Italia Nostra su vigneti e PIT Toscana‏

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 1 ottobre 2014, comunicato stampa

Fuorvianti e inaccettabili le critiche dei viticoltori al PIT della Toscana.
L’intento? Niente vincoli e mani libere sul paesaggio

Di: Prof. Rombai, docente di Geografia all’Università di Firenze e Presidente di Italia Nostra Firenze

La martellante levata di scudi da parte di precise forze economiche – imprenditori enologici, singoli e associati, purtroppo con il sostegno convinto o interessato di molti amministratori locali – contro il primo Piano di Indirizzo Territoriale (PIT) della Regione Toscana approvato dal Mibact e adottato dal Consiglio Regionale, è fuorviante e inaccettabile. Infatti, in nessuna parte del PIT si prescrive il divieto assoluto di creare nuovi vigneti. Invece, partendo dalle evidenti criticità di ordine geo-morfologico e idraulico, ci si limita ad esprimere “indirizzi” e “incentivi” – quindi assolutamente non divieti e non prescrizioni vincolanti! – razionali e del tutto condivisibili a favore della varietà e dell’alternanza delle coltivazioni, vigneti compresi, meglio se di dimensioni più piccole rispetto a quelli abnormi, di tipo californiano, fin qui realizzati. Coltivazioni antiche che trovano conferma non solo nella tradizione sapiente dell’agricoltura toscana sette-otto-novecentesca – specialmente incentrata sugli agronomi imprenditori illuminati dell’Accademia dei Georgofili (a partire da Agostino Testaferrata, Cosimo Ridolfi e Bettino Ricasoli) –, ma anche nell’esperienza tecnico-scientifica attuale, che per molti versi si richiama all’antico, di molte aree viticole di qualità dell’Italia settentrionale (Langhe e Monferrato, vallate alpine a partire dalla Val di Cembra, Friuli Venezia Giulia come l’area di Cormons, ecc.) e dell’Europa centro-occidentale (come la regione renana svizzera-tedesca-francese e quella danubiana della Bassa Austria e dell’Ungheria); aree che ancora oggi presentano vigneti sistemati con una varietà di orientamenti e con sistemazioni efficaci in termini di difesa del suolo: non più solo i terrazzamenti stretti e ripidi della viticoltura eroica, ma anche quelli più larghi, raccordati tra di loro e di dimensioni tali da consentire il lavoro meccanizzato.
Per i nuovi vigneti in Toscana o reimpianti viticoli (come per tutte le monocolture di rilevanti dimensioni), è doveroso invece chiarire che le affermazioni di alcuni agricoltori singoli o associati circa la presenza, nel piano, di norme cogenti di significato negativo, sono false e infondate, come può verificare chiunque consultando il sito della Regione Toscana, dove sono visibili i documenti del Piano. La lettura degli “Indirizzi per le politiche”, che è la parte regolamentare per i 20 ambiti in cui è stata suddivisa la Toscana, dimostra che in nessuna area – neppure in quelle della viticoltura di grande pregio, come il Chianti (ambito10) e le aree di Montalcino (ambito 17 Val d’Orcia e Val d’Asso) e di Montepulciano (ambito 15 Piana di Arezzo e Val di Chiana) – viene affermata l’assoluta impossibilità di realizzare impianti viticoli o di altre monocolture.
Il fronte agguerrito che da giorni manifesta la sua insofferenza e contrarietà per qualsiasi nuova regola di governo del territorio, responsabilmente dettata da criteri razionali di compatibilità con gli equilibri dell’ambiente e del paesaggio, in coerenza con le normative europee, italiane e toscane, pretenderebbe di eliminare non solo le prescrizioni, ma qualsiasi direttiva-indirizzo o suggerimento presente nel PIT, per avere mani libere di trasformare a piacimento il territorio rurale – vincolato o non vincolato che sia –. Una richiesta che contrasta radicalmente con le richieste di cittadini e di Associazioni che hanno a cuore la tutela e la valorizzazione sostenibile secondo il dettato dell’art.9 della Costituzione e di tante leggi vigenti, a partire dalla Convenzione Europea del Paesaggio. Le indicazioni del PIT guardano a uno sviluppo sostenibile proprio delle aree rurali e dell’agricoltura della Regione, da attuare con lungimirante convincimento e senso di riconoscenza anche e in primo luogo da parte degli agricoltori toscani. Basterebbe capire che la stretta integrazione fra qualità dei prodotti e qualità del paesaggio, produce lavoro e benessere nel territorio, a partire dalle stesse imprese agricole.
Basti pensare che in Europa le aree viticole di Lavaux in Svizzera e del Medio Reno tra Koblenz e Bingen in Germania, da una decina d’anni sono state riconosciute come patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

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