Archivi Mensili: marzo 2015

Piano paesaggistico della Toscana, l’intervento dell’Assessore Marson dopo l’approvazione

Fonte: Greenreport.it, 29/03/2015

Il discorso che ha sollevato le proteste di alcuni Consiglieri regionali maggioranza e minoranza

  1. Il voto di approvazione di un piano paesaggistico ancora definibile tale,intervenuto oggi [27 marzo] nel penultimo giorno utile della legislatura dopo un lunghissimo dibattito dentro e fuori le sedi istituzionali, è l’esito di un assai ampio coinvolgimento pubblico nel merito delle scelte che la Regione Toscana si apprestava a compiere, e di una straordinaria mobilitazione culturale e sociale in difesa del Piano paesaggistico.Le prove che questo piano ha dovuto affrontare, nella sua natura di strumento portatore diinnovazione culturale e normativa, non sono state facili.
    Anche se la portata storica dell’evento è chiaramente incommensurabile, mi permetto di richiamare le parole di Calamandrei sull’esito della scelta repubblicana dell’Italia (Il Ponte, luglio-agosto 1946), sul cui cammino “non sono mancati i diversivi che miravano a mandare in lungo la partita, i tranelli preordinati a far perdere la serenità al giocatore meno esperto, e qualche svista pericolosa e, purtroppo, qualche tentativo di barare…Proprio di queste vicende bisogna tener conto per comprendere quanta fermezza e quanta resistenza morale sono state necessarie …per conseguire questa vittoria e per apprezzarne il valore… [in questo caso si è] dovuto superare imboscate e tradimenti che l’osservatore superficiale nemmeno sospetta”.
    Nel caso del piano paesaggistico le “imboscate” non sono derivate da un conflitto fra ambiente e sviluppo, come molti hanno sostenuto, ma tra interessi collettivi e interessi privati.  Ciò è testimoniato dal fatto che chi si è mosso a difesa del piano, come le associazioni ambientali e culturali, e molti autorevoli studiosi, non rappresenta in questa vicenda interessi particolari o privati. Mentre tutti coloro che a vario titolo hanno sollevato richieste di modifiche del piano l’hanno fatto mossi da interessi privati finalizzati al profitto, mascherato da occupazione e sviluppo.
    E devo dare atto alle rappresentanze dei lavoratori –alla CGIL in particolare ma anche da alcuni rappresentanti della CISL-di avere individuato con grande chiarezza come ambiente e paesaggio costituiscano oggi, a fronte dei cambiamenti in corso e di quelli che si annunciano, due poste in gioco rilevanti per l’interesse collettivo, a partire dall’interesse dei lavoratori e di chi è in cerca di occupazione.
    Ritengo quindi utile ripercorrere, sia pur in grande sintesi, alcuni dei passaggi salienti del percorso di piano che portano ulteriori evidenze a questo riguardo.
  1. La procedura del piano e le imboscate subite. Il presidente della commissione consiliare nel citare gli emendamenti apportati in commissione ha più volte parlato di “grande lavoro rispetto cui non si può tornare indietro”. Che dovremmo allora dire relativamente al lavoro di costruzione del piano, alla lunga e continua contrattazione istituzionale e sociale (anche in un clima di linciaggio personale di cui sono stata ripetutamente oggetto) NOTA1, al lavoro di controdeduzione alle osservazioni presentate per arrivare a un testo equilibrato nel tenere in conto i diversi interessi legittimi? La formazione del piano e’ stato un atto quanto mai collettivo. Il piano cosiddetto “Marson” è infatti frutto:
    a) di un atto di indirizzo approvato dal consiglio regionale nel 2011;
    b) di una approfondita fase di elaborazione scientifica affidata al Centro Interuniversitario di Scienze del Territorio delle 5 principali università toscane anziché a una ditta privata o a una elaborazione interna dei soli uffici (che non avevano le forze per condurre un compito di questa portata, anche in seguito alla soppressione del settore paesaggio all’inizio della legislatura e alla sua lenta e faticosa ricostituzione nel corso dei successivi tre anni);
    c) di uno straordinario impegno dei funzionari del settore paesaggio, anche con molte ore di lavoro non retribuite, nel costruire la proposta di piano;
    d) di numerose assemblee pubbliche di approfondimento e discussione che hanno accompagnato le fasi di formazione del piano nei diversi ambiti del territorio toscano;
    e) di una lunga e ripetuta concertazione con attori pubblici (ANCI, Consiglio autonomie, comuni, sovrintendenze, Ministero) e del confronto con attori privati (ordini professionali, associazioni sindacali e imprenditoriali, ecc);
    f) di una validazione tecnica preliminare da parte del Mibact sul lavoro complessivo (dicembre 2013);
    g) di due successive proposte di piano approvate dalla giunta (gennaio e maggio 2014);
    h) di un esame in sede di più commissioni consiliari (ne ricordo almeno cinque) che ha portato all’adozione, con emendamenti , il 2 luglio 2014;
    i) del lavoro di controdeduzioni che ha portato al voto unanime della Giunta il 4 dicembre 2014

Sfido tutti coloro che hanno dichiarato in aula, rivolti alla giunta, che “s’è perso tempo”, a trovare un esempio di piano paesaggistico regionale copianificato con il Mibact che abbia concluso questo percorso in un tempo più rapido.
E ciò nonostante –per non citare che i due esempi più significativi -una ricerca di regole condivise con i sindaci delle Apuane interessati dalle attività di escavazione durata più mesi, e un tavolo con i rappresentanti di categoria delle associazioni agricole protrattosi con incontri quasi quotidiani per settimane.
Se nel caso delle associazioni agricole ciò ha portato, pur con perdite significative dei contenuti del piano (quali la sparizione di gran parte dei riferimenti alla “maglia agraria”, di ogni citazione della parola “vigneti”, e di tutti i riferimenti al “mantenimento delle attività agrosilvopastorali montane per arginare i processi di abbandono”), a una sostanziale condivisione del testo,nel caso delle Apuane sia la modifica della prima proposta di giunta che gli emendamenti introdotti dal consiglio in fase di adozione non hanno sancito la fine delle ostilità né delle interferenze anche pesanti rispetto ai contenuti del piano e alla procedura istituzionalmente definita per la sua approvazione.
Abbiamo così assistito, in commissione consiliare, al voto di emendamenti non coerenti con i contenuti propri di un piano paesaggistico, a diverse e articolate trattative politiche non con le rappresentanze istituzionali delle imprese ma con alcune imprese, alla partecipazione di consulenti delle imprese del marmo alla scrittura degli emendamenti nelle stanze del Consiglio regionale, alla sparizione dal Piano di tutti i riferimenti alle criticità di luoghi specifici che disturbavano qualcuno che aveva modo di far sentire la propria voce, e così via. Tutte le tipologie degli emendamenti proposti in commissione sono state ispirate a un unico principio: depotenziare l’efficacia del piano.
A titolo esemplificativo:

  • nelle Apuane sono state cancellate tutte le criticità relative a specifiche aree interessate dalle escavazioni;
  • molte criticità paesaggistiche evidenti sono state trasformate in forma dubitativa;
  • un emendamento si proponeva addirittura di specificare che le criticità costituivano valutazioni scientifiche delle quali i piani urbanistici “non dovevano tenere conto”;
  • nelle spiagge si intendevano ammettere adeguamenti, ampliamenti, addizioni e cambi di destinazione d’uso;
  • la dispersione insediativa, anziché da evitare, era al massimo da limitare o armonizzare;
  • la salvaguardia dei varchi inedificati nelle conurbazioni andava cancellata, o anch’essa “armonizzata”;
  • le relazioni degli insediamenti con i loro intorni agricoli sono state soppresse;
  • l’alpinismo in Garfagnana andava soppresso;
  • gli ulteriori processi di urbanizzazione diffusa lungo i crinali non erano da evitare bensì da armonizzare;
  • e così via.

Ciò ha prodotto, come esito del lavoro della commissione consiliare, la riscrittura di molti contenuti sostanziali del piano, rovesciandone in più parti gli obiettivi, depotenziando la valenza anche normativa del piano adottato, e contraddicendo sia il Codice dei beni culturali e del paesaggio che la nuova legge regionale in materia di governo del territorio in vigore dal novembre 2014.
Soltanto la verifica in extremis con il Mibact, con il quale il piano va necessariamente copianificato anche per dare attuazione alle semplificazioni che da esso discendono, dovuta anche alla luce del verdetto ricevuto a suo tempo sull’integrazione paesaggistica del PIT adottata dalla Regione Toscana nel 2009, ha portato con un grande sforzo da parte di tutti i soggetti coinvolti, e del Presidente Rossi in prima persona, a recuperare almeno in parte alcuni dei contenuti essenziali che permettono di qualificare questo piano come “piano paesaggistico”.
Non posso che concordare con chi ha definito questa retromarcia imbarazzante. Lo è senza dubbio per l’immagine arretrata, riflessa da alcuni rappresentanti eletti, della società toscana (smentita invece dalla moltitudine di cittadine e cittadini che si sono espressi in difesa del piano). Lo è per chi, come me, ha creduto nel federalismo, non quello della riforma del Titolo V della Costituzione operata all’inizio del nuovo millennio oggi peraltro ripudiata dagli stessi autori, ma quello auspicato da Carlo Cattaneo e da Silvio Trentin.
In questo caso devo tuttavia riconoscere che l’intervento del Ministero ha contribuito a salvare parti significative del piano. grazie in particolare all’impegno della sottosegretario Borletti Buitoni, oltre a quello del ministro Franceschini intervenuto anch’esso in prima persona.
Al di là di tutto ciò, e alla fine di questo tormentato percorso, credo di dover evidenziare come il conflitto attivatosi intorno al piano -non fra ambiente e sviluppo, ma tra interessi collettivi e interessi privati -sottenda in realtà due diverse accezioni di sviluppo.
Due concezioni dello sviluppo contrapposte. Chi è passatista?
Gran parte delle modifiche proposte e in parte apportate al piano attraverso gli emendamenti, sono ispirate da una lettura del Piano inteso come insieme di vincoli/freno allo sviluppo e alla libertà d’impresa: meno vincoli più sviluppo, più vincoli meno sviluppo.
Lo sviluppo è dunque inteso come tutela delle libertà d’uso e sfruttamento del territorio da parte delle imprese economiche, soprattutto da parte delle grandi imprese (multinazionali del vino e del marmo, del turismo, ecc), oltre alla tutela del continuare a fare ognuno “come ci pare”. I soggetti presi a riferimento non sono certo i viticoltori artigiani di qualità, piuttosto che le botteghe di trasformazione artistica del marmo, per non citare che due esempi fra i molti possibili, in una “compressione della rappresentanza” rispetto alla complessità crescente del mondo produttivo.
La rappresentanza dei grandi interessi finanziari, travestiti da interessi per lo sviluppo, è l’unica ad essere di fatto garantita.
Ma questo modello di sviluppo non è forse alla base della crisi economica che stiamo vivendo? Il tentativo di affossamento del valore normativo del Piano paesaggistico è peraltro coerente con l’ideologia che esalta i processi di privatizzazione e centralizzazione dei processi economici e politici, in molti casi peraltro sostenuti da finanziamenti pubblici, come unica via d’uscita dalla crisi. In questa monodirezionalità degli emendamenti votati in commissione è stato peraltro negato lo spirito stesso del Codice. Laddove il Codice richiede che il Piano si interessi di tutto il territorio regionale, si chiede infatti, di conseguenza, un cambio dalla centralità dai vincoli (prescrizioni che riguardano i soli beni paesaggistici formalmente riconosciuti) alle regole di buon governo per tutto il territorio, compresi quindi i paesaggi degradati, le periferie, le infrastrutture, le aree industriali, gli interventi idrogeologici, gli impianti agroindustriali, ecc); dunque regole per indirizzare verso esiti di maggiore qualità le trasformazioni quotidiane del territorio, e non solo preservare i suoi nodi di eccellenza.
La stessa cura a migliorare la qualità paesaggistica di tutto il territorio regionale è richiesta come noto dalla Convenzione europea del paesaggio, che parla di attenzione ai mondi di vita delle popolazioni); I piani paesaggistici di nuova generazione fanno dunque riferimento a un diverso e innovativo modello di sviluppo che vede la centralità della valorizzazione del patrimonio territoriale e paesaggistico nella costruzione di ricchezza durevole per le comunità.
Non certo per rinunciare al manifatturiero, e nemmeno all’escavazione del marmo, ma per far convivere queste attività con altre possibilità imprenditoriali, a partire da un patrimonio territoriale che ne renda possibile e realisticamente fattibile lo sviluppo.
Come ha scritto recentemente un ex sindaco, Rossano Pazzagli, a proposito delle prospettive dell’attività turistica, “fare turismo…è perseguire un turismo non massificato, di tipo esperienziale…Chi vuole riaprire le coste alla cementificazione…finirà per danneggiare lo stesso turismo balneare, che va in cerca di paesaggio, di spiagge, di pinete e di sole, non di qualche pezzo di periferia urbana in riva al mare.” Non solo le Apuane, uniche al mondo, ma lo stesso marmo apuano, meriterebbe di essere a tutti gli effetti considerato come una risorsa preziosa, e valorizzato di conseguenza restituendo alle comunità locali gran parte del valore aggiunto che va invece ad arricchire singoli individui, distruggendo per sempre le montagne.
Sono soltanto alcuni esempi, che tuttavia testimoniano come il piano ponga le basi per rendere possibile un diverso sviluppo, basato non sulla distruzione del patrimonio regionale ma sulla sua messa in valore sostenibile per la collettività e il suo futuro.
Il Presidente Rossi ha dichiarato che sarei “un grande tecnico… che quando esprime giudizi politici compie scivoloni pericolosi”. Da questo punto di vista io rivendico invece il mio agire “diversamente politico”, in quanto non guidato dal desiderio di mantenere un incarico di assessore, né dall’obbligo di restituire favori e accontentare interessi specifici.
In questi anni ho cercato di garantire nel modo più degno possibile, nel ruolo che ho avuto l’onore e l’onere di ricoprire, la straordinaria civiltà tuttora profondamente impressa nel paesaggio toscano, pur nella complessità delle sfide sociali, economiche e politiche che hanno interessato nel passato e  interessano ancor più oggi questa regione.
In conclusione è con un sentimento contradditorio che accolgo questo voto del Consiglio:

  • da una parte la soddisfazione per il fatto che il proposito di rendere inefficace un progetto assai avanzato per la a Toscana futura abbia dovuto in parte rientrare grazie alla forte mobilitazione culturale e sociale in difesa del piano, e per il ravvedimento finale del principale partito di maggioranza;
  • dall’altra il rammarico per il fatto che il percorso di questo piano sia stato costellato da cedimenti, contraddizioni, indebolimenti che hanno ovviamente lasciato il segno nel corpo del piano stesso.

Non mi sento pertanto di fare alcuna celebrazione clamorosa, né retorica, di questo esito. Raggiungere questo risultato è stato difficile e aspro, né sono state risolte tutte le contraddizioni.
Spero tuttavia che l’alto livello di mobilitazione attivatosi a livello regionale e nazionale intorno a questo piano e all’allarme sul rischio del suo annullamento, serva a mantenere alta l’attenzione intorno all’interpretazione che quotidianamente, nei giorni e negli anni a venire, sarà data del piano stesso e dei suoi contenuti. E a favorire la realizzazione di un Osservatorio regionale del paesaggio, già previsto dalla LR65/2014 e da attivare nei prossimi mesi, che sappia garantire una forte partecipazione sociale, facendo entrare il paesaggio a pieno titolo fra gli obiettivi dello sviluppo regionale volti ad aumentare il benessere delle popolazioni presenti sul territorio.
Anna Marson, Assessore Urbanistica, pianificazione del territorio e paesaggio

 

NOTA 1
Pol Pot in Toscana, l’accusa di voler espiantare i vigneti per rimettere le pecore (messa anche in bocca a sindaci con i quali ho collaborato fattivamente per gran parte della legislatura), i soldi al marito (che ha lavorato gratuitamente con gli altri professori universitari che hanno collaborato al piano), gli insulti per essere straniera in Toscana, essendo nata a Treviso, gli ambientalisti in cachemire citati ancora ieri in Consiglio regionale, i professori che vivono nell’agio mentre i Consiglieri i regionali soffrono nelle montagne (dimenticando che in Italia i professori universitari sono retribuiti quanto un bidello svizzero ma in questo piano hanno per scelta lavorato gratuitamente, mentre gli assegnisti sono stati retribuiti mille euro al mese) e così via.

Nicola Caracciolo è stato proclamato Presidente onorario di Italia Nostra‏

Italia Nostra, Consiglio regionale della Toscana

Vi comunico con soddisfazione che il Consiglio Nazionale di Italia Nostra, nella seduta di sabato 28 marzo, ha eletto per acclamazione Nicola Caracciolo Presidente Onorario di Italia Nostra.
Antonio Dalle Mura, Presidente del Consiglio regionale della Toscana di Italia Nostra

Italia Nostra sezione di Firenze

Mi unisco al plauso del Presidente toscano, tutti noi ci congratuliamo con Nicola Caracciolo per la lunghissima carriera ambientalista che lo vede attivissimo fin dai primi anni 80 contro la centrale nucleare di Capalbio e contro la Tirrenica. Ma non solo, l’abbiamo sempre avuto al nostro fianco in tanti convegni in Lunigiana, contro discariche in luoghi di pregio, contro inceneritori, pale eoliche, centrali a biomasse e in Maremma contro centrali a biogas e in difesa del Parco.
All’Isola del Giglio ha promosso i nostri restauri nella chiesa di Giglio Castello e ci ha sempre raggiunto, con l’immancabile treno, ovunque ci fosse un convegno da presiedere dalle terre di Siena alla Versilia, da Firenze al cuore della Maremma.
Per tutto questo, per la sua grande umanità e simpatia che hanno fatto da volano per riunire tante altre sigle del mondo ambientalista in un fronte compatto contro battaglie comuni, anche di livello nazionale, da Presidente onorario della Toscana ora è stato proclamato Presidente onorario di Italia Nostra nazionale.
Mariarita Signorini, consigliere nazionale di Italia Nostra nazionale e vicepresidente di Firenze

Un appello da chi vive il Nidiaci

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera che l’associazione Amici del Nidiaci in Oltrarno Onlus ha inviato a tutto il Consiglio Comunale.

Ai consiglieri del Comune di Firenze
In questi giorni, sarete chiamati a votare sull’area detta “il Nidiaci”.
Prima di farlo, vi chiediamo di leggere queste nostre parole.
Noi siamo l’Associazione Amici del Nidiaci in Oltrarno Onlus, che riunisce circa 200 famiglie di San Frediano e Santo Spirito, che frequentano o hanno frequentato l’area Nidiaci – un numero molto più alto di individui se pensiamo come l’accompagnamento dei bambini venga spesso diviso tra genitori, nonni, zii.
La nostra non è quindi un’opinione tra le altre: rappresentiamo la totalità delle persone che usufruiscono dell’area e abbiamo stabilito profondi rapporti con tutte le altre realtà del quartiere, dalla parrocchia alle associazioni di volontariato alla “Parte Bianca”. E abbiamo dimostrato, crediamo, costanza, impegno e lunga memoria.
Il 24 novembre scorso, siamo stati convocati a Palazzo Vecchio, dove ci hanno annunciato una proposta di accordo con la proprietà, che implica in sostanza che il privato pagherà se stesso per costruire un edificio in un angolo del giardino, che poi restituirà alla comunità; in cambio il Comune modificherà il regolamento sui parcheggi interrati e toglierà i vincoli su tutta la proprietà, che uscirà così, dopo cento anni, dall’uso pubblico. La ludoteca di Via Maffia verrebbe poi chiusa e trasferita in questo nuovo edificio.
Noi non abbiamo mai sentito l’urgenza di avere una ludoteca a tutti i costi in quell’area: ne abbiamo già due ottime e vicine, in Via Maffia e al Gasometro (sappiamo riconoscere perfettamente anche quando il Comune fa qualcosa di buono).
Crediamo poi che sarebbe profondamente diseducativo per i nostri figli assistere alla costruzione di un’ennesima palazzina dentro un giardino storico.
Per tutti noi, l’area è soprattutto il bosco riparato dei bambini, in un quartiere poverissimo di verde. E il punto più bello e storico di questo verde è esattamente lo spicchio che la proprietà intende restituire alla comunità e dove si vorrebbe costruire l’edificio.
E’ lì che si trovano i basamenti delle statue di Emilio Santarelli e soprattutto un platano e un meraviglioso tasso, la cosiddetta “guglia d’Ardiglione”, con la sua chioma a tettoia che copre un diametro di circa 14 metri.
I nostri agronomi stimano l’età di entrambi a circa 150 anni, e tutte le generazioni del quartiere sono cresciute all’ombra di quegli alberi.
Sono alberi insostituibili e completamente diversi da tutti gli altri del quartiere.
Sulla sorte di questi alberi, è stata presentata un’interrogazione in Consiglio Comunale, ma l’assessore competente si è allontanata dall’aula prima di rispondere, per cui non sappiamo quale destino preveda l’amministrazione per loro.
Sull’opportunità di accettare la proposta dell’Amore e Psiche Holding, rinunciando a uno secolare bene pubblico, si possono avere idee diverse da quelle che ha un quartiere sceso in piazza in massa il 10 gennaio scorso per difendere quel bene pubblico.
Ma chiediamo a tutti, di maggioranza o di minoranza, di porre nero su bianco la necessità di salvaguardare quell’angolo del giardino e i suoi alberi, anche visto che nell’area ci sono immobili di proprietà del Comune dentro il giardino che necessitano di ristrutturazione e potrebbero essere destinati a un uso più congruo di quello attuale.
Associazione Amici del Nidiaci in Oltrarno Onlus

Requiem per gli alberi di Via dello Statuto

     

      

      

       

 

Fonte: La Nazione, 29/03/2015
Di: Claudio Capanni

Via dello Statuto, “funerale” degli alberi: dopo il taglio ora il paesaggio è spettrale
Processione listata a lutto in strada. L’iniziativa del coordinamento “Venti Gennaio” 

Il “funerale” è andato in scena ieri alle 18. La processione, listata a lutto, ha percorso via dello Statuto e ha lasciato una piccola corona di fiori ai bordi del cantiere dove la mattina è stato tagliato l’ultimo dei lecci storici della strada. L’iniziativa simbolica è stata organizzata dal coordinamento no tram «Venti gennaio» che negli ultimi due giorni ha dato via a un presidio-staffetta lungo via dello Statuto dove ieri è terminato l’abbattimento degli alberi necessario per far spazio alla linea 3 Careggi-Smn. Per i 12 lecci piantati negli anni ‘30 al centro della carreggiata è stato un addio.
Per il verde della strada sarà un arrivederci. A lavori ultimati gli alberi abbattuti saranno sostituiti da 16 carpini betulla ognuno con 10 anni di età. Le chiome e le radici non interferiranno con la linea elettrica. Ma per il coordinamento, reduce negli ultimi sei mesi dalla battaglia del verde contro Palazzo Vecchio per impedire la morte degli alberi, quel taglio rappresenta una ferita più grande. Dietro la sigla della rete no tram, nata con l’avvio dei cantieri allo Statuto a maggio del 2014, oggi si nasconde un piccolo esercito composto da un migliaio di residenti e professionisti (soprattutto architetti e ingegneri). Una massa critica che ora non si rassegna.
«La trasformazione di questa via – spiega una di loro, Giovanna Del Buono – corrisponde ad una perdita di identità forte per la nostra città. Il decreto presidenziale del 25 maggio 1955 ha introdotto la tutela paesaggistica sulla fascia destra e sinistra dei viali, incluso viale Strozzi». Dentro la «fascia di tutela» estesa per circa 500 metri rientrano anche via dello Statuto e le rampe del Romito. «Nelle intenzioni del legislatore c’era l’idea di tutelare l’opera urbanistica pensata dal Poggi che poi si è tradotta in un quartiere di impianto novecentesco e di forte importanza storica, incluso l’aspetto paesaggistico di cui gli alberi che oggi non ci sono più fanno parte».
A lutto anche Fiammetta Giovacchini di Dolci e Caffè, storica bottega di via dello Statuto. Oggi la foto del suo profilo Facebook è il leccio che per 22 anni ha fatto ombra al suo negozio. «Durante il taglio mi sono sentita come violentata: lo spettacolo che si vede oggi lungo questa via è desolante». Per il coordinamento è iniziato il lungo iter dell’accesso agli atti. L’obiettivo: realizzare un «libro bianco» sulle due linee del ferro e vigilare su costi e lavori in corso. La scorsa settimana alcuni di loro fra i quali Roberto Budini Gattai, lo storico Franco Cardini e l’archeologa Lucia Lepore hanno inviato un sos al quartier generale dell’Unesco di Parigi.

Fonte: La Nazione, 26/03/2015

Taglio degli alberi allo Statuto, protestano i residenti

Cliccate qui per vedere il video
Taglio degli alberi
in via dello Statuto: questa mattina le motoseghe sono entrate in funzione per una potatura “preliminare” all’abbattimento vero e proprio, che si renderà necessario per fare posto ai binari della linea 3 della tramvia.
La questione aveva già fatto discutere nei mesi scorsi, quando alcuni residenti e commercianti (che si sono battuti per il salvataggio degli alberi insieme all’associazione Piazza della Vittoria) adottarono ogni singolo leccio. In tutto sono dodici i lecci che si trovano nell’aiuola centrale di via dello Statuto che sono destinati ad essere abbattuti.
Ma il Comune ha già annunciato che non ci sarà una riduzione del verde pubblico: al loro posto, infatti, saranno piantati dei carpini (carpinus betulus), ritenuti più adatti soprattutto per una ragione di minor invasività delle radici.

Fonte: La Nazione, 26/03/2015
Di: Roberto Davide Papini

“Gli uccelli stanno nidificando, rinviate il taglio degli alberi allo Statuto”

Il taglio degli alberi di via dello Statuto (le motoseghe sono entrate in funzione per una potatura “preliminare” all’abbattimento vero e proprio) per fare posto ai binari della linea 3 della tramvia continua a suscitare polemiche. Oltre alle proteste dei residenti c’è anche quella dell’associazione “Gabbie vuote” che, attraverso la sua presidente Mariangela Corrieri, chiede quanto meno il rinvio dell’operazione, ricordando che in questo periodo “alcune specie di uccelli stanno nidificando, altri hanno deposto le uova, altri ancora allevano i pulcini già nati come alcuni rapaci, animali particolarmente protetti”.
Per questo Corrieri ha scritto al Comune di Firenze e alla Procura della Repubblica citando “la legge 189/2004 contro il maltrattamento di animali visto che il sindaco, secondo i Dpr 31 marzo 1979 e Dpr. 8 febbraio 1954 numero 320, è obbligato alla tutela e al controllo del benessere di tutti gli animali sul suo territorio”. Corrieri decide di intitolare la sua lettera “L’uomo che abbatteva gli alberi”, ironica rivisitazione del titolo del libro di Jean Giono “L’uomo che piantava gli alberi”, un testo poetico sulla storia di un pastore francese, Elzéard Bouffier, che ha come missione di vita quella di piantare migliaia di alberi e ci riesce con metodica costanza.
​Corrieri insiste, comunque, sul rinvio: “Considerando che Fabrizio Bartaloni, presidente Tram di Firenze Spa, ha dichiarato un ritardo di oltre 4 mesi nelle opere, perché espropriare gli uccelli della loro casa quando si può aspettare che il ritardo si compia e gli animali riescano a diventare indipendenti quindi a trovarsi altri alloggi?  I cittadini che amano di Firenze anche quella poca natura misconosciuta dalle istituzioni, fazzoletti di prato trascurati, alberi capitozzati, piante abbattute e non sostituite, fiori invisibili, si sono lamentati e protestano per la loro impotenza a farsi ascoltare, a chiedere che non solo il cemento abbia spazio in questa città disorientata e impoverita ma anche quelle creature vive che sono le piante e gli animali di cui tutti noi ci alimentiamo per la bellezza e la pace che ispirano. Considerato quanto sopra,chiediamo quindi che si rimandi l’esecuzione degli alberi al momento in cui i pulcini siano in grado di spostarsi liberamente e si cerchi di salvare il maggior numero possibile di queste piante che rappresentano il giardino di ognuno. Chiediamo anche, a chi ne ha il dovere, il controllo che nessuna legge venga infranta”.

Fonte: Nove da Firenze, 28/03/2015

Tramvia allo Statuto: alberi abbattuti, ma non è stato il vento
“Il ciclone, quando arriva, non è che t’avverte. Passa, piglia e porta via..” (Leonardo Pieraccioni)

“Stamani quando ho aperto la finestra, una vera desolazione.. non c’erano più gli alberi!” lo scrive Valeria su Facebook nel profilo “Noi non vogliamo la Linea 3 della Tramvia”.
Mariarita Signorini, rappresentante di Italia Nostra ha seguito da vicino le fasi di avvicinamento all’abbattimento ed ha postato alcune immagini in diretta sui Social.
Foto che hanno suscitato l’indignazione dei cittadini, c’è chi ha commentato: “Una follia..” e chi semplicemente “Vergogna”. Alcuni residenti dell’area interessata sono su tutte le furie perché pensano che hanno perso quel poco verde che serviva ad ossigenare l’area trafficatissima e consentiva di affacciarsi con piacere sulla strada. A quanto pare, nonostante le manifestazioni, le assemblee, i comunicati e gli Info Point, sono stati comunque colti di sorpresa.
Il Comune di Firenze assicura che le alberature verranno recuperate nel progetto definitivo da piazza della Costituzione viale dei Cadorna.
I cittadini si domandano però come possa un Comune che presenta il conto per i danni del maltempo che ha abbattuto centinaia di alberi sani in tutta la città, essere lo stesso Comune che per realizzare un’opera “strategica” abbatte allo stesso modo alberi sani e in zona, tra i residenti, c’è chi adesso vorrebbe chiedere i danni per la “Calamità naturale” che ha colpito il quartiere.
Si potrebbe parlare anche in questo caso di “Evento eccezionale”, ma non certo imprevedibile.

Approvato il PIT: comunicato stampa di Italia Nostra

Comunicato stampa di Italia Nostra

Esprimiamo solidarietà all’assessore Marson per la condizione di estremo stress in cui ha dovuto operare, ci congratuliamo con lei per aver condotto in porto il Piano Paesaggistico e siamo contenti che sia stato alla fine approvato. Il rischio che venisse rimandato era effettivo dato che venerdì sera il Consiglio Regionale ha concluso alle ore 21: ed era il penultimo giorno di legislatura.
Italia Nostra ha senza dubbio avuto un ruolo fondamentale di traino del mondo ambientalista e culturale con le innumerevoli azioni svolte a sostegno del lavoro dell’assessore e del suo staff. Abbiamo raggiunto, rispetto al Piano pesantemente emendato dalla stessa maggioranza di governo della Toscana (che l’avrebbe distrutto e svuotato dai contenuti) risultati positivi, riguardo all’agricoltura, alla tutela dei centri storici e delle coste, grazie anche all’azione del Mibact.
Restano criticità sulle Apuane, ma l’introduzione di una commissione di controllo regionale sulle quantità di prelievo del marmo e sulle sue modalità ci danno qualche garanzia in più rispetto a quanto fatto finora.
In ogni caso vigileremo perchè il Piano Paesaggistico sia davvero cogente.
Mariarita Signorini, consigliere nazionale di Italia Nostra nazionale e vicepresidente di Firenze

Ex Manifattura Tabacchi, Italia Nostra: “No alla speculazione, sì all’uso pubblico” Rassegna stampa

Pubblichiamo la rassegna stampa sull’incontro “Osare passi nuovi” fra rifunzionalizzazione e restauro che si è tenuto il 25 marzo 2015.

Fonte: Firenze Today, 26/03/2015
Di: Emiliano Benedetti

Associazioni e comitati temono che porti alla parziale distruzione dell’ex Manifattura, e rilanciano: “Conserviamone l’integrità e facciamone qualcosa che serva a tutti. No a case e negozi”

“La Manifattura Tabacchi di Firenze è la più bella d’Italia, un esempio di razionalismo architettonico unico. Darlo in pasto alla speculazione edilizia è un atto di cecità. E’ un luogo da valorizzare e riutilizzare”. Non si stanca di ripeterlo Maria Rita Signorini, della giunta nazionale di Italia Nostra, che ha patrocinato, assieme a Legambiente, Fondazione Michelucci e Aipai, il convegno ‘Ex-Manifattura Tabacchi – Osare passi nuovi, fra rifunzionalizzazione e restauro’, tenutosi ieri al teatro Puccini.
Da anni si dibatte sul futuro di questo enorme spazio, 6 ettari suddivisi in vari fabbricati, che servivano ai diversi momenti della vita della fabbrica, dai locali di produzione ai magazzini. Edificata negli anni Trenta, la Manifattura ha chiuso definitivamente i battenti nel 2001. Da quel giorno gli interessi dei costruttori edili si sono scontrati con comitati e associazioni, che chiedono la conservazione e il riutilizzo della struttura. L’amministrazione comunale è tentata dal concedere gli spazi, almeno una parte, per farci negozi, centri commerciali, abitazioni. L’ultima ipotesi prevedeva anche due “grattacieli” di oltre 50 metri.
“L’ex Manifattura comprende un’area vastissima, compresa tra il Mugnone, il Fosso Macinante e il parco delle Cascine. Una posizione strategica che ne consentirebbe la massima valorizzazione – spiega Signorini -. Sentiamo slogan su consumo di suolo zero e sul riuso, poi però il Comune di Firenze agisce in senso contrario”. Il timore è che Palazzo Vecchio ‘spezzetti’ il complesso in aree di maggiore e minor pregio, per permettere di costruire su queste ultime.
Un’opzione fortemente contrastata dalle associazioni. “Sarebbe l’ennesima speculazione: costruire nuove case che nessuno può più permettersi”. Case vuote che in città, tra l’altro, abbondano, al pari di immensi spazi inutilizzati da anni, i famosi “buchi neri”. La lista è lunghissima, a partire dal centralissimo ex convento di Sant’Orsola, un’area grande quasi un isolato in stato di abbandono da 40 anni, a cento metri dal Mercato centrale (proprio al Sant’Orsola, coincidenze, si lavorava il tabacco prima dell’entrata in funzione della Manifattura).
“La ex Manifattura deve essere riutilizzata, salvaguardandone però l’interezza e valorizzando il valore architettonico e storico. Le possibilità, anche grazie alla vicinanza della ferrovia, sono moltissime”. Già oggi parte del piano terra è utilizzato come magazzino dal Maggio musicale. La Biblioteca Nazionale ha mostrato interesse, vista la scarsità di spazi nella sede centrale, per trasferirci parte dell’emeroteca e nuove scaffalature. Ma non solo.
“Poteva essere utilizzata per il nuovo Polimoda, che invece è stato costruito su una landa desolata a Scandicci, può ospitare una scuola di design, una parte dell’Istituto d’arte, spazi per l’enogastronomia, una città della moda, vista l’importanza del settore per Firenze, i padiglioni del polo fieristico che ‘occupano’ la Fortezza da Basso, che così tornerebbe interamente fruibile dai fiorentini. L’importante – conclude Signorini -, è che venga riutilizzata con funzioni pubbliche e sociali di qualità. Sventrare l’edificio e costruire ancora è la via più facile ma anche la più miope e la meno redditizia a lungo termine”. A Milano, per esempio, l’ex manifattura è divenuta una scuola sperimentale di cinema.
Nelle prossime settimane in consiglio comunale approderà il regolamento urbanistico, approvato in giunta e in commissione urbanistica, con modifiche ai vincoli esistenti che potrebbero aprire la strada al temuto “spezzettamento”. Vedremo se i consiglieri le approveranno.

Clicca qui per scaricare l’intervista a Mariarita Signorini andata in onda sui Controradio.

Fonte: Il Corriere della Sera, 26/03/2015

Salvare la Manifattura di Firenze

Il complesso architettonico della ex Manifattura Tabacchi di Firenze, cui ha lavorato nel 1933/34 Pier Luigi Nervi, rischia «una consistente demolizione a fondamento speculativo». Questo è emerso nel convegno svoltosi ieri al Teatro Puccini sul posto. Il Comitato per la tutela della manifattura chiede che sia tutelato l?intera sistema, di circa 100 mila metri quadri, eletta dal Fai come Luogo del cuore (1.600 opzioni). L’appello è a mantenere autografia e integrità del complesso di 16 edifici (ora è rimasto un asilo e un teatro). Tra le proposte: realizzare l?emeroteca della Biblioteca nazionale o un polo delle arti.

Clicca qui per scaricare l’articolo de La Nazione “Manifattura Tabacchi: “No alle demolizioni”. Corre la ‘maratona’ di protesta del comitato”

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