Archivi Mensili: maggio 2013

Fermiamo le centrali a biomassa in Valdichiana

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Perché è importante
La Valdichiana è una valle toscana in provincia di Arezzo; per la sua conformazione è particolarmente adatta all’agricoltura; finora è stata ricca di frutteti e caratterizzata da diversi borghi e piccole città di cui la più famosa è Cortona. Nel corso del tempo l’agricoltura ha dovuto competere con nuovi insediamenti produttivi ma ora viene gravemente minacciata, insieme con il turismo locale e i centri abitati, dal progetto di realizzazione di ben 18 nuove centrali a biomasse da oltre 50 MW. Questo progetto è portato avanti da due società, l’Enel e la Powercrop, spinte dai lauti fondi europei concessi a questo scopo. Queste centrali sono fortemente inquinanti e oltre a minacciare seriamente la salute degli abitanti, rischiano di minare un’area che trae dall’agricoltura e dal turismo importanti fonti di sostentamento. La stessa Provincia ha già dato parere negativo ma la competenza ultima è della Regione Toscana.

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Mondiali di ciclismo: a Milano bici sul tram, a Firenze è solo una promessa

Fonte: Nove da Firenze

Verso i Mondiali di ciclismo, la città di Firenze sta cercando di cambiare aspetto e presentarsi più ciclabile, per adesso sono visibili cartelli e cantieri aperti, qualche toppa di catrame, come quelle apparse sulla via Bolognese e qualche rampa misteriosa come sul Ponte da Verrazzano, dove non si capisce se i lavori sono terminati oppure no.
Funzionalità: Intanto da sabato scorso a Milano i ciclisti possono portare la propria bici al seguito su tutta la rete metropolitana e sui tram, gratuitamente ma non negli orari di punta.
Già attuata in via sperimentale lo scorso 25 ottobre sulle linee 2 e 3 della metropolitana, ma dal primo weekend di maggio si entrerà in una nuova fase della sperimentazione con l’estensione del progetto alle linee M1, M5 e sui tram 7 e 31. Il servizio è completamente gratuito, anche se ci sono alcune limitazioni di orario: sulla rete ferroviaria dal lunedì al venerdì dall’inizio delle corse metropolitane fino alle ore 07:00, dalle 10:00 alle 16:00 e infine dalle 20:00 fino a chiusura.
Il sabato e la domenica l’accesso per le bici sarà libero per tutto il giorno. Per i mezzi di superficie il trasporto sarà consentito dall’inizio del servizio alle 07:00 e dalle 20:00 al termine delle corse; sarà no stop nei weekend.
“A Firenze è ancora proibito trasportare la bici sul tram – afferma la RETE NO SMOG FIRENZE, a cui aderiscono Città Ciclabile, Italia Nostra, Medici per l’Ambiente, Medicina Democratica, sTraffichiamo Firenze e Terra! – da anni il sindaco Renzi e l’amministrazione comunale hanno preso impegni ma non è stato fatto niente”.
La Rete No Smog iniziò con la manifestazione del 27 novembre 2010, con la quale chiedeva al sindaco che assumesse l’impegno previsto già allora da due mozioni del Consiglio Comunale a favore della bici sul tram. “Ma tutti i buoni propositi sono rimasti sulla carta – continua la Rete – ad aprile dell’anno scorso l’assessore Mattei, rispondendo a un’interrogazione in Consiglio Comunale, affermò che erano in corso le pratiche amministrative per modificare il regolamento del servizio tramviario e consentire l’accesso delle bici al di fuori dagli orari di punta, ma poi non se ne è saputo più nulla”.
“Il sindaco di Milano Pisapia batte Renzi 1 a 0 sul trasporto bici sui mezzi pubblici – proseguono ironicamente le associazioni della Rete – così come sul bike sharing che a Milano è partito nel 2008 ed è in espansione, mentre a Firenze non è mai iniziato, nonostante se ne parli da molti anni“. Sei mesi fa, ricorda la Rete, l’assessore Mattei affermò pubblicamente che il bando per la concessione del servizio del bike-sharing era in dirittura di arrivo e che sarebbe stato pubblicato nelle settimane successive. “Ma tutto tace – aggiungono le associazioni – e si perde così anche l’occasione unica dei Mondiali di Ciclismo, momento ideale per far partire questi nuovi provvedimenti che sicuramente avrebbero contribuito, insieme al raddoppio delle piste ciclabili, a limitare il caos del traffico che si abbatterà sulla città, rispondendo alla richiesta di una mobilità nuova e sostenibile che è emersa con forza anche nella recente manifestazione nazionale di sabato a Milano”, conclude la Rete No Smog.

Ricostruiamo L’Aquila

Fonte: Il Fatto Quotidiano
Di: Tomaso Montanari

 Gli storici dell’arte per l’Aquila

Ieri all’Aquila 1000 storici dell’arte hanno chiesto una «ricostruzione civile» per la città martire del patrimonio artistico europeo. Questo il documento finale, che è stato anche consegnato al ministro Bray, presente per tutta la giornata.
«Gli storici dell’arte riuniti all’Aquila oggi, 5 maggio 2013, intendono scuotere con forza tutte le istituzioni e ogni cittadino italiano. Vogliamo ricordare che non ha paragone al mondo la tragedia di un simile centro monumentale abitato che ancora giaccia distrutto, a quattro anni dal terremoto che l’ha devastato e a quattro anni dalle scelte politiche che l’hanno condannato a una seconda morte.
La prima cosa che vogliamo dire è che l’Aquila è una tragedia italiana, non un problema locale. È questo il senso della nostra presenza fisica, è questo il senso della volontà di guardare con i nostri occhi i monumenti aquilani in rovina. L’articolo 9 della Costituzione impone alla Repubblica di tutelare il patrimonio storico e artistico «della Nazione» attraverso la ricerca: ecco, oggi la comunità nazionale della storia dell’arte è all’Aquila. Per dire che il centro dell’Aquila è un unico monumento di assoluto valore culturale che appartiene alla Nazione: e che ora la Nazione deve essere al servizio dell’Aquila.
Mai come oggi, mentre finalmente i primi ventitré cantieri iniziano a prendersi cura di alcuni tra gli edifici monumentali del centro, è vitale che il sapere critico, la ricerca, l’insegnamento, la professionalità degli storici dell’arte siano a disposizione degli organi di tutela pubblici. E noi ci siamo.
Siamo anche profondamente consapevoli del valore civile della storia dell’arte, e non accettiamo la riduzione della nostra disciplina a leva dell’industria dell’intrattenimento ‘culturale’ al servizio del mercato.
Ed è per questo che affermiamo con forza che la ricostruzione della città di pietre non basta. Per questo la nostra giornata è intitolata alla «ricostruzione civile».
Gli storici dell’arte sanno che la città di pietre ha senso solo se è vissuta, giorno dopo giorno, dalla comunità dei cittadini. E questo legame vitale all’Aquila è stato volontariamente spezzato. Così, anche ammesso che, tra vent’anni, riusciamo ad avere l’Aquila com’era e dov’era, avremo una generazione di aquilani che non è cresciuta in una città, ma nelle cosiddette new town: cementificazioni del territorio senza alcun progetto urbanistico, e anzi immaginate come somme di luoghi privati. Senza spazio pubblico, senza arte, con un paesaggio violato.
Dunque, gli storici dell’arte riuniti all’Aquila chiedono con forza:

  1. Che il restauro del centro monumentale dell’Aquila, inteso come un unico e indivisibile bene culturale da proteggere, sia la prima urgenza della politica nazionale del patrimonio culturale. Che il flusso del finanziamento sia costante, e che l’andamento dei lavori sia pubblico, e totalmente trasparente. Che questo processo riguardi anche tutti gli altri centri storici del cratere, parti di un unico sistema ambientale, paesaggistico, urbanistico, storico-artistico.
  2. Che l’Aquila risorga com’era e dov’era. Che non si ricorra a demolizioni, e non si ceda all’assurda tentazione di improprie ‘modernizzazioni’ del tessuto urbano che violino la Carta di Gubbio. Che il significato civile e sociale di ogni monumento, del suo aspetto storico e della sua connessione con tutto l’organismo urbano che lo accoglie, sia considerato il primo, più importante, inderogabile valore.
  3. Che si rinunci ad ogni progetto di trasformare l’Aquila in una sorta di Aquilaland, cioè in un parco a tema che estremizzi quella perdita di nesso tra monumenti e cittadini che consuma giorno per giorno città come Venezia e Firenze. Per questo diciamo no ai progetti di realizzare parcheggi sotterranei, centri commerciali, richiami turistici a spese del tessuto storico monumentale e abitativo.
  4. Che il restauro del centro sia progressivamente accompagnato dal ritorno degli abitanti. Non possiamo aspettare venti anni per far trasferire gli aquilani dalle ‘new town’ nelle loro vere case: bisogna immaginare una politica di incentivi che acceleri questo processo, e che faccia progressivamente rivivere il centro. Per far questo, la ricostruzione deve inserirsi in una pianificazione urbanistica governata dalla mano pubblica, e non deviata da interessi privati. A questa pianificazione spetterà anche decidere del futuro delle ‘new town’: alcune dovranno essere abbattute, per ripristinare il paesaggio, altre potranno forse trovare un uso proficuo, ma solo all’interno di un piano preciso.

Non c’è più tempo: il momento di restituire l’Aquila e i suoi monumenti ai cittadini aquilani e alla nazione italiana è ora».

Biomasse a Cotronei

Consideravo quello delle biomasse uno sviluppo insostenibile, dove un terzo dell’energia elettrica nazionale prodotta da biomassa proveniva proprio dal crotonese, con tre grandi impianti tra i più potenti d’Italia: Crotone (22 Mw), Strongoli (40 Mw) e Cutro (14 Mw), alimentati da oltre 600 mila tonnellate di legno l’anno…ora vogliono costruire una terza centrale a biomassa…addio al nostro patrimonio boschivo…

Fonte: Area Locale
Di: Pino Fabiano

Qualche considerazione sulla questione biomasse a Cotronei
Mi occupai delle centrali a biomasse in tempi non sospetti, con un lungo articolo pubblicato su Cotroneinforma n. 73 del settembre 2002, e ancora oggi reperibile in alcuni siti internet.
Consideravo quello delle biomasse uno sviluppo insostenibile, dove un terzo dell’energia elettrica nazionale prodotta da biomassa proveniva proprio dal crotonese, con tre grandi impianti tra i più potenti d’Italia: Crotone (22 Mw), Strongoli (40 Mw) e Cutro (14 Mw), alimentati da oltre 600 mila tonnellate di legno l’anno.
Le biomasse vengono definite come fonti rinnovabili di energia: l’anidride carbonica emessa nella combustione è pari a quella sottratta dall’atmosfera per la crescita degli alberi. Proprio quelli che servono da combustibile per le centrali. Per cui si dice che il saldo delle emissioni di CO2 è zero.
Per questa ragione, a livello europeo esisteva il programma LEBEN (Large European Biomass Energy), per promuovere la realizzazione di Progetti Regionali Integrati per la valorizzazione della biomassa, mirati ad un nuovo sviluppo agricolo mediante nuove colture e tecnologie innovative. Tale programma europeo non ha riguardato però il territorio della provincia di Crotone. O meglio, sono state costruite le centrali a biomasse e, contemporaneamente, non si è tenuto conto di uno sviluppo agricolo per consentirne l’alimentazione, per produrre il combustibile necessario. Del resto la Sila era a due passi e forse veniva molto più comodo tagliare boschi, senza tener troppo in conto di un meccanismo di sviluppo sicuramente insostenibile.
A distanza di qualche anno, anche la Regione, la Provincia di Crotone e il Comune di Cotronei si sono accorti che la cosa non reggeva, denunciando il disboscamento irrazionale nella Sila, e mettendo altresì in evidenza che la potenzialità di assorbimento di biomasse da parte delle centrali è ben superiore alle condizioni dell’offerta regionale.
Eppure oggi, paradossalmente, si ritorna a parlare della costruzione di una nuova centrale a biomasse da 10 Mw a Cotronei, la quarta della provincia. In realtà dovrebbe arrivare la richiesta di una quinta centrale, sempre a Cotronei, seppur ancora nessuno ne parli.
Poiché l’investimento viene accolto dall’amministrazione comunale di Cotronei come una panacea in tempo di crisi economica, vorrei proseguire nel ragionamento con un metodo comparativo, evidenziando positività e negatività  dello stesso investimento, e utilizzando gli elementi empirici per una maggiore comprensione e valutazione del fenomeno.
Per rendere la questione più fluida inserisco nel ragionamento una metaforica bilancia: su di un piatto metteremo le negatività, sull’altro le positività. Cominciamo da quest’ultime.
La realizzazione della centrale porta un investimento economico di circa 40 milioni di euro. La cifra andrà in gran parte nell’acquisto della tecnologia, cioè della stessa centrale: quattrini che prendono la strada del nord, nella cassaforte del capitalismo nazionale. In loco resterà qualcosa per i costi delle maestranze, per il calcestruzzo e quant’altro. Poca roba rispetto al finanziamento totale. Comunque rappresenta una positività economica e la mettiamo sul nostro bel piatto della bilancia.
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Richiesta moratoria impianti energie rinnovabili

Le Associazioni Italia Nostra e WWF hanno chiesto al Presidente della Regione Sardegna una immediata moratoria delle installazioni di tutte le centrali per la produzione di energie rinnovabili in Sardegna ad esclusione degli impianti che producono l’energia per il proprio fabbisogno aziendale o domestico.
L’installazione di impianti per la produzione di energie rinnovabili nell’isola sta causando danni irreparabili al territorio, alle aree agricole e a numerose zone naturali di pregio. Sono ormai centinaia gli impianti che da nord a sud devastano l’isola e il suo paesaggio e altrettanti stanno per essere autorizzati o sono oggetto di richiesta di autorizzazione in vista dello scadere dei termini per poter usufruire degli incentivi del conto energia.

Fonte: Italia Nostra Sardegna

Impianti a Portoscuso

L’installazione di impianti per la produzione di energie rinnovabili nell’isola sta causando danni irreparabili al territorio, alle aree agricole e a numerose zone naturali di pregio. Sono ormai  centinaia gli impianti che da nord a sud devastano l’isola e il suo paesaggio e altrettanti stanno per essere autorizzati o sono oggetto di richiesta di autorizzazione in vista dello scadere dei termini per poter usufruire degli incentivi del conto energia. 

Già nel 2011 gli impianti in produzione di energie rinnovabili hanno raggiunto una potenza di 1.365 MW, nello stesso anno si è registrato un surplus di produzione di energia superiore al 10%. Le richieste di progetti da sottoporre a VIA superano i 700 MW e tanti altri impianti sono entrati in produzione nel 2012.
Supereranno i 15 mila ettari già nel prossimo anno i terreni occupati o interessati dai futuri progetti di energie rinnovabili, la maggior parte sono terreni agricoli.
A Carbonia e nei comuni limitrofi gli aerogeneratori superano le 100 unità (tra installati, approvati e richiesti, altezza media 150 mt) senza nessun rispetto neppure per l’area archeologica di Monte Sirai. Un numero ancora superiore sono le richieste del comune di Stintino che dovrà ospitare ben 9 “parchi eolici”. I tanti sindaci del Sulcis, della Nurra e del Medio Campidano si sentono impotenti a far fronte a questa invasione, o meglio devastazione del proprio territorio, e chiedono interventi urgenti e risolutivi per fermare la speculazione delle energie rinnovabili e lamentano, assieme alle proprie comunità, l’esclusione delle scelte che interessano i propri territori.
Al serio problema di accaparramento delle aree agricole e al danno ambientale e paesaggistico che causano impianti così sproporzionati e impattanti in aree naturalisticamente delicate e importanti, si aggiunge anche quello della tutela della salute, la cosiddetta sindrome da pala eolica pur essendo ignorata in Italia è scientificamente accertata in altri paesi.
Per porre fine a questa emergenza e per impedire un ulteriore degrado del territorio le Associazioni Italia Nostra e WWF hanno chiesto al Presidente della Regione Sardegna una immediata moratoria delle installazioni di tutte le centrali per la produzione di energie rinnovabili in Sardegna ad esclusione degli impianti che producono l’energia per il proprio fabbisogno aziendale o domestico, almeno fino a quando non sia operativo un PEARS che tenga conto delle installazioni realizzate, del reale fabbisogno energetico dell’Isola e della avvenuta sostituzione degli impianti alimentati da fonti con combustibili fossili con quelle a fonti rinnovabili.
È prioritaria la definizione di un Piano Energetico Regionale, basato in primo luogo sul risparmio energetico, sugli incentivi alle comunità locali per l’adozione di mini impianti a fonti rinnovabili e sulle iniziative locali quali i PAES e privilegiando gli impianti per autoproduzione. Un piano in sintesi in grado di limitare la folle e selvaggia corsa all’accaparramento delle terre, di impedire la sottrazione delle risorse ambientali e dei beni comuni alle comunità locali e alle generazioni future e di disciplinare finalmente con regole ferree questi impianti industriali, impedendone l’indiscriminato proliferare e l’installazione in aree agricole o in quelle di pregio ambientale e paesaggistico.
Le Associazioni chiedono inoltre di essere coinvolte, assieme ai Comitati locali, nelle future scelte energetiche che riguardano l’Isola.

A Petriolo c’era un tesoro, così si butta via la Toscana

Fonte: Corriere Fiorentino

L’abbandono, il mostro, le rovine alle terme. Ora anche un cantiere, per il raddoppio del viadotto, è una nuova minaccia per la fonte e la chiesetta del Trecento

PETRIOLO – Succede tutto intorno a una curva stretta della vecchia strada regia grossetana, subito dopo un ponte in pietra, «nel fondo di un cupo vallone». C’è un fiume, il Farma, con acque cristalline e fredde. Sulle sponde una sorgente getta nel fiume acqua termale caldissima, 42 gradi, qui dicono sicuri «la più calda d’Italia». Nel tempo, che è tanto perché di questa fonte parlano perfino Marziale e Cicerone, i depositi di calcare e zolfo hanno formato vasche naturali. Nel fiume l’acqua termale si mescola a quella fredda, e ognuno può scegliersi la sua temperatura ideale. Fregando con forza fra loro delle pietre scure si ottiene anche un prezioso fango. Intorno boschi straordinari. A pochi metri dalla sorgente, giusto quelli necessari ad attraversare il ponte o a fare quattro passi nel fiume, c’è una piccola chiesa, fatta costruire nel Trecento. Sotto gli archi a fianco della navata sinistra, sorretti da colonne di pietra, tre grandi vasche scavate per antichi bagni, anche quelli di un Papa, Pio II, che qui arrivò il 19 giugno 1460. La repubblica senese, per proteggere le terme e la chiesa che allora erano ben frequentate, fece costruire altissime mura, e divennero una sorta di castello termale che proprio per la visita del Papa fu abbellito e ingrandito.
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