Archivi Mensili: giugno 2014

Latina, “centrale a biogas oltre i limiti per emissioni”. Tra i soci la AzzeroCO2

Fonte: Il Fatto Quotidiano
Di: Andrea Palladino

Per l’Arpa Lazio l’impianto di Borgo Bainsizza che produce metano “verde” ha violato
le norme sulle emissioni: già partita una segnalazione in Procura. Nella proprietà anche la
società di fatto controllata da Legambiente. Il vicepresidente Zanchini: “Se c’è inquinamento
è bene prendere provvedimenti”

Sembra aver poco di green la centrale biogas di Borgo Bainsizza, a pochi chilometri da Latina. Per l’Arpa Lazio quell’impianto che produce metano “verde” dal mais inquina, rilasciando nell’aria ossido di azoto oltre i limiti di legge. E non è una centrale qualsiasi: dietro la proprietà – laAgripower – c’è una quota significativa di AzzeroCO2, la srl di fatto controllata da Legambiente che si occupa di energia e green economy. Una storia paradossale che ilfattoquotidiano.it è in grado di ricostruire partendo dai documenti ufficiali dell’agenzia per l’ambiente della Regione Lazio.
Il biogas di Legambiente
Il metano prodotto da biomasse a Borgo Bainsizza è considerato il fiore all’occhiello dell’associazione ambientalista. All’inaugurazione dell’impianto nel 2011 partecipò il gotha di Legambiente. C’era Mario Tozzi, a moderare il dibattito, e l’ex senatore Francesco Ferrante; a tagliare la torta inaugurale era arrivata da Roma Cristiana Avenali, oggi consigliere regionale del Lazio, eletta nel listino Zingaretti e all’epoca ai vertici dell’associazione; per AzzeroCO2 si era presentato l’amministratore delegato Mario Gamberale. Un investimento strategico, per dimostrare che la tecnologia del biogas è la soluzione più ecologica che c’è.
La doccia fredda è arrivata lo scorso aprile. L’Arpa Lazio si è presentata per una verifica negli impianti di Latina, misurando le emissioni in atmosfera. Il rapporto – datato 19 giugno – mostra una situazione preoccupante: “Dal Rapporto di Prova del 22 aprile 2014 si riscontra il superamento del parametro “NO2” rispetto a quanto autorizzato dalla Provincia di Latina”. Una violazione di una certa gravità, tanto che l’agenzia regionale per l’ambiente ha deciso di trasmettere la segnalazione alla Procura della Repubblica di Latina, per valutare l’ipotesi di violazione della legge 152 del 2006. Lo stesso rapporto è stato inviato alla Provincia di Latina, per “eventuali emanazioni di provvedimenti di competenza”. “Non conosco quel rapporto, perché non ci occupiamo direttamente della gestione – commenta a ilfattoquotidiano.it Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente nazionale e membro del Cda di AzzeroCO2 – ed è evidente che se inquina fa bene Arpa Lazio a prendere provvedimenti”.
La catena societaria
Il partner industriale di Legambiente che detiene la maggioranza delle quote dell’impianto è il gruppo Esco Lazio. AzzeroCO2 possiede il 10% delle quote di questa società (4mila euro su 40mila euro di capitale sociale). A sua volta la Esco Lazio controlla – attraverso la Esco Biogas srl – la Agripower, proprietaria dell’impianto di Borgo Bainsizza. La partnership industriale che gestisce la centrale inquinante è particolarmente attiva in provincia di Latina, dove si stanno concentrando negli ultimi anni diversi impianti di gestione di rifiuti. Oltre alla Agripower la Esco Lazio controlla la Recall Latina (società che riporta lo stesso nome della campagna di Legambiente e AzzeroCO2 di promozione del biogas), società che ha recentemente presentato un nuovo progetto di impianto da realizzare a pochi chilometri dal comune di Sermoneta. Qui – secondo la sintesi disponibile nella sezione di Valutazione impatto ambientale della Regione Lazio – la produzione del metano avverrà utilizzando la Forsu, ovvero la parte umida della differenziata. Non solo. I tecnici dichiarano che nel nuovo impianto verranno conferiti anche altri rifiuti, senza però specificare quali.
La Recall Latina fino allo scorso maggio aveva tra i soci un importante operatore nel campo dei rifiuti della zona, legato alla famiglia Traversa. Era sicuramente una presenza imbarazzante per Legambiente, visto che il capostipite Giuseppe era stato processato alla fine degli anni Novanta per truffa nella gestione della monnezza laziale, insieme all’esponente del clan dei casalesi Gaetano Cerci, braccio destro di Cipriano Chianese. Qualche mese dopo un’inchiesta del settimanale l’Espresso il gruppo Traversa è uscito dalla società Recall Latina. Secondo il sito di Esco Lazio ancora oggi esisterebbe una partnership con la Cosmari della famiglia Traversa per la rimozione dell’amianto dai tetti dei capannoni industriali.  Per i responsabili di AzzeroCO2 le scelte fatte a Latina dovranno essere riviste: “Legambiente ha deciso di ripensare la sua partecipazione diretta in Esco Lazio – spiega Edoardo Zanchini – privilegiando in futuro la pura progettazione”. Un passo indietro rispetto alla politica di intervento diretto nel settore avuta fino ad oggi.
L’arrivo dei fiduciari
Il piccolo impero del biogas di Latina partecipato da Legambiente ha però ancora oggi dei lati oscuri. Lo scorso aprile – presso lo stesso indirizzo delle altre società – è stata costituita la Bio2gas srl, partecipata per il 16,39% da Esco Biogas (dove Legambiente/AzzeroCO2 controlla il 10% delle quote, attraverso la Esco Lazio). Chi sono gli altri soci? Impossibile saperlo. L’83,77% delle azioni sono in mano ad una fiduciaria di Milano, la Arepo e, dunque, i nomi dei reali beneficiari non sono pubblici. La nuova sigla possiede un capitale sociale consistente, pari a 1 milione di euro e – per statuto – si occuperà di “progettazione, amministrazione, costruzione, gestione, vendita e acquisto di impianti di smaltimento rifiuti”, attraverso la “costituzione di società veicolo”. Attività che vede la partecipazione dell’associazione ecologista nel ruolo d’impresa. A sua insaputa: “Non ne so nulla – assicura il vice presidente di Legambiente – non conosco queste scelte di Esco Lazio e quindi non posso dirle nulla su questa vicenda”.

Centrali a biogas: quale futuro per il Parco della Maremma?

Italia Nostra
Coordinamento dei Comitati e Associazioni Ambientali della Provincia di Grosseto
promuovono il dibattito
Centrali a biogas: quale futuro per il Parco della Maremma?
Sala Cinema di Alberese (GR), 28 Giugno – ore 16,00

Coordinano:

  • Michele Scola, Presidente di Italia Nostra sezione di Grosseto
  • Daniela Pasini, Vicepresidente Coordinamento dei Comitati e Associazioni Ambientali della Provincia di Grosseto

Introduce Nicola Caracciolo, Presidente Onorario di Italia Nostra Toscana

Interverranno:

  • Antonio Dalle Mura, Presidente del Consiglio Regionale Toscano
  • Dott. Mauro Mocci, Responsabile del Registro Tumori della ASL di RMF MEDICI PER L’AMBIENTE I.S.D.E. ITALIA: “Biogas: I rischi per la salute degli esseri viventi e dell’ambiente”
  • Michele Corti, Docente di Zootecnia all’Università di Milano, Presidente del  Coordinamento Nazionale No biogas no biomasse: “Zootecnia in aree di valore ambientale, paesaggistico e turistico. Cosa c’entra con il Biogas?”
  • Avv. Michele Greco, Foro di Grosseto: “La più recente giurisprudenza costituzionale e amministrativa in materia di impianti a Biogas”

Seguirà dibattito pubblico

Conclusioni: Maria Rita Signorini, Membro della Giunta Nazionale di Italia Nostra e del Gruppo Energia

Sono invitati a partecipare Il Presidente della Provincia di Grosseto, gli Organi Direttivi e Tecnici del Parco della Maremma, i Sindaci dei Comuni di Grosseto, Orbetello e Magliano in Toscana territorialmente interessati al Parco.

Per informazioni rivolgersi a Michele Scola – Cell. 339.5259890 e Daniela Pasini – Cell. 349.1773517

Il paesaggio è un bene primario e assoluto.

Gruppo d'Intervento Giuridico onlus

Carloforte, Stagno e miniera della Vivagna Carloforte, Stagno e miniera della Vivagna

Rilevante pronuncia, di grande interesse, del Consiglio di Stato in tema di paesaggio.

Il supremo Organo di giustizia amministrativa italiana ha ribadito (Cons. Stato, Sez. IV, 29 aprile 2014, n. 2222) che il paesaggio – nel nostro Ordinamento – è bene primario e assoluto, la tutela del paesaggio è quindi prevalente su qualsiasi altro interesse giuridicamente rilevante, sia di carattere pubblico che privato.

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Caro-bollette, boom di insoluti

Questa è la conferma, nei fatti, di tutte le tesi critiche di Italia Nostra di questi ultimi anni: una cronaca di guerra perduta dalle FER elettriche non programmabili

Fonte: Il Sole 24 Ore
Di: Federico Rendina

È un’Italia preda di una doppia povertà energetica quella che sta tentando la difficile scalata verso la ripresa economica. I consumi rimangono depressi, le imprese pagano sia sul fronte della produzione di energia (calano i volumi e anche i margini) sia sui prezzi da pagare per consumarla, che si potranno un po’ ridurre solo a colpi di difficili manovre taglia-tariffe come quella in gestazione per le Pmi. Intanto le famiglie sono in crisi profonda: si allarga il disagio, aumentano le morosità per necessità. Come se non bastasse la grande rete elettrica rischia di ripiombare in crisi, non per la penuria di generazione (che non c’è più) ma per l’impatto problematico delle energie rinnovabili, discontinue e poco programmabili.
È un quadro a tinte fosche quello tracciato dal presidente dell’Autorità per l’Energia, Guido Bortoni, nella sua relazione annuale tenuta nelle sale della Camera. Nel 2013 i consumi elettrici si sono ulteriormente ridotti del 3,4% rispetto a quelli già depressi del 2012, scendendo sotto la soglia dei 300 terawattora «con una contrazione ben maggiore di quella registrata dal Pil nello stesso periodo (-1,9%)». E anche il gas mostra un calo del 6,5% rispetto al 2012. «Condividiamo con il Governo e le istituzioni europee la preoccupazione per i prezzi finali ancora alti in Italia e in crescita in tutta Europa. Sintomo di un sistema – denuncia Bortoni – non ancora in grado di trasmettere ai consumatori i benefici del calo nei mercati all’ingrosso» nonostante i risultati assicurati dalle riforme disposte dall’Authority.
Segnali positivi comunque non mancano. Nel 2013 sono aumentati i tassi di switching, ovvero il transito dei clienti al mercato libero: a fine 2013, al netto dei rientri ai contratti “di maggior tutela”, nell’elettricità aveva coinvolto il 26,5% delle famiglie, pari a circa 7 milioni e 700 mila clienti (+22,5% rispetto al 2012) su un totale di circa 29,2 milioni. Crescita significativa anche nel gas, con 5,5 milioni di clienti, il 25,8% del totale.
Il vero problema sta nella capacità effettiva di pagare la bolletta «anche nel cosiddetto mercato di massa, con un aggravarsi della morosità di imprese e famiglie». Bisogna dunque «stringere selettivamente le maglie della regolazione per tutelare i cittadini in effettivo stato di difficoltà economica ed evitare le facili sospensioni del servizio, contrastando al tempo stesso comportamenti opportunistici». Siano all’autentica «povertà energetica. Nel 2013 il numero di famiglie cui sono stati erogati i bonus sociali è stato di oltre 1,5 milioni ma solo il 35% degli aventi diritto fa richiesta». Sconti che vanno estesi semplificando le procedure di accesso.
Chiarezza e correttezza, intanto. L’Authority promette nuovi interventi. Con la “bolletta 2.0” ad esempio: arriverà un foglio semplificato con un prospetto chiaro di quel che paghiamo ma anche con un confronto con le altre formule contrattuali disponibili sul mercato, con la possibilità di tornare subito alla tariffa di maggior tutela.
Certo, tutto è reso più difficile dalle profonde mutazioni strutturali dei mercati energetici, pressati dalle promesse, ma anche dalla problematicità delle fonti verdi. «Nel 2013 i costi dell’incentivazione delle rinnovabili sono stati di circa 10,7 miliardi di euro, di cui circa 10 coperti tramite la componente A3 della bolletta. Per il 2014 stimiamo 12,5 miliardi di euro di cui circa 12 coperti dall’A3». Nel frattempo «il nostro parco di generazione ha cambiato radicalmente struttura, con una quota di fonti rinnovabili che in potenza installata a fine 2013 ha superato il 37% del totale» con una quota di circa il 30% della produzione nazionale.
I rapporti con le altre grandi istituzioni? L’Autorità per l’Energia giudica positivamente la strategia messa in campo dal Governo per assicurare un taglio del 10% delle bollette per le piccole e medie imprese. Giusta la scelta «di ridurre gli oneri senza redistribuirli ad altre categorie di consumatori come è stato fatto in passato», anche se «bisognerà fare attenzione agli strumenti che verranno scelti». Quel che l’Authority non apprezza è la norma di “razionalizzazione” delle Autorità contenuta del decreto sulla Pa in elaborazione, che vuole accorpare tutte le sedi, obbliga a una contrazione di spesa, estende a tutto il personale dirigente l’incompatibilità successiva. «Lede l’autonomia» dicono all’Authority per l’energia.
Al Governo si chiede intanto un’azione forte a Bruxelles. «Non ha brillato nel passato la gestione sovranazionale della timida politica energetica di Bruxelles, troppo spesso caratterizzata da complessità, da burocratizzazione, insomma da tecnocrazia al posto di scelte politiche» afferma il presidente dell’Authority. Il semestre italiano – invita Bortoni – può e deve essere l’occasione per cambiare verso a questa politica.

Finiti i soldi, la Tirrenica a rischio stop

Definito a gran voce che la tratta Rosignano-Grosseto non serve e che si tratta di opera e balzello inutile, ora hanno anche il coraggio di chiede soldi pubblici a fondo perduto ….

Fonte: Il Tirreno
Di: Manolo Morandini

Non arrivano i 270 milioni promessi dal governo. Bargone si dimette,
la Regione invece è fiduciosa

Il progetto Tirrenica sbanda ancora. L’ostacolo è il conto da 270 milioni di euro che il concessionario Sat vorrebbe tradotto in contributo pubblico. A rischio c’è il completamento della Livorno-Civitavecchia. Il governo s’impegna, ma rinvia tutto a luglio. E fa saltare i nervi ad Antonio Bargone, che è presidente di Sat ma anche il commissario straordinario, nominato da più di un governo, per la realizzazione della strada. «È evidente che non c’è da parte del governo una chiara volontà di realizzare l’opera, nonostante l’impegno profuso in questi anni abbia prodotto risultati importanti».

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Lo scrive Bargone nella lettera consegnata al sottosegretario Delrio e al ministro Lupi per rassegnare le sue dimissioni da commissario. Lo stralcio della missiva, che è riportato dalla testata Edilizia & Territorio del Sole 24 Ore, è un nuovo capitolo nella travagliata vicenda dell’infrastruttura. E arriva a pochi giorni dalla presentazione, il 30 giugno, del nuovo piano finanziario elaborato da Sat per dare corpo ai cantieri. «La mancata approvazione del decreto – scrive ancora Bargone – rischia di compromettere la realizzazione dell’intera opera, e addirittura può comportare l’interruzione dei lavori in corso tra Civitavecchia e Tarquinia».
Non è stato possibile contattare il commissario dimissionario. Eppure la tempistica stride. Tra le dimissioni e il rinnovato impegno del ministro Lupi, che nell’audizione di mercoledì scorso in commissione Lavori pubblici al Senato ha confermato l’impegno del governo a trovare le risorse pubbliche per dare sostenibilità al progetto Tirrenica. Ci corrono due giorni. La lettera di Bargone è datata 16 giugno. E poi Lupi ha anche annunciato che il decreto “sblocca-cantieri”, quello rinviato lo scorso 13 giugno, sarà approvato a fine luglio.
«Abbiamo indicato due priorità infrastrutturali per la Toscana: la Tirrenica e il raddoppio della linea ferroviaria Pistoia-Lucca – afferma il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi –. Siamo ottimisti che il governo nel decreto di luglio metterà i soldi necessari». Certo è che la pressione messa da Bargone con l’annuncio delle dimissioni impone una riflessione. A colpire è la sottolineatura che senza quei 270 milioni potrebbero fermarsi i lavori in corso tra Civitavecchia e Tarquinia. Ed è la spia di una possibile sofferenza finanziaria dei soggetti coinvolti nella partita. La concessionaria Sat ha quattro soci. Autostrade (di fatto la famiglia Benetton), con il 25% del capitale sociale, a cui si affiancano dalla fine del 2011 le cooperative edilizie riunite in Holcoa (25%), il Gruppo Caltagirone attraverso la società Vianini (25%) e Monte dei Paschi di Siena (15%).
La crisi economica e il calo del traffico autostradale stanno facendo saltare il piano economico-finanziario della Tirrenica. Il project financing ha bisogno di un’iniezione di soldi pubblici. Su un costo complessivo di 2 miliardi di euro, la Sat ha realizzato il lotto Rosignano-San Pietro in Palazzi (55 milioni di euro per circa 4 chilometri), mentre il lotto Tarquinia-Civitavecchia (155 milioni) è in costruzione dal 2012. E il progetto delle tratte restanti, salvo la variante di Orbetello, è definitivo dalla fine di settembre 2013. Pesano per la concessionaria Sat il calo del traffico autostradale degli anni scorsi e le previsioni al ribasso sul futuro. Dati che incidono sulla sostenibilità economica al pari della decisione del ministro Lupi sugli adeguamenti delle tariffe autostradali, che ha riconosciuto un più 5% rispetto al 7,81% richiesto. «Argomenti che possono avere un senso a fronte dei costi per attraversare questo territorio con l’autostrada – dice Leonardo Marras, presidente della Provincia di Grosseto –. Si è scelto il progetto peggiore, di cui tra l’altro non sappiamo più nulla da molto tempo».

Rinnovabili, addio (retroattivo) alle rendite

Pubblichiamo due articoli sugli incentivi alle rinnovabili: quello che Italia Nostra sostiene da anni….Era ora!

Fonte: Il Corriere della Sera
Di: Stefano Agnoli

Rinnovabili, addio (retroattivo) alle rendite
Quella protesta di banche e investitori

Per settimane la querelle sullo «spalma incentivi» per il fotovoltaico ha riempito i social network, più sensibili forse alle sorti della «green economy». Il governo vuole affossare le energie rinnovabili, è stato il rumore di fondo. Amplificatosi a dismisura dopo ciò che il premier Matteo Renzi ha detto all’assemblea del Pd di sabato: «Abbiamo riempito di sussidi chi investiva sulle rinnovabili, ma il costo in bolletta lo hanno pagato gli italiani».
Ma chi ha ragione, se qualcuno ha ragione, tra governo e lobby del fotovoltaico? È realista lo scenario catastrofista che vede all’orizzonte fallimenti a catena dei produttori e la fuga di investitori internazionali, scioccati ancora una volta dallo stravolgimento retroattivo delle regole? Come spesso accade la matassa è ingarbugliata, e si tratta di provare a sbrogliare filo per filo le responsabilità e gli interessi in gioco.
Gli effetti del decreto «salva-Alcoa»
La prima delle responsabilità, a guardare bene, è proprio della politica, e ha raggiunto il suo punto massimo alla fine del 2010 quando con il decreto «salva-Alcoa» (che con l’Alcoa aveva poco a che fare) si sono aperte le porte a incentivi senza freni. Un bengodi. Curioso che il primo firmatario di quella norma fosse Filippo Bubbico del Pd, seguito però a ruota da quasi tutti gli esponenti dell’arco costituzionale. Risultato: gli incentivi multipartisan al solare fotovoltaico sono esplosi dai 900 milioni del 2010 ai 4 miliardi del 2011, poi ai 6 miliardi del 2012, per essere frenati, solo grazie a un altro decreto, a 6,7 miliardi nel 2013. Quando il governo ha deciso di intervenire, nel 2012, l’incentivo italiano al fotovoltaico era di 313 euro a megawattora, quasi il doppio di quello tedesco (162) e della media Ue (160).
I rischi di creare tante «piccole Sorgenia»
Da allora la politica ha cercato di fare marcia indietro, anche se ormai l’albero, nato storto, è difficilmente raddrizzabile. Ciò che accadrà ora, secondo i produttori fotovoltaici, è che l’allungamento da 20 a 24 anni della durata degli incentivi rischia di mettere le aziende a rischio di «default», di fallimento. Con una riduzione degli incassi (il governo la stima in circa 500 milioni) il timore è che saltino i parametri dei «project financing» in corso con le banche. Se il rapporto tra margine operativo lordo e rata del debito da pagare scende sotto la parità (è questa la clausola usuale) la banca matura il diritto di chiedere il fallimento. Accadrà? In teoria il rischio di creare «tante piccole Sorgenia», come dice uno degli operatori, esiste. In realtà, e qui si tocca con mano l’interesse del sistema bancario nella vicenda, si potrebbe aprire una stagione di estenuanti rinegoziazioni. Con il sistema del credito stretto tra due prospettive poco esaltanti: accollarsi il peso di nuove sofferenze (c’è chi stima in 40 miliardi di euro il valore complessivo dei finanziamenti al fotovoltaico) o rimodulare oppure rinunciare a parte dei crediti, con tutto quello che ciò comporterebbe ai fini dei requisiti di Basilea. Della questione, dettaglio finora inedito, si è occupato a fine maggio l’esecutivo dell’Abi. Ed è proprio per stemperare questa asperità, e venire incontro alle imprese del solare sbilanciate sul debito, che il governo ha pensato di introdurre l’accesso a finanziamenti garantiti dalla Cassa Depositi. I produttori patrimonialmente più forti potranno invece optare per il taglio secco dell’incentivo, ad oggi stimato nell’8% ma che nel percorso parlamentare potrebbe essere ancora limato. Scapperanno gli investitori internazionali? «Forse quelli che hanno investito solo sulle rendite», si dice a denti stretti dal ministero. Già, i rendimenti. E gli investitori esteri, altro anello della catena degli interessi e delle responsabilità. Su questo punto i numeri delle parti non concordano. Per le aziende fotovoltaiche non avrebbe più senso, oggi, parlare di ricche rendite, e i ritorni (Roe, return on equity) non andrebbero al di là del 5-6%. Assai lontani dal 15% strappato negli anni ruggenti prima del 2012. Secondo fonti ministeriali, invece, una buona fetta delle imprese toccate dallo spalma-incentivi vanta tuttora un «Roe» tra l’8 e il 12%. Non male, tutto sommato.
Il nodo del «capacity payment»
Politica, produttori, investitori esteri, banche. Ma potrebbe mancare dalla partita il fronte dei produttori elettrici «fossili», quelli che usano gas e carbone? Secondo il sentimento prevalente nei social network, la «distruzione» delle rinnovabili avrebbe come regista occulto proprio la loro potente lobby. Di sussidi a loro favore (il «capacity payment», da pagare per mantenere la sicurezza del sistema, indebolita dalle fonti rinnovabili «non programmabili») si dovrebbe parlare in concreto a breve. Mentre il decreto di ieri taglia i 40 milioni annui garantiti all’Enel per tenere in esercizio 4 centrali a olio combustibile, e 130 milioni per l’interrompibilità, lo sconto a chi accetta di farsi tagliare la fornitura in caso di necessità, eventualità quasi mai verificatasi.
Ma la partita è in pieno svolgimento, e il passaggio in Parlamento riserverà di sicuro altre novità.

Fonte: La Repubblica
Di: Andrea Greco

Incentivi rinnovabili ridotti e stop agli sconti alle Fs così risparmieranno le Pmi
Il decreto taglia fino a 3 miliardi nel costo dell’energia per le imprese
Previste anche semplificazioni burocratiche per i mini-impianti verdi

«Togliere a chi ha avuto troppo, restituire a chi ha pagato di più». Con questa filosofia il governo Renzi porterà al Consiglio dei ministri di venerdì le misure per tagliare del 10% la bolletta delle Pmi, che pagano l’energia un terzo in più rispetto alle rivali europee e in futuro potrebbero risparmiare fino a 3 miliardi. Il provvedimento circola in bozza da giorni, ma fino all’ultimo sarà limato e modificato, anche per la pressione delle lobby di settore.
Il cuore della norma – da inserire in un decreto legge omnibus – dovrebbe dilazionare gli incentivi alle energie rinnovabili, protagoniste
dal 2010 di un boom e che pesano per metà dell’energia nazionale. Ma le fonti alternative costano molto: su 13 miliardi di euro di oneri 2013 del sistema, 12,5 miliardi sono stati per incentivi a eolico e solare, e nel 2016 l’Autorità per l’energia stima si raggiungerà il picco di 13,5 miliardi, anche per l’impatto dei certificati verdi. La scure spaventa Assorinnovabili, associazione di settore che teme per «10mila posti di lavoro a rischio» e nel chiedere al governo di pensare ai «grandi consumatori di energia», informa che il presidente emerito della Corte Costituzionale, Valerio Onida, ha formulato un parere sulla legittimità della “spalmatura”, meccanismo per cui i crediti da incentivi sono estesi nel tempo per compensarne il calo della rata.
La bozza del Ministero sviluppo economico, guidato da Federica Guidi, ha declinato il tagliabollette in 43 pagine con «una serie di misure per eliminare le rendite e i sussidi incrociati ingiustificati, far funzionare la concorrenza, promuovere la legalità», e mandare a regime nel 2015, con risparmi da 1,9 a 2,9 miliardi l’anno (dipende dalla severità delle norme finali, dal gettito e dai comportamenti degli attori). Due terzi dei risparmi verranno da voci tariffarie specifiche, il resto da componenti strutturali. La misura cardine è la “spalmatura” di incentivi: facoltativa,
per le rinnovabili non solari, allungando di sette anni gli incentivi con meno rate tra 100 e 250 milioni; obbligatoria per gli operatori fotovoltaici, «specie sopra i 200 Kw, che godono incentivi superiori sia alle altre fonti sia agli altri paesi europei». Questi dovranno aumentare da 20 a 24 anni l’ammortamento, senza interessi, con risparmi di almeno 700 milioni. La spalmatura sarà evitabile accettando un taglio del 10% dell’incentivo da gennaio. I due tipi di dilazioni, che impattano su contratti già firmati e piani di investimento a lunga durata, valgono tra metà e un terzo dei risparmi. Il resto viene da rivoli: la riforma del “componente evitato di combustibile” Cip6 (180 milioni); l’intestazione dei costi di produzione intermittente a chi li causa, con risparmio di 100 milioni; la riduzione della potenza interrompibile da 3.900 a 3.000 Mw (tra 100 e 150 milioni); la rimozione dell’esenzione di oneri interrompibili (100 milioni); l’attribuzione del regime speciale Fs al solo servizio universale (non più all’Alta velocità) con risparmi di 120 milioni; la fine degli sconti al Vaticano e a San Marino (10-20 milioni) e agli ex dipendenti (20 milioni); la fine dell’esenzione di oneri di sistema alle reti private Riu Reu Seseu (100-150 milioni); l’intestazione dei costi del
Gse a chi lo usa (i beneficiari di incentivi) (50 milioni); la riduzione di colli di bottiglia con nuove infrastrutture (100-300 milioni); lo spostamento alla fiscalità dei costi di smantellamento delle centrali nucleari (100-300 milioni). Nel settore gas, infine, una più efficiente remunerazione delle reti (100-300 milioni); il potenziamento infrastrutturale per ridurre i costi delle misure di emergenza (20-60 milioni); la fine dei sussidi alle centrali a olio (40 milioni). Da ottobre ci saranno anche semplificazioni burocratiche, con un “modello unico” per realizzare impianti rinnovabili.

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