbi speculatori della green economy. Anche questi impianti se mal localizzati hanno un impatto elevato sulla biodiversità e su quegli ecosistemi la cui conservazione è ugualmente necessaria per combattere il fenomeno del riscaldamento globale e limitare la produzione di CO2 in atmosfera.
Sorprendono pertanto le dichiarazioni “qualunquiste” di una Confartigianato che invece di intervenire nel merito dell’impatto che tali progetti possono avere sulle emergenze ambientali di questo territorio (…l’eolico della Biancarda, l’idroelettrico dell’Alferello e l’impianto a biomasse di Alfero, hanno in comune una totale assenza di sostenibilità ambientale), interviene sostenendoli fumosamente, a pregiudizio persino degli interessi di alcune categorie dei loro associati.
Riguardo all’eolico ricordiamo  che l’incentivazione di questi impianti in Italia è stata fino ad oggi la più alta del mondo. Soltanto per questa ragione è stato conveniente impiantare nel nostro paese oltre 5.000 torri per una potenza complessiva di 6.000 MW, non certo per la loro produttività. Infatti la ventosità in Italia si attesta in media sulle 1.500 ore/anno, ben al di sotto delle 2.000 ore/anno ritenute utili per una produzione competitiva. Quindi sarebbe opportuno che le quote di potenziale eolico da installare annualmente tramite il sistema delle aste al ribasso venga definito dal Governo nazionale, e non delegato alle amministrazioni periferiche, più facilmente condizionabili dagli enormi interessi in gioco. In ogni caso ribadiamo l’assoluta opportunità e la legittimità di tagliare gli incentivi a questa tecnologia, che ormai sta causando scempi anche in aree sempre meno ventose. Pensare di innalzare decine di mega-ventilatori d’acciaio, alti dai 100 ai 150 metri (più alti del grattacielo di Cesenatico) su questa dorsale appenninica non è solo sbagliato, è anti-economico, anti-costituzionale e assolutamente irragionevole!
Vogliamo pure ricordare che tutto questo avviene anche a spese del patrimonio culturale collettivo del paesaggio italiano, proprio nei siti dove esso è giunto integro fino ai nostri giorni: sui crinali appenninici, come nel caso della Biancarda, sulle colline e nei luoghi più isolati, di grande valore naturalistico, dove transitano gli uccelli migratori o si riproducono le specie faunistiche più rare. In questi casi, gli impianti eolici danneggiano pesantemente un altro tipo di “green-economy” come quella legata al turismo ambientale, che si basa sulla qualità e sulla valorizzazione culturale dei territori, ottenuta attraverso la conservazione e la tutela della natura e del paesaggio. Beni primari che, non potranno mai essere delocalizzati altrove, ed elementi imprescindibili di un auspicabile rilancio della nostra economia, nella misura in cui sarà salvaguardato ciò che ne rimane. Lo stesso Presidente della Repubblica ne ha esplicitamente parlato di recente, affermando che in questo “momento di straordinaria difficoltà siamo arrivati giusto in tempo per evitare sviluppi in senso catastrofico della situazione”!
Anche gli effetti nefasti di un idroelettrico incontrollato sono già ben noti ad Alfero, visto “la piaga” rappresentata da ben 5 impianti che già gravano sul Torrente Alferello e che pregiudicano gravemente la qualità ambientale di quel territorio. Ne riepiloghiamo gli effetti deleteri, cioè quelli che hanno indotto la nostra Regione ad adottare limiti stringenti a tali impianti con la nuova normativa già adottata nel 2008, ma della quale “ahinoi” non si è tenuto conto, nel caso dell’ennesimo nuovo progetto previsto ora sull’Alferello (a valle della sua famosa cascata)! L’esperienza maturata in materia ha evidenziato le rilevanti ricadute sull’ambiente torrentizio causate dai summenzionati impianti che si possono riassumere sinteticamente in:

  1. diminuzione della velocità della corrente e delle sue variazioni stagionali, del battente idrico, del contorno bagnato e conseguente diminuzione dei microhabitat;
  2. aumento della temperatura dell’acqua (alterazione del range termico annuale e giornaliero con condizioni di riscaldamento estivo, ritardo del riscaldamento post-invernale e ritardo nel raffreddamento autunnale) e conseguente riduzione dell’ossigeno disciolto;
  3. modifica della dinamica del trasporto solido e riduzione quantitativa e talvolta qualitativa della biomassa;
  4. diminuzione, nei tratti sottesi dagli impianti idroelettrici, della portata media annua con marcata artificializzazione del corso d’acqua caratterizzato da prolungati periodi con portate appiattite sui valori minimi;
  5. processi di stagnazione e quindi sedimentazione di materia organica nonché riduzione della capacità di autodepurazione;
  6. ridotta turbolenza, conseguente alla diminuzione della portata, e quindi minore ossigenazione delle acque con riflessi negativi sugli organismi animali;
  7. vincoli alla possibilità di migrazione della fauna ittica e degli invertebrati.

Nel caso in questione bisogna poi ricordare l’elevatissimo dissesto idrogeologico che comporterà l’esecuzione di accessi, scavi e sbancamenti necessari all’insediamento di una condotta di 1500 metri in una zona a forte pendenza e già alquanto dissestata. Invece che sui torrenti montani ulteriori quote di energia idroelettrica si potrebbero ottenere realizzando impianti sui canali artificiali (quello Emiliano-Romagnolo ad es. ha una corrente abbastanza adatta), oppure rendendo più efficienti le centrali idroelettriche già esistenti o obsolete, approfittando nel contempo di mitigarne l’impatto che hanno sull’habitat e sui pesci.
Per quanto riguarda l’impianto a biomasse, anche questo previsto ad Alfero, non si può che rilevare l’assurdità di questo tipo di impiantistica che si va a prevedere al servizio di un nuovo fabbricato che sarà costruito nel centro abitato. Non esiste alcuna ragione che tale struttura non possa dotarsi di tecnologie diverse come ad es. quelle del solare termico e fotovoltaico in grado di abbattere il bilancio energetico negativo rappresentato dal consumo di carburante, per i frequenti trasporti della biomassa legnosa (e della sua possibile incentivazione al taglio dei boschi cedui) e per l’immissione in aria di fumi comunque contenenti particelle inalabili di particolato (pm10).
Anche sul fotovoltaico serve chiarezza, ci basta ricordare che nel 2010, 14.000 ha di territorio agro-pastorale è stato occupato da pannelli solari (con la nostra Regione che anche in questo genere di consumo del suolo é fra quelle che si è più distinta a livello nazionale, nonostante abbia già livelli altissimi di cementificazione) e complessivamente sono stati più di 33.000 gli ettari (quasi le dimensioni del nostro Parco delle Foreste Casentinesi) di terreno agricolo che hanno cambiato destinazione d’uso. Anche il responsabile nazionale dell’Area Ambiente e Territorio della Coldiretti ha ritenuto di denunciare che il primato italiano raggiunto in Europa con il fotovoltaico è stato ottenuto perlopiù con impianti a terra realizzati da operatori extra-agricoli. Ancora ben poco fanno invece le amministrazioni pubbliche (…guarda caso) per incentivarne la loro introduzione sui tetti dei fabbricati e in tutte le applicazioni sostenibili.
Restando in Emilia-Romagna bisogna ora analizzare per riflesso, la nuova legge per le aree protette regionali e per i siti di Rete Natura 2000 (aree SIC e ZPS), adottata di recente, con la quale si sono individuate le 5 macro-aree che raggruppano tutte le aree protette regionali, queste sono:
“Emilia Occidentale”: superficie protetta 13,7% (comprende: 5 parchi regionali, 4 riserve naturali, 37 siti di rete natura, di 3 province:Pc, Pr, Re, e 24 comuni).
“Emilia Centrale”: superficie protetta 10,7% (comprende: 2 parchi regionali, 5 riserve naturali, 33 siti di rete natura, un paesaggio protetto, di 3 province: Pr, Re, Mo e 10 Comuni).
“Emilia Orientale”: superficie protetta 11,1% (comprende: una riserva naturale, 23 siti di rete natura, di 2 province: Mo, Bo e 12 Comuni).
“Delta del Po”: superficie protetta 20,8% (comprende: un parco regionale, 2 riserve naturali; 33 siti di rete natura; un paesaggio protetto, 3 province: Fe, Ra, Bo e 9 Comuni.
“Romagna”: superficie protetta 7,2% (comprende: un parco regionale, 3 riserve naturali; 25 siti di rete natura, un paesaggio protetto, 4 province Bo, FC, Ra, Rn e 6 Comuni).
Ricordiamo inoltre che è stato istituito il nuovo parco Regionale dello Stirone, in Provincia di Piacenza. Dunque basta questo provvedimento per accorgersi come le province della Romagna siano le più penalizzate in termine di protezione ambientale, ma mentre il ravennate, l’Appennino forlivese e quello riminese, si giovano della tutela territoriale di Parchi regionali, solo la Valle del Savio e tutto l’Appennino Cesenate è stato lasciato deliberatamente in bianco e privo di adeguata tutela, e molto probabilmente per lasciare libero campo agli insostenibili impianti da FER.
Si tratterebbe di una decisione politica inaccettabile, che non tiene conto dell’alto valore naturalistico di aree già sottoposte in parte a vincoli paesaggistici e che riservano habitat sorprendenti, con gradienti di biodiversità che neppure i parchi già istituiti possono vantare: basti ricordare la wilderness dell’Alpe di Serra, i naturali laghi di frana del Comero, il biotopo palustre del Lago di Quarto, l’incontaminata valle della Para, ivi comprese le cascate dell’Alferello e le sue magnifiche ontanete, e per concludere quel paesaggio di ancestrale bellezza che va dal Monte Comero al Fumaiolo con la sua ineguagliabile ricchezza floristica. Tutti elementi che solo l’ignavia di qualche politico o amministratore “ammuffito” nel proprio ufficio non saprebbe riconoscere!
In conclusione ci preme ancora sottolineare la reale mancanza di “pubblica utilità” in opere come quelle evidenziate, che a fronte dell’impatto ambientale generale che prefigurano a danno della collettività, si propongono solo lo scopo privato di immettere in rete a fini speculativi un surplus di produzione energetica, sia pure ottenuta da “fonte rinnovabile” (ma che non dovrebbe neppure fregiarsi di tale titolo se tale produzione comporta poi distruzione di biodiversità). Ci preme anche evidenziare come questa zona sia poi del tutto soddisfatta dal punto di vista dell’approvvigionamento energetico e come le FER non siano solo l’eolico d’alta quota, l’idroelettrico o il fotovoltaico a terra, ma anche la geotermia, la tricogenerazione con alghe e tutte le tecnologie applicabili per il risparmio e l’efficienza energetica (rifasamento delle reti, la cogenerazione, l’illuminazione, la bioedilizia, etc ) ed eventualmente quanto di meglio si possa fare in questo territorio comunale con interventi finalizzati al risparmio e all’efficienza energetica e con la semplice solarizzazione dei tetti di molti edifici pubblici e privati (per produzione termica e fotovoltaica). Si tratta di strategie a bassissimo impatto ambientale, che a causa degli appetiti stimolati finora con i “certificati verdi” offerti all’eolico, all’idroelettrico ed al fotovoltaico a terra, sono state finora del tutto sottoimpiegate in Comune di Verghereto, così come altrove!
Non è né compito, né vocazione di un territorio di elevato pregio paesaggistico-ambientale (ancorché sottoposto a rischio elevato da dissesto idrogeologico e da sismicità) come quello di Verghereto a dover garantire in termini di produzioni da FER, quote che appaiono del tutto sproporzionate, altamente impattanti e incompatibili con gli stessi caratteri di un territorio montano. In questi territori il turismo vale infinitamente di più rispetto a quanto potrebbero rendere alcune decine di torri eoliche o qualche centrale idroelettrica. Perché l’Italia è un paese con poco vento, con torrenti sempre più sottoposti a stress idrico, ma con il più importante patrimonio di biodiversità in Europa e il più importante patrimonio storico, artistico e paesaggistico che esista al mondo (non a caso con il più alto numero di siti patrimonio dell’umanità per l’UNESCO).
Sono specialmente le realtà urbane più energivore, ad alta densità abitativa e produttiva, che devono invece realizzare il maggior numero di impianti di questo genere, utilizzando sempre le migliori tecnologie oggi disponibili, in modo da risparmiare il più possibile i terreni e le aree ancora libere.
Il fatto che l’attuale Amministrazione di centro-sinistra di Verghereto, così come le altre che l’hanno preceduta, si dimostri ancora disponibile ad accettare queste scelte dettate solo da intenti speculativi, e parallelamente si riveli ancora incapace di utilizzare con lungimiranza le proprie risorse ambientali e paesaggistiche, facendole divenire un’occasione unica e durevole di progresso sociale, economico e culturale è sinonimo solo di arretratezza e di incapacità amministrativa.
Al riguardo ci preme appunto evidenziare come questa zona sia del tutto soddisfatta dal punto di vista dell’approvvigionamento energetico e come le FER non siano solo l’eolico d’alta quota, l’idroelettrico o il fotovoltaico a terra, ma anche la geotermia, la tricogenerazione con alghe e tutte le tecnologie applicabili per il risparmio e l’efficienza energetica (rifasamento delle reti, la cogenerazione, l’illuminazione, la bioedilizia, etc ). Si consideri eventualmente quanto di meglio si possa fare in questo territorio comunale con interventi finalizzati al risparmio e all’efficienza energetica e con la semplice solarizzazione dei tetti di molti edifici pubblici e privati (per produzione termica e fotovoltaica). Si tratta di strategie a bassissimo impatto ambientale, che a causa degli appetiti stimolati finora con i “certificati verdi” offerti all’eolico, all’idroelettrico ed al fotovoltaico a terra, sono state finora del tutto sottoimpiegate in Comune di Verghereto, così come altrove!
WWF Cesena
Il Presidente, Ivano Togni
Cesena 30-01-12 Prot.G330/12

Mario Pirani “Il ministro Ornaghi ascolti i tre saggi”

Fonte La Repubblica 30-1-2012
Di Mario Pirani 

Il ministro Ornaghi ascolti i tre saggi 

Non posso nascondere un personale disagio nel tornare ad occuparmi delle nefaste devastazioni eoliche, programmate a fini speculativi con assoluta noncuranza per le conseguenze apportate al paesaggio, ai beni artistici, al patrimonio naturale. Quando ne scrivo sono in preda al dilemma se mi trovo ad annoiare ancora una volta i lettori con argomenti inevitabilmente ripetitivi o se è mio dovere dar retta a quanti, impegnati nella difesa di luoghi cari per la loro unicità, mi chiedono di non essere lasciati soli e inascoltati in una battaglia ricca di civile consenso quanto costellata di sconfitte immeritate. Prevalgono spesso, infatti, gli interessi del denaro, assicurato dagli incentivi, i profitti di gruppi internazionali o peggio, come più volte provato, destinati alla criminalità organizzata e alle tangenti politico clientelari.
Ora è tornato all’ordine del giorno al centro del Molise il destino della città romana di Sepino e della vicina Pietrabbondante col suo splendido anfiteatro italico. La zona è attraversata dal più noto degli antichi tratturi, le secolari vie d’erba per la transumanza degli armenti, che da Pescasseroli alle falde della Maiella porta fino a Mandela nelle Puglie. Al centro degli incroci sorge il complesso di Saepinum con l´antico teatro, il foro, la basilica, le mura e le vecchie porte che contengono una pregevole architettura abitativa con manufatti che arrivano al ‘700. Poi nei dintorni lungo le pendici della conca e la valle del Tammaro si diramano antichi percorsi, templi italici, poderose fortificazioni sannitiche dalle mura megalitiche, e ancora ville romane e quattro centri storici di impianto medievale.
Le ragioni della salvaguardia hanno prevalso per secoli anche per l’isolamento della zona. Fino a quando nel 2005 si affacciò lungo il crinale che chiude la Conca, il progetto di una società, non nota ai più, la Essebiesse Power, che richiese di innalzare lungo tre chilometri 16 torri alte, compresa la base, 150 metri, come la cupola di San Pietro. Uno scempio pauroso che suscitò proteste unanimi e condanne dei Beni culturali e della Corte dei Conti. Viceversa il Consiglio di Stato ha ripetutamente affermato – l’ultima volta a dicembre – la ragione prevalente – sulla scia della legislazione edilizia – della società eolica, detentrice di un permesso di costruzione anteriore temporalmente ai vincoli imposti dai Beni culturali. Prima che la devastazione abbia inizio la popolazione del luogo, tutti i vescovi della Regione, le organizzazioni ambientaliste con in testa Italia Nostra hanno richiesto al ministero dei Beni culturali di intervenire in extremis con un provvedimento che obblighi alla salvezza di Sepino-Pietrabbondante, agganciato alle leggi per la salvezza dell´Italia che il governo Monti sta via via proponendo al Parlamento.
Da ultimo tre fra i più eminenti storici dell´arte, Adriano La Regina, Antonio Paolucci, Salvatore Settis hanno rivolto il seguente appello personale al ministro per i Beni culturali, Vincenzo Ornaghi di cui riporto il brano centrale: “Giganteschi impianti eolici previsti a ridosso delle principali località archeologiche del Molise, la città romana di Sepino e il santuario italico di Pietrabbondante, potrebbero snaturare i caratteri storici e svilirne irrimediabilmente il paesaggio. Il pericolo sembra ormai inevitabile per Sepino, ove stanno per essere installate sedici torri alte centotrenta metri nonostante la ferma opposizione della locale direzione del ministero dei Beni culturali, del Comune e di un vasto schieramento dell’opinione pubblica. Espletata inutilmente ogni ordinaria procedura amministrativa per garantire la tutela di questi luoghi, appare auspicabile l’approvazione di una speciale norma di legge, già adottata per Paestum, per i Sassi di Matera e per i Colli euganei. I due complessi monumentali ora minacciati costituiscono importanti risorse culturali per l’Italia, le principali per il Molise, e la loro importanza va anche oltre i rilevanti aspetti di ordine storico”.

Comunicato stampa “La conservazione della natura è il nostro unico interesse”

COMUNICATO STAMPA
Riforma 394: FAI, Italia Nostra, LIPU,
Mountain Wilderness e WWF Italia
LA CONSERVAZIONE DELLA NATURA

E’ IL NOSTRO UNICO INTERESSE
Le aree protette non possono essere
asservite agli interessi privati e locali,bisogna
garantire le finalità di tutela proprie

del governo dei parchi

“L’appello lanciato dalle nostre Associazioni per fermare la riforma della legge quadro sulle aree naturali protette ha il solo ed esclusivo interesse di garantire la conservazione della natura quale finalità prevalente dell’istituzione dei Parchi. E’ questo da sempre il nostro unico interesse”. Questa la reazione delle Associazioni FAI, Italia Nostra, LIPU, Mountain Wilderness, WWF Italia alle reazioni all’appello pubblicato sui maggiori quotidiani nazionali.
Non condividiamo le proposte di riforma della Legge 394/1991 in discussione alla Commissione ambiente del Senato per almeno 4 motivi:

  1. perché verrebbero rivisti gli equilibri, in modo evidente e comprensibile anche per i non addetti ai lavori, tra coloro che rappresentano negli enti di gestione interessi nazionali generali e chi rappresenta interessi particolari e privati. Nessuno intende contrapporre i legittimi interessi delle comunità locali alle esigenze di tutela della natura ma è quanto mai opportuno nel nostro Paese assicurare il rispetto di quella gerarchia di valori ribadita in più occasioni dalla Corte Costituzionale per la quale la tutela dell’ambiente dovrebbe prevalere sempre su qualunque interesse economico privato.
  2. è piena d’insidie la distinzione artificiosa che si vorrebbe introdurre tra attività venatoria e controllo della fauna selvatica, pur con la supervisione dell’ISPRA, l’Istituto di ricerca del Ministero dell’Ambiente. Si prevede di fatto un diretto coinvolgimento dei cacciatori nella gestione della fauna all’interno delle aree naturali protette. La normativa attuale già consente interventi da parte degli Enti Parco per la gestione dei problemi che alcune specie, essenzialmente il cinghiale, possono determinare se presenti in sovrannumero. La riforma prevista rischia di aprire le porte alla caccia nei parchi per interessi lontani dalla conservazione della biodiversità nel nostro paese.
  3. manca inoltre, come indispensabile premessa ad ogni ipotesi di riforma della Legge attuale, una seria analisi dei problemi nella gestione dei parchi in relazione al ruolo centrale che dovrebbero svolgere per la tutela della natura. Risale infatti al 2002, cioè alla seconda Conferenza nazionale sulle aree naturali protette di Torino, l’ultima occasione di ampio confronto e dibattito sul nostro sistema nazionale di parchi e riserve naturali.
  4. c’è infine da rilevare che in assenza di una seria valutazione sullo stato delle nostre aree naturali protette le proposte di riforma della Legge entrano esclusivamente nel merito delle rappresentanze negli Enti di gestione, delle procedure di nomina di Presidenti e Direttori, di possibili meccanismi di finanziamento attraverso royalty che rischiano di determinare pesanti condizionamenti nella gestione delle risorse naturali dei territori protetti e nella gestione della fauna attraverso un discutibile quanto inopportuno coinvolgimento del mondo venatorio.

Per questi motivi le cinque Associazioni ambientaliste che hanno voluto lanciare l’allarme sul destino dei parchi italiani auspicano una pausa di riflessione nel processo di riforma in atto per dare, nei tempi e modi opportuni, l’avvio ad un serio ed approfondito confronto sul futuro dei parchi con il solo obiettivo di assicurare una loro gestione più efficace per la conservazione del nostro patrimonio naturale.

Trivellazioni in Val d’Agri-Lucania

Pubblichiamo la segnalazione ricevuta da Teresa Liguori, consigliera nazionale di Italia Nostra, cofondatrice della sezione di Potenza e presidente della sezione di Crotone.

Fotografie del lago di Pertusillo in Val d’Agri

“Questa belllissima  ed antica Valle del fiume Agri (che ho avuto il privilegio di visitare alcuni anni fa) continua a subìre l’attacco da parte delle  trivellazioni petrolifere, che  provocano danni ingentissimi all’ambiente ed al patrimonio culturale.
In particolare stanno mettendo in pericolo l’oro blu, le finora limpide e copiose  risorse idriche indispensabili per la vita stessa delle popolazioni della Val d’Agri e non solo, alimentando anche l’acquedotto pugliese.
Ho appena ricevuto il link di un video di Ola Channel, associazione ambientalista locale, con la quale Italia Nostra collabora da tanti anni che consigliamo di vedere e diffondere.
Il problema dell’inquinamento delle sorgenti idriche è davvero assai grave e non ci sono forze politiche/ammimnistratori locali ad opporsi  davanti alle allettanti royalties offerte dai potrolieri.
La popolazione e le poche associazioni locali, in primis la OLA, che si oppongono allo strapotere delle trivelle non possono farcela a vincere una lotta così impari.”
Teresa Liguori 

Aiutateci a diffondere l’enormità del problema e sosteniamo tutti insieme le associazioni ed i cittadini che, nonostante tutto, lottano per salvare l’ambiente!!!
Cliccate qui per vedere il video!! 

La battaglia di Sepino

Fonte: Corriere del Mezzogiorno Napoli
Di Tomaso Montanari

Il paesaggio e il patrimonio storico-artistico italiano non periscono per assenza di leggi di tutela. Al contrario, a perderli è assai spesso l’intreccio perverso della giungla normativa, in cui finiscono col rimanere impigliati anche gli organi in teoria più competenti. L’esempio più grave e attuale di questa surreale situazione, riguarda la città romana di Sepino, in Molise: una città incredibilmente conservata, la quale deve il suo straordinario fascino al fatto che, a differenza di Pompei, è ancora immersa in una natura intatta, la valle del Tammaro, chiusa da colline dolcissime su cui corrono i tratturi nati sui tracciati, e a volte sui selciati, delle strade romane.
Da anni a Sepino si combatte un’asperrima battaglia: da una parte una ditta privata che vorrebbe installare a Sepino sedici pale eoliche alte centotrenta metri, dall’altra le soprintendenze e la direzione generale regionale del Mibac, che lottano per evitare questo colpo fatale. Proprio in questi giorni una quinta sentenza del Consiglio di Stato rischia di condannare Sepino. Il Consiglio continua a ritenere operante l’originaria autorizzazione improvvidamente concessa alla ditta dall’allora soprintendente archeologo.
Quell’autorizzazione fu annullata dalla Direzione generale, e chi la emise è ora sottoposto ad un’indagine penale e ad una della Corte dei Conti, che gli contesta un grave danno ambientale. In questa complicata e contraddittoria battaglia giuridica e giudiziaria l’unica sconfitta rischia di essere Sepino: e con lei il paesaggio, il patrimonio storico-artistico e l’articolo 9 della Costituzione.
L’ultima speranza è una legge speciale per Sepino, modellata su quella speciale per i Colli Euganei: essa ora giace al Mibac, aspettando di iniziare il suo iter di approvazione. Il ministro Lorenzo Ornaghi si è in questi giorni molto occupato del Colosseo e di Della Valle: speriamo che trovi il tempo di occuparsi anche di Sepino. Dove l’emergenza è assai più grave, anche se le televisioni non ne parlano.

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