Italia Nostra: “La tav potrebbe compromettere Fortezza e Opificio”

Fonte: Firenze Today
Di: Diego Giorgi

Intervista esclusiva a Mariarita Signorini: i rischi sui lavori del sottoattraversamento di Firenze, ma anche le perplessità sul progetto tramvia e i pericoli del sistema degli inceneritori

E’ una vecchia storia quella di Italia Nostra, nata oltre 50 anni fa. Passione, impegno e battaglie civili sempre a tutela del patrimonio storico, artistico e naturale. Dai beni culturali ai parchi nazionali, dalla questione energetica al capitolo sui rifiuti, dall’ambiente alle vicende legate alla mobilità ed al trasporto. A Firenze il volto della Onlus è incarnato da Mariarita Signorini; i temi caldi qui non mancano, anzi sono all’ordine del giorno. Partendo proprio da uno dei nodi in cui l’associazione si è spesa con più decisione negli ultimi anni: la questione Tav.
Nodo Tav. Alla fine sembra che prima dell’estate la talpa gigante comincerà a trivellare il sottosuolo. Intanto sono andati sotto di ben 40 metri per preparare lo scivolo per la mega fresa. Quanto siete preoccupati?
Moltissimo. Proprio per questo, per denunciare le storpiature dell’opera, abbiamo presentato un nuovo documento, redatto assieme ad uno dei massimi esperti sulle problematicità del nodo fiorentino, l’ingegner Perini. I punti critici sono molti, tutti a forte rischio. Per esempio, il danneggiamento degli edifici è stato sottostimato perché non è stato considerato il cosiddetto effetto ‘deriva’ che insorge durante lo scavo della galleria nei tratti di curva. In pratica non si prendono in considerazione gli effetti derivanti dal reale valore dei volume persi in questo specifico intervento.
Quella curva che passa proprio nei pressi della Fortezza.
Certo, sotto uno dei monumenti più importanti d’Italia. La Fortezza, uno dei monumenti più insigni dell’architettura militare del ‘500, sarà esposta ad un rischio nettamente maggiore di quello previsto dall’Osservatorio Ambientale. In quel punto preciso si sommeranno gli effetti causati da una parte dalla mancata considerazione ‘dell’effetto deriva’, dall’altra dallo scavo della seconda galleria, quella in pratica che passerà sotto i bastioni. Si crea quest’assurdo in cui il punto di massimo pericolo è sotto un monumento di importanza nazionale.
Fortezza, quindi Opificio delle Pietre Dure.
Infatti, un vanto italiano tutto fiorentino. Solo per capirci in questo momento l’Opificio ‘ospita’ Leonardo, quello degli Uffizi. Opere di questa portata hanno interventi di restauro molto lunghi. Per Raffaello sono stati impiegati dodici anni. Leonardo, quindi, rimarrà all’interno della struttura per l’intera durata degli scavi. Ma non solo, all’interno, da circa un paio di anni, è stato ‘ricoverato’ un Vasari danneggiato dall’alluvione e, dopo una lunga serie di accertamenti, stanno partendo con i lavori. Voglio dire, l’Opificio è uno scrigno. Scavare lì sotto equivale a scavare sotto gli Uffizi; è così difficile porsi questo problema?
Andando all’osso, secondo voi, c’è un rischio concreto per la salvaguardia dell’Opificio?
Dai primi accertamenti fatti dai tecnici per lo stato di conservazione, è già stato annunciato che la falda in quella zona verrà cementificata. O meglio, i pozzi dove l’istituto attinge per la climatizzazione degli ambienti saranno completamente ostruiti. Verrà a mancare una funzione fondamentale della struttura che ricalca il medesimo concetto adottato negli ospedali. Oltretutto, per la realizzazione del sistema, sono stati spesi dallo Stato al tempo delle lire centinaia di milioni. Tutto perché devono iniziare fin da ora a fare le iniezioni di cemento nel sottosuolo per evitare che la Fortezza vada giù.
Ancora problemi con la falda, a Campo di Marte come alla Fortezza, uno dei temi più dibattuti dalle associazioni e comitati che si battono contro la realizzazione dei tunnel.
E non può essere altrimenti. L’opera impatta ed interferisce fisicamente con la falda fiorentina. Una questione anche questa sottovalutata e che non tiene conto del rischio idrogeologico in corrispondenza dell’imbocco nord, di quello sud e della stazione Foster. Qui, in sostanza, si vuol creare un muraglione in zona di falda, con tutte le conseguenze del caso. Ma non basta, in tutto questo, non è stato nemmeno preso in considerazione il fenomeno indotto dalla scavo delle due gallerie con una sola fresa. Mentre a Bologna sono state scavati due tunnel contemporaneamente, a Firenze l’opera sarà scaglionata in due fasi diverse. Ma scavare una galleria, e poi dopo un anno, due anni, scavarne un’altra, aumenta esponenzialmente il rischio di subsidenza, quindi il crollo.
Continuando sul tema mobilità: Firenze ha scelto la via della tramvia; un progetto che non sposate, anzi, così com’è, criticate aspramente. La linea1 funziona, perché quindi non estendere la rete?
Non abbiamo mai criticato la linea1, anzi è un modello che sposiamo: collegare la periferia con la città. Contestiamo il resto del progetto e delle linee. Ha un senso fare delle linee che colleghino Sesto, Campi, Bagno a Ripoli, con la città perché decongestionerebbero il grosso del traffico dei pendolari all’interno dell’area metropolitana. Noi contestiamo il progetto di far entrare la tramvia nel cuore della città, che ricordo ha sempre una struttura medievale. Intervenire in una città patrimonio Unesco con mezzi di questa pesantezza, e stiamo parlando di treni da oltre 40 tonnellate, è una follia. Si poteva pensare a mezzi diversi, come ci sono a Milano; nessuno avrebbe mai contestato una tramvia leggera. Invece così avremo un’opera molto pesante, e fortemente bloccata. 
E l’ipotesi del sottoattraversamento del centro?
Consideriamo che in cantiere ci sono già 8 chilometri del tunnel della Tav, più ne facciamo tre per la tramvia ed a questo sommiamo i parcheggi sotterranei in piazza del Carmine o in piazza Indipendenza.
Una città sottoterra?
Sì, ma non è una città qualsiasi Firenze, non è strutturata con canoni moderni. E’ solo una questione di scelte. Abbiamo una ferrovia che attraversa la città. Perché non usarla come metro-treno. Se si investe denaro solo sulle grandi opere non c’è tutela del territorio, alla lunga viene a mancare la possibilità di conservazione e manutenzione.
Rifiuti, inquinamento, salute; si parla molto dell’inceneritore di Case Passerini, l’ampliamento di quello della Rufina, quello di Montale. Lei comprerebbe una casa ad un chilometro dall’inceneritore?
No, assolutamente.
Come mai?
Perché il fall-out delle sostanze tossiche è accertato. Da Medici per l’Ambiente, Medicina Democratica, dalle organizzazioni della sanità; tutti a dire che gli inceneritori non fanno bene alla salute. Anche se controllati e dotati di filtri, esiste una ricaduta tossica che va ad interessare la catena alimentare, per esempio. Attorno all’inceneritore di Brescia, per un raggio di circa tre chilometri, non si può coltivare niente per paura che le diossine intacchino la catena alimentare.
Forti rischi alimentari, quindi?
Non solo, questo è solo uno degli aspetti. Prendiamo il caso di Montale: a seguito di un malfunzionamento dell’impianto si registrarono picchi di diossina molto alti. Tanto che alcune madri in fase di allattamento decisero di sottoporsi all’analisi del proprio latte. Bene quel latte conteneva sostanze altamente tossiche e quindi pericolosissime per i neonati. Gli ultimi studi parlano addirittura di contaminazione del feto da parte di queste sostanze cancerogene.
Diossine e pm10, a chi si batte contro l’inceneritore c’è chi controbatte proponendo di chiudere autostrade, industrie, porti, aeroporti. Esiste un modello alternativo a questo schema?
Certo, ma si tratta di investire su un prototipo di vita completamente diverso. In alcuni Comuni, che hanno investito in questa direzione, il riciclaggio supera il 65%. Non è un’utopia e non si tratta di rifiuti ma del recupero di materie prime e seconde. Un nuovo stile di vita, forse più faticoso, che impegna costantemente, ma realizzabile. La verità è che il modello degli inceneritori è una necessità per coloro che non hanno investito su culture alternative. Prendiamo l’inceneritore della Rufina, un tema a noi molto caro. Un inceneritore nel bel mezzo di un’area pregiatissima della nostra viticultura. Un nicchia economica, che fa grande la Toscana nel mondo, messa a rischio da un gigante con una capienza otto volte e mezzo superiore a quello già presente; oltretutto in zona fluviale, all’interno dell’alveo di un fiume. Può essere questo il modello di riferimento?

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