Archivi Mensili: agosto 2012

Sul crollo del muro al Pincio: era a rischio dal 2001

Fonte: Italia Nostra Onlus

Annunciati i lavori di restauro a partire dal 29.08.2012 (Pincio, dopo il crollo via ai lavori: «Muro in sicurezza, ora il restauro»)

Comunicato del 24.08.2012

Da alcune ricerche fatte risulta che il tratto del muro del Pincio era a rischio di crollo, per mancanza d’interventi e di controlli, fin dall’anno 2001 quando un vandalo con la sua auto ha demolito la parte superiore della rampa del Valadier. Una foto dello stesso luogo del 2004 documenta che il danno non fu subito riparato e non si sa con certezza se questo è avvenuto in seguito. Sarebbe importante conoscere dalle Soprintendenze sia comunale che statale se fu veramente restaurato e in quale data.
È comunque un’ulteriore conferma che il patrimonio monumentale di Roma, che tutto il mondo ci invidia e viene ad ammirare, non può continuare ad essere trascurato in tale modo e che deve vedere una costante azione di controllo delle situazioni più a rischio di essere compromesse.
Mirella Belvisi, vice presidente Sezione di Roma di Italia Nostra

Ecco le due foto del 2004 che documentano la mancanza d’interventi del danno provocato da un vandalo nel 2001

Si allega il testo apparso sul Corriere della Sera del 18.07.2004

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Il patrimonio culturale non può essere venduto! Italia Nostra alza forte la sua voce

Fonte: Italia Nostra Onlus

“Spetta al ministro Ornaghi presidiare la riserva
del demanio culturale”

La legge (detta della spendig review) approvata con la fiducia tra luglio e agosto non modifica in alcun modo il rigoroso regime del demanio culturale come disegnato nel Codice dei beni culturali e del paesaggio (articoli 12 e 53 – 55). Rimangono dunque integralmente estranei all’automatismo di quella legge, con i complessi meccanismi del suo articolo 23ter, i beni di interesse culturale, pur soltanto presunto. Ai costituendi “fondi comuni di investimento immobiliare” potranno essere trasferiti soltanto i beni immobili (la cui esecuzione risalga ad oltre settant’anni) che siano stati riconosciuti privi di alcun interesse culturale con una espressa dichiarazione negativa (che spetta alle direzioni regionali del ministero).
Se il ministro per i beni e le attività culturali non è chiamato a partecipare agli sviluppi attuativi della spending review, alla sua diretta responsabilità è però affidata la vigilanza sul rispetto della esclusione del demanio culturale dall’ambito esecutivo della nuova disciplina legislativa.
Sa bene il ministro che il patrimonio pubblico è presidiato dalla presunzione di interesse culturale in forza della quale ogni bene (se immobile) la cui esecuzione risalga  ad oltre settant’anni, pur se non sia stato oggetto di formale riconoscimento, è assoggettato al regime del Codice dei Beni Culturali  e che i beni immobili di interesse culturale degli enti pubblici territoriali (quindi stato e comuni) costituiscono il demanio culturale. Un patrimonio, dunque, per principio invendibile.
La vendita dei beni del demanio culturale è preclusa per quelli cui si riconosca valore identitario, come documenti della storia delle istituzioni, e l’alienazione è altrimenti ammessa (e solo su specifica autorizzazione delle direzioni regionali del ministero) quando “assicuri la tutela, la fruizione pubblica e la valorizzazione dei beni” . L’osservanza delle prescrizioni dettate al riguardo per conservazione e destinazione è rafforzata dalla clausola legale di risoluzione espressa.
Spetta al ministro per i beni e le attività culturali presidiare quella riserva con la doverosa fermezza (mettendo innanzitutto in allerta i suoi direttori regionali).
Italia Nostra vigilerà, come sempre.

Alessandra Mottola Molfino, presidente nazionale Italia Nostra
Giovanni Losavio, ex-presidente nazionale Italia Nostra

 Approfondimenti

Non svendiamo il patrimonio, nostro bene comune (news del 10 agosto 2012)
Italia Nostra esprime tutta la sua contrarietà a fare cassa con la vendita del patrimonio culturale, che appartiene a tutti i cittadini: il paesaggio e il patrimonio culturale sono beni comuni e non si possono privatizzare, come spiegano sia Paolo Berdini sia Nicola Caracciolo negli articoli di oggi sulManifesto.

Leggi gli articoli:
Svendita con vista su Il Manifesto
Editoriale di Paolo Berini sul Manifesto
Intervista a Nicola Caracciolo

Il paesaggio preso a schiaffi

Fonte: Il Corriere della Sera
Di: 

Immagini e costi dell’incuria

Trascorrere qualche giorno in Calabria – dico la Calabria solo come un caso esemplare (e pur sapendo di dispiacere agli amici che vi conto), dal momento che quanto è successo lì è più o meno successo in mille altre contrade della Penisola – significa essere posti di fronte ad uno spettacolo a suo modo apocalittico. Ed essere costretti ad interrogarsi su tutta la recente storia del Paese.
Lo spettacolo apocalittico è quello della condizione dei luoghi. Sono cose note ma non bisogna stancarsi di ripeterle. Centinaia di chilometri di costa calabrese appaiono distrutti da ogni genere di abusivismo: visione di una bruttezza assoluta quanto è assoluto il contrasto con l’originaria amenità del paesaggio. Dal canto loro i centri urbani, di un’essenzialità scabra in mirabile consonanza con l’ambiente, sebbene qua e là impreziositi da autentici gioielli storico-artistici, sono oggi stravolti da una crescita cancerosa: chiusi entro mura di lamiere d’auto, per metà non finiti, luridi di polvere, di rifiuti abbandonati, di un arredo urbano in disfacimento. L’inaccessibile (per fortuna!) Aspromonte incombente sulle marine figura quasi come il simbolo di una natura ormai sul punto di sparire; mentre le serre silane sono già in buona parte solo un ricordo di ciò che furono. Luoghi bellissimi sono rovinati per sempre. Non esistono più. Ma nel resto d’Italia non è troppo diverso: dalla Valle d’Aosta, alle riviere liguri, a quelle abruzzesi-molisane, al golfo di Cagliari, ai tanti centri medi e piccoli dell’Italia peninsulare interna (delle città è inutile dire), raramente riusciti a scampare a una modernizzazione devastatrice. Paradossalmente proprio la Repubblica, nella sua Costituzione proclamatasi tutrice del paesaggio, ha assistito al suo massimo strazio.
Ma oggi forse noi italiani cominciamo finalmente a renderci conto che distruggendo il nostro Paese tra gli anni 60 e 80 abbiamo perduto anche una gigantesca occasione economica. L’occasione di utilizzare il patrimonio artistico-culturale da un lato e il paesaggio dall’altro – questi due caratteri unici e universalmente ammirati dell’identità italiana – per cercare di costruire un modello di sviluppo, se non potenzialmente alternativo a quello industrialista adottato, almeno fortemente complementare. Un modello di sviluppo che avrebbe potuto essere fondato sul turismo, sulla vacanza di massa e insieme sull’intrattenimento di qualità, sulla fruizione del passato storico-artistico (siti archeologici, musei, centri storici), arricchita da una serie di manifestazioni dal vasto richiamo (mostre, festival, itinerari tematici, ecc.); un modello capace altresì di mettere a frutto una varietà di scenari senza confronti, un clima propizio e – perché no? – una tradizione gastronomica strepitosa. È davvero assurdo immaginare che avrebbe potuto essere un modello di successo, geograficamente diffuso, con un alto impiego di lavoro ma investimenti non eccessivi, e probabilmente in grado di reggere assai meglio di quello industrialista all’irrompere della globalizzazione, dal momento che nessuna Cina avrebbe mai potuto inventare un prodotto analogo a un prezzo minore?§
Capire perché tutto ciò non è accaduto significa anche capire perché ancora oggi, da noi, ogni discorso sull’importanza della cultura, sulla necessità di custodire il passato e i suoi beni, di salvare ciò che rimane del paesaggio, rischia di essere fin dall’inizio perdente.
Il punto chiave è stato ed è l’indebolimento del potere centrale: del governo nazionale con i suoi strumenti d’intervento e di controllo. In realtà, infatti, in quasi tutti gli ambiti sopra evocati è perlopiù decisiva la competenza degli enti locali (Comune, Provincia, Regione), tanto più dopo l’infausta modifica «federalista» del titolo V della Costituzione. Lo scempio del paesaggio italiano e di tanti centri urbani, l’abbandono in cui versano numerose istituzioni culturali, l’impossibilità di un ampio e coordinato sviluppo turistico di pregio e di alti numeri, sono il frutto innanzi tutto della pessima qualità delle classi politiche locali, della loro crescente disponibilità a pure logiche di consenso elettorale (non per nulla in tutta questa rovina il primato è del Mezzogiorno). Questa è la verità: negli anni della Repubblica il territorio del Paese è sempre di più divenuto merce di scambio con cui sindaci, presidenti di Regione e assessori d’ogni colore si sono assicurati la propria carriera politica (per ottenere non solo voti, ma anche soldi: vedi il permesso alle società elettriche d’installare pale eoliche dovunque).
D’altra parte, si sa, sono molte le cose più popolari della cultura: elargire denari a pioggia a bocciofile, circoli sportivi, corali, sagre, feste patronali e compagnia bella, rende in termini di consenso assai più che il restauro di una chiesa. I politici calabresi sanno benissimo che la condizione in cui si trovano i Bronzi di Riace – fino ad oggi nascosti da qualche parte a Reggio, in attesa da anni di un museo che li ospiti – se è un vero e proprio scandalo nazionale, tuttavia non diminuisce di un briciolo la loro popolarità a Crotone o a Vibo Valentia.
Solo un intervento risoluto del governo centrale e dello Stato nazionale può a questo punto avviare, se è ancora possibile, un’inversione di tendenza; che però deve essere necessariamente anche di tipo legislativo. Ma per superare i formidabili ostacoli che un’iniziativa siffatta si troverebbe di sicuro davanti, deve farsi sentire alta e forte la voce dell’opinione pubblica, per l’appunto nazionale, se ancora n’esiste una. Non è ammissibile continuare ad assistere alla rovina definitiva dell’Italia, al fallimento di un suo possibile sviluppo diverso, per paura di disturbare il sottogoverno del «federalismo» nostrano all’opera dovunque.

In ricordo di Italo Insolera

Di seguito il bel ricordo di Italo Insolera nell’articolo di Tomaso Montanari, su Il Fatto Quotidiano di oggi. Ieri a Roma era presente una nutrita rappresentanza di Italia Nostra alla commemorazione del grande architetto e urbanista scomparso, a portare il saluto dell’intera Associazione.
Mariarita Signorini

Fonte: Il Fatto Quotidiano
Di: Tomaso Montanari 

È come se, d’improvviso, le solitudini delle nostre città si fossero fatte più acute, il loro degrado più irreversibile, la loro ingiustizia più radicale. Insieme agli occhi dell’architetto e urbanista Italo Insolera (nato a Torino nel 1929 e scomparso a Roma lunedì) si spegne, infatti, uno degli ultimi sguardi capaci di diagnosticare il male che sforma il nostro tessuto urbano e, con esso, il nostro modo di essere, anzi di non essere più, cittadini.
Una delle ultime, fulminanti diagnosi, Insolera l’aveva affidata ad un’intervista a Francesco Erbani («la Repubblica», 13 aprile 2010): «L’urbanistica? È ormai figlia dell’architettura. E l’architettura ridotta a pura forma assorbe tutto il dibattito culturale. Tutto lo spazio dell’informazione. Diventa il paradiso delle archistar. Si bada più al singolo progetto che non al disegno complessivo. Più al singolo manufatto che non alla città. Più all’individuo che non al collettivo. Occorre invece che l’urbanistica recuperi la sua linfa sociale». Parole profetiche, una per una: proviamo a verificarle pescando a caso nella cronaca di questi giorni, anzi di queste ore. Ieri il ministro Corrado Clini (che ormai porterà incollata per sempre la definizione geniale che ne ha dato Riccardo Mannelli su questo giornale: «il ministro dell’Abbiente»), il governatore del Veneto, il presidente della provincia e il sindaco di Venezia hanno inaugurato la mostra sul cosiddetto Palais Lumière di Pierre Cardin. Ancor prima che l’Enac dica se la torre di 250 metri che dovrebbe nascere a Marghera sia compatibile col traffico aereo, le istituzioni benedicono e consacrano un progetto – il dettaglio è grottesco – che scaturisce dalla tesi del nipote dello stilista, laureatosi con essa a Padova nel 2011. Le stesse istituzioni che non sono state capaci di aprire un vero confronto pubblico sul recupero della zona industriale di Marghera, di pianificare un risanamento urbano attraverso la partecipazione popolare, si prostrano all’istante di fronte ad un singolo privato che presenta un progetto faraonico fatto in casa, che si basa sull’evidente desiderio di «oltraggiare Venezia» (così Salvatore Settis), modificandone per sempre lo skyline con una gigantesca torre luminosa degna del più cafone degli emiri. Immancabilmente il dibattito pubblico si è concentrato sulla forma della torre e sul suo valore estetico (‘è bella o non è bella, mi piace o non mi piace’) sotterrando sotto il soggettivismo dell’archistar (in questo caso dell’apprendista archistar) ogni idea di città, di sviluppo sociale, di comunità. Naturalmente l’argomento più forte è che Cardin ci mette i soldi, e che siccome è molto anziano bisogna dire di sì all’istante: così, come in un nuovo medioevo, le torri dei feudatari più ricchi e potenti simboleggiano nel modo più violento ed indelebile il trionfo degli individui sul collettivo, espellendo dalle vene esauste dell’urbanistica italiana le ultime gocce di linfa sociale (per usare le parole di Insolera).
In un bellissimo ricordo di quest’ultimo comparso ieri sul «Corriere della sera» di Roma, Paolo Fallai ha citato un’intervista del 1993, quando qualcuno propose la candidatura dell’urbanista a sindaco di Roma. Insolera era forse il più profondo conoscitore della storia urbanistica recente della città, a cui nel 1962 aveva dedicato il fondamentale Roma moderna, ripubblicato da Einaudi nel 2011, con ampliamenti e contributi di Paolo Berdini (il quale è vicino a Insolera anche nell’impegno civile). Ma nonostante questa indubbia competenza, Insolera declinò l’invito, e non già per pigrizia o codardia: «Non ho mai pensato di aver l’idea chiave in grado di capovolgere le cose. – dichiarò in quell’intervista – Un uomo, un’idea, un progetto non cambiano niente. Può riuscirci solo un lavoro faticoso, paziente, di tante persone. Solo la società può cambiare la società». E al giornalista che gli chiedeva quando Roma sarebbe potuta rinascere, Insolera rispose: «Quando tornerà l’ideologia, una qualsiasi, si potrà fare. Per ricostruire, per risanare, occorre prima sapere quale tipo di città si vuole». Vent’anni dopo non solo questa analisi è ancora drammaticamente attuale, ma si può trasferire dall’urbanistica alla politica, da Roma all’Italia: con l’abdicazione della politica e il commissariamento dei tecnici tentiamo di risanare e ricostruire un Paese facendo a meno di un progetto comune. Ma, continua a martellarci la voce di Insolera, «solo la società può cambiare la società».

Capalbio: intellettuali, vip e turisti in piazza contro il biogas

Fonte: La Nazione

Te la immagini una ciminiera alta 13 metri che svetta proprio accanto alla Torre medievale e al Lago di Burano, nel paradiso di Capalbio Scalo?
L’amministrazione comunale sì, tanto che ha dato a «Sacra» l’autorizzazione a costruire un impianto a biogas in via Origlio. Ma residenti, turisti e intellettuali non riescono proprio a figuarsi quell’accostamento tra arte, natura e il «mostro nascituro». E ieri sera il giornalista e deputato Furio Colombo, intervenuto alla manifestazione di protesta organizzata da Italia Nostra in piazza Aldo Moro, lo ha detto chiaramente: «Perché i politici non vogliono il dialogo con i cittadini.
Perché non sono qui in piazza a spiegarci le ragioni dell’approvazione di questo impianto? Sembra che Capalbio non possa vivere senza il biogas, ma sappiamo bene che non è così. Questo è un paradiso e va preservato». Un intervento che ha infiammato la numerosa platea. Oltre duecento persone, tra residenti, turisti, volti più o meno noti, hanno partecipato all’iniziativa per chiedere al Comune di tornare sui suoi passi. Presenti anche Nicola Caracciolo, autore televisivo di programmi come La Grande Storia, l’ex ministro Gianni Mattioli, l’avvocato Ferdinando Imposimato. l’attrice Donatella Reggiani, Walter Piacentini del Comitato per l’ambiente di Capalbio. Intellettuali, attori, politici, schierati assieme ai residenti contro impianto a biogas e Tirrenica. Due strutture che, secondo gli organizzatori, rischiano di sfregiare in modo indelebile un territorio tra i più belli d’Italia e di far scappare i turisti, vera risorsa locale. «Abbiamo commissionato uno studio — spiegano gli organizzatori della manifestazione — da cui si evince che con l’impianto a biogas il valore delle abitazioni crollerebbe dal 30 al 50%, in alcuni casi anche più. Sarebbe la fine della Piccola Atene». Un presagio davvero triste di questi tempi.

Poche parole sulla morte di Michelangiolo Bolognini

Italia Nostra condivide le parole di cordoglio e di rimpianto per la perdita di Michelangelo Bolognini, ci mancherà molto, era davvero una persona insostituibile oltre che un combattente per una causa sacrosanta.
Italia Nostra Firenze 

Fonte: ISDE Palermo
Di: Ernesto Burgio
Poche parole sulla morte, avvenuta questa notte, di Michelangiolo Bolognini. Uomo e medico responsabile e giusto, che per anni ha denunciato le falsità, le ipocrisie, la corruzione che dominano un Sistema che ci sta avvelenando, lentamente, tutti. in primis le donne e i bambini attuali e futuri..
Solo apparentemente la sua morte è stata rapida e improvvisa: perché Michelangiolo era stato operato un mese fa per un CA del pancreas, ennesima vittima di un’epidemia che inutilmente denunciamo da anni, che altri si affannano a negare,
che è il drammatico prodotto di una corruzione morale e spirituale che sta divorando il pianeta
Sit tibi terra levis, Michelangiolo

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