Archivi Mensili: ottobre 2012

Riparbella: il Parco Eolico Industriale c’è, i permessi no!

La bellissima sottostazione elettrica del Parco Eolico Industriale di Riparbella, grande quanto un campo da calcio…
Costruita senza progetti esecutivi autorizzati…
É spuntata tipo fungo…
I cittadini ringraziano le autorità preposte, sempre pronte a chiudere gli occhi quando si trovano difronte agli interessi economici delle imprese amiche!

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«Il fotovoltaico non è un affare» Incentivi azzerati dalle maxi bollette

Fonte: Il Resto del Carlino

Il sistema di incentivazione delle rinnovabili è andato fuori controllo,
adesso i nodi vengono al pettine.

Green economy e pannelli fotovoltaici per risparmiare sull’energia. Parole magiche per l’economia, si sente dire da tempo. Ma se la formula e sbagliata, la magia scompare e le casse delle aziende invece di respirare aria pulita finiscono per soffocare.
Non e tutto oro quello che splende sotto il sole, secondo il presidente di Confindustria Ceramica Franco Manfredini. Non sempre riempire i tetti dei capannoni di pannelli fotovoltaici, risulta essere un affare. È il sistema che è sbagliato — dice Manfredini — E vero, lo Stato sostiene con forti incentivi chi installa i pannelli, poi però, per recuperare sulla spesa degli incentivi stessi, aumenta le bollette. E ce ne stiamo già accorgendo, cono la componente parafscale che, quando si parla di energia elettrica, arriva quasi al 50%».
Ma il meccanismo, secondo Manfredini, non è solamente di ordine contabile: chi realizza questi impianti acquista per la stragrande maggioranza pannelli prodotti in Cina, paese dove lo scorso anno il sistema italiano ha fatto shopping per un ammontare di 10 miliardi di euro. Quindi noti mi si venga a dire che il business dei pannelli ha creato occupazione. Per il momento si tratta semplicemente di un autogol, un meccanismo che, così congeniato, crea danni e non vantaggi».
Tutto questo in un settore strategico come quello dell’energia: «Strategico e basilare soprattutto per chi esporta molto, come le nostre ceramiche — puntualizza Franco Manfredini — E’ difficile competere con paesi concorrenti come la Germania, che paga bollette che sono circa la metà delle nostre. Sul mercato globale partiamo già svantaggiati».
E in altri settori che la green economy, secondo il presidente di Confindustria Ceramica, deve esprimersi: «Personalmente vedo una green economy attiva soprattutto nel campo della responsabilità sociale delle aziende — dice infatti Manfredini E giusto per esempio, impegnarsi al massimo per far lavorare i propri dipendenti in un ambiente salubre e vivibile. Le ceramiche hanno investito molto per cercare di produrre in maniera sempre più pulita, riducendo al massimo le emissioni. E anche sui prodotto abbiamo concentrato i nostri sforzi dal punto di vista della ricerca. Non a caso ora sul mercato ci sono piastrelle ecologiche che ripuliscono l’aria. Quella è la green economy che sta portando a casa risultati e sulla quale vogliamo insistere».

Loro distruggono la Maremma. E voi che fate?

APPELLO di Michele Scola
Presidente della Sezione di Grosseto di Italia Nostra

Una pubblica opinione alle prese con i molti problemi quotidiani, e distratta dal calcio, dal gossip e dalle telenovelas, non si accorge che qui in Maremma, un passo dopo l’altro, si sta svendendo il futuro nostro, e dei nostri figli, per qualche miserabile piatto di lenticchie. Siamo in crisi, questo è noto. E le pubbliche istituzioni che cosa fanno, per sollevare le nostre sorti? La risposta, purtroppo, è tanto semplice quanto sconfortante: invece di promuovere lo sviluppo sostenibile del nostro territorio, lo stanno degradando, ne stanno programmando, con progetti sempre più folli, la completa devastazione sul piano ambientale, paesaggistico e culturale.
Nella provincia di Grosseto ci sono ormai numerosi impianti gravemente dannosi per l’ambiente. Alcuni esempi. A Scarlino, a due passi dallo splendido mare del Golfo di Follonica, c’è un mega-inceneritore in grado di avvelenare l’aria e l’acqua della zona. Si noti che, per far funzionare l’impianto, occorre il costante afflusso di rifiuti provenienti da ogni parte d’Italia. A Capalbio e in diverse altre località sono in progetto centrali a biomasse e a biogas. Queste centrali, se funzionano in piccolo, su scala locale, e bruciano esclusivamente i residui dell’agricoltura, e non i suoi prodotti, sono utili. Ma se si vuole, come di fatto avviene, ampliare il business, e ricavarne dei bei profitti, la centrale richiede quantità sempre più grandi di combustibile, e si finisce per abbattere alberi, e per importare dall’estero sottoprodotti agricoli, producendo, alla fine, un grave danno economico e ambientale, e inoltre un inquinamento non tanto diverso da quello causato dal petrolio. Fra Grosseto e il mare di Marina è stato costruito un mega impianto di compostaggio e selezione dei rifiuti con produzione di CDR, cioè Combustibile da Rifiuti, nel quale affluiscono rifiuti, oltre che dalla provincia di Grosseto, anche dalle province di Arezzo e di Siena. I rifiuti vengono lavorati, ricavando il CDR, che poi viene bruciato, per l’appunto, nell’inceneritore di Scarlino. Lascio immaginare l’inquinamento prodotto da un simile impianto. A Monterotondo Marittimo, fra i boschi che fanno parte del Geoparco recentemente costituito, si vuole costruire un “digestore” e un cogeneratore che brucia i gas prodotti dal digestore. Anche qui, per alimentare l’impianto, si faranno affluire da tutta la Toscana i rifiuti necessari. A Bagnore, sul Monte Amiata, si trivella l’antico vulcano per lo sfruttamento geotermico: peccato che la popolazione locale debba subire l’emissione di gas nocivi alla salute, e debba lamentare l’impoverimento delle falde acquifere. Disastrosi per l’inquinamento del paesaggio sono poi le grandi pale eoliche installate nella zona di Scansano, o le vaste distese di pannelli fotovoltaici a terra, già presenti in varie zone, oltre a quelle in fase di progettazione, ad esempio a Roccastrada. Deleterio, per il futuro della nostra provincia è anche l’autostrada Tirrenica, che spacca la Maremma in due. Terminiamo, ma di certo l’elenco non sarebbe finito, con le trivellazioni del sottosuolo di Ribolla e di Casoni, nei pressi di Grosseto, alla ricerca di gas, operazione quanto mai pericolosa in quanto eseguita, come è stato da più parti segnalato, con l’utilizzo del fracking, cioè di bombardamenti sotterranei del terreno eseguiti allo scopo di spingere i gas in superficie.
Il leit motiv di tutte queste perniciose attività è sempre lo stesso: la produzione, a carissimo prezzo per il nostro ambiente, di energia di cui qui in Maremma non abbiamo bisogno, dato che già ne produciamo in misura superiore del 50% al nostro fabbisogno.
La Maremma non è, non vuole e non deve essere un’area a forte consumo di energia elettrica, in quanto la nostra vocazione non è l’industria pesante, con tutto l’inquinamento che essa comporta, ma è l’agricoltura, il turismo, l’artigianato, attività, cioè, a consumo contenuto di energia. Qualcuno obietterà che l’energia ci serve per alleggerire i conti finanziari nazionali, e inoltre per far funzionare le industrie situate altrove. Mi spiace deludere il ministro Passera e gli amministratori provinciali e regionali in sintonia con lui, ma chi ha a cuore il destino della Maremma non può essere d’accordo con loro. Vorrei rivolgere loro alcune domande.
Con quale logica, per ottenere i vantaggi che abbiamo citato, si va ad avvelenare proprio uno degli ultimi santuari naturali del nostro Paese? Che senso ha spargere fumi velenosi su una provincia votata al turismo e all’agricoltura di qualità? Per quale motivo coloro che progettano il nostro futuro non riescono a immaginare niente di meglio, per un territorio così prezioso, che trivelle, inceneritori e camion pieni di rifiuti? Quello che gli autori di questo insostenibile sviluppo guadagnerebbero in energia, noi lo perderemmo, moltiplicato per cento, in termini di salute pubblica e di immagine del nostro territorio. I vigneti, gli oliveti, i pascoli, i mille borghi silenziosi arroccati sulle nostre colline, i celebri resti delle civiltà etrusca, il mare incontaminato: tutto questo costituisce un patrimonio meritevole di ben altre attenzioni da parte di tutti, cittadini e amministratori.

Inceneritore di Selvapiana…le proteste continuano

Italia Nostra ha sottoscritto le osservazioni al piano interprovinciale dei rifiuti presentato ad aprile scorso insieme ad altre associazioni e partiti politici. Ha inoltre partecipato al ricorso al Tar insieme ai comitati locali contro l’inceneritore di Selvapiana

Di: Andrea Calò e Lorenzo Verdi

Continua l’opposizione alla costruzione dell’inceneritore  a Selvapiana, nel territorio della Valdisieve. Dopo che la  regione toscana ha modificato le normative sul rischio idraulico e hanno dato la possibilità  di andare avanti con i lavori, con grandi rischi in caso di esondazione della Sieve e aumenti dei costi esorbitanti per l’attuazione per il rispetto delle suddette normative. La provincia risponda puntualmente alle Osservazioni prodotte dai cittadini, movimenti, partiti politici, Enti Pubblici, senza alcuna reticenza. Ignorate le più recenti indicazioni dell’Unione Europea di pratiche vantaggiose sul piano economico e meno impattanti sull’ambiente e sulla salute delle popolazioni. Rifondazione Comunista chiede quale iter avrà la commissione ambiente affinché produca la più presto l’analisi puntuali delle osservazioni, senza cancellare le grandi opportunità che ancora si aprono per modificare il ciclo dei rifiuti, la tutela dell’ambiente della salute e la creazione di nuovi posti di lavoro. Domanda di attualità art. 39 del Regolamento del Consiglio Provinciale.
Il Partito della Rifondazione Comunista, sostiene le continue proteste dei cittadini della Rufina, apparse anche sulla stampa, insieme  al comitato Vivere in Valdisieve, che da sempre ci battiamo contro la realizzazione dell’impianto di termovalorizzazione previsto a Selvapiana. Il nostro gruppo chiede alla Provincia di pronunciarsi sulle numerose osservazioni al Piano Interprovinciale giunte all’Ente Provincia , in particolare si chiede di prendere posizione riguardo alla  costruzione dell’inceneritore di Selvapiana, che  con le  tempestive e ingannevoli modifiche ad hoc della legge regionale sul rischio idraulico, hanno dato la possibilità, con grandi rischi in caso di esondazione della Sieve e aumenti dei costi esorbitanti per rispettare le stesse norme – che la Regione Toscana si è data- al fine   di far superare tutti gli ostacoli previsti dalla procedura dall’impianto di inceneritore  di Selvapiana.
Estensori e sostenitori dell’Alterpiano insieme ai movimenti, comitati che lo hanno proposto, crediamo che occorra un impegno preciso da parte dei cittadini, dei movimenti e delle forze politiche che li rappresentano, atto a modificare lo stato delle cose sul ciclo dei rifiuti, prevedendo la riduzione dei rifiuti il recupero ed il riciclo della materia, valorizzando la produzione delle materie prodotte e del lavoro necessario allo svolgimento di questi processi.
Riteniamo che quanto prima la commissione ambiente della Provincia, prevista per il 30 ottobre  prossimo, definisca una metodologia per discutere e giungere quanto prima ad una presa di posizione che implichi una seria e rispettosa considerazione delle osservazioni prodotte, che secondo noi, dovrebbero portare inevitabilmente all’annullamento del piano proposto dalle tre Provincie – FI; PO; PT – basato su soluzioni impiantistiche vecchie e, in alcuni casi fuorilegge rispetto alle vigenti normative.
Considerato inoltre che le “Osservazioni” presentate  al piano interprovinciale dei rifiuti entro il 6 aprile scorso e accettate alla discussione sono quantificate in un numero di 70 :

  • PRIVATI CITTADINI IMPRESE VARIE  N°29
  • ASSOCIAZIONI_COMITATI_SOCIETA’ PUBBL /PRIV. SOGGETTI POLITICI N°19
  • ENTI PUBBLICI N° 22

Gli scriventi consiglieri chiedono al Presidente della Provincia di Firenze e all’assessore competente di riferire se è prevista una discussione puntuale sulla totalità delle osservazioni  e se esiste  un iter procedurale previsto. Se è in essere la previsione per  l’apertura dei cantieri per quanto riguarda Selvapiana  e quante risorse impegnate e sui tempi/crono programma.
Chiediamo inoltre  di sapere se si attenderà il pronunciamento dei Consigli Provinciali sul Piano Interprovinciale dei rifiuti nonché l’esito delle discussioni delle suddette osservazioni prima di dare avvio ai lavori della struttura dell’inceneritore di  Selvapaina che, sulla base dei recenti sviluppi, ha comunque avuto il suo via libera definitivo ed attende soltanto il disbrigo delle ultime pratiche, prima dell’avvio della fase esecutiva.

In Sicilia anche l’arte è a Statuto speciale

Fonte: La Repubblica
Di: Salvatore Settis

Lo sferzante articolo di Francesco Merlo comparso in queste pagine (“Togliamo alla Sicilia lo Statuto speciale”) colpisce al cuore il tabù delle Regioni a statuto speciale, scoperchiando la pentola della fallimentare super-autonomia siciliana. Alla sua serrata argomentazione si può aggiungere una pennellata sul versante della tutela del paesaggio e del patrimonio culturale. Quando la Costituente discuteva il testo di quello che fu poi l’ articolo 9, dalla Sicilia venne il meglio e il peggio. Il meglio venne nella persona di Concetto Marchesi, latinista catanese, rettore a Padova e deputato comunista, che col democristiano Aldo Moro tenacemente propose e difese l’idea, tutt’altro che scontata, che la tutela trovasse posto fra i principi fondamentali dello Stato. La prima bozza del testo si ispirava a una più generica formulazione nella Costituzione della Repubblica di Weimar (1919), ma cambiò molto prima di raggiungere la forma attuale: l’Italia fu così prima al mondo a porre questo tra i principi fondamentali dello Stato, come poi molti Stati han fatto. Ma dalla Sicilia venne anche il peggio: perché nel suo primo Statuto regionale (approvato con Regio decreto n. 455 del 15 maggio 1946, ben prima della Costituzione) la Sicilia avocava a sé il potere esclusivo su “turismo, vigilanza alberghiera e tutela del paesaggio, conservazione delle antichità e delle opere artistiche, urbanistica, lavori pubblici e musei” (articolo 14). L’Italia era in macerie, la Repubblica nasceva il 2 giugno 1946, la Costituente si metteva al lavoro, ma in Sicilia era già cominciata, pur con gli scarsi mezzi economici di allora, l’aggressione selvaggia al territorio. È quello che disse Marchesi in aula, quando per un breve momento parve che l’articolo 9 venisse cancellato dal testo della Carta perché superfluo: chi potrebbe mai negare, sostenne il democristiano Clerici, questo principio fissato «già nella legislazione pontificia dall’editto Pacca, che segnò quasi 150 anni or sono l’esempio a tutta la legislazione moderna»? La durissima reazione di Marchesi dà la temperatura di quel che stava già accadendo in Sicilia, esempio lampante, egli disse, del forte rischio che «interessi locali e irresponsabilità locali abbiano a minacciare un così prezioso patrimonio nazionale» (l’Assemblea reagì con «vivi applausi»). «Le esigenze locali reclamano restauri irrazionali o demolizioni non necessarie», continua Marchesi, e proprio per questo «ho proposto quell’articolo nella previsione che la raffica regionalistica avrebbe investito anche questo campo delicato del nostro patrimonio nazionale», usando l’autonomia siciliana come punta di diamante. La Costituzione accolse l’idea di una tutela a livello nazionale, ma i timori di Marchesi erano più che giustificati: la Sicilia riuscì a svincolarsi da ogni soggezione a Roma nel settore con due decreti “balneari” del 30 agosto 1975 (Dpr 635 e 637), emanati, paradossalmente, a pochi mesi di distanza dall’istituzione del ministero dei Beni culturali (29 gennaio 1975). Pochi italiani lo sanno, ma da allora il ministero dei Beni culturali nulla può in Sicilia (e solo in Sicilia), dove l’assessore regionale ha tutti i poteri del ministro. Anche le amministrazioni sono separate: Messina e Reggio sono due fondazioni calcidesi in stretta simbiosi almeno dal VII secolo a.C. e distano pochi chilometri, ma un archeologo che lavora a Messina non può essere trasferito a Reggio, e viceversa, come se lo Stretto fosse una frontiera. Il sogno della Lega, di incatenare al perimetro regionale docenti e impiegati, da quasi quarant’anni è qui una realtà. E il respiro regionale si fa sentire: i funzionari dei Beni culturali sentono sul collo il fiato dei politici, le Soprintendenze sono state di fatto degradate da centri tecnico scientifici di ricerca e tutela a organismi politico-amministrativi a misura di collegi elettorali, il degrado del territorio e gli sprechi sono sotto gli occhi di tutti. Giuseppe Voza, storico Soprintendente a Siracusa, ha scritto che “l’abusivismo è stato dilagante, mostruosa l’ industrializzazione e sconsiderata la gestione del territorio nel quale il patrimonio archeologico e monumentale è quasi totalmente abbandonato a se stesso”. Un assessore (Antinoro) che si ripromette di cedere integralmente ai privati la gestione dei beni culturali della Sicilia, un presidente (Lombardo) che ipotizza di cedere i siti archeologici in Val di Noto alla compagnia petrolifera russa Luko il, un sindaco (Zambuto) che si chiede se sia meglio cedere i templi di Agrigento al magnate russo Prokhorov o metterli all’asta da Sotheby’s: questi e altri deliri dovrebbero portare alla ribalta nazionale l’enormità di un degrado, etico e culturale prima che politico. Eppure la Sicilia fu all’avanguardia nel settore. Qui il vicerè Bartolomeo Corsini emanò nel 1745 l’Ordine del Real Patrimonio di Sicilia che tutelava insieme i boschi alle pendici dell’Etna e le antichità di Taormina (primo esempio al mondo di tutela congiunta di monumenti e paesaggio: proprio come, due secoli dopo, nell’articolo 9 della Costituzione). Il Corsini era fratello del cardinal Neri Corsini, artefice del “patto di famiglia” Medici-Lorena che in quegli anni assicurò la permanenza a Firenze delle collezioni medicee. Entrambi erano nipoti del papa Clemente XII, il fondatore dei Musei Capitolini: dalla Sicilia a Roma a Firenze, questo piccolo spaccato di famiglia mostra come il “modello Italia” di tutela nascesse di concerto da Palermo a Roma a Firenze. E fu in Sicilia che nacque quella Regia Custodia delle Antichità di Sicilia (1778) che è il più importante “precedente” delle Soprintendenze italiane. Nell’inerzia degli ultimi ministri (qualità in cui Ornaghi è ben deciso a battere ogni primato), chi si ricorderà che la formazione e il reclutamento del personale, i criteri e le pratiche della tutela, il carattere tecnico-scientifico degli uffici preposti devono essere identici in tutta Italia? L’autonomia siciliana, ha scritto Francesco Merlo, “è un delitto, lo strumento attraverso cui i siciliani vengono asserviti”, e alla sua mercé è posto l’immenso, preziosissimo patrimonio culturale e paesaggistico dell’ isola. Riportiamo dunque in Italia una Sicilia che sembra essersene staccata, come per un perfido processo tettonico che nessun ponte sullo Stretto potrà sanare. Perché non abbia ragione anche oggi Claudio Maria Arezzo, uno storico del XVI secolo che, quando fu chiusa la Camera Regionale di Siracusa a cui erano affidati i rapporti commerciali con la Spagna, commentò così: «Ora che siamo disgiunti, non ci dovesse capitare che siamo congiunti all’Africa?».

La lunga estate siciliana si è conclusa tragicamente con una serie spietata di incendi

Sicilia, ottobre 2012. La lunga estate siciliana si è conclusa tragicamente con una serie spietata di incendi. Incendi che hanno cancellato soprattutto vaste aree boschive dei Nebrodi e delle Madonie. Il fenomeno dei roghi estivi non è affatto nuovo nell’Isola. Anzi, negli ultimi anni è una costante. Ma ciò che è successo nei giorni scorsi è veramente sconvolgente: noi riteniamo che sia stato sferrato, dalla mafia, dalla criminalità organizzata, un attacco di tipo militare al paesaggio, al territorio più pregiato della Sicilia. Gli incendi possono essere considerati un vero e proprio crimine a danno del patrimonio comune. Incendi in gran parte di carattere doloso. Incendi che vengono appiccati soltanto per fini speculativi: dalla criminalità organizzata – come dicevamo, ma anche da pastori e agricoltori presenti nel territorio. C’è, inoltre, chi spera di ricavare un vantaggio dai finanziamenti destinati alle attività di spegnimento e c’è chi vuole assicurarsi un futuro lavoro legato alle attività di rimboschimento. Un quadro tragico e surreale, in un contesto nazionale e regionale che vede la drastica riduzione delle risorse economico e finanziarie finalizzate alla tutela dei territori.
Sia chiaro – comunque: i roghi non lasciano alcuna possibilità di sviluppo alle economie locali. E di certo c’è bisogno di migliorare la qualità degli ambienti naturali, dei paesaggi agrari, forestali e marittimi, perché rappresentano una fonte di ricchezza in vista di una crescita che possa essere pienamente ecosostenibile. Diciamolo: i soldi non si fanno bruciando aree verdi, ma tutelandole e lavorando insieme alla parte migliore del Paese per alimentare sviluppo e occupazione, migliorare la qualità del nostro vivere.

Leandro Janni, Italia Nostra – Onlus
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