Archivi Mensili: febbraio 2016

I boschi e le foreste: “nuovi” pericoli

Le funzioni degli ecosistemi boschivi e forestali.
Pericoli di impoverimento per boschi e foreste derivanti da potenziali gestioni estensive e parametri economici utilitaristici.

<Il bosco non è un semplice assemblaggio di alberi ed arbusti, né può essere visto, in forma riduttiva, come una “estensione notevole di alberi selvatici” (Devoto e Oli, 1971). All’interno del bosco esiste infatti una molteplicità di alberi e di altri esseri viventi – animali e vegetali – legati l’uno all’altro da rapporti strettissimi di interdipendenza. L’insieme delle piante, nel senso più ampio, determina un assieme con gli animali ed il terreno, (la così detta biogeocenosi) che interagendo ed adattandosi ai fattori fisico-chimici costituiscono l’ “ecosistema bosco” che è teso alla costante ricerca di uno stato di equilibrio. Le intense reazioni tra gli elementi di un ecosistema sono i meccanismi che la natura mette a disposizione per mantenere il migliore equilibrio possibile tra tutte le forze e gli elementi dell’ambiente, comprese le attività dell’uomo. … … … Ma il bosco, con la sua ricchezza biologica è sempre stato considerato dall’uomo come una risorsa a costo prossimo allo zero, capace di autorinnovarsi autonomamente, e pertanto utilizzabile senza eccessivi problemi come fonte di risorse alimentari, energetiche e di materiali da costruzione. Con l’aumentare delle esigenze umane, in conseguenza e del miglioramento del tenore di vita delle popolazioni e del progressivo incremento demografico, con il conseguente allargarsi delle aree utilizzate per l’agricoltura, il saccheggio e/o la distruzione delle risorse boschive attuate per i più diversi fini, ha, nel tempo, raggiunto dimensioni sempre più vaste (Sereni, 1961). Questo è accaduto, a più riprese e per le differenti regioni italiane, in epoca storica, da quando cioè l’uomo, non ricordandosi o non rendendosi conto dell’importanza dei boschi nell’ecosistema, li ha saccheggiati e distrutti, spesso per l’acquisizione di nuove superfici da mettere a coltura per scopi di pura sussistenza, inseguendo un illusorio immediato vantaggio.>>.
Quanto sopra è tratto da un articolo scientifico (Gellini, Onnis) del 1992 (1) che illumina su due aspetti fondamentali dell’ecosistema bosco: circa l’importanza del suo ruolo ambientale diversificato e, di contro, della prevalente ottusa considerazione utilitaristica e distruttiva da parte della società economica, parzialmente giustificata da livelli inferiori di conoscenze naturalistiche in epoche trascorse. In merito a quest’ultima considerazione, comunque e nonostante già nel settecento e nei primi dell’ottocento gli studiosi e i politici più illuminati indicassero il disboscamento come un’operazione deplorevole, come puntualizza nell’articolo sopra segnalato il citato B. Vecchio (2) in una trattazione sulla coltivazione, conservazione e fruizione economica dei boschi in Italia del 1974: nel suo lavoro il ricercatore annota anche il famoso naturalista Giovanni Targioni Tozzetti (3) tra gli autori che sostenevano il ruolo insostituibile svolto dai boschi per gli equilibri naturali, con una visione ecologica delle funzioni attribuite alla copertura boschiva già nel 1751!
Giova riportare ancora qualche contenuto di un lavoro datato dello scomparso prematuramente, e largamente compianto, Romano Gellini (4) che ha saputo individuare con ampio anticipo tanti problemi, derivanti dalle attività umane, nei confronti degli ecosistemi naturali. Gellini espone in quella pubblicazione (1990, ovvero 26 anni fa!) dei cambiamenti in 15 anni nei caratteri delle chiome degli alberi legate ai mutamenti del clima in escalation e/o all’inquinamento, ma oltre a questo e alla vulnerabilità di 450 specie vegetali censite in quel momento dalla Società Botanica Italiana, indica la possibilità che venga intaccato il complesso meccanismo di funzionamento dell’ecosistema forestale. Gellini sottolinea che << … gli alberi, e meglio ancora l’ecosistema bosco, non solo rappresentano una delle strategie più efficaci nella lotta contro gli effetti negativi delle emergenze ambientali ma possono costituire un valido mezzo per la realizzazione di un sistema di monitoraggio biologico dell’ambiente, per molti versi molto più efficace del monitoraggio chimico in quanto riesce ad evidenziare gli effetti sinergici e a fornire dati non puntiformi ed istantanei ma estesi in senso temporale e spaziale e quindi sicuramente più “rappresentativi”. …>>.
Se anni addietro mancavano migliori conoscenze scientifiche, oppure queste erano maggiormente circoscritte a pochi eletti e quindi vi erano minori cultura e sensibilità diffuse, oggi non è più plausibile che vengano meno comportamenti corretti in senso ambientale-ecologico. A maggior ragione, in un periodo storico afflitto da uno dei più gravi problemi odierni come i mutamenti del clima. Mutamenti largamente dibattuti ma per i quali sono stati sostanzialmente disattesi, o in ritardo nella loro considerazione e ipotesi di applicazione, i rimedi necessari e, quindi, adesso siamo a dover parlare solo di contenimento degli effetti conseguenti noti ed in previsione. Per questo stupisce e preoccupa profondamente che corporazioni o settori di esse disconoscano, completamente o parzialmente, questi problemi per rilanciare o amplificare fini esclusivamente o prevalentemente economici derivanti dall’incremento d’intervento sulle realtà boschive residue esistenti.
Lo scorso 14 gennaio, per esempio, si è svolto il convegno “Economia del bosco e politiche forestali in Toscana”, organizzato dalla Confederazione italiana agricoltori Cia e Associazione regionale boscaioli Toscana Arbo, presso la sede del Comando Regionale del Corpo Forestale dello Stato. Di tale convegno ne è stato pubblicato il resoconto in internet (5) assieme anche, in altro link, all’intervista al tg3 regionale toscano del presidente Cia Luca Brunelli. Gli argomenti sono riassunti nei titoli e sottotitoli: “Il bosco toscano produce economia. Ma burocrazia e politiche disattente frenano crescita”, ed ancora: “Economia del bosco a due velocità in Toscana. Da una parte investimenti, innovazione e risorse; dall’altra una mancanza atavica di politiche di sviluppo in ambito forestale, sia a livello europeo che nazionale”. E questo nonostante che nel convegno si riconosca proprio da parte della Cia che gli ultimi anni hanno mostrato una decisa crescita del settore (e basta osservare, per chi non è disattento, quanto si interviene progressivamente negli ultimi anni per esempio sui boschi cedui nella regione). Di seguito citiamo testualmente (5) alcuni passaggi dell’articolo e di quanto hanno dichiarato vari relatori che confermano le preoccupazioni sopra descritte (oltre legittime osservazioni ad es. contro il lavoro nero), anche a fronte di quelle specifiche ripercussioni che sia l’agricoltura sia gli ecosistemi naturali e le economie collegate subiscono in progressione dai cambiamenti del clima e che dovrebbero essere tenuti in primaria considerazione proprio in ambito Cia. Nel resoconto viene riportato: << … Ma non mancano le problematiche, come un eccesso di vincoli e di burocrazia, che sta spingendo il settore alla marginalità economica.>>; Luca Brunelli (presidente Cia Toscana): <<Occorre un piano nazionale di sviluppo dell’impresa boschiva, una strategia di valorizzazione della selvicoltura e dell’impresa, fondata su incentivi, agevolazioni fiscali (a partire dall’Iva sui combustibili legnosi), incentivi all’occupazione come mezzo di contrasto al lavoro nero. E poi semplificazione e sburocratizzazione. Alla Regione chiediamo innanzitutto un impegno per determinare una nuova stagione di politiche europee e nazionali di sviluppo del comparto forestale …>>; Sandro Orlandini (Cia Pistoia) : <<Non mancano difficoltà per le imprese toscane… Facciamo i conti con uno scarso valore aggiunto del settore … con poche politiche di sviluppo, troppe politiche conservative, dettate da un ambientalismo miope>>; Marco Failoni (Cia Toscana): <<Non c’è attenzione in Europa, la politica forestale viene gestita prevalentemente come politica ambientale; manca totalmente una base giuridica che consideri il bosco sotto il profilo produttivo. Anche a livello nazionale non va molto meglio: i boschi sono tutti sottoposti a vincolo paesaggistico; nelle aree Natura 2000 ogni operazione selvicolturale è soggetta a complicate procedure di valutazione di incidenza; Il sistema sanzionatorio fa ricadere molte violazioni nell’ambito dei reati penali. Manca inoltre una qualsiasi strategia finalizzata allo sviluppo del settore. Le stesse opportunità aperte nell’ambito delle politiche di sviluppo delle fonti rinnovabili, vengono continuamente “stressate” da scelte politiche incomprensibili: l’ultimo balletto sull’Iva sul pellet è un esempio illuminante>>.
Fortunatamente e significativamente Giuseppe Vadalà, Comandante regionale Corpo Forestale dello Stato, ha posto l’accento sull’importanza dei controlli di legalità nel settore forestale, indicando che «Mediamente il Corpo Forestale dello Stato esegue in Toscana 4.000 controlli all’anno nel settore dei tagli boschivi, dove un intervento su quattro risulta irregolare e viene sanzionato. Assicurare il rispetto della legalità è fondamentale per lo sviluppo dell’economia forestale>>.
Dall’assessore regionale all’agricoltura e foreste Marco Remaschi indicazioni sia per le funzioni ecologiche del bosco che per l’economia, lasciando varie perplessità su quali delle due si vuole tutelare adeguatamente: <<Il bosco è determinante per il paesaggio e l’ambiente, è in grado di produrre reddito e occupazione, è fondamentale per la stabilità idrogeologica. Il bosco è “multifunzionale” e deve essere gestito in modo sostenibile … Oggi siamo di fronte a diverse possibilità per rilanciare il settore forestale con la nuova programmazione per lo sviluppo rurale 2014/2020 che lascia ampio margine agli interventi forestali e all’incentivazione dell’innovazione del settore stesso … Il bosco è importante, ad esempio, per la produzione di biomassa ricavabile dalle operazioni di manutenzione e offre così un ulteriore contributo per mitigare i cambiamenti climatici … Dai boschi toscani si ricavano grandi quantità di legno per usi energetici, oltre 1/5 del totale nazionale. In Toscana ci sono inoltre 70 impianti di teleriscaldamento alimentati a cippato di legna finanziati con contributi pubblici afferenti a risorse libere regionali, fondi FESR e Fondi FEASR.>>.
Quanto sopra anche in contrasto all’evidenza della pressante necessità odierna di accumulo e immagazzinamento naturale del carbonio nelle biomasse, evitando parallelamente di reimmetterlo in atmosfera, ed a fronte della realtà recente che ha visto in alcuni comuni (es. in Lucchesia) avviare disposizioni di divieto dell’uso persino di caminetti o riscaldamento a legna ove questi non risultino unici sistemi di riscaldamento (per contenere l’inquinamento atmosferico locale, eccetera).
Ancora sinergicamente ad una situazione negativa, emergono nei media valutazioni partigiane, da ritenere non conformi alle esigenze ecologiche odierne: tra queste il fatto che i boschi in Toscana sono molto estesi (tanto, secondo alcuni, da giustificare quindi interventi di sfruttamento), per oltre il 50% della superficie regionale, cosa di per se stessa non significativa e/o giustificativa considerando il fatto che molti di questi sono degradati o cedui (ovvero soggetti a tagli periodici frequenti che mediamente ne diminuiscono le funzionalità e gli equilibri, cosa per la quale la ricerca indica da tempo che sarebbe opportuno portarli allo stato di fustaie (8), con un accumulo di capitale arboreo ed immagazzinamento di carbonio e diradamento degli interventi nel tempo per il mantenimento massimo delle funzionalità) e senza tener conto del bilancio nazionale (ed internazionale ovvero mondiale) largamente in perdita dell’ “impronta ecologica”. Nel “Documento sulle utilizzazioni forestali” della Società Botanica Italiana del 1989 (8), si appunta: <<La selvicoltura, è noto, può essere esercitata a diversi livelli di intensità. Si può partire dai cedui a turni brevi con provvigioni medie di poche decine di metri cubi per ettaro, alle quali corrisponde una produzione di legna da ardere di 3-4 mc anno/ha, e si può arrivare a fustaie a turni lunghi con provvigioni medie che superano largamente i 500 mc per ha, con produzioni di legname superiori ai 10 mc anno/ha. … La S.B.I. non si è mai opposta alla utilizzazione dei boschi: nel 1980, in occasione del seminario di Firenze, attraverso una dichiarazione del Consiglio Direttivo del Gruppo di Conservazione della natura, ha espresso solo la propria preferenza per i livelli massimi di intensità colturale e cioè per le fustaie a turni lunghi.>>. Nello stesso documento (8) si annotano in 5 punti alcune situazioni nuove ed importanti da considerare a 9 anni di distanza dal Seminario sulle utilizzazioni forestali organizzato dalla S.B.I. e per le quali la stessa Società vuole prendere una più chiara posizione: <<1) dall’inizio degli anni ottanta si è venuto manifestando in tutta Europa un crescente deperimento dei boschi, attribuito prevalentemente al contenuto di sostanze fitotossiche nell’atmosfera. 2) Dalla metà degli anni ottanta si è presa coscienza, anche in vasti strati della pubblica opinione, del pericolo di gravi mutazioni climatiche negative associate al crescente contenuto di anidride carbonica nell’atmosfera. 3) Nell’ambito della ricerca per le “energie alternative” sono in corso di studio grandi progetti sull’utilizzazione delle biomasse. Essi sono interessati non solo alla realizzazione di piantagioni a rapido accrescimento, ma anche alla produzione legnosa dei boschi esistenti. 4) Recentemente, si è avuta notizia di alcune utilizzazioni forestali “pesanti” anche in zone dichiarate ufficialmente aree protette. 5) La rivista “L’Italia forestale e montana”, di Firenze, nel fascicolo n. 3 del 1988 ha criticato la politica forestale sostenuta dall’attuale Direttore Generale delle foreste, perché ritenuta eccessivamente conservatrice ed ecologista.>>. Di seguito si continua: <<Di fronte ad una situazione ambientale che si va continuamente degradando per segni ormai a tutti evidenti, c’è dunque, negli ambienti ufficiali della scienza forestale, chi ritiene di dover difendere dalle “insidie” della legge Galasso e dell’Amministrazione Forestale una selvicoltura non conservatrice. Nelle buone intenzioni dei sostenitori essa dovrebbe avere carattere eminentemente colturale-produttivistico, ma di fatto, con il voler favorire l’utilizzazione di “qualche milione di ettari di cedui invecchiati”, porterebbe solo ad un diffuso impoverimento biologico, economico, estetico ed ambientale di vasti ecosistemi forestali e proprio nel momento in cui più urgente sarebbe andare nell’opposta direzione.>>. Con questa illuminata critica alla ricerca di sfruttamento economico, la S.B.I. prende una posizione ancora più chiara e netta rispetto a quanto espresso in precedenti convegni: <<Ora, alla luce dei fatti nuovi denunciati ai punti 1 e 2, la Società Botanica Italiana ritiene non sia più il caso di prospettare delle preferenze ma di affermare piuttosto delle necessità urgenti: di fronte alla nuova emergenza ambientale la sola forma razionale di utilizzazione dei boschi, anche al di fuori delle aree protette, è indubbiamente quella di portare le provvigioni legnose al livello massimo compatibile con il tradizionale sfruttamento delle foreste per le necessità anche economiche della società civile. E’ questo, d’altra parte, l’unico mezzo per assicurare all’ecosistema bosco la massima elasticità e quindi la massima resilienza e all’ecosistema globale della biosfera il massimo assorbimento e la massima immobilizzazione del Carbonio, nella massa legnosa e nelle altre componenti organiche del sistema stesso. Nella nostra situazione “storica” ciò si può ottenere evidentemente non intensificando, ma limitando le utilizzazioni boschive più o meno rigorosamente, a seconda della differenza fra il livello attuale delle provvigioni e quello che si intende raggiungere.>>. Nel documento la S.B.I esprime poi che nelle aree protette non si debbano effettuare utilizzazioni forestali di tipo tradizionale, e quindi favorevolmente: alla realizzazione di piantagioni per fini energetici purché con stime progettuali congrue ed attendibili sulla filiera, alla ripresa del rimboschimento.
Un altro autorevole e limpido parere tecnico sugli aspetti gestionali dei boschi (7) è contenuto nell’articolo dal titolo significativo “Povertà del bosco ceduo” di Fabio Clauser (già amministratore delle Foreste di Vallombrosa): <<I cedui che ancora coprono gran parte della superficie boscata appenninica sono la testimonianza della povera eredità forestale che la misera economia montana del passato ha lasciato alle generazioni presenti>>. Clauser indica che i motivi della povertà del ceduo che tuttora perdura, sono gravi e complessi e possono ricondursi o ad una produttività tecnico-economica (9) riferita alla sola produzione legnosa (De Philippis), oppure ad una produttività biologica (10) (Giacomini) che ha un significato ampio a comprendere tutti i cicli produttivi dell’ecosistema foresta, ed è questa che vuole considerare lo stesso Clauser con i suoi rapporti contingenti alla produttività economica. Clauser cita ancora Giacomini: <<D’altra parte si deve pur considerare che le foreste non costituiscono solo una sorgente di prodotti e sottoprodotti diversi, ma interessano una gamma di problemi di importanza incalcolabile. Problemi idrogeologici e di difesa del suolo, problemi micro e macroclimatici, problemi di equilibro generale regionale fra vegetazione spontanea e coltivata ed infine problemi di tutela di quel paesaggio delle nostre valli e delle nostre montagne, che è pure una grande ricchezza non soltanto morale per un paese come l’Italia.>>. Clauser afferma (sintetizziamo), che <<il ceduo, tra le varie forme di selvicoltura praticabili sull’Appennino, è sotto ogni aspetto la più povera.>> e pertanto il livello più alto di selvicoltura praticabile è rappresentato dalle fustaie miste disetanee ad elevate provvigioni mentre il livello più basso è rappresentato dai cedui monospecifici a turni molto brevi. Inoltre sottolinea come sia facile passare, con un taglio radicale in brevissimo tempo, da una forma di selvicoltura complessa ad una forma semplice; di contro come sia invece difficile realizzare il processo inverso, prelevando meno di quanto l’ecosistema produce affinché le provvigioni si accrescano e questo richiede lunghe o lunghissime attese. Annotando l’erronea idea che il ceduo fosse più produttivo della fustaia, l’autore ricorda (in quel momento) anche delle negative pressioni sulla pubblica amministrazione perché con incentivi diretti o indiretti si favorisca la ripresa dei tagli o addirittura si rivedano alcune norme legislative definite di grave disturbo, in modo da poter utilizzare i cedui anche d’estate e a turni ancor più brevi di quelli minimi stabiliti dalle prescrizioni di massima. Ed in queste righe di anni addietro troviamo purtroppo qualche collegamento alle volontà odierne degli operatori di settore. Non meno importanti ancora le considerazioni di Clauser della ridotta efficienza biologica e quindi idrologica dei cedui. Quei cedui che sono invecchiati, egli scrive pertanto, sarebbe del tutto utile e conveniente convertirli a fustaie per ottenere un miglioramento durevole di tutte le funzioni che quell’ecosistema può offrire.
Proprio i dati sulla situazione tipologica odierna dei boschi toscani conferma quanto sopra: il 76% sono cedui, solamente il 18% fustaie e 6% altre forme.
Tornando ai più sopra citati pareri partigiani, sui modi eminentemente economici di coltivare il bosco, pubblicizzati in alcuni media, è utile annotare quanto emerso in relazione alla tempesta di vento che lo scorso anno causò molti danni anche per la vegetazione arborea, ovvero pareri sul fatto che il bosco coltivato/diradato porti a migliori risultati diminuendo l’entità di danni conseguenti: in tv si è intervistato un operatore del settore che mostrava un bosco diradato dove sostanzialmente non vi erano quasi stati danni; lo scrivente ha avuto modo in un convegno, pur sinteticamente (non essendo l’argomento del tema in esame) e in presenza dell’interessato, di criticare tale modo di pensare ed operare in quanto un bosco fitto si difende meglio comunque, e difende meglio, offrendo la massima opposizione al vento, ed i danni possibili appartengono ad una conseguenza naturale e normale dettata anche dal fatto che vi è maggiore biomassa in piedi; di contro, con un diradamento si tolgono, con preventivo danno ambientale, entità viventi vegetali e si tolgono preventivamente le funzioni che essi svolgono; lasciare meno piante selezionate ha come palese conseguenza anche quella di ottenere un minor numero di entità che possono subire effetti: per fare un esempio ovvio estremo, in un deserto una tempesta non abbatterebbe alcunché. Sarebbe come se un medico sacrificasse preventivamente un buon numero di pazienti per non farli ammalare! Stesse improprie valutazioni si sono avute in occasioni passate di forti nevicate, con neve bagnata e pesante, che hanno portato conseguenze in alberature: questi alberi fino a che ci sono stati hanno assolto a funzioni inestimabili ed un evento eccezionale non deve dare indicazioni anomale se non, nell’ipotesi ove occorra (per es. in ambito urbano) a migliorie di selezione tipologica e logistica. Inoltre la scopertura dovuta ai diradamenti dei soprassuoli determina un minor accumulo fogliaceo con minore immagazzinamento carbonio e minore possibilità di assorbimento/trattenimento delle acque meteoriche e, per queste ultime, maggiore facilità di dilavamento del suolo e della coltre organica e quindi una facilitata maggiore aggressività degli agenti e situazioni meteo che possono influenzare l’ecosistema: oltre l’erosione dei suoli (con effetti anche a distanza come interramento di corsi e specchi d’acqua) al veloce disseccamento, in periodi molto caldi e siccitosi (come verificato in anni particolarmente critici come sono stati ad esempio il 2003 e il 2004, eccetera), dei terreni scoperti con danni diretti ai soprassuoli residui e danni successivi all’ecosistema intero.
Ma vediamo meglio quali sono alcune delle principali funzioni dell’ecosistema bosco o foresta o di piantumazioni collocate appositamente per scopi specifici. Volutamente ancora andiamo ad utilizzare articoli scientifici non recenti, a dimostrazione di quanto è ben conosciuto e divulgato da tempo e di quanto oscurantismo appartiene ancora interessatamente al mondo economico e politico: nel già citato “Attività della S.B.I in difesa del bosco e della dendroflora” di Gellini e Onnis (1) e ancora, precedentemente nel 1984 (6), quattro ricercatori (Gellini, Brogi, Grossoni, Bussotti) espongono delle funzioni e organizzazione del verde per un convegno di Italia Nostra dedicato a Firenze, sottolineando l’importanza degli alberi come fattore di riequilibrio nell’ambiente urbano degradato. Annotando della funzione igienico-sanitaria, oltre l’estetico-ricreativa, elencano e definiscono quanto riguarda l’ecologia della vegetazione (arborea e non arborea) anche oltre i confini urbani: produzione di ossigeno e fissazione di carbonio attraverso la funzione clorofilliana, depurazione dell’atmosfera (attraverso l’intercettazione delle polveri, dei gas tossici, dei metalli pesanti, contaminazione radioattiva), depurazione biologica (attività antibatterica o antimicrobica), indicatori biologici (in Gellini et al., 1984), riduzione del rumore, depurazione delle acque, influenza sul clima e riduzione degli estremi termici (a scala locale e generale, utili termoregolazione attraverso la traspirazione in estate e opposizione al vento in inverno, anche con risparmi energetici degli insediamenti protetti), funzione idrogeologica ovvero protezione del suolo (da dilavamento, da frane) e regimazione delle acque (occorre specificare la molteplicità di questi positivi effetti positivi conseguenti ad una copertura arborea fitta: la coltre di materiale fogliaceo in decomposizione costituisce un effetto spugna che assorbe le acque meteoriche rallentandone l’arrivo a valle e permettendo l’alimentazione lenta e costante delle falde acquifere, inoltre costituisce un “volano” di conservazione dell’umidità in periodi siccitosi, permettendo il superamento di periodi critici, e sempre a fronte della penombra della copertura di chioma di cui gode). E’ possibile specificare inoltre che, pur attribuendo alla traspirazione della vegetazione un contributo alla formazione delle nebbie, le piantumazioni sempreverdi lungo ogni arteria stradale e autostradale assolvono alla diminuzione dell’effetto nebbia attraverso l’intercettazione fisica delle particelle di acqua e attraverso l’eliminazione parziale del “muro bianco” dovuto ai profili individuabili dei filari che orientano gli autisti; e le piantumazioni arboree lungo le strade assolvono parallelamente alla diminuzione del rumore e del vento, alla protezione dei pedoni ove insistono camminamenti e marciapiedi, assorbono gli inquinanti, producono ossigeno, fissano carbonio, eccetera come sopra citato, migliorano l’estetica paesistica, producono biomassa utilizzabile da manutenzione periodica leggera. Nelle pubblicazioni non si dimenticano anche le diversificate funzioni produttive-economiche-sociali-ecologiche, che sono legate, oltre quelle relative alla produzione di legname, ai frutti del sottobosco, funghi, tartufi, resine, terricci e quindi alle attività ricreative e turistiche, contemporaneamente alle superiori difesa e conservazione del patrimonio genetico e della sua diversità, habitat specializzato per particolari biocenosi e punti di partenza per catene trofiche.
In definitiva alla preponderante estensione degli ecosistemi forestali-boschivi allo stato naturale, o in una gestione che minimizzi le conseguenze da interventi economici, e ad una adeguata presenza di vegetazione, arborea e non, negli ambienti antropizzati, si deve un equilibrio insostituibile di carattere ecologico-ambientale-sociale. Non è possibile fare a meno di legare questi concetti alla verifica critica della produttività economica tradizionale, colpevole di una fabbricazione di massa di “usa e getta”: brevi cicli vitali e senza valore ed utilità intrinseci di una moltitudine di prodotti che sono alla base di spreco di energia, materie prime, rifiuti, inquinamento. Le alternative passano obbligatoriamente per cambiamenti sostanziali nei parametri economici che riconsiderino valori, funzionalità, obbiettivi. Per la tutela degli ecosistemi boschivi e forestali si auspica una maggiore estensione a conduzione naturale e una maggiore estensione con conversione in fustaie, maggiore rimboschimento (in Toscana le pianure ospitano solo il 2% del patrimonio boschivo), piantumazioni con funzioni specifiche diversificate ove mancano e coltivazioni specifiche a crescita rapida finalizzate a biomasse di uso diversificato, comprendendo anche il recupero di biomasse dall’agricoltura.
Preoccupa, di contro, il riaffiorare di appetiti economici che si speravano scongiurati anche dalle nuove emergenze ambientali, sintomi di pericoloso regresso. Concludiamo ricordando che l’ignoranza ed il sonno (naturale conseguenza dell’ignoranza o provocato volutamente per interesse ed egoismo) della ragione, “genera mostri”.

Leonardo Mastragostino

1) R. Gellini (Dipartimento di Biologia Vegetale, Laboratorio di Botanica Forestale, Università di Firenze), A. Onnis (Dipartimento di Agronomia e Gestione dell’Agro-ecosistema, Università di Pisa), “Attività della Società Botanica Italiana in difesa del bosco e della dendroflora”; dattiloscritto cf. con “La difesa del bosco e della dendroflora”, in: La Società Botanica Italiana per la protezione della natura, a cura di Pedrotti F., Dipartimento Botanico ed Ecologia, Università di Camerino. L’uomo e l’ambiente, 14: 84-100, 1992 (in coll. con A. Onnis).
2) Vecchio B., 1974, “Il bosco negli scrittori italiani del settecento e dell’età napoleonica”, pp. VII-283, G. Einaudi Ed., Torino.
3) Targioni Tozzetti G., 1751-1776, “Relazioni d‘alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana per osservare le produzioni naturali e gli antichi monumenti di essa”, prima edizione Firenze 1751, T. 6; seconda edizione Firenze 1776, T. 12.
4) R. Gellini (Laboratorio di Botanica Forestale, Dipartimento di Biologia Vegetale, Università di Firenze); “Modificazioni indotte nelle piante da possibili variazioni climatiche”, Informatore Botanico Italiano Vol. 22, n. 3: 206-2011, 1990.
5) Cia Confederazione italiana agricoltori, Aiel Associazione italiana energie agroforestali; http://www.ciatoscana.eu › Home › Aiel; “Il bosco toscano produce economia. Ma burocrazia e politiche disattente frenano crescita”; 14 gennaio 2016 (convegno presso il Comando regionale del Corpo Forestale dello Stato).
6) Gellini R., Brogi L., Grossoni P., Bussotti F., “Funzioni e organizzazione del verde”; in “Il verde a Firenze. problemi e prospettive”; Italia Nostra 27.03.1984.
7) Clauser Fabio (ex amministratore Foreste di Vallombrosa), “Povertà del bosco ceduo”, anno ?.
8) Società Botanica Italiana, “Documento sulle utilizzazioni forestali”, approvato in data 6 aprile 1989.
9) De Philippis A., “La selvicoltura di fronte al crescente fabbisogno di prodotti legnosi”, Annali Accademia Italiana di Scienze Forestali XVI 1967 pag. 23.
10) Giacomini V., “Equilibri biologici e produttività biologica delle foreste”, Annali Accademia Italiana di Scienze Forestali XIII 1964 pag. 27.

Le Associazioni Ambientaliste replicano a Rossi sulle criticità del progetto aeroporto di Peretola

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Firenze, 26 febbraio ’16

Gentile Presidente Enrico Rossi,
La ringraziamo per aver risposto alle nostre domande, dimostrando una sensibilità istituzionale che volentieri Le riconosciamo. Dobbiamo, tuttavia, esprimere il nostro disappunto per il loro contenuto, più preoccupato della correttezza delle procedure adottate, che della loro “sostanza” politica. E, affinché Lei non pensi che il nostro disappunto nasca da pregiudizi o da prese di posizione ideologiche, vogliamo entrare, sia pur brevemente, nel merito delle Sue risposte.
Alla prima domanda, se Lei accetterà che sia sottoposto a VIA un Masterplan e non un progetto definitivo, come prescrive il Codice dell’Ambiente, Lei risponde che così si fa per ‘prassi consolidata’, come sostiene lo stesso ENAC. Inutile ricordarLe che nessuna prassi consolidata può giustificare una così plateale “deroga” alle regole.
Alla seconda domanda, sulla lunghezza della pista – 2000 metri, come prescriverebbe il PIT, o 2400 metri, come vuole imporre l’ENAC – Lei sposa completamente il parere di quest’ultimo ente, che alle osservazioni dell’Università di Firenze ha risposto: “La definizione della lunghezza della nuova pista di volo di Firenze non può derivare da valutazioni di carattere prettamente urbanistico-territoriale, ma discende da valutazioni di carattere aeronautico di competenza dell’ENAC.” Vale a dire che non è l’aeroporto che deve adattarsi al territorio, bensì, viceversa, il territorio che deve piegarsi alle esigenze dell’aeroporto.
Alla terza domanda, sul mancato Dibattito Pubblico, Lei risponde che questo importante strumento partecipativo non è obbligatorio per le opere d’iniziativa privata. Tuttavia, a parere unanime dei giuristi che abbiamo consultato, la legge 46/2013 ne sancisce l’obbligatorietà qualora, come in questo caso, l’iniziativa privata comporti opere la cui realizzazione e gestione abbiano caratteri palesemente pubblici. D’altra parte, Lei sembra dimenticare che è proprio la Variante al Pit sul Parco della Piana, approvata dalla Regione Toscana, a prevedere il Dibattito pubblico sull’aeroporto.
Alla quarta domanda, sulle carenze dello Studio di Impatto Ambientale relativamente al rischio idraulico, Lei risponde che la Regione ha richiesto che “siano individuate dal competente Ministero dell’Ambiente le successive fasi in cui siano presentati gli sviluppi progettuali e le relative verifiche che il proponente è tenuto a ottemperare e che consentano lo svolgimento delle attività di controllo e monitoraggio degli impatti ambientali, valutando anche la costituzione di uno specifico Osservatorio”. Questa è, appunto, la strategia seguita fin qui dall’ ENAC: rimandare tutti gli approfondimenti e le modifiche al progetto, a successive fasi, non più controllabili. Poco o niente può fare un Osservatorio che, nel migliore dei casi, agisce ex post. La disastrosa esperienza dell’Osservatorio TAV in Mugello e il mutismo dell’Osservatorio sul sottoattraversamento di Firenze, dimostrano ahinoi l’inefficacia di questi istituti.
Alla quinta domanda, sulla monodirezionalità della pista, Lei ribadisce ciò che l’ENAC ha dichiarato ufficialmente, ma  che è contraddetto sia da tabelle presenti nello SIA (che prevedono un 18-20% di sorvoli su Firenze), sia dalla seguente risposta dell’ENAC alle osservazioni dell’Università di Firenze: “L’operatività della pista con uso ‘prevalente’ su una direzione di decollo e atterraggio è, invece, essenzialmente legata alle procedure di volo pubblicate in AIP, che nel progetto presentato prevedono atterraggi e decolli sulla direttrice da/verso Prato.” “Uso prevalente”, perciò, e non “esclusivamente mono/direzionale”, né potrebbe essere altrimenti a causa dei dati anemometrici e della mancanza di una pista di rullaggio che impedisce l’agibilità di uno scalo monodirezionale. Alla sesta domanda, sull’inquinamento atmosferico che, nonostante l’aumento del numero dei voli e delle dimensioni degli aerei, dovrebbe, secondo l’ENAC diminuire, Lei sostanzialmente non risponde. Né la VAS (effettuata su una previsione di pista di 2000 metri) ha mai trattato effettivamente la questione.
Alla settima domanda, che chiedeva se fosse stato studiato l’impatto del progetto sul sistema complessivo della mobilità metropolitana, Lei risponde che la Giunta Regionale ha condizionato il proprio parere favorevole al progetto, alla sottoscrizione di un Accordo di Programma tra tutti i soggetti interessati, per la realizzazione di una serie di opere infrastrutturali – dalla terza corsia autostradale, fino alla realizzazione del ponte sull’Arno a Signa, etc. Lei, tuttavia, sa benissimo che gli accordi di programma non comportano alcun impegno istituzionale (tanto meno da parte dei privati, come Autostrade per l’Italia) e che, senza risorse finanziarie è come se fossero scritti sulla sabbia.
Sulla base di queste considerazioni, le Associazioni firmatarie della lettera a Lei rivolta, non possono che dichiararsi deluse dalle Sue riposte che, in gran parte, riproducono le posizioni dell’ENAC, lasciando sostanzialmente intendere che non si farà sufficiente chiarezza su un progetto palesemente incompleto, contradditorio, proceduralmente iniquo e, a parere dei tecnici, dannoso per la sicurezza del territorio e dei suoi abitanti. Non si tratta, ci creda, di posizioni aprioristiche, ma anzi ampiamente documentate da pareri tecnici e scientifici ‘super partes’.  In ballo, non c’è soltanto la salute e la sicurezza dei cittadini, bensì la credibilità stessa delle istituzioni di cui Lei è, in questo frangente, il primo garante. Detto ciò, saremo felici, come Lei auspica nella sua lettera, di poter proseguire questo confronto in modo proficuo e costruttivo.
Cordialmente,
Tommaso Addabbo, WWF Toscana
Paolo Baldeschi, Coordinatore della Rete dei comitati per la difesa del territorio
Fausto Ferruzza, Presidente Legambiente Toscana
Sibilla della Gherardesca, Presidente Fai Toscana
Mariarita Signorini, Presidente Italia Nostra Toscana

Italia Nostra e l’impegno attivo nel restauro

La lotta decennale di Italia Nostra per salvare, tutelare e valorizzare i beni culturali passa anche attraverso il restauro.
La Presidente di Italia Nostra Toscana Maria Rita Signorini ne è un lampante esempio: lavora da anni per istituzioni pubbliche (Galleria gli Uffizi, Galleria dell’Accademia, Museo degli Argenti, Galleria Palatina di Firenze, Museo Capitolare di Pistoia, Musei Civici di Prato e Cremona, Museo Bandini di Fiesole, Eredità Bardini di Firenze) e per Enti ecclesiastici.
In questo periodo si sta occupando, su incarico del Museo Civico di Cremona, del restauro del S. Francesco in meditazione di Michelangelo Merisi, noto come Caravaggio.

Fonte: Cremonaoggi
Il S. Francesco di Caravaggio
è in restauro: il Museo si
prende cura dei suoi gioielli

Il Museo Civico si prende cura dei suoi gioielli. E’ attualmente oggetto di restauro il S. Francesco in meditazione di Michelangelo Merisi, noto come Caravaggio. L’intervento sull’opera, lascito di Filippo Ala Ponzone, fiore all’occhiello del percorso espositivo della Pinacoteca, e sulla relativa cornice, viene condotto nei laboratorio di palazzo Affaitati dalla restauratrice di origini cremonesi Mariarita Signorini, sotto la direzione della Sovrintendenza e del Conservatore Mario Marubbi.
Il dipinto, recentemente valorizzato dalla corretta illuminazione e dall’esposizione nella sala ad esso dedicata del Museo, presenta il degrado delle vecchie vernici, ingiallite e scurite, che sono state sovrapposte nel corso del tempo e di vecchi ritocchi ossidati, che rendono illeggibile la vegetazione sullo sfondo e gran parte dei passaggi tonali che caratterizzano la stesura pittorica, impedendone il pieno godimento. Al contrario le buone condizioni del supporto non rendono necessario alcun intervento conservativo dello stesso. Quindi, l’opera di restauro si focalizza sulla pulitura della superficie pittorica, con rimozione delle vernici alterate e dei restauri obsoleti al fine di migliorare la lettura dell’opera.
Prima e durante le operazioni di recupero, il dipinto viene sottoposto ad indagini scientifiche non invasive con le più moderne tecnologie, come supporto al restauro. La cornice originale nera con decori in oro zecchino contenenti lo stemma Ala, riferibile al primo proprietario dell’opera Mons. Benedetto Ala, stemma che compare nell’altare di famiglia nella Cattedrale di Cremona, viene in questa occasione disinfestata.
Sia il restauro, sia la campagna fotografica e diagnostica sono frutto di sponsorizzazioni private.
La restauratrice Signorini lavora da anni per istituzioni pubbliche, fra queste la Galleria gli Uffizi, e la Galleria dell’Accademia, il Museo degli Argenti, la Galleria Palatina di Firenze, il Museo Capitolare di Pistoia, i Musei Civici di Prato e Cremona, il Museo Bandini di Fiesole, l’Eredità Bardini di Firenze e per Enti ecclesiastici.
L’Assessorato alla Cultura, Musei e City Branding si sta già muovendo per organizzare momenti di valorizzazione dell’opera e del restauro nel momento in cui il Caravaggio tornerà, recuperato, a fine marzo, nel percorso espositivo della Pinacoteca, prima di essere ‘ambasciatore’ del patrimonio cittadino in importanti mostre anche di livello internazionale.

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