Grandi opere: appalti e mazzette, adesso accuso io

Fonte: L’Espresso
Di: Gianfrancesco Turano

Grandi opere
Appalti e mazzette, adesso accuso io
Riccardo Fusi, il costruttore della Cricca, è stato fatto fuori. E ora vuota il sacco
sui lavori pubblici. In Toscana e non solo

Stinchi di santo astenersi. Cemento e ruspe sono un gioco duro, parola di chi in tre decenni si è costruito sotto i piedi l’autostrada dalle stalle alle stelle e ritorno. È il geometra Riccardo Fusi da Prato, 55 anni, figlio di un muratore di Barberino del Mugello. Fusi è diventato, grazie agli appalti della sua Btp, uno dei primi dieci costruttori italiani con 1,2 miliardi di euro di patrimonio e 2 mila dipendenti prima di essere spazzato via da difficoltà finanziarie e processi. I suoi amici politici non sono riusciti a salvarlo dal crollo del sogno berlusconiano delle grandi opere pubbliche.
«Passo per il socio di Denis Verdini», dice Fusi, «e per essere l’uomo della cricca. Mai stato socio di Verdini, che mi ha portato solo guai giudiziari e l’espressione “cricca” è di un mio ingegnere, Vincenzo Di Nardo, che si lamentava con me al telefono di Angelo Balducci e compagni. Mi etichettano come costruttore di destra. So soltanto che con Romano Prodi a palazzo Chigi e Antonio Di Pietro ministro vincevo le gare, come quella della Scuola dei marescialli che ho preso nel 2000, incassando una condanna in primo grado, e che quattordici anni dopo è ancora lì ferma con le gru fuori. Degli altri appalti miei, la tramvia di Firenze è partita solo ora con un progetto modificato e la bretella Prato-Signa non si fa. Gianni Letta mi accoglieva col sorriso ma poi favoriva altri. A Silvio Berlusconi glielo ho pure detto in faccia che ha pensato solo a se stesso e a me non mi ha fatto guadagnare un euro. Tutti a dire che il Credito cooperativo di Denis mi finanziava. Certo: 10 milioni di euro su un miliardo di esposizione. Tutti a dire che Denis mi ha portato al Monte dei Paschi. Semmai ce l’ho portato io. Conoscevo Giuseppe Mussari e Antonio Vigni perché avevo preso una quota nel Siena calcio dopo l’uscita di Paolo De Luca».
È un fiume in piena, il Fusi. Parte dall’inchiesta de “l’Espresso” sullo snodo dell’alta velocità di Firenze e investe sia gli avversari sia i protettori, passati o presunti. Promette di rimettere in discussione la gara che ha assegnato al consorzio Nodavia la stazione di Norman Foster e il tunnel da 7,5 chilometri, un’opera da 1,6 miliardi di euro destinata a costarne molti di più e, come da tradizione, finita al centro di un’inchiesta della Procura che ha appena chiuso le indagini.
Dice che manderà la documentazione, incluse le sue denunce archiviate a Firenze e a Roma, a Raffaele Cantone, il presidente dell’autorità anticorruzione (Anac) che ha già ricevuto le carte dei no Tav fiorentini e che, dall’Expo di Milano alla metro C di Roma, sta diventando il patrono laico di una valanga di scontento. Basterebbe l’ingorgo di lavoro all’Anac per capire che il sistema degli appalti pubblici è da rivedere. «Norme alla mano, la gara sull’alta velocità a Firenze non la doveva vincere Nodavia», continua Fusi. «Il loro ribasso d’asta era insostenibile e i giustificativi che hanno presentato assurdi. Eppure sono passati, come è passato il ribasso del 45 per cento per la gara sugli Uffizi, i ribassi della Metro C a Roma e sul Ponte dello Stretto, dove ho partecipato sapendo di perdere perché si sapeva chi doveva vincere. Nello stesso modo sono passati i documenti del Parco della musica di Firenze, dove nella fretta di andare avanti approvavano qualsiasi cosa. Adesso si sono accorti che scavando la stazione Foster c’era un problema di smaltimento dei terreni, ma era una storia risaputa e l’unico dirigente che si è opposto è stato trasferito. La verità è che il sistema è fatto apposta per rallentare i tempi e aumentare i costi. A Firenze e in Italia vince chi ha più uomini in commissione. E in questo la politica ha un peso».
Politica e costruzioni in Toscana significa cooperative rosse. Il consorzio Nodavia nasce con una quota del 70 per cento in mano alla Coopsette di Reggio Emilia e il resto a Ergon, un altro consorzio fra imprese locali: Inso, Coestra e il consorzio Etruria, poi rimpiazzato dalla coop L’Avvenire 1921. Non è semplice seguire il gioco delle percentuali e dei passaggi di proprietà ma l’intero sistema lavorava a una spartizione di appalti che includevano, oltre allo snodo fiorentino, il Quadrilatero Umbria-Marche, la tramvia di Firenze e la bretella autostradale Prato-Signa dove Fusi giocava in casa.
A dettare gli equilibri, c’erano due fattori principali: i referenti nell’amministrazione e l’inizio di una recessione che avrebbe messo in ginocchio non solo la holding Bf di Fusi e del suo socio 50/50 Roberto Bartolomei, ma anche le cooperative della Lega. Sul piano politico, Fusi ha mostrato di non avere pregiudizi organizzando la sua via personale alle larghe intese con i “rossi”. «Con Etruria ho fatto l’ospedale di Empoli e ho chiuso un accordo più generale attraverso il mio consorzio Operae. Poi arriva la gara per lo snodo di Firenze e loro mi dicono che avevano pressioni per accordarsi con Coopsette. Lì ho capito che le cooperative toscane in sede nazionale non contavano niente. La prova è che quando sono andato in difficoltà con la Btp, hanno lasciato affondare anche Etruria, a differenza di quanto è successo con la fusione in ballo oggi fra Unieco e Coopsette».
Quando si chiede a Fusi quante mazzette ha distribuito per arrivare dove è arrivato, incluse le scorrerie con l’elicottero personale, risponde così. «Il proprietario della Maltauro ha detto ai giudici milanesi che per prendere i lavori dell’Expo pagava. Io devo distinguere fra opere private e pubbliche. Nel privato paghi i professionisti, non ci sono tangenti. Io ho iniziato così. I fratelli Verdini, Denis ed Ettore, al tempo facevano entrambi i commercialisti e avevano in mano molti industriali pratesi. Me li segnalavano e io mi mettevo d’accordo per buttare giù le fabbriche e costruire edilizia residenziale. C’è stato un periodo che consegnavo 1.500 appartamenti all’anno. Del resto, la storia si è ripetuta sulla mia pelle anni dopo, con la liquidazione del mio gruppo dove sento parlare di 60 milioni di euro spesi in parcelle varie. Quando ho lanciato Btp nel settore pubblico, ho anche cercato di versare tangenti. O arrivavo prima o arrivavo dopo. Se mi avessero chiamato a un tavolino, avrei detto di sì. Sono convinto che, se avessi partecipato alla spartizione, non sarei qui ora». Si può eccepire che la bancarotta di cui è accusato Fusi è un reato più grave delle tangenti e che la compravendita di società con valutazioni sballate (Coestra, il golf Poggio de’ Medici) tra Fusi e i suoi soci, di destra o di sinistra, ha in effetti provocato dissesti a destra e a manca.
Se mal comune è mezzo gaudio, non stanno bene nemmeno gli avversari rossi di Fusi, gli emiliani. Di Nodavia è rimasto solo il nome. Condotte sta per rilevare il 99,99 per cento del consorzio lasciando una microquota alla disastrata Coopsette per evitare l’annullamento della gara. Così l’impresa guidata da Duccio Astaldi intascherà oltre mezzo miliardo in riserve e contenziosi con lo Stato in cambio di garanzie bancarie. Il secondo classificato, l’impresa Pizzarotti di Parma con 802 milioni offerti contro i 703 di Nodavia e gli 803 di Fusi, ritiene che questo passaggio sia contro la legge e che la gara vada assegnata a loro. Pizzarotti ha presentato ricorso al Tar del Lazio nel 2007, subito dopo la gara. Poi ha invano ripresentato istanza per la discussione di merito il 18 novembre 2013, oltre sei anni dopo. «Se i cantieri fiorentini ripartiranno, andremo a verificare la legittimità dell’operazione al tribunale ordinario», dicono i vertici dell’azienda parmense. Un altro bell’esempio di Sblocca Italia.

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