Rimandato il presidio previsto sotto la Regione e rassegna stampa sul Piano Paesaggistico della Toscana‏

RIMANDATA NUOVAMENTE LA DISCUSSIONE SUL PIANO PAESAGGISTCO DELLA TOSCANA IN CONSIGLIO REGIONALE, PERTANTO SI ANNULLA ANCHE IL PRESIDIO PREVISTO PER DOMANI.
Ci scusiamo ma evidentemente non siamo noi quelli in difficoltà. Si apprende ora che il punto all’ordine del giorno del Consiglio regionale, riguardante il Piano Paesaggistico, è stato rimandato alla settimana prossima. Evidentemente il nodo da sciogliere è assai complesso e le vicende fiorentine dell’inchiesta TAV complicano ulteriormente il quadro.

E’ stato rinviato a domani mattina alle ore 10  il presidio annunciato per oggi pomeriggio sotto il Consiglio della Regione Toscana in via Cavour. 

Infatti oggi si affronterà tardi il punto che è all’ordine del giorno e probabilmente del Piano Paesaggistico della Toscana si discuterà ancora domani  (addirittura la sua approvazione potrebbe anche slittare alla prossima settimana), per dare tempo al Ministro Franceschini di esaminarlo personalmente.
Abbiamo fatto tutto il possibile per sensibilizzare il mondo politico e l’opinione pubblica, mai come in questa ultima settimana siamo stati presenti su tutti i media, dunque ora incrociamo le dita.

Pubblichiamo parte della rassegna stampa sul Piano Paesaggistico della Toscana con l’intervista al Presidente Parini (La Repubblica Firenze), la pubblicazione delle dichiarazioni e delle richieste di Italia Nostra (Il Corriere Fiorentino) e l’articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera in cui sposa la causa e cita il ruolo svolto da Italia Nostra.

Fonte: La Repubblica, 17/03/2015

“Quel testo va difeso e non stravolto pronti a opporci”

«Italia Nostra è stata tra le prime associazioni a muoversi a difesa del Piano del paesaggio ed è uno dei motori del l’appello inviato al consiglio regionale da un gruppo di intellettuali tra cui Vezio de Lucia, Settis, Montanari, Asor Rosa». Chi parla è il presidente nazionale dell’associazione Marco Parini.
Oggi Rossi vedrà Franceschini, a lui spetta l’ultima parola.
«Spero bene che Rossi non contraddica se stesso. La giunta toscana ha licenziato un Piano proposto in giunta e che poi è stato oggetto di una serie di modifiche ed emendamenti che lo hanno stravolto. Questo noi lo denunciamo da mesi pubblicamente. Quel Piano deriva dal Codice dei beni culturali che prevede una co-pianificazione tra Regione e governo».
Cosa si aspetta da Franceschini?
«Mi aspetto che il governo difenda i contenuti del Piano e si opponga allo stravolgimento del Codice che ha contribuito a formare. Se questo dovesse accadere noi chiediamo che il ministero impugni il Piano e che il ministro e lo stesso premier Renzi difendano quell’azione di concertazione che la legge prevede.Quindi Franceschini non può che difendere il Piano, ha di fronte una strada obbligata».
E se invece le cose andassero diversamente?
«Si creerebbe un pericoloso precedente. Che cosa accadrà quando arriveranno il Piano del Veneto o della Calabria o di altre regioni? Si ripeterà la stessa storia all’infinito? Bisognerebbe impugnare il provvedimento».
Pensa anche lei come Tomaso Montanari che da parte del governo arrivi un input forte a far ripartire cantieri, lavori pubblici, nuove costruzioni? Che la filosofia pro sviluppo stia prendendo il sopravvento sulla tutela ambientale?
«Come presidente di Italia Nostra mi limito a stare nell’argomento, le considerazioni politiche più generali non sono di mia competenza. Sono abituato a ragionare sui fatti. Sul precedente decreto “sblocca Italia” noi abbiamo formulato una serie di considerazioni ma quando si tratta di svolgere lavori pubblici e iniziative nazionali bisogna fare ciò che è urgente e non ciò che è dannoso. Come la Tirrenica o altre opere su cui abbiamo fatto addfrittura ricorso al Tar. Va benissimo far lavorare le imprese ma non a danno dell’ambiente. Facciamole lavorare per la sicurezza del territorio, in questo modo ripartirebbero centinaia di imprese e di cantieri e il nostro appello è stato accolto con favore dall’Associazione nazionale costruttori. Riaprirebbero tanti cantieri diffusi sul territorio al posto di un solo megacantiere nazionale».

Fonte: Il Corriere Fiorentino, 17/03/2015
Di: Mauro Bonciani

Paesaggio, Rossi fa indietreggiare il Pd
I contatti con Franceschini, il rischio dello stop romano su cave e spiagge, lariscrittura con Marson Oggi col nuovo testo il governatore va Roma per incassare l’ok del ministro, poi il voto in Consiglio
Oggi Rossi sarà a Roma, con il piano del paesaggio riscritto dopo una lunga maratona al fianco dell’assessore Marson e dei consigli Pd e di maggioranza. E nella capitale, cercherà l’ok del ministro dei beni culturali, Dario Franceschini prima del dibattito in Consiglio regionale che inizierà nel pomeriggio. Intanto il segretario Pd assicura: «Il piano sarà approvato».

Questa volta Enrico Rossi non ha delegato a nessuno. Non si è «fidato» del lavoro dei consiglieri del Pd e per tutta la giornata, dalle io fino alle ore di cena, ha prima riunito la maggioranza, poi si è chiuso in una stanza assieme all’as-sessore Anna Marson e ad alcuni consiglieri dem e degli alleati ed ha riscritto, anche di suo pugno in alcuni casi, tutti i punti controversi del piano del paesaggio, il lungo lavoro di ripulitura alla luce non solo delle leggi regionali ma anche delle norme nazionali sul paesaggio, è stato condotto dal presidente della Regione (nel pomeriggio affiancato dal capo di segreteria, Ledo Gori, mentre Marson aveva alcuni dirigen-ti del suo assessorato) con l’obiettivo di dare coerenza al Pit, togliendo gli emendamenti pro cave e pro cemento sul mare, e di ottenere sta-mattina a Roma 11 via libera dal ministro dei beni culturali, Dario Franceschini, così da po-tersi presentare nel pomeriggio in Consiglio regionale con le carte in regola per chiedere l’approvazione finale del testo e respingere le critiche arrivate soprattutto dal mondo ambientalista. il tour de force – Rossi nel pomeriggio si è anche arrabbiato con Marson finirà solo stamani, con le ultime limature fatte da Rossi, Marson e Pellegrinotti, pri-ma di partire per Roma, Il governatore ed il ministro Franceschini si sono sentiti nel fine settimana e ieri la mediazione di Rossi è partita dal suo «lodo» e dalla cancellazione delle parti più distanti dal testo originale, introdotte in commissione con emendamenti presentati dai consiglieri Pd, Ardelio Pellegrinotti e Matteo Tortolini. «Sono pronto a tornare al testo originale, già approvato dal Consiglio regionale» ha detto Rossi e ieri si è tolta la possi-bilitàdi scavare il marmo sopra i 1.2oo metri (tranne che per tre cave e per casi di recupero ambientale), si è tolto il cambio di destinazione d’uso delle strutture balneari-turistiche, con tutele entro i 300 metri dal mare e circoscritta la possibilità di loro ampliamenti, si sono cancel-lati gli interventi lungo l’alveo dei fiumi e così via. Obiettivo, tornare allo spirito originario del Pit – Rossi ha incassato anche l’appoggio della Cgll toscana contro «il rischio che gli interessi corporativi rompano l’equilibrio» – e oggi sapremo se la maratona avrà avuto esito positi-vo. Intanto un gruppo di intellettuali, tra cui Falco Pratesi, Alberto Asor Rosa, Carlo Gin-sborg, Sergio Stalno, ieri ha lanciato l’appello «Non lasciamo uccidere il paesaggio toscano», chiedendo a Franceschini di «non lasciar per-petrare questo nuovo e più generale attentato alla bellezza storica dei paesaggi toscani». E il presidente nazionale di Italia Nostra, Marco Parini, aggiunge: «Chiediamo che venga mante-nuto il piano così come licenziato nella giunta. E frutto della co-pianificazione con il ministero dei beni culturali. Franceschini non si pieghi ai voleri di lobby e partiti portatori di interessi».

Fonte: Il Corriere della Sera, 17/03/2015
Di: Gian Antonio Stella

Da risorsa a minaccia al paesaggio
La Toscana alla disfida del marmo

«Perché non parli?», avrebbe detto Michelangelo al Mosé. Alle Alpi Apuane che fornirono il marmo bianco, accusano i geologi, non serve fare la stessa domanda. Parlano già. A ogni acquazzone torrenziale. La-sciando che si rovescino a valle, senza più le barriere naturali spazzate via dall’escavazione di marmo, spropositate quantità d’acqua. Per non dire dei danni al panorama. Al centro dello scontro sul piano paesaggistico che sta spaccando il Pd toscano.
Il braccio di ferro non è solo sulle cave. Trovato un compromesso sui limiti alle vigne «industriali», la zuffa è oggi sui «ritocchi» al piano dell’assessore Anna Marson che pareva passato ma passato non è. Grazie ad emendamenti congiunti Pd-Forza Italia, ecco i divieti diventare «raccomandazioni», le prescrizioni per le coste svuotate da frasi tipo «ferma restando la possibilità di realizzare adeguamenti, ampliamenti…» e così via. Una retromarcia tale da spingere il Fai e Italia Nostra e decine di intellettuali, da Ser-gio Staino a Dacia Maraini, da Giovanni Sartori a Vittorio Emiliani, da Salvatore Settis a Fulco Pratesi (compresi puristi che facevano le pulci alla Marson: «Troppo poco!») a firmare per-ché il piano non sia stravolto.
Lo scontro più duro, però, è ancora una volta sulle cave di Carrara: tolti i limiti a scavare ancora oltre 1.200 metri, tolti i paletti a riaprire le cave dismesse, tolte le tutele alle «aree integre» con la possibilità di «ampliamento delle cave autorizzate nelle adiacenze di vette e crinali integri». Cose che rasserenano i cavatori preoccupati da mesi per i «lacci e lacciuoli» e fanno al contrario sanguinare il cuore a chi, come Pietro Ichino, conosce queste montagne metro per metro e sospira sulla devastazione del passo della Focolaccia dove forse era la tana dell’aruspice etrusco Aronte: «Quando ci andai la prima volta, più di trent’anni fa, era un luogo lontanissimo dal mondo civile e carico di suggestione; oggi gran parte del suo fascino è perduto, poiché il Passo è divorato dalle cave».
Due visioni del mondo opposte. Più inconciliabili via via che i macchinari moderni possono aggredire i luoghi più impervi. Dicono i cavatori che quelle vette mozzate, quei crinali sagomati come le montagnole del Lego, quei canaloni coperti di scarti di lavorazione, sono in realtà il bello delle Alpi Apuane.
Lo spiegarono con una pagina a pagamento dove campeggiava un volto del David: «Siamo convinti che l’identità paesaggistica del nostro territorio sia rappresentata dalle stesse cave di marmo, senza le quali le Apuane sarebbero montagne come altre e non lo scenario esclusivo di oggi, culla e risultato dell’agire umano». E i tentativi di arginare l’assalto delle ruspe? «Fumisterie di un ambientalismo ideologico».
Una guerra senza tregua. Di qua i padroni delle cave dicono che «ogni giorno migliaia di persone, da Carrara alla Versilia, in cava o nei laboratori di trasformazione, lavorano direttamente il marmo» più altre migliaia nell’indotto, facendo del marmo la ricchezza dell’area. Di là gli ambientalisti ricordano che mezzo secolo fa, quando si estraevano circa 400 mila tonnellate, cioè meno della metà di oggi (900 mila, ma nel ‘95 furono toccate le 1.256.221 tonnellate) i lavoratori delle cave erano seimila ma oggi, grazie alle nuove tecnologie, solo 600. Un decimo. E accusano: «Dal 1950 ad oggi sono state estratte più di 50 milioni di tonnellate di marmo in blocchi. Lo “scarto” quindi sarebbe non meno di 100 milioni di tonnellate». Totale: 55 milioni di metri cubi di marmo.
Di qua i cavatori sventolano i numeri della Camera di Commercio, secondo cui il settore ha recuperato sugli anni della crisi toccando nel 2013 «un totale delle vendite all’estero vicino ai 329 milioni di euro». Di là i critici, come Mauro Chessa presidente della Fondazione dei Geologi Toscani, denunciano che il prezzo pagato dall’ambiente è troppo alto e che quei soldi, ricavati da un bene che appartiene (al di là degli aspetti notarili) a tutti gli italiani vanno a finire spesso in tasche straniere, come quelle della famiglia Bin Laden, che con 45 milioni di euro ha comprato a luglio il 50% della Marmi Carrara, che detiene a sua volta il 50% di Sam, padrona di un terzo delle cave.
A farla corta, le cose hanno preso una piega tale da spinge-re la Regione a varare una legge, parallela al piano paesaggistico, che impone la concessione a tutte le cave, anche quelle in mano a privati a causa di un editto del 1751 della duchessa Maria Teresa Cybo-Malaspina. Titolo del Sole24ore: «La Toscana espropria il marmo». Rivolta: «È un esproprio proletario!». Sciocchezze, ha risposto il governatore Enrico Rossi, che da settimane cerca una mediazione decente tra «sviluppisti» e ambientalisti del suo stesso partito da portare oggi a Dario Franceschini. E ha spiegato a Mario Lancisi: «Io dico ai cavatori: ok, ti dò una concessione sulla tua cava anche di dieci, venti anni, se vuoi». Ma a un patto: «Tu il marmo che escavi lo lavori anche e quindi produci lavoro, occupazione. Oggi il problema numero uno è che il marmo viene imbarcato e se ne va per il mondo mentre le aziende di lavorazione hanno chiuso la saracinesca».
Non bastasse, dice Chessa, «negli ultimi due decenni si è affermata una categoria merceologica trasversale: il detrito di marmo, gli scarti di lavorazione che alimentano i “ravaneti”, cioè le discariche minerarie delle Apuane». Polverizzato in carbonato di calcio per «plastiche, gomme, pneumatici, isolanti, vernici, colle, prodotti chimici, farmaceutici…» Per dire: 1.500 tonnellate l’anno vanno nei dentifrici venduti in Italia.
Come andrà a finire? Si vedrà. Certo ogni intesa sarebbe stata più difficile in novembre, a ridosso dell’ultimo straripamento del torrente Carrione. Che come scrisse Marco Imarisio «non è il Mississippi» ma per l’«occupazione sistematica dell’alveo naturale» ha man mano intensificato le sue esondazioni: 1936, 1952, 1982, 1985, 1992, 1996, 2003, 2009, 2010 (due), 2012 (tre), 2013, 2014…
Dopo quella del 2003, disastrosa e segnata da due morti, fu aperta un’inchiesta. Otto anni dopo tutto è evaporato: prescrizione. Resta però l’atto d’accusa delle perizie. La tragedia era dovuta anche alla cattiva gestione del territorio? «La risposta, alla luce delle indagini, non può che essere affermativa».

 

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