Archivi Mensili: ottobre 2014

Masso delle Franciulle, la difesa della Gesto

Fonte: StampToscana

Casole d’Elsa (Siena) – Tenta la difesa, la società che ha progettato lo scavo di due pozzi esplorativi per la ricerca geotermica nella zona del Masso delle Fanciulle. Una zona che da sempre conserva un fascino antico, che attira turisti e viaggiatori da tutte le parti del mondo. La Gesto, accusata da tutte le parti di interferire violentemente in un contesto bellissimo e fragile, prova a tranquillizzare la comunità di Casole e degli altri Comuni interessati.
Lo fa con un documento inviato alla Regione in cui spiega la natura dell’intervento e le ricadute sul territorio. “Il progetto prevede la realizzazione di due pozzi esplorativi e non la realizzazione di una centrale geotermoelettrica, che potrà essere oggetto di una futura procedura autorizzativa – si legge nel documento – i pozzi sono completamente esterni all’area protetta, che, marginalmente e solo per un breve periodo di 6-7 mesi, sarà interessata dalla presenza di un acquedotto di poche decine di metri, in polietilene e di piccolo diametro, che correrà lungo una traccia già esistente senza impatto sulla flora. Il Masso delle Fanciulle è situato a più di tre chilometri dai pozzi, che non possono interferire in alcun modo con il suo contesto naturale. Le opere progettate non comporteranno alcuna modifica rispetto alla bellezza innegabile del paesaggio e saranno realizzate nel periodo autunno inverno (ottobre aprile) quando la presenza turistica è limitata se non assente. L’occupazione temporanea di suolo è meno di due ettari. Le attività non interagiranno con le aziende agrituristiche”.

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Alluvioni, il geologo Graziano: “Gente scenda in piazza, politica si disinteressa”

Fonte: Il Fatto Quotidiano
Di: Annalisa Dall’Oca

Il presidente nazionale dell’ordine degli geologi, a Bologna in occasione del Saie:
“Seguiteremo a rincorrere le emergenze e a contare le vittime, senza fare nulla
per ridurre le probabilità che si verifichino altre frane e alluvioni”

“Per decenni l’uomo ha costruito anche dove non avrebbe dovuto, così oggi l’85% dei Comuni italiani sorge su aree a rischio dissesto idrogeologico. Ma finché la gente non scenderà in piazza a manifestare contro la classe politica, che si è sempre disinteressata della sicurezza del territorio, gli amministratori continueranno a occuparsi di altro”. E il risultato, sottolinea il presidente nazionale dell’ordine degli geologi, Gian Vito Graziano, a Bologna in occasione del Saie, “è che seguiteremo a rincorrere le emergenze e a contare le vittime, senza fare nulla per ridurre le probabilità che si verifichino altre frane e alluvioni”.
È un paese “che rischia di allagarsi a ogni pioggia”, ingarbugliato da una burocrazia che da almeno 30 anni impedisce l’avvio delle opere necessarie a salvaguardare la sicurezza dei cittadini, l’Italia secondo i geologi italiani. Le alluvioni a Genova, Parma, e in Maremma, le ultime in ordine cronologico ad aver colpito le città, con danni per centinaia di milioni di euro e vittime, spiega Graziano, “erano prevedibili, perché non si può pensare di urbanizzare un territorio ad alta presenza fluviale senza considerare il pericolo esondazioni. Che un fiume esondi è normale: l’antico Egitto sfruttava le piene del Nilo per rendere fertile la terra. Ma gli egiziani dal fiume si tenevano lontani. Noi italiani no, e affrontiamo il problema solo quando si verifica una catastrofe”.

L’espansione delle aree urbane in tutte le regioni d’Italia, dall’Emilia Romagna alla Liguria, a Lombardia, Veneto, Toscana e fino al Sud del paese, ricostruisce Graziani, “ha seguito un sistema di norme drammaticamente sbagliato, incentrato più sulla logica del ritorno economico che sulla sicurezza dei cittadini. Ed è questo il dato più preoccupante. Non parliamo, infatti, solo di abusivismo, ma di una classe politica che ha governato pensando di poter dominare la natura, senza tener conto della morfologia del territorio”. Così le città sono cresciute a pochi passi dai bacini fluviali senza che la prevenzione fosse considerata una priorità. Basti pensare, cita ad esempio Erasmo De Angelis, coordinatore della missione #Italiasicura, istituita quest’anno dal governo di Matteo Renzi proprio per affrontare il tema del dissesto idrogeologico, che dal 1998 a oggi sarebbero già stati stanziati 2,3 miliardi di euro (tra Stato e regioni) proprio per intervenire sulla sicurezza del territorio. “Ma quei soldi non sono mai stati spesi”. E per diverse ragioni: I vincoli imposti dal patto di stabilità, la burocrazia, i veti incrociati delle singole amministrazioni sui progetti da cantierare e i ricorsi al Tar. “La cassa di espansione del Baganza, che poi è esondato allagando Parma, è un esempio di ciò che si poteva fare ma non è stato fatto”, cita De Angelis. Poi c’è Genova, “con i suoi 100 anni di storia idraulica clamorosamente sbagliata”. Così oggi, spiegano i tecnici, in Italia il livello di rischio di dissesto idrogeologico, e quindi difrane e alluvioni, “è così elevato che è impossibile stilare una classifica delle regioni dove intervenire sarebbe più urgente”.
“Il decreto Sblocca Italia ha un merito – commenta il coordinatore di #Italiasicura – consentirà di autorizzare 3.500 interventi urgenti su tutto il territorio nazionale, che saranno finanziati con 5 miliardi di euro in 5 anni, a partire dalla fine del 2014. Fondi europei. In più, le opere considerate fondamentali per l’incolumità pubblica non potranno più essere bloccate dai tribunali regionali”. Tra i cantieri pronti a partire ci sono gli interventi sul bacino fluviale del Seveso (200 milioni di euro), “perché la politica ha finanziato l’Expo ma si è dimenticata di mettere in sicurezza il fiume”, sull’Arno e sul Sarno (217 milioni). In più entro un mese la Regione Emilia Romagna dovrebbe sottoscrivere gli accordi di programma necessari a sbloccare la realizzazione della cassa di espansione del Baganza. “Sono tutte opere rimandate per decenni, ad esempio del Seveso si parla da 30 anni, e che, una volta sbloccate, daranno lavoro complessivamente a circa 150 – 200 mila persone. Quindi un vantaggio in termini di sicurezza e di occupazione”.
Con 500.000 frane attive, una manutenzione fluviale carente e il rischio alluvioni che interessa buona parte della penisola, dicono i geologi, “l’Italia deve necessariamente iniziare a pensare alla prevenzione, anteponendola agli interessi economici e abitativi che sino ad oggi hanno prevalso sulla messa in sicurezza del territorio”. Affinché ciò avvenga, precisa Graziano, “serve un cambiamento culturale, una presa di coscienza. Serve, insomma, che la gente si renda conto che a mettere a repentaglio la salute pubblica non è solo la realizzazione di una discarica o l’inquinamento proveniente da una fabbrica, ma anche la probabilità che si verifichi un’alluvione o una frana. Escenda nelle piazze a manifestare per pretendere risposte da chi governa”.

Amato (M5S), “Il comune sottovaluta il rischio idraulico per il ponte sul Mugnone”

Fonte: La Gazzetta di Firenze

La consigliera del MoVimento 5 Stelle Miriam Amato interviene sul rischio idrico, sul giardino Nidiaci e sui percorsi formativi e d’inserimento lavorativo per i minori in affido. “L’Autorità di Bacino ha allertato circa le conseguenze inerenti, il rischio idrico per i torrenti Affrico, Mugnone, Terzolle, Mensola, Ema e Greve. La risposta del tutto insufficiente dell’Assessore Gianassi, che invita a leggere il sito dell’Autorità Idrica, senza neanche rendersi conto che, nella mia domanda, riporto esattamente la problematica che la stessa Autorità, appena citata, ha denunciato qualche giorno fa. Un allarme che, evidentemente, non è raccolto. Inutile, anche, porre l’accento che, i cittadini invece sono allarmati, così chi vive a ridosso del Mugnone, si preoccupa di cosa potrebbe accadere, nel caso in cui la così detta “bomba d’acqua”si abbattesse su Firenze. I cittadini – prosegue la consigliera Amato – si preoccupa per il parapetto che, lungo il torrente, verrà eliminato per dar spazio al nuovo ponte carrabile, previsto dal progetto per la Tramvia. I Dubbi riguardano anche i sottopassaggi di viale Milton e di viale Strozzi, in progetto, che in tal caso diventerebbero delle gabbie d’acqua. Il loro allarme è anche il nostro giacché le risposte ricevute in aula non sono sufficienti, anzi sembrano sminuire questa preoccupazione e anche l’allarme lanciato dall’Autorità di Bacino stessa. Sorvolando anche, sul dato oggettivo, che i lavori per la stazione Foster, creano una diga alla falda acquifera.
Dopo le polemiche di questi ultimi giorni sulla pericolosità del ponte sul Mugnone è arrivata una ruspa che ha iniziato ad abbassare il letto del fiume tirando fuori il muro a secco che divide alveo del Mugnone dal camminamento. Un muro antico.

Ci piacerebbe saper – afferma un rappresentante dei residenti- sapere se queste terre di scavo sono controllate e dove vanno a finire. Senza controllo?”
Ieri il comitato ha consegnato agli automobilisti che transitavano su via XX settembre un documento che racchiude le problematiche per il rischio idraulico relativamente ad una eventuale Bomba d’acqua.  Tre i concettibase.

  1. Le spallette del nuovo ponte rappresentano un ostacolo allo scorrere dell’acqua in caso di piena considerando che la spalletta del fiume verrà abbattuta per circa 30 metri.
  2. L’attuale passerella pedonale verrà abbattuta e non potrà più essere rimessa in opera.
  3. Accanto al ponte Bailey verrà realizzato un sottopasso che vista l’eliminazione della spalletta a pochi metri di distanza rappresenta una trappola per il traffico in caso di esondazione.

La sirena di Nardella 

“Secondo quanto letto sulla stampa – dicono i rappresentanti del comitato – Nardella ha annunciato che coloro che si troveranno in macchina pronti ad imboccare il sottopasso di viale Milton sarà in funzione una sirena che gli avvertirà di tornare indietro”.
La cosa è abbastanza difficile da mettere in pratica perché viale Milton è a senso unico e vi immaginate il caos che verrà fuori con le auto che tornano indietro “causa sirena” e quelli che vanno avanti non essendo a conoscenza della “sirena”.

Tagliati a Firenze i primi alberi monumentali

Comunicato stampa congiunto 
Mariarita Signorini – Consigliere nazionale Italia Nostra
Raniero Casini – Portavoce Coordinamento 20 gennaio

Italia Nostra: sono “monumenti tutelati”, verificheremo eventuali responsabilità

Nonostante la denuncia di Italia Nostra Firenze, che il 9 ottobre scorso ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica contro l’abbattimento di circa 180 alberi tutelati lungo il percorso della linea 3 della nuova tramvia, giovedì pomeriggio le motoseghe hanno iniziato ad abbattere i grandi lecci viale Morgagni il ‘Viale della Rimembranza’ in memoria dei Caduti della Prima Guerra mondiale di cui sta per ricorrere il centenario.
E questo malgrado non sia ancora chiaro se l’autorizzazione della Soprintendenza ai Beni Ambientali sia stata rilasciata, dal momento che il viale ha due tutele, quella della legge Regia del 1926 e quella del Codice del Beni culturali. Anche oggi non è stato possibile verificare sulla base di quali autorizzazioni le motoseghe abbiano agito, non essendoci sul posto nemmeno il capo cantiere e non essendo affisso alcun cartello per i lavori in corso. Italia Nostra ha partecipato al presidio insieme ai cittadini del Coordinamento 20 gennaio.
Prendiamo atto che le denunce di Italia Nostra non hanno avuto nessun effetto, ma verificheremo a chi fanno capo le responsabilità, dal momento che si potrebbe trattare di un intervento vietato a norma dell’art. 20 del Codice dei Beni culturali, perché gravemente lesivo e distruttivo del bene, potendosi configurare anche il danneggiamento aggravato. Il vigente Codice, infatti, riconosce come Beni culturali “le pubbliche piazze, vie, strade e altri spazi aperti d’interesse artistico o storico” quali beni di appartenenza pubblica, per questo essi rimangono assoggettati alla disciplina della tutela, fino a quando non sia stata effettuata la verifica dell’’interesse culturale come dispone l’art. 12 dello stesso Codice.

Notizia dell’ultima ora venerdì 31 ottobre: la Consigliera del Quartiere 5 Maria Luisa Cappelli del M5S, presente stamani al presidio di Viale Morgagni, è stata minacciata da un operaio del cantiere che brandiva una motosega.
La Consigliera aveva semplicemente chiesto di visionare i permessi di abbattimento dei grandi alberi e questa è stata la risposta ricevuta, per aver ‘infastidito’ durante i lavori in corso! Dopo il recente pestaggio degli operai della Tyssenkrupp, che sfilavano pacificamente in difesa del posto di lavoro, ora siamo alle minacce ‘armati di motosega’ ai Consiglieri del Comune che fanno il proprio dovere in difesa dei beni comuni e della legalità!  Sul posto sono immediatamente intervenuti i Carabinieri.

Fonte: Il Corriere Fiorentino
Di: Jacopo Storni

Tramvia, giù i primi alberi. Proteste e tensioni

Tensione in viale Morgagni, durante il secondo giorno delle operazioni di abbattimento degli alberi lungo il cantiere per la linea tre della tramvia. Un piccolo gruppo di cittadini del “coordinamento 20 gennaio”, insieme a Marialuisa Cappelli, consigliera del Movimento 5 stelle del quartiere 5, stava protestando contro i tagli dei tronchi, chiedendo agli operai l’autorizzazione rilasciata dal Comune e dalla Soprintendenza. A questo punto si è innescata una accesa polemica tra manifestanti e cittadini. Uno degli operai si è rivolto ai dimostranti in modo più deciso e questo ha spaventato la consigliera Cappelli, che ha chiamato la polizia: “Sono stata minacciata da uno degli operai che ha mostrato in modo aggressivo la motosega”. Due poliziotti sono arrivati sul posto e hanno raccolto le testimonianze dei manifestanti e degli operai della ditta Fratelli Buccelletti che respingono le accuse della consigliera: “Non c’è stata nessuna aggressione, vogliamo soltanto fare il nostro lavoro”. Sul luogo stanno arrivando anche i responsabili del cantiere. I manifestanti e la consigliera Cappelli anunciano di restare in viale Morgagni “fino a quando la ditta che lavora all’abbattimento non avrà mostrato le autorizzazioni necessarie”.

Piano Paesaggistico: “Il paesaggio come valore d’impresa”

Il paesaggio abbandonato senza più tutele

Fonte: La Repubblica, giovedì 16 ottobre 2014
Di: Salvatore Settis

Che fare se un impianto eolico viene a cadere in zona paesaggistica? Il 19 settembre il Consiglio dei Ministri ha emesso il verdetto: «dalla comparazione degli interessi coinvolti,individuati nella tutela paesaggistica e nella produzione di energia rinnovabile nonché nella valenza imprenditoriale ed economica, si considera. prevalente l’interesse alla realizzazione dell`opera» emerso nella conferenza dei servizi. Otto delibere-fotocopia prese in un solo giorno (tutte riferite alla Puglia) non lasciano dubbi sull’intenzione del governo: capovolgere la gerarchia costituzionale dei valori, secondo cui la tutela del paesaggio è un «valore primario e assoluto» (Corte Costituzionale, sentenze 182/2006 e 36712007), e pertanto non può essere «subordinata ad altri valori, ivi compresi quelli economici», anzi dev’essere «capace di influire profondamente sull’ordine economico-sociale» (sentenza 151/1986). Ma il vulnus alla Costituzione non è il solo: ritenendo di poter convalidare gli esiti di una conferenza di servizi, il Consiglio dei Ministri ignora la fondamentale sentenza del Consiglio di Stato secondo cui «il modulo della conferenza di servizi decisoria, applicato all’autorizzazione paesaggistica, non è idoneo a legittimare l’intervento, se non è seguito da autonoma, espressa e puntuale autorizzazione dell’ente competente» e se la Soprintendenza non si è espressa in senso favorevole (sentenza n. 2378 del 18 aprile 2011). Nell’ebbrezza di deregulation che aleggia a Palazzo Chigi, l’interesse delle imprese prende il sopravvento sul Consiglio di Stato, sulla Corte Costituzionale, sulla stessa Costituzione.
Questa è, del resto, la ratio che ispira il decreto Sblocca-Italia. Non più regole, ma sfrenata cessione del territorio alle imprese; non più istituzioni, ma negoziati in penombra fra poteri politici ed economici. Non più cittadini, ma clienti o spettatori. Questo e non altro è il contesto in cui va giudicata la riforma del Ministero dei Beni Culturali varata il 29 agosto. Che senso ha riorganizzare le Soprintendenze mentre viene smontata la loro competenza più importante, la tutela del paesaggio?E che senso ha, soprattutto, farlo al ribasso, cioè con le forche caudine di una spending review?
La riforma Franceschini riduce le competenze delle Direzioni regionali, filtro burocratico che ha sottratto personale e competenze alle Soprintendenze territoriali e che sarebbe ancor meglio abolire del tutto. Ma rimaneggia tutto il resto, accorpando le Soprintendenze ai beni storico-artistici con quelle ai beni architettonici, disfacendo alcuni Poli museali (come quello di Firenze) e creandone altri a base regionale (per esempio in Emilia-Romagna), dando autonomia amministrativa e contabile a 20musei o siti archeologici, con scelte a volte incomprensibili`(il più grande museo archeologico del mondo, quello di Napoli, relegato in “seconda fascia”). In Emilia, l’autonomia è stata concessa alla sola Galleria Estense di Modena (20.000 visitatori l’anno), mentre tutto il resto, compresi i musei di Parma con 210.000 visitatori l’anno, è stato burocraticamente accorpato in un disfunzionale polo regionale guidato da Bologna: a notarlo, sul Giornale dell’arte, è lo stesso direttore dell’Estense, Davide Gasparotto, un ottimo studioso che peraltro sta per lasciare l’Italia per diventare Senior Curator of Paintings al Getty: pessimo segnale per lo stato di salute di un’Amministrazione che perde pezzi non solo per il pensionamento degli addetti (58 anni l’età media), ma anche perché ormai se ne vanno, sfiduciati, anche i più giovani.
Intanto la struttura centrale del Ministero accresce la propria obesità arrivando a ben 12 direzioni generali (erano 4 fino al 2001). Quali che fossero le intenzioni del Ministro, l’effetto di una riforma che redistribuisce ruoli, competenze e persone mentre taglia i fondi secondo la logica della spending review non può essere che uno: un balletto di poltrone, una danza di etichette, un calo di funzionalità e di efficienza. Chiamiamolo, per spiegarci, l’effetto Gelmini: la riforma del ministro berlusconiano (“la ragazza con la pistola” incaricata di demolì re l’università italiana) ha abolito le Facoltà rinominandole Dipartimenti, introdotto macchinose procedure di reclutamento, decimato le cattedre, precarizzato gli insegnanti, tagliato i fondi anche per la ricerca, generando uno stallo i cui effetti, già visibili, diventeranno ben presto tragici. Ma nessuna riforma dei Beni Culturali può riuscire se non si congiunge a forti investimenti, a un rinsanguamento del personale con massicce assunzioni di giovani di qualità. E a un rilancio delle Soprintendenze come enti di ricerca territoriale, che secondo la grande lezione di Giovanni Urbani dovrebbero studiare i temi della conservazione del patrimonio artistico in rapporto all’ambiente, al paesaggio, all’urbanistica; per non dire dell’urgente necessità di rivedere le procedure di formazione del personale, ammesso che un qualche personale ci sia nel futuro del Ministero. Di tutto ciò, nulla è all’orizzonte.
Prima ancora che si vedano gli effetti dei Poli museali disfatti e di quelli rifatti, il vero banco di prova del Ministero è la capacità di contrastare la deregulation selvaggia della tutela paesaggistica: perché «il paesaggio è la risorsa delle risorse» (Rossano Pazzagli). O, se vogliamo dirlo in positivo, la volontà politica, del governo e della sinistra, di sostenere attivamente i piani paesaggistici regionali. Da esempio e pilota può servire quello della Toscana, adottato dal Consiglio Regionale, secondo la legge, in copianificazionë con il Ministero dopo una fase conoscitiva (promossa dall’assessore Marson) condotta con particolare attenzione e serietà. Forse proprio per questo il piano è osteggiato da amministratori locali e imprese in nome di un indiscriminato “padroni in casa propria” in cui ogni sindaco e ogni impresa detta legge, dimenticando che “padroni” del territorio, a titolo di sovranità (art. 1 della Costituzione), sono i cittadini, e che l’interesse generale deve prevalere sul profitto dei singoli. Il Ministero farà la sua parte? Vogliamo l’Italia delle regole o quella della deregulation? Vogliamo rispettare la Costituzione o cestinarla? Vogliamo considerare il Ministero dei Beni Culturali un organo di smistamento di poltrone o il massimo garante della tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione?

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