I rottami del parco eolico della Cappelletta

Fonte: La Repubblica, 25/08/2015
Di: Mauro Delgrosso

Nel punto più ventoso dell’appennino parmense le due torri appaiono abbandonate a se stesse, prive di manutenzione, nessun cartello, nessuna indicazione

Il Passo della Cappelletta, sopra Albareto. E’ il posto più ventoso dell’intero territorio dell’Alta Val Taro, anzi della Val Gotra, come con fierezza sottolineano gli albaretesi; qui il vento fa il suo dovere, frusta il crinale ad una media di oltre 7 metri al secondo.
E’ per questo che nel 1995, nacque un parco eolico, uno dei primi in assoluto in Appennino; da qui, da un lato, tra le montagne liguri, si vede il mare luccicare, la Corsica, dall’altro, quando lo smog lo consente, si possono vedere accendere le luci della Pianura Padana. Uno spettacolo. Per millenni è stato luogo di pastorizia, di contrabbando, di scambio, di scontro, di commercio.
Nel 1995 la messa in opera delle prime due pale, per fornire energia “verde” a Varese Ligure, ai tempi retta dal Sindaco Caranza, il politico illuminato che vide nel “green” il futuro della montagna. Anzi, l’unico futuro: con il biologico, con l’agriturismo, con le rinnovabili. Passano gli anni, e nel  2007 si aggiungono altre due torri. Tutto bene quindi; o quasi.
La prima ditta, che realizzò i primi due impianti, una semplice e agile Srl, come d’abitudine in questi casi, dove il confine tra bene pubblico e interesse privato è molto labile, da alcuni anni sembra sparita, dissolta senza che nessuno, tra chi deve controllare, se ne preoccupi; le sue torri, evidentemente ormai non più produttive, appaiono abbandonate a se stesse, prive di manutenzione, nessun cartello, nessuna indicazione; le grandi pale dei generatori di sommità giacciono, come un monumento all’abbandono, completamente ferme.
Nonostante questo sia il posto più ventoso, e quindi potenzialmente redditivo, della zona, della provincia: viene il dubbio, come molti dei comitati anti-eolico sostengono da anni, che sfruttati gli incentivi, guadagnato con facilità quello che si doveva guadagnare, delle energie verdi e rinnovabili non freghi realmente niente a nessuno; un semplice giro finanziario, senza nessuna garanzia di ripristino, di continuità, di sviluppo; una produzione ed un’economia drogata dai contributi pubblici, con enormi e indecenti rottami che alla fine non hanno mai padroni, come in questo caso; con i danni, evidenti a tutti, prodotti a livello paesaggistico, e ambientale, a carico del cittadino.
Ora, restano solo due grandi croci, con il loro carico di ferraglia, di prodotti chimici pericolosi e vecchie apparecchiature usate, che si stagliano sull’ennesimo Golgota dell’ambiente. La follia di vedere due gruppi di pale che frullano veloci il vento, e, in mezzo, altri due gruppi che fischiano perché immobili.
E’ l’immagine della montagna appenninica italiana, quella della speculazione facile, degli eco-mostri, a metà tra la quasi ricchezza, mancata sempre per un soffio, e il sicuro abbandono per diserzione; a perderci, quella preziosa poca gente che abita ancora questa terra di mezzo, che senza le piste da sci, le piscine finanziate generosamente dalla Ue, i vip bilingue da mettere in mostra, non vale l’interesse vero di nessuno; posti che risultano utili solo agli avventurieri dell’energia, dell’acqua, delle rocce, che spesso operano con la complicità della politica locale; miope, a dir poco, ad essere gentili.
La gente della montagna, con questi esempi, con questi monumenti all’inutilità, che gli si presentano, per chilometri di distanza, davanti agli occhi tutti i giorni, diventa alla fine completamente rassegnata, frustrata; anzi, completamente malfidente: nelle imprese che si propongono in progetti dalla valenza ambientale, ma sopratutto nelle istituzioni, che dimostrano ancora una volta, come se ce ne fosse ancora bisogno, di non saper alla fine fare il lavoro per cui esistono: fare gli interessi dei cittadini, a partire dall’ambiente in cui vivono.
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