L’inceneritore di Scarlino e le forche caudine della politica

Fonte: Qui Follonica, 27/01/2015
Di: Michele Scola, Vice Presidente Regionale di Italia Nostra

L’ambientalismo maremmano è uno dei sistemi immunitari più efficienti della nazione

L’inceneritore di Scarlino rappresenta la fine politica dell’attuale classe dirigente del PD maremmano, comunque vada a finire. Eccone i motivi. La crisi ideologica e politica generale degli anni ’90 aveva indotto il principale partito della sinistra, rimasto indenne da Tangentopoli, ma segnato dalla caduta del Muro, a cercare rinnovamento generale, proponendo in tutta Italia una classe dirigente giovane, di allora ventenni, prevalentemente nella politica degli enti locali. Quella generazione, che oggi ha quaranta anni, e che è oggi anche ai vertici della politica nazionale, ha fatto una veloce carriera politica senza passare da quelle esperienze di militanza che, nella tradizione dei vecchi partiti, servivano a formare ideologicamente la classe dirigente. Per questo essi mancano di cultura politica, e di quella dignità che, pur negli scandali della corruzione, i vecchi riuscivano a mantenere. Oggi abbiamo quindi questa classe della sinistra assai simile alla destra: priva delle figure intellettuali di riferimento politico che, nel vecchio modo di fare politica, rappresentavano un paradigma.
Nel bagaglio culturale della sinistra c’era, e questa classe politica lo ha dimenticato, la tutela del paesaggio, che i Padri Costituenti avevano messo a fondamento della Repubblica, e l’ambientalismo, nato alcuni decenni più tardi, ma entrato subito nel patrimonio della sinistra quale sinonimo di giustizia sociale ed emancipazione delle classi lavoratrici, che nella sicurezza ambientale avrebbero trovato una sintesi della sicurezza sul lavoro, e della via sociale ad un’equa distribuzione della ricchezza. Questa classe politica ha frainteso, e continua a farlo, la tutela del lavoro con la tutela di quegli interessi finanziari e capitalistici che, spesso con il ricatto dell’occupazione, pretendono un abbassamento della sicurezza ambientale e della sicurezza sul lavoro. Questa classe politica ha preso nettamente le parti delle grandi imprese private o partecipate, dove convivono alleanze inconfessabili tra pubblico e privato, contando su un serbatoio elettorale ancora improntato alla fedeltà ideologica degli anni della grande contrapposizione, ma che ora si sta esaurendo per motivi generazionali.
La classe politica della sinistra maremmana, rappresentata idealmente dal Presidente della Provincia, ma condivisa da tutto lo staff politico e dirigenziale degli enti locali, ha imposto l’inceneritore di Scarlino con accanimento, convinta di avere poteri assoluti, spinta e forse ricattata politicamente dalle gerarchie politiche superiori. Ha sfidato la giustizia, emanando una nuova autorizzazione all’inceneritore il giorno stesso in cui il Consiglio di Stato bocciava non la forma, ma il merito di quel procedimento amministrativo. E l’inceneritore è solo una delle numerose e scellerate scelte politiche, mirate a far entrare il grande capitale in Maremma, a discapito delle piccola libera iniziativa, favorendo una proletarizzazione del lavoro, e allontanando i cittadini dal possesso e dal controllo delle loro risorse. Si pensi al tentativo di industrializzare l’agricoltura, con l’apertura incontrollata agli impianti di biogas, che distruggono il suolo maremmano con la devastante coltura del mais. Oppure al tentativo di far decollare il polo industriale del Madonnino, dividendolo in due aree amministrative minori di 40 ettari, per sfuggire alla VIA, e che oggi, annegata nel rischio idraulico, si presenta come una squallida e degradata distesa di strade e lampioni immersi nel nulla, e che ha provocato il disastro finanziario e contabile del Comune di Roccastrada. O alla volontà di imporre grandi impianti fotovoltaici sul suolo agricolo, innescando il meccanismo del consumo di suolo della nostra provincia, o al complesso residenziale del Guidoriccio a Montemassi, che ha anticipato la degradazione dei nostri più pregiati centri storici, venuta poi alle cronache col caso di Monticchiello. L’autostrada tirrenica è un altro duro scoglio in cui si è incagliata la chiglia di questa stagione politica dell’arroganza e della vuotezza culturale. E tutti i politici, da bravi capitani coraggiosi, saltano ora giù da questa barca, prima che affondi, ma tutti pronti a vararne una nuova, rinnegando il giurato e lo spergiurato, appena qualcuno avrà la sfrontatezza di aggirare la volontà popolare coi cavilli amministrativi e la forza di una posizione politica nata dalle nomine, e non dalle scelte libere. Vi è poi la discutibile gestione della pineta di Marina, e delle altre pinete, e la politica idraulica, che ha distrutto l’equilibrio idrologico della Maremma per drenare fiumi di denaro silenti pubblici di natura parassitaria, come i consorzi di bonifica. Scelte di gestione vecchie, superate dai paradigmi scientifici, ma portate avanti con una forza che è passata su ogni buon proposito, legittimandosi sulla disinformazione e l’indifferenza civica.
Ma questo, paradossalmente, ha rafforzato l’ambientalismo maremmano, allontanandolo dall’appoggio di quelle associazioni amiche della sinistra, e che troppo spesso ne hanno condiviso le linee di politica anti ambientale. I comitati spontanei maremmani sono cresciuti ideologicamente liberi ed indipendenti, formati da persone informate e determinate, che conoscono i loro diritti e i metodi per farli valere. Rappresentano un’esperienza di punta a livello nazionale, si sono dimostrati capaci di vincere grandi battaglie politiche e ambientali, su temi nati in ambito locale, ma di carattere generale, e sono state in grado di mettere in gioco quegli anticorpi che, in altre regioni, non hanno saputo arginare la protesta violenta. Hanno, al contrario, giocato con armi leali e democratiche, al contrario della classe politica, che per questo affronta la sconfitta con la più cocente vergogna.
L’ambientalismo maremmano è uno dei più maturi della nazione, e i rappresentanti dei comitati sono ora pronti a giocare un ruolo più incisivo nella politica ambientale regionale e nazionale.
Questi amministratori e dirigenti, invece, dopo aver perso e distrutto la reputazione della sinistra, hanno l’ultima possibilità di uscire di scena e di salvare un briciolo di dignità, almeno per il loro partito. Se non lo faranno loro, ci auguriamo che il PD, che è fatto ancora da gente che crede ai grandi valori sociali, politici e ambientali della sinistra, abbia ancora le difese culturali e democratiche per farlo.
Auspichiamo che i nuovi semi di quella cultura, una volta morta la pianta madre, germoglino sul modello propugnato da Stefano Rodotà, come è successo per l’esperienza ambientalista maremmana, cioè di una partecipazione dal basso, che nasce dalle associazioni, abbandona il peso dei partiti, e guarda alla tutela dei beni comuni, contro il tentativo di usurpazione dei grandi poteri, che dilagano come metastasi della prepotenza politica.

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