Affari di famiglia tutti gli interessi e il business del superboss Matteo Messina Denaro

Fonte: Il sito di Palermo
Di: Roberto Ginex

Tra i vertici operativi dell’organizzazione emerge la figura di Patrizia, la sorella, e del giovane Francesco Guttadauro, figlio di Filippo e Rosalia Messina Denaro, dalle indagini si evincono le sue relazioni connesse all’attività di sostentamento di tutti i parenti e dello stesso latitante.
Ma c’è anche un parente, Mario Messina Denaro e tutte le imprese che ruotavano attorno alla cosca. Il ruolo dei Filardo

Azzerato il feudo mafioso di Castelvetrano che comprende anche Campobello di Mazara. I carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Trapani hanno eseguito 17 provvedimenti nei riguardi di indiziati a vario titolo di far parte delle famiglie mafiose locali. In particolare, le indagini hanno documentato le attività illecite del mandamento mafioso di Castelvetrano, accertando i ruoli di vertice degli esponenti della famiglia del superlatitante, il capillare controllo del territorio ed il sistematico ricorso all’intimidazione mafiosa per infiltrare il tessuto economico con imprese che facevano riferimento alla criminalità.
A dettare legge è sempre lui: il superboss Matteo Messina Denaro, è lui che nel trapanese ancora gestisce l’organizzazione, si occupa di risolvere le controversie familiari e gestisce gli ingenti interessi economici del clan. Tra i vertici operativi dell’organizzazione emerge la figura del giovane Francesco Guttadauro, figlio di Filippo e Rosalia Messina Denaro, dalle indagini si evincono le sue relazioni connesse all’attività di sostentamento della famiglia Messina Denaro e dello stesso latitante.
Documentati, anche attraverso le intercettazioni, ripetuti interventi di Guttadauro per dirimere i contrasti in famiglia relativi alla spartizione dei guadagni provenienti dalle società controllate dagli imprenditori mafiosi Antonino Lo Sciuto e Lorenzo Cimarosa, quest’ultimo cugino del latitante. Cimarosa e Lo Sciuto, titolari delle società B.F.costruzioni s.r.l. e M.G. costruzioni s.r.l. hanno gestito, per conto dell’organizzazione, la realizzazione di importanti commesse pubbliche e private nella zona di Castelvetrano, strade della zona industriale, opere di completamento del “polo tecnologico” di contrada Airone, lavori per le piazzole e le sottostazioni elettriche del parco eolico denominato “Ventodivino”, nel comune di Mazara del Vallo, a seguito di un accordo in cui la mafia locale si è divisa le opere. Le indagini hanno accertato anche come sarebbero stati aggirati i vincoli imposti dal protocollo di legalità sottoscritto dall’appaltatore del Parco eolico, l’impresa Fabbrica Energie rinnovabili alternative s.r.l., con la prefettura di Trapani.
Cimarosa e Lo Sciuto sono intervenuti anche nei confronti dell’imprenditore mazarese Carlo Loretta, per risolvere una disputa nata sulla quota dei lavori da far eseguire all’impresa M.e.s.t.r.a. srl., riconducibile alla locale famiglia mafiosa. Che l’azienda fosse “di famiglia” del latitante è confermata dai conflitti sulla spartizione degli utili, ritenuta iniqua dalla sorella Patrizia e da Rosa Santangelo, zia del ricercato. A mettere la pace ci pensava sempre Francesco Guttadauro.
Il provvedimento comprende, inoltre, le indagini sviluppate nei confronti di Nicolò Polizzi, uomo d’onore della famiglia di Campobello di Mazara, uno dei principali ambasciatori con la provincia di Palermo, in particolare era lui che teneva i contatti preparatori delle riunioni, tra Francesco Luppino e i responsabili dei mandamenti di Cosa nostra palermitana. Luppino, all’epoca in cui le articolazioni palermitane di cosa nostra stavano tentando di ricostituire la commissione provinciale, era il referente trapanese delle comunicazioni destinate a Matteo Messina Denaro.
Dopo l’arresto di Luppino, lo sviluppo delle investigazioni nei confronti di Nicolò Polizzi ha permesso l’acquisizione di elementi che, oltre a confermarne la contiguità al latitante di Castelvetrano, hanno definito il ruolo di condizionamento delle commesse pubbliche e private a livello locale. Polizzi sarebbe referente nella gestione di alcune operazioni propedeutiche alla realizzazione del villaggio turistico della catena Valtur, a Tre Fontane nei pressi di Campobello di Mazara, ad opera della società Mediterraneo Villages spa. Dalle indagini è emersa la capacità di Polizzi di interloquire con l’amministrazione comunale e con vari operatori economici per ottenereposti di lavoro e curare altri interessi mafiosi. E’ stato riscontrato l’appoggio offerto da Polizzi e dalla famiglia mafiosa ad una candidata alle elezioni regionali del 2012, in cambio di rilevanti somme di denaro.
La Squadra mobile di Trapani, con gli uomini dello Sco, ha eseguito otto provvedimenti che hanno riguardato sia la cosca di Paceco che quella di Castelvetrano. Patrizia Messina Denaro è accusata di associazione a delinquere di stampo mafioso: nelle indagini della Polizia (Servizio centrale operativo e Squadre mobili di Palermo e Trapani) emerge come la donna sia a tutti gli effetti appartenente alla cosca di famiglia.
Le intercettazioni dei colloqui in carcere tra lei e suo marito, Vincenzo Panicola (detenuto e già condannato in primo grado a dieci anni di reclusione per 416 bis c.p. nell’ambito del processo Golem fase II), hanno evidenziato come Patrizia avesse avuto il compito dal marito di parlare con il fratello latitante per sapere se lo stesso avesse o meno autorizzato l’imprenditore Giuseppe Grigoli ad accusare altri indagati per salvare le aziende che gli erano state sequestrate (il gruppo 6 della grande distribuzione con il marchio Despar).  C’era malumore nei confronti di Grigoli dopo le sue rivelazioni e quindi si doveva valutare l’eventualità che di dargli una bella “punizione”, con un pestaggio da parte di altri detenuti.
Patrizia, successivamente, avrebbe comunicato con il fratello latitante che gli avrebbe chiaramente detto “di lasciare stare” Grigoli, non tanto perché avesse autorizzato Grigoli a parlare, ma per evitare una eventuale sua piena collaborazione che avrebbe danneggiato molto di più i trapanesi. Ecco che emerge il ruolo chiave della donna.
Mario Messina Denaro (figli di cugini con Matteo) è accusato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. L’uomo (già condannato a 5 anni di reclusione per il reato di estorsione aggravata commessa nel 2008 nei confronti di un imprenditore di castelvetrano) frequentava, senza motivi, il centro diagnostico Hermes di Castelvetrano. Le indagini hanno permesso di accertare il tentativo di estorsione ai danni del centro sanitario, in particolare alla sua legale rappresentante, Elena Ferraro e al socio Francesco Tagliavia.
Si presentava come “il capo di tutto”, Mario Messina Denaro, molto conosciuto a Castelvetrano, che era andato nel centro a chiedere il “pizzo” minacciando la Ferraro a collaborare con un’altra clinica del Nord Italia per poi prospettare la necessità di emettere fatture di importo superiore a quanto effettivamente eseguito per costituire un  fondo “in nero” da consegnargli per sostenere le famiglie dei detenuti. L’uomo, secondo quanto acquisito, avrebbe millantato di ricoprire un ruolo di vertice in seno al clan mafioso castelvetranese in modo da incutere maggiore timore alle vittime.
Gli altri provvedimenti hanno riguardato esponenti contigui al noto mafioso Michele Mazzara al quale viene contestato il reato di intestazione fittizia unitamente ai soci della Spe.Fra. costruzioni s.r.l. Le indagini della Polizia sono state incrociate con quelle dei carabinieri che hanno confermato i fatti denunciando le persone coinvolte. Mazzara, sempre per eludere la legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali, aveva fittiziamente intestato la Spe.Fra. costruzioni s.r.l. agli indagati, Francesco Spezia, Antonella Agosta e a Matteo (moglie e cognato dello spezia) e a Francesco Fabiano, mantenendone la gestione diretta e fruendo degli utili.
Tra l’altro sono emersi casi di corruzione nell’esecuzione, da parte della Spe.Fra. costruzioni s.r.l., nei lavori di “manutenzione ordinaria e straordinaria eseguiti presso la casa circondariale Ucciardone di Palermo” affidati all’impresa. E’ stato accertato come l’indagato Giuseppe Marino,  funzionario tecnico (ingegnere) del Ministero della Giustizia in servizio al Provveditorato regionale del Dipartimento Amministrazione penitenziaria di Palermo, avesse ricevuto denaro per compiere atti contrari al proprio ufficio per evitare alla ditta Spe.Fra. costruzioni s.r.l. una penale per il ritardo nell’esecuzione delle opere. Per la promessa di pagamento a Marino (di 10.000 euro) sono stati denunciati anche gli indagati Francesco Spezia e Giuseppe Pilato (un geometra dipendente della Spe.Fra. costruzioni s.r.l.).
Prove sono emerse pure a carico degli indagati Giuseppe Pilato  e Salvatore Torcivia (altro funzionario tecnico del Ministero della Giustizia in servizio presso il Provveditorato regionale del Dap di palermo) in ordine alla turbativa d’asta, manipolata in favore della stessa ditta, relativa a due diverse procedure per lavori da eseguirsi all’Ucciardone (una di circa 44 mila euro per la realizzazione di impianti di sicurezza ed un’altra di circa 37 mila euro per l’allacciamento di impianti tecnologici).
Un’intera famiglia è finita in cercare: di Giovanni Filardo, 50 anni, cugino del superboss per parte di madre. A bussare alla porta stanotte i militari del Gruppo investigazione criminalità organizzata del Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di finanza di Palermo, con la collaborazione del Servizio centrale d’investigazione sulla criminalità organizzata della Guardia di Finanza di Roma. Oltre a lui in carcere sono finiti agli arresti anche la moglie, Franca Maria Barresi, di 45 anni, e le due figlie della coppia Floriana, di 26 anni, e Valentina, di 27. Tutti componenti della fitta rete di fiancheggiatori accusati di trasferimento fraudolento di società e valori.
Le indagini hanno permesso di scoprire, oltre al supporto operativo nella latitanza del boss trapanese, l’esistenza di un circuito imprenditoriale che ha assicurato un completo controllo economico del territorio nel settore dell’edilizia e al relativo indotto mediante la gestione dell’acquisizione, della spartizione e della realizzazione di importanti commesse, capeggiato proprio da Filardo che dal carcere, dove era recluso, dirigeva di fatto le imprese edili della famiglia, con l’appoggio di altre aziende della zona “disponibili” a supportare gli affari della “famiglia”.
Filardo dal carcere impartiva alla moglie, alle figlie, al cognato e ai nipoti precise disposizioni e direttive su cosa fare, puntualmente recepite e attuate, sostituendosi nella gestione degli affari di famiglia al congiunto detenuto. Partecipava all’acquisizione delle commesse per la realizzazione di strutture industriali e commerciali nel territorio di Castelvetrano e della provincia trapanese, come parchi eolici, capannoni e punti di ristorazione, curando anche la riscossione dei crediti nei vari committenti (pubblici e privati) ma anche i rapporti con gli istituiti di credito.
Era Filardo che nelle gestione delle aziende edili si occupava di assunzioni, licenziamenti, pagamenti e riscossioni ma anche del prosciugamento delle disponibilità finanziarie sociali e personali per eludere l’applicazione delle misure di prevenzione di carattere patrimoniale previste dalla norma antimafia. Per il trasferimento delle somme dai conti correnti bancari e per altre operazioni di banca, una delle figlie si rivolgeva, su indicazione del padre, a impiegate di alcuni importanti banche che con deferenza e compiacenza fornivano la necessaria consulenza. La sorella di Matteo Messina Denaro, Patrizia, da Filardo pretendeva denaro come contributo dovuto per le commesse ottenute, riceveva somme in acconto che veniva date dalla figlia Floriana Filardo proprio su indicazione del padre recluso.
Infine, Gico e Scico della Finanza hanno proceduto, congiuntamente ai Carabinieri  e alla Polizia, al sequestro preventivo delle tre aziende coinvolte riconducibili al superlatitante, ma fittiziamente intestate ai suoi prestanome, costituite da società nel settore dell’edilizia per un valore complessivo di circa 5 milioni di euro.

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Una Risposta

  1. quante persone, per quanti anni hanno finto di non vedere, quanti cittadini sono diventati complici in questo sistema criminale? Quante persone sono morte per difendere la legalità? Oggi c’è più informazione, tanti sono indignati, tanti ancora indifferenti o collusi. ESISTE UNA VOLONTà POLITICA CHIARA E DECISA PER COMBATTERE QUESTI IMPERI FINANZIARI DEL MALAFFARE?

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