Osservazioni relative ai nuovi orientamenti gestionali del verde pubblico urbano a Firenze

III edizione degli STATI GENERALI DEL VERDE PUBBLICO. Palazzo Vecchio, Salone dei 500.

Firenze 22 novembre 2017

00_BarbaraDeCesare

Premessa

Il tema che è stato affrontato nella sede di Palazzo Vecchio il 22 novembre 2017 è quello del “Rinnovo delle alberate urbane”, focalizzato come motivo guida nell’ambito del nuovo piano di gestione del verde pubblico, tema emerso come di impellente necessità alla luce degli eventi climatici di peculiare entità occorsi con maggior frequenza negli ultimi anni.

Quella che viene definita come “strategia di difesa dai mutamenti climatici in atto”, ha portato però alla determinazione di pianificazioni sistematiche di “abbattimenti e sostituzioni” che sembrano essere tanto pericolose esse stesse e sotto così tanti aspetti, da indurre l’urgenza di una difesa dalla difesa. Aspetti che preme mettere in evidenza, prima che detta strategia di difesa dal clima riesca a trasformarsi in una strategia di attacco all’ambiente. Con ripercussioni immediate sull’aspetto paesaggistico, ecologico, salutistico ed ecosistemico dal breve al lungo periodo.

La parola “rinnovo” infatti dà adito a molteplici interpretazioni ed occorre precisare alcuni concetti per avere chiarezza almeno sugli intenti dichiarati, sapendo quanto in passato sia la comunicazione che la condivisione dei programmi con i cittadini sia sempre stata troppo scarsa.

Sicuramente il riconoscimento ufficiale del ruolo esercitato dagli alberi nella mitigazione dell’inquinamento e in relazione ai benefici salutistici ed economici è un importante traguardo degli ultimi anni che è stato ribadito in questa sede, anche se forse non abbastanza. E anche se poi quella che è la traduzione operativa per una gestione degli stessi a livello urbanistico sembra in realtà dequalificarli piuttosto che tutelarli.

Gli alberi sono soggetti vivi”, è l’assunto iniziale del convegno, che dovrebbe essere simbolico e sottendere doveroso rispetto, ma che invece nel corso dello stesso è stato reiteratamente smentito dalle progettualità previste, cosi come dagli interventi su Firenze degli ultimi tempi. In effetti tale assunto sembra servire solo a motivare il concetto cardine su cui ruota l’intero progetto di rinnovo, cioè che gli alberi in quanto soggetti vivi ‘invecchiano’ e che quelli ormai maturi vanno sostituiti perché arrivati a “fine ciclo vita”.

Si osserva allora invece che proprio in quanto “soggetti vivi”, gli alberi diventano parte di un sistema destinato a consolidarsi nel tempo, il quale non si può ignorare o minimizzare, né tantomeno meccanicizzare “prevedendo al momento opportuno il necessario ricambio” solo per avere la garanzia che riescano a svolgere le loro importanti funzioni in maniera ottimale, o forse solo al minor costo.

Le variabili che sarebbero da analizzare per stimare i tempi di “fine ciclo vita”, ossia il cosiddetto “momento opportuno” sono molto complesse e, appunto, variabili da caso a caso, anche se alla fine la risposta di una pianta è sempre imprevedibile e può essere positivamente sorprendente come inattesa. E questo da solo basta per rendere ogni aprioristica e standardizzata “pianificazione” delle tempistiche da adottare per i ricambi delle alberate, così come qualsiasi altra progettualità fondata sulle “aspettative di vita” di una pianta, già di per sé non opportuna né auspicabile in quanto arbitraria e fuori controllo.

Il nuovo piano di gestione del comune di Firenze si propone di garantire “la conservazione nel tempo del patrimonio arboreo” premurandosi di assicurare ricambi “graduali e continui”. Ma garantire la continuità della presenza di spazi verdi in città grazie a “ricambi graduali e continui” non significa certo garantire anche la conservazione del “patrimonio arboreo” in quanto tale.

Preservare la continuità visiva e paesaggistica insieme a quella dei servizi ecologici ed ecosistemici, presuppone infatti un lavoro di accurata analisi che, per quanto dichiarato, sembra non essere contemplato in un programma di sistematiche pianificazioni.

In effetti le previsioni di rinnovo e sostituzione così come sono state esposte al convegno, la genericità e la mancanza di chiarezza riguardo alle metodologie diagnostiche da adottarsi, con l’unica ben specificata certezza che in primo luogo si terrà conto della “vulnerabilità” dei siti, unitamente ai drastici interventi eseguiti recentemente dall’amministrazione comunale di Firenze, lasciano spazio a dubbi e preoccupazioni.

In definitiva si ravvisa il limite di tale progettualità proprio nella “previsione” del tempo di vita “utile” delle piante, il che potrebbe rendere legittimo prescindere da ogni tipo di valutazione visiva, strumentale e diagnostica finora utilizzata (VTA). Un limite che spaventa per le sue possibili conseguenze.

1 Finalità e metodi

Se da un lato è assolutamente condivisibile il pensiero che “la valutazione tra pericolo di instabilità e benefici forniti richiede una attenta analisi e necessita di attività di monitoraggio continue” (Marco Marchetti – Comitato per lo sviluppo del verde pubblico), il salto qualitativo nell’affermare poi che non si possano più considerare esaustivi i “tradizionali criteri dendrometrici e assestamentali”, e che si debbano pertanto richiedere “innovazione e creatività al servizio di una progettazione e gestione multifunzionali ed estremamente complesse” e “un netto cambio di paradigma” in cui “la pianificazione temporale riveste un ruolo sempre più determinante”, appare difficile da accettare proprio per le potenziali implicazioni di ciò che si intende con “pianificazione temporale”.

Un albero diventa troppo pericoloso se è oggettivamente instabile, non in relazione ai benefici forniti. E la sua pericolosità non aumenta quando anche solo si reputa che diminuiscano i servizi. Così come una sua oggettiva instabilità non può venir meno dalla constatazione che è ancora in grado di assorbire carbonio. Inoltre non si possono conciliare gli interventi dettati da un’attenta analisi e da un monitoraggio continuo del particolare, con quelli prefissati da una pianificazione temporale di abbattimenti e sostituzioni a lotti.

Altrettanta preoccupazione suscita apprendere che “occorrerà sempre più ripensare al modo/agli strumenti che ci consentono non solo di gestire le varie emergenze, ma anche di prevenirle” (Anna Chiesura, ISPRA), mediante una “pianificazione resiliente delle infrastrutture verdi urbane e periurbane”. Perché in questo caso si suppone una capacità predittiva e proattiva senza possibilità di errore, mentre è chiaro che le operazioni derivanti da pianificazioni standardizzate possono portare danni considerevoli.

In effetti, nonostante sulla carta una simile gestione si dichiara dover essere molto complessa e articolata e dover includere molte variabili, in realtà si percepisce il rischio, non sempre velato, di una stima troppo approssimata a favore di un risparmio economico. È noto che l’accuratezza e la valutazione puntuale abbiano un costo elevato così come è noto il rischio che poi, all’atto pratico, si tenda a minimizzarlo con lavori speditivi, quindi certo non accurati.

Ad esempio, pensare indistintamente ai viali e alle strade come contesti ad alta vulnerabilità in cui la presenza dei grandi alberi debba essere “ripensata nell’ottica della prioritaria tutela dell’incolumità pubblica” (Anna Chiesura, ISPRA) rischia di avere come conseguenza abbattimenti di massa, senza esser passati dal vaglio di una attenta analisi dei singoli soggetti arborei. Fatto che poco si concilia con la necessità di riconsiderare lo spazio cittadino in chiave ambientale e come “risorsa preziosa (perché sempre più scarsa) per sperimentare soluzioni nature based”. Senza contare che il rischio connesso alla presenza dei grandi alberi a rigor di logica potrebbe valere più in generale per qualunque altro luogo considerato vulnerabile. In questo senso allora, dal momento che non è dato difendersi dalla casualità, per ottenere la sicurezza assoluta si dovrebbero abbattere tutti gli alberi lungo ‘ogni’ viabilità dei centri urbani, comprese quelle di abitazioni e scuole, così come nei giardini pubblici e parchi, che dalla primavera fino all’autunno sono luoghi molto frequentati proprio per le loro funzioni ricreative.

Porsi domande sull’aspettativa di vita di un albero vecchio e in non buone condizioni vegetative in un contesto molto vulnerabile può avere senso, pur sapendo che le risposte agli stress sono sempre soggettive, ma pianificare i ricambi perfino delle alberature ‘future’ prevedendo alberi ‘a scadenza’ in tutte le zone vulnerabili, suona nettamente in contrasto con le ormai note finalità ecologiche, ecosistemiche e salutistiche, e disturba per la scarsa considerazione dell’albero quale “essere vivente”(brossure convegno), inteso però solo a nostro uso e consumo (“Soglie tecniche per individuare il periodo di rinnovo” – L. Sani).

Come principio per la convivenza con i popolamenti arborei viene proposto l’aforisma di Petronio “serva me, servabo te” (Marco Marchetti), ma dopo l’auspicio di una gestione “che tenga conto delle aspettative di vita per gli alberi” (Gian Michele Cirulli, Agronomo), ossia che preveda una vita degli stessi a tempo determinato per la garanzia di una “funzionalità efficiente” (Marco Marchetti), la variante più idonea del motto sembra: ti salverò, ‘finché’ mi salverai.

Per cui nonostante la valida proposta di “passare dal concetto dell’albero “bene del Comune” all’albero “bene comune”” (Gian Michele Cirulli, Agronomo), alla luce di quanto emerso dal convegno, e al di là di Petronio, il principio guida per la nuova pianificata convivenza con gli alberi sembra ridursi al concetto “do ut des”, ma solo nella sua accezione più negativa.

Per inciso si ricorda allora il documento del Comitato etico svizzero per le biotecnologie non umane, ECNH, dal titolo “La dignità degli esseri viventi con particolare riguardo alle piante. Considerazione morale delle piante per il loro stesso bene” (pubblicato nel 2008 e inserito nell’attuale legislazione della Svizzera, che con ciò diventa il primo paese al mondo a garantire dei diritti alle piante). Dove l’applicazione del concetto di dignità ai vegetali, rappresenta un passo avanti affinché nell’immaginario collettivo le piante non debbano più essere considerate solo come oggetti il cui unico scopo sia quello di soddisfare i nostri interessi e bisogni e verso i quali si possa pensare di agire indiscriminatamente.

1.1 Accuratezza e genericità

In generale, si ravvisa mancanza di chiarezza e una certa contraddittorietà riguardo alla modalità di procedimento da seguire anche solo in linea teorica. Si dichiarano infatti intenti di accuratezza negli interventi di rinnovo che vengono poi vanificati da teorie di sostituzioni a lotti di intere alberate. Cioè si passa da proponimenti di meticolosità di indagine ad una genericità di impostazione fin troppo preoccupante.

Più precisamente, da un lato si parla sempre di molti aspetti da valutare, il che presupporrebbe un lavoro analitico di monitoraggio, cure colturali e potature mirate, contestualmente alla considerazione del vario grado di vulnerabilità dei siti; ma poi si propone la pianificazione di eliminazioni standardizzate e ‘temporizzate’, lungo tutti i viali alberati. Sostenuta dall’indiscutibile assunto che le alberate di Firenze hanno raggiunto ormai la maturità.

Forse anche perché quando entrano in causa i concetti di “vulnerabilità” e di “rischio”, questi hanno un peso talmente preponderante nel calcolo da azzerare qualunque altro fattore inerente allo stesso. A prescindere da qualunque altra valutazione di stabilità, che di fatto viene a perdere ogni significato anche in caso di buono stato vegetativo e fitosanitario.

La “soluzione più sostenibile” è definita dal Prof. Ferrini come quella che prevede un “rinnovo graduale” delle alberature “vetuste”, “fatto salvo che, per alcuni esemplari o per alberature di particolare valenza storica e ambientale, la sostituzione deve essere attentamente valutata e può non essere percorribile”. Si prevede di iniziare dalle alberature che presentano accertate “situazioni di criticità” e di proseguire con le sostituzioni in maniera progressiva. Tale lavoro ideale sembra essere organizzato con precisione in modo che nel lungo periodo si possa “garantire una certa uniformità dimensionale delle piante che saranno messe a dimora” (contratti di coltivazione con le associazioni vivaistiche). Anche se non è chiaro se nella progressione verranno coinvolte solo le piante che nel corso del tempo manifesteranno criticità oppure invece se in generale ‘tutte’ quelle considerate mature verranno sostituite.

“In certi casi” però, si contempla anche la possibilità di “rimuovere interamente” le singole alberate per ricrearne di nuove di “elevata qualità”, dove l’accezione di “qualità” è da definirsi, almeno quanto quella di “maturità”. E questo presuppone una ovvia pianificazione delle operazioni a prescindere dal particolare, oltre ai soliti contratti con i vivaisti.

Quindi da un lato la prevista metodicità dei monitoraggi e la programmata gradualità dei reinserimenti, laddove necessario per situazioni di pericolosità, pare darci la sicurezza di un lavoro capillare e concettualmente oculato con il massimo risparmio di risorse, ma dall’altro la possibile pianificazione di sostituzioni di intere alberate, forse col solo difetto di essere mature, muove seri dubbi. Anche su ciò che si vuol significare con “alberi maturi”, o semplicemente “grandi alberi”.

In effetti i criteri esposti in seguito dal dott. Sani relativamente a come si debba intendere una valutazione di stabilità in un contesto di gestione del rischio, tornano infatti a proporci la teoria dei rinnovi di massima da effettuarsi a blocchi sui viali di transito, secondo tempistiche arbitrariamente prefissate da turnazioni tecniche prestabilite (vedi al p.to 4).

Questa ‘contraddittorietà’ di intenti appare anche nella lista degli obbiettivi espressi nelle Conclusioni del convegno. Dove si legge essere prioritario:

  • Conoscere lo stato di salute e di stabilità dei singoli alberi mediante il monitoraggio continuo degli individui.
  • Pianificare la sostituzione delle alberate tenendo conto della stabilità e della piena funzionalità ecologica delle alberate.

Laddove cioè si parla in termini diversi di individui e di alberate come dimenticando che le alberate sono fatte di individui.

1.2 Metodo di valutazione

Un importante nodo da risolvere riguarda poi necessariamente le metodologie adottate o da adottarsi nell’approccio diagnostico in senso stretto. La diversità delle quali può incidere pesantemente in relazione ai possibili impatti sull’ambiente e alla vivibilità della città.

Perché valutare la stabilità in base alla pericolosità ha un senso, ma valutarla sostanzialmente in base alla vulnerabilità dei siti, facendo passare il messaggio che un albero adulto e con una chioma ben sviluppata è solo un potenziale pericolo, può portare a un danno ambientale non recuperabile.

A questo proposito è risultato ambiguo ed inafferrabile più che inespresso il criterio di valutazione già adottato o da utilizzare in futuro.

Nonostante l’assessore all’Ambiente Alessia Bettini confermi sempre l’uso del metodo VTA (che prevede la determinazione delle Classi di pericolosità ovvero di propensione al cedimento), di fatto, per quanto detto al convegno in relazione alla prioritaria tutela della pubblica incolumità e dopo gli interventi già effettuati a Firenze, sembra che lungo i viali di transito sia preponderante la considerazione della vulnerabilità e del rischio rispetto alla valutazione della pericolosità, il che certo si concilia con l’attuale previsione delle sostituzioni a tempo determinato.

In definitiva, l’introduzione del concetto di vulnerabilità all’interno del metodo diagnostico, introduce nella valutazione oggettiva della pericolosità una percentuale di soggettività difficilmente gestibile. Nel senso che se si accetta di introdurla, è tanto difficilmente quantificabile quanto fortemente invasiva, poiché a quel punto ogni luogo interessato dal passaggio di persone e mezzi diverrebbe vulnerabile. Tale nuova variabile rischia così di far recepire in maniera distorta l’intera valutazione del patrimonio arboreo, nel senso che si perde di vista il ‘rischio oggettivo’ mentre viene amplificato il ‘rischio percepito’.

Inoltre inserirla può avere un peso talmente determinante ai sensi dell’indagine, che le risoluzioni conseguenti possono finire col prescindere dal reale stato di intrinseca instabilità delle piante, sovvertendo gli esiti di più oggettive valutazioni di pericolosità (vedi al p.to 2.1).

 2 Sicurezza

Lungi dal sottostimare il pericolo dei possibili eventi connessi alla presenza di alberature in ambito urbano congiuntamente al progressivo instaurarsi dei nuovi regimi climatici, si teme che la dichiarata necessità di pianificazioni sistematiche di interventi nell’ottica del risk management, possa alimentare la crescita di un allarmismo peraltro già ampiamente diffuso, anche dai media.

È ormai noto come in nome della sicurezza si sia operato in passato con potature drastiche che possono portare, così come hanno portato, alla morte di piante sane. Ed è noto anche che, data la natura stessa degli alberi, la sicurezza assoluta, ossia il “rischio zero”, non sia raggiungibile in un progetto di convivenza con un contesto alberato.

Se da un lato il mutamento climatico impone una maggiore attenzione nella valutazione delle piante in ambiente cittadino, dall’altro si richiede che la dichiarazione di accuratezza, per quanto più onerosa, non rimanga sulla carta. Perché operare per la sicurezza significa non solo cercare di evitare il rischio di gravi crolli durante particolari eventi atmosferici, ma anche cercare di evitare il rischio di avere sempre meno risorse per contrastare l’aumento dell’inquinamento, che a tali mutamenti climatici e a tali disastri hanno portato. In breve, operare per la ‘sicurezza’ significa anche operare per la nostra ‘salute’, preservando quanto più possibile la risorsa principale che abbiamo per difenderla (sia a livello di prevenzione che a livello di cura).

Per chiarire infine come l’introduzione dei concetti di vulnerabilità e rischio possa avere un peso troppo determinante nella valutazione delle alberature, si ritiene opportuno fare le seguenti precisazioni.

2.1 Note sui criteri di valutazione della stabilità e sicurezza degli alberi

La valutazione della “stabilità” di una pianta può essere effettuata attraverso il concetto di “pericolosità” o attraverso il concetto di “rischio”.

E’ stato riconosciuto da noti agronomi a livello europeo, che per una concreta analisi della stabilità si dovrebbe fare una distinzione concettuale e procedurale tra “valutazione del pericolo” (relativo alla propensione al cedimento) e “valutazione del rischio”, con la necessaria separazione dal processo valutativo dell’analisi delle conseguenze legali, per consentire la capacità di distinguere tra rischio percepito e rischio reale. Questo per cercare di rendere il protocollo di valutazione il più oggettivo possibile (“Criticità da considerare”, Acer 2/2016, Mark Duntemann).

In effetti, secondo le nuove classificazioni della Società Italiana di Arboricoltura (SIA), il grado di sicurezza degli alberi viene valutato in base al pericolo associabile alle condizioni fitopatologiche e di stabilità della pianta. Vengono analizzate nel dettaglio le condizioni vegetative, fitosanitarie e di stabilità intrinseche, prendendo in considerazione la possibilità di cedimenti strutturali nella varie porzioni dell’albero (radici, colletto, fusto, castello, branche), patologie, sbilanciamenti nel portamento o asimmetrie morfologiche. Avvalendosi del supporto di analisi strumentali quando ritenuto opportuno, si giunge così alla individuazione delle Classi di pericolosità o di propensione al cedimento.

L’introduzione del concetto di vulnerabilità dei siti (espressa come possibili target e conseguenze legali) contempla invece una valutazione del Rischio di instabilità e porta alla determinazione delle Classi di rischio.

Un esempio di protocollo diagnostico che si è avuto modo di analizzare in quest’ultimo caso mostra come il risultato si ottenga considerando il prodotto logico dei seguenti tre fattori scelti: indice di propensione al cedimento, indice della probabilità di colpire il bersaglio, indice della entità delle conseguenze.

Due su tre di questi fattori non solo sono fuorvianti dal problema della valutazione della stabilità (nel dettaglio, la possibile presenza umana nell’intorno dell’albero, così come le conseguenze legali di un’eventuale incidente), ma hanno ovviamente un peso rilevante, ed incidono quindi quasi sempre a sfavore della pianta, decretandone inevitabilmente l’alto grado di rischio. Nel suddetto metodo diagnostico, uno solo dei tre fattori a moltiplicare attiene alla effettiva stabilità intrinseca della pianta ed è il fattore di propensione al cedimento. Può quindi verificarsi la situazione in cui la pianta abbia una modesta o bassa propensione al cedimento per portamento o assenza di patologie, ma sia ubicata in una zona normalmente interessata dal passaggio di mezzi o persone (cosiddetta vulnerabile). In tal caso i valori numerici attribuiti ai due relativi coefficienti di vulnerabilità saranno altissimi e si registrerà necessariamente una condizione di alto rischio.

Pertanto il difetto dell’utilizzo di tale metodologia di indagine, con la confusione che si crea tra ‘rischio reale’ (legato alla stabilità intrinseca e/o fitopatologie) e ‘rischio percepito’ (gravi conseguenze in situazioni estreme o fortuite), è quello che essa può portare all’eliminazione di piante ancora sane, nel timore di una eventualità che potrebbe non presentarsi mai. E questo è quello che appare oggi come uno dei veri ‘rischi’ reali, possibili ed evitabili.

È ovvio infatti che il raggiungimento della sicurezza, volendo tenere in prioritaria considerazione la vulnerabilità dei siti, si otterrebbe solo con l’eliminazione totale di tutte le piante da ogni luogo presumibilmente fruibile da essere umano.

Una efficace gestione del rischio dovrebbe prevedere l’adozione di procedure di analisi oggettive e non generare allarmismo. Ma soprattutto la valutazione della pericolosità non dovrebbe essere condizionata pesantemente dalla valutazione del rischio. Nel contesto cittadino, un monitoraggio periodico e una buona manutenzione potrebbero bastare per riuscire nell’intento di ottenere una serena e salutare convivenza con gli alberi, diminuendo il rischio di danni a persone e cose, senza la diminuzione – quando non proprio l’azzeramento – di tutti i benefici ormai noti, quale ovvia conseguenza di precauzionali abbattimenti di piante adulte sane.

Certo questo richiederebbe una maggior accuratezza delle valutazioni e una ponderata considerazione delle diversificazioni dei casi, il che non può che prescindere da un modo sommario e routinario di procedere. Ma in una stima del rapporto costi/benefici, una valutazione oggettiva e l’analisi delle specificità sembra decisamente giocare a favore dei benefici.

Se il mutamento del clima dovesse imporre, come sembra, l’inserimento della valutazione del rischio all’interno di un nuovo protocollo diagnostico, ci si aspetta almeno che detta considerazione del rischio non debba avere un peso così preponderante nel calcolo, da rendere inutile il medesimo.

3 Rinnovo alberate

La città di Firenze negli ultimi anni è stata già provata da fenomeni climatici di peculiare entità (uragano 5 marzo 2015 e tromba d’aria 2 agosto 2015), i cui gravi danni a livello vegetazionale sono tuttora visibili nelle zone colpite.

Il parco dell’Albereta ha perso gran parte del suo patrimonio arboreo, che insieme alle alberature dei giardini sulla riva opposta dell’Arno (molti sempreverdi) e lungo la viabilità ad essi adiacente (Pinus pinea), anch’esse gravemente compromesse fino all’altezza del lungarno Colombo compreso, costituivano il polmone verde della zona Sud di Firenze. Solo dopo tre anni si sono cominciati a vedere in quei giardini alcuni reinserimenti (anche se molti degli alberini piantati da poco sono già completamente secchi). Mentre invece al parco dell’Albereta (dove l’ultimo pino secolare è stato abbattuto nell’agosto 2017, pur godendo di ottima salute) e nei giardini danneggiati nell’ultimo tratto dalla tromba d’aria (giardini pubblici Lungarno del Tempio), le piante cadute non sono state ancora sostituite. Fatto che di per sé certifica la ‘non immediatezza’ dei reimpianti.

In un contesto cittadino come quello descritto, già fortemente depauperato da eventi come quelli che hanno motivato oggi la ricerca di nuove tendenze gestionali del verde, parlare di “rinnovo” nei termini in cui si parla, con programmatiche “previsioni” di abbattimenti di interi filari “maturi” o zone considerate a priori “invecchiate” solo perché “vetuste”, in virtù di una ipotetica “rigenerazione” del verde, sembra non contemplare le realtà dei danni già subiti oltreché le conseguenze di quelli futuri.

Pare che anziché arginare la perdita, quasi si voglia infierire con operazioni massive, procedendo senza tener conto del fatto che ogni albero appartenente ad un insieme, può manifestare uno stato vegetativo e una capacità di adattamento propri, problematiche di portamento e stabilità individuali e potrà quindi avere reazioni diverse agli agenti di perturbazione esterna, proprio come un qualunque altro essere vivente.

Il termine “abbattimento” viene sempre affiancato dal termine “sostituzione”, come per tranquillizzarci della scomparsa di un contesto noto e divenuto familiare, confortandoci con la garanzia di un ricambio istantaneo. Questo ovviamente procura il consenso incondizionato di quanti non sono abituati a raffrontarsi con la realtà dei fatti.

A proposito delle sostituzioni ci sono alcune considerazioni da fare.

Quand’anche fosse data la sicurezza del reimpianto nei cosiddetti ex siti albero (aspettativa spesso disattesa), c’è da dire che detto reimpianto non sempre ha successo, proprio perché l’albero, in quanto essere vivente e senziente, è particolarmente vulnerabile e sottoposto a stress anche nella fase di attecchimento, e non solo da adulto e/o perché è in ambiente urbano. Non è inconsueto vedere tentativi di inserimento di giovani alberi più e più volte falliti. La mancata cura del dimensionamento della zona di alloggiamento o nella rimozione dei residui delle piante malate preesistenti, dovuti alla fretta con cui spesso si svolgono i lavori e alla scarsità di personale idoneo, così come lo stress dei tempi di attesa e quelli di adattamento, anche termico, delle giovani piante (perché l’attuale instabilità delle temperature nuoce anche alle piante), sono solo alcuni esempi.

In definitiva, anche data la sicurezza del reimpianto, il reimpianto non è mai sicuro. Pertanto parlare di “abbattimenti e sostituzioni” con la leggerezza del ‘taglia e incolla’ riguardo la garanzia del successo è decisamente azzardato.

L’ambiente urbano in questione è stato oltretutto già stravolto dagli effetti della tramvia. Effetti che non è stato possibile valutare appieno prima della sua realizzazione perché è mancata la divulgazione d’immagini della resa virtuale a fine opera, così come la specifica dei dettagli. E forse è per questo che tanta parte della cittadinanza è rimasta così colpita dalla realtà degli interventi e degli impatti.

In definitiva la città è stata compromessa sia dalle cosiddette ‘impalate’ che sorgono in ogni dove a sottolineare un nuovo skyline molto poco attrattivo e certo non rinascimentale, sia dagli stravolgimenti viari, alcuni dei quali hanno avuto necessità di sovrastrutture deturpanti; ma soprattutto ancora una volta dall’annientamento di piante o di interi filari alberati che avevano l’unico difetto di trovarsi nel posto sbagliato. Non è dato sapere che esito avranno i nuovi inserimenti, tranne sapere che in alcuni casi si trovano ancora, per un altro motivo, in un luogo sbagliato che non ne consentirà comunque la longevità (totalmente a ridosso di case e binari), sempre ammesso che ne consenta l’attecchimento.

Forse è per questo clima di disfacimento e desolazione generale già imperante e per le insidie concettuali e procedurali insite nel previsto programma di abbattimenti e sostituzioni, che parlare di “rinnovo e rigenerazione” delle alberate a Firenze, con un approccio così semplicisticamente ottimistico e divulgando intenti di riqualificazione, ha lo stesso sapore che parlare di programmi di “restauro e valorizzazione ambientale” dopo un grosso progetto di escavazione, magari in un’area vincolata, quando si intendono spesso con ciò solo vistose gradonature.

3.1 Alcuni esempi

In merito alla soppressione di tutti i bellissimi pini di Viale Belfiore (doppio filare abbattuto nell’agosto 2017), si ricorda che dalle schede VTA del 2016 gli stessi non risultavano essere in classe di abbattimento (su un totale di 43 alberi, 39 erano in classe C e 4 in classe B) ed è certo impensabile che poi siano ‘tutti’ così improvvisamente tracollati, al punto da doversi rendere necessario un simile intervento precauzionale. Esempio che costituisce una dimostrazione del fatto che il lavoro di attenta analisi dei singoli soggetti così come quello del monitoraggio continuo, nel nuovo piano di abbattimenti per lotti, forse rimarrà sempre irrealizzato.

Una certezza è che oggi al posto dei pini di Viale Belfiore, qualunque sia stata la motivazione dei tagli, così come il criterio di valutazione usato, adesso sorgono filari di Tigli. I quali avranno fortunatamente una rapida crescita, ma d’inverno non avranno foglia. Di conseguenza sono comunque azzerate nel periodo invernale le funzioni di mitigazione dell’inquinamento e in genere i vari servizi ecosistemici resi ai residenti.

Questa demonizzazione del pino e delle sue radici almeno finora non ha colpito Viale Torricelli, zona altamente transitata da mezzi e quindi presumibilmente vulnerabile, dove tuttora svettano pini altissimi e bellissimi che per fortuna sono stati attentamente salvaguardati con mirati interventi sui i rami a coda di leone, a dimostrazione del fatto che laddove si vuole, si cura anche il dettaglio. E sono stati ripiantati pini. Ma certo bisogna volerlo.

Il seguente è invece un esempio chiarificatore di come il termine “rinnovo” vada inteso alla lettera, nel senso che si intende proprio procedere quasi in opposizione a quello che finora è stato l’orientamento conservativo; e di come “riqualificazione” voglia spesso solo significare “riprogettazione” totale proprio “nell’ottica del rinnovo”. Un rinnovo che così pare avere poco a che fare con l’oggettiva valutazione dello stato di salute e di propensione al cedimento delle singole piante, ma molto di più con la tendenza al ridisegno di alcune porzioni della città e con la stipula dei contratti con le associazioni vivaistiche.

I primi giorni di Agosto 2018 sono stati abbattuti i pini del Lungarno Colombo nel tratto che va da Bellariva a Via de Sanctis, alberi che verbalmente sono stati dichiarati tutti appartenenti alla classe D, ma forse solo perché ubicati al centro di un viale transitato. In effetti adesso l’introduzione del concetto di vulnerabilità rende più criptica la classe di appartenenza (cosicché non sappiamo se stiamo parlando di Classi di rischio o di Classi di propensione al cedimento). Questi pini erano quelli rimasti in piedi dopo il fortunale del 2 agosto 2015, che pertanto sembravano aver già superato un collaudo naturale alla stregua di una prova di trazione. Sinceramente non si ravvisava quella rarefazione del filare tale da inficiarne la stabilità o renderne nullo lo schermo protettivo (era ancora un filare compatto). E anche il manto stradale non aveva subito danni per la presenza di radici. Quindi anche il valore del filare era conservato, che come è noto è un valore che va oltre la mera somma dei valori delle singole piante.

Il tratto successivo, tra via Piagentina e via De Sanctis, è stato sistemato con lavori di potatura e dimensionamento delle chiome e ‘per adesso’ è stato risparmiato. Ma come si legge nelle prescrizioni delle schede tecniche, alcuni pini sono da abbattere nel medio periodo “nell’ottica del rinnovo”, e si può essere certi che di lì a breve il residuo dell’alberata subirà la stessa sorte perché a quel punto, anche solo per i vuoti che si creeranno nel filare, si dirà che l’insieme avrà perso la coesione strutturale che lo rendeva stabile alle perturbazioni esterne, nonché la sua funzionalità.

Al posto del lungo filare di pini è già parzialmente iniziata la ricostruzione di un filare composto da un’alternanza di Quercus palustris (varietà fastigiata), Parrotia persica e Melo cinese, ricostruzione prevista poi fino all’altezza di via Piagentina nell’ultimo stralcio del progetto.

Allora se il lavoro sul ‘particolare’ conduce inevitabilmente comunque alla eliminazione ‘totale’ del filare di appartenenza, ha poco senso fare anche costose valutazioni con tanto di prove strumentali sui singoli soggetti più dubbi, quando va da sé che nel giro di due /tre anni è l’intera alberata che verrà sostituita. Il lavoro sul particolare avrebbe senso solo se l’ottica del rinnovo non la condizionasse affatto.

Il Lungarno Aldo Moro e il Lungarno Colombo, dopo il fortunale del 2 Agosto 2015, necessitavano di una reale riqualificazione e per essa hanno dovuto attendere tre anni. Ma laddove si trovavano pini alternati a grandi oleandri, (quest’ultimi di alta funzionalità ecosistemica, fatti sparire senza motivo), non v’è più traccia di sempreverdi. E abbattere i sopravvissuti ancora in buone condizioni per una riprogettazione assai fine a sé stessa che non contempli l’utilizzo di sempreverdi, appare assai poco in linea con ogni spirito conservativo, ambientale ed ecologico e certo non costituisce miglioramento.

“Riqualificare”, in questo caso, si poteva anche intendere in un altro senso: monitorare e mantenere quelle porzioni del filare che erano rimaste in buono stato e sufficientemente coese, che come si è detto avevano un loro valore intrinseco anche come insieme, e integrare altre piante nelle aree annientate dal fortunale. Possibilmente senza depauperare la zona dai sempreverdi e senza cedere alla tendenza del ridisegno ex novo del viale e del panorama, con le conseguenze che questo comporta.

4 Foresta Urbana

Scopo da raggiungere attraverso la nuova progettualità è quello di gettare le basi per lo sviluppo della cosiddetta “foresta urbana”. In modo da poter usufruire di tutti i vantaggi che la stretta vicinanza agli alberi offre e coerentemente con le indicazioni e le sollecitazioni europee alla integrazione della biodiversità nel modello cittadino. Giacché ormai è cosa nota che sia i filari alberati che le più varie tipologie di spazi verdi già presenti o da inserirsi nei centri abitati, costituiscono una connessione ecologica tra ambiente urbano, periurbano e rurale, indispensabile alla conservazione degli ecosistemi nonché al nostro benessere.

Sulla carta infatti, uno degli obbiettivi del convegno espressi nelle Conclusioni, recita:

  • Attribuire alle alberate stradali la funzione di connessione ecologica in un contesto più generale di “forestazione urbana”.

Premesso che le alberate a Firenze stavano già assolvendo il loro compito di corridoi ecologici anche prima che alcune di quelle stesse alberate venissero abbattute senza troppa comunicazione coi cittadini e con indagini valutative non condivise e non chiare, muove un certo sarcasmo sentir parlare di “forestazione urbana” nell’attuale clima di distruzione di interi filari e di esposti presentati in seguito alla eliminazione di piante che non erano in classe di pericolosità tale da motivarne l’abbattimento.

Desta ulteriore scetticismo e preoccupazione, l’intervento del dott. Sani in merito alle tempistiche da adottare per i previsti ricambi.

Il dott. Sani è entrato nel dettaglio delle analisi dei patrimoni arborei e dei tempi tecnici per il rinnovo delle alberate. È stato esposto però solo un generico diagramma a blocchi per illustrare il criterio diagnostico da adottarsi, dove entrano in gioco soprattutto termini come Pericolosità e Vulnerabilità assieme alle considerazioni sullo stato vegetativo/sanitario, al fine di quantificare il Rischio, chiarendo con ciò che il metodo auspicato dal professionista, portando alla determinazione delle Classi di rischio, ad oggi non coincide con quello VTA adottato dalla Società Italiana Arboricoltura che porta invece alla determinazione delle Classi di propensione al cedimento.

Ad ogni modo, non essendo stata esplicitata formalmente una matematizzazione del calcolo in cui i suddetti termini sono chiamati in causa, non è dato sapere quale sia il peso che avranno i vari fattori e la loro incidenza nel calcolo stesso.

Esperienze pregresse del metodo usato dal professionista ci insegnano però che secondo questo sistema di valutazione, il fattore rischio (possibili target e conseguenze legali) agisce influenzando pesantemente la classificazione di alberi che pure manifestano buone condizioni fitosanitarie e di intrinseca stabilità. Le “Classi di rischio” individuate dal succitato metodo diagnostico possono così non coincidere con le “Classi di pericolosità” o “Classi di propensione al cedimento” individuate invece secondo il metodo VTA. In breve, contemplando il fattore Vulnerabilità (espresso in “fattore di contatto” e “fattore di danno”), possono risultare da abbattere, perché ad alto rischio, perfino alberi con bassa o modesta propensione al cedimento, ossia non in classe di abbattimento secondo il metodo VTA (vedi al p.to 2.1).

Sempre il dott. Luigi Sani ha esposto le metodologie secondo le quali scegliere il turno tecnico ottimale per le sostituzioni.

Diagrammi “età/costo e utilità” che individuano l’età che massimizza il beneficio. Tale età è quella prima della quale i benefici tendono a crescere e dopo la quale i costi di gestione diventano troppo elevati rispetto al beneficio, ed è determinata dal punto di contatto tra beneficio corrente e beneficio medio (“Soglie tecniche per individuare il periodo di rinnovo” – L. Sani).

Ovviamente la freddezza dell’analisi del rapporto costi/benefici per le alberate sembra trascendere ogni seppur declamata comprensione delle molte valenze del verde pubblico e dei filari di ‘soggetti vivi’, a vantaggio di eliminazioni di massa temporizzate.

Naturalmente sappiamo che i benefici non sono solo di tipo paesaggistico ed ecologico, ma anche salutistico, ed è ormai noto che un albero adulto è in grado di svolgere tutti i servizi ecosistemici, in particolare la mitigazione dell’inquinamento, meglio di una giovane pianta. Quindi una foresta sistematicamente ‘sempre rinnovata’, ‘sempre giovane’ e purtroppo sempre meno ‘sempreverde’ (i pini e le conifere difficilmente vengono reinseriti), sarebbe comunque sicuramente meno “funzionale”.

In ogni caso, usare grafici per standardizzare l’età oltre la quale un albero diventa solo un peso economico, e per pianificarne l’abbattimento, significa svilire le piante a meri elettrodomestici da cambiare quando la loro manutenzione diventa troppo onerosa. Un elettrodomestico si può cambiare con un altro meno impegnativo che svolga esattamente le stesse funzioni, un albero no, perché – se proprio vogliamo guardare la funzionalità- la qualità dei servizi resi cambia e i tempi da attendere per ricominciare eventualmente a godere degli stessi non sono né fissi né quantificabili, dipendendo da diverse variabili. Ma naturalmente non è solo il ‘vuoto dei servizi’ a tempo indeterminato che crea preoccupazione. Un albero non è e non può essere considerato solo un depuratore d’aria, ma fa parte di un sistema ecologico complesso e in evoluzione, uno di quei sistemi che tanto si è fatto perché venisse introdotto in ambiente urbano. La natura doveva essere inserita in città, ma adesso deve anche poter rimanere natura, senza asettiche pianificazioni o asservimenti forzati, che possono avere pesanti ripercussioni sulla qualità dell’ambiente oltreché sulla salute dei cittadini.

In definitiva spaventa, in questa progettualità che pretenderebbe di gestire il fattore di sicurezza biomeccanica degli alberi quasi come con una manopola, o meglio un timer, che siano “previste” e decise a tavolino “turnazioni” standard per tutte le alberature. Con particolare riguardo ai filari, sono previsti cicli al massimo di 40/50 anni solo nelle grandi aree in cui lo spazio lo consentirebbe (alberate urbane ornamentali a ciclo lungo), il che è già concettualmente discutibile, cicli di 20 anni laddove non ci sia sufficiente spazio per lo sviluppo delle chiome (alberate urbane di facciata a ciclo breve, ma intenso), mentre nei parchi i cicli sarebbero illimitati (cicli indefiniti).

Quindi in ambito cittadino dovremmo scordarci di vedere in futuro non solo alberi secolari o comunque ‘monumentali’ sotto un qualche aspetto, ma anche semplicemente alberi dai 50 anni in su. Se il programma è gettare le basi per la foresta urbana, si sappia che sono destinate a rimanere eternamente ‘basi’ e che la foresta non avrà mai il tempo di diventare tale.

Alberi di 50 anni sono ben lungi dall’essere considerati vecchi a prescindere, anche se sono cresciuti in città. Inoltre la vetustà, in assenza di criticità, sarebbe un valore aggiunto perché, come suggerisce l’accezione positiva del termine, un albero antico è anche un testimone del nostro tempo e come tale andrebbe custodito con cura.

Esistono numerosi casi di alberi secolari in contesto urbano a dimostrazione del fatto che le aspettative di vita degli stessi non necessariamente devono ritenersi drasticamente ridotte (Dossier Lipu “Alberi nelle aree urbane”).

Si riporta come esempio l’Orto Botanico di Pisa, localizzato proprio nel centro storico della città, nei pressi della piazza del Duomo, che vanta la presenza di un bel numero di alberi plurisecolari (Leonardo Cocchi e Roberta Vangelisti, articolo “Ecologia Urbana” Anno 28(I)-2016). Infine il documento di Treework Environmental Practise relativo alla presenza di grandi alberi nei centri urbani in Europa, inviato al Direttore di Ecologia Urbana Marco Dinetti, elargisce esempi di alberi plurisecolari ubicati non solo in città, ma proprio lungo le strade (uno per tutti, la quercia di 500 anni a Grantham, UK).

Infatti come ormai sappiamo, le piante in generale hanno una maggiore adattabilità ossia una superiore capacità di risolvere i problemi rispetto alla nostra e, per inciso, per quanto concerne la tolleranza ai sempre crescenti agenti inquinanti, sappiamo che per sopravvivere siamo noi ad aver bisogno di loro e non viceversa.

Infine, proprio in merito all’invecchiamento (reale o presunto) degli alberi in relazione alla loro età, si cita l’articolo del Prof. Fabio Clauser “De arborum numerumque senectute” (Attualità e cultura – L’Italia forestale e montana-2018, Accademia Italiana di Scienze Forestali). In esso si asserisce che è concettualmente sbagliato far riferimento ai metodi umani di misurazione del tempo nel valutare l’età degli alberi, per i quali la vita scorre più lentamente rispetto alla nostra. Di fatto un albero di 50 anni avrebbe l’età biologica di un bambino di 10 anni e un esemplare di 250 anni quella di un individuo di 50. È vero che nell’articolo si fa riferimento ad un contesto arboreo forestale, in cui lo sviluppo naturale è sicuramente non sottoposto agli stress del contesto urbano. Ma c’è un tale divario tra quella che è l’età misurata degli uomini e quella biologicamente corrispondente degli alberi, che nessun fattore di stress derivante da ambiente cittadino potrebbe riuscire a compensare. Per cui quando anche un albero di 50 anni cresciuto in città non fosse proprio assimilabile ad un bambino di 10, è comunque difficile pensare che, solo per un fattore di stress urbano, debba essere categoricamente paragonato ad un individuo prossimo al decesso.

5 Resilienza

Per garantire una buona condizione delle alberature e avere di conseguenza la speranza di una loro migliore tolleranza agli stress di vario genere che l’ambiente urbano e le variazioni climatiche offrono, sembra non bastare più il concetto di monitoraggio e manutenzione. O comunque, come si è visto al punto precedente, sembra che queste siano scelte da scartare ad un momento prefissato per motivi economici, pure a fronte di una contestuale e immutata fruizione di benefici salutistici, ecologici e paesaggistici.

Dato il mutamento climatico in atto e le sue manifestazioni sempre più violente, per sentirci più sicuri si tende oggi al perseguimento di un nuovo requisito, praticamente irraggiungibile, la “resilienza”. Pensando che sia possibile pianificare un ulteriore e più efficace progetto di difesa dagli attacchi del clima e dai suoi eccessi, nei termini in cui è stato fatto, e che si possa conseguentemente applicare il concetto di resilienza agli alberi e al contesto che li accoglie (urbano) e che essi accolgono (ecologico).

5.1 Resilienza alberature

Ad oggi le tecniche per valutare lo stato di una pianta sono tante. I monitoraggi e le potature si possono effettuare molto più velocemente e in sicurezza. Ciò nonostante un albero può essere più o meno in salute o stabile e di conseguenza più o meno robusto e solido, ma come è ormai noto il “rischio zero” non è mai raggiungibile e sotto l’azione di fenomeni climatici particolarmente violenti può inaspettatamente crollare anche una pianta sana.

Allora in realtà non si potrà mai ottenere la garanzia che uno spazio alberato possa essere sempre resiliente tecnicamente parlando, perché si può solo sperare di migliorarne la resistenza intesa come stabilità e salute. Il termine resilienza si usa certo per estensione o per moda, per placare quei timori che allo stesso tempo vengono invece fomentati. Ma si deve invece intendere e cercare di ottenere una buona capacità di reazione e di adattamento.

In ogni caso la resilienza dipende dall’entità delle perturbazioni e non certo dalla garanzia e dalla frequenza dei ricambi, ed è chiaro che se l’evento supera una certa soglia di intensità l’albero difficilmente non si spezza, anche prima dei 50 anni e pur godendo di ottima salute.

In definitiva si tratta di accettare dei compromessi. Cioè che un albero possa, entro i limiti dell’assenza di catastrofi naturali, offrire garanzie di stabilità ‘accettabili’ e mantenere buone condizioni vegetative, garantendoci nel contempo una città più abitabile e respirabile ossia una migliore qualità della vita.

Ma se proprio vogliamo parlare della capacità di una pianta di reggere agli attacchi più forti e improvvisi, va da sé che una pianta cui si riservano periodici trattamenti e controlli fitosanitari, darà più garanzie di stabilità e resistenza di una lasciata sé stessa. Naturalmente l’accuratezza dei monitoraggi ha un costo, ma i benefici (salutistici, ecologici e paesaggistici) aumentano. È altresì chiaro che una pianta adulta e già ‘adattata’ all’ambiente cittadino, sarà più reattiva e ‘preparata’ di una giovane, che deve ancora imparare a difendersi da agenti esterni o da malattie e che pertanto ha meno memorie di risposta ai problemi, cioè esperienze, a cui attingere. In definitiva una pianta adulta, in salute e stabilizzata in un suo contesto, può essere più resiliente di una giovane (può resistere di più e reagire meglio).

Un esempio provocatorio di quanto la resilienza dipenda dall’intensità della perturbazione è dato dagli alberi ‘caduti’, nel senso che si sono ammalati e disseccati, in seguito ad interventi umani estremi di potatura, o in assenza di cure colturali idonee. Dove in questo caso la ‘perturbazione antropica’ è assimilabile per gravità ad una calamità naturale.

Infatti nonostante gli alberi abbiano un corpo strutturato modularmente proprio per far fronte agli attacchi esterni, alcuni interventi sono talmente eccessivi da risultare comunque deleteri. Alberi che avevano resistito agli eventi climatici negli anni, quindi tendenzialmente con buone capacità di resilienza, non hanno tollerato l’errato intervento umano (es. il famoso Leccio della Fortezza Da Basso a Firenze, potato drasticamente e morto poco dopo).

Esiste una lunga documentazione fotografica relativa alle potature estreme di alberi che andavano solo ridimensionati e che sono stati ridotti a monconi senza chioma, esponendoli al rischio di malattie e alla morte.

In conclusione se oggi, considerata l’imprevedibilità e la frequenza di gravi fenomeni atmosferici, si intende pensare alla pianificazione degli interventi di abbattimento e sostituzione in funzione della “resilienza degli spazi verdi in ambiente urbano” nel senso che la presenza del verde in città debba comunque essere garantita e che pertanto questa debba essere ciclicamente ripensata e rinnovata con cadenze predefinite (precauzionalmente, come se si potesse giocare d’anticipo con la natura e pensando che piante giovani siano anche più resistenti di quelle mature), oltre a quanto detto sopra, valgono sempre anche le stesse considerazioni già espresse in merito alle tempistiche delle sostituzioni e alle garanzie di attecchimento, così come a proposito della funzionalità ecosistemica ed ecologica che, come risulta dagli interventi già eseguiti, spesso è assolutamente non equiparabile a quella delle presenze sostituite.

Per una resilienza intesa in questi termini sarebbe sufficiente l’attenzione e la cura delle presenze attuali (monitoraggi periodici), l’eliminazione delle piante seriamente a rischio di caduta e naturalmente il rimpiazzo oculato e veloce dopo eventuali crolli (reale volontà e rapida capacità di reazione).

5.2 Resilienza sistemi ecologici

Si osserva che per i sistemi ecologici che nel corso del tempo si sono fortunatamente sviluppati all’interno dei corridoi alberati o altri spazi verdi urbani, (individui e popolazioni di varie specie di uccelli stanziali o migratori), la scomparsa istantanea di interi filari dovuta all’intervento umano rappresenta una ‘perturbazione’ alla stregua di un fortunale.

Un evento traumatico, un lasso temporale di ‘assenza’ del proprio habitat, per reagire al quale si richiederanno sforzi aggiuntivi e nuove capacità di adattamento nelle zone contigue o di spostamento verso altre con requisiti analoghi, senza contare che poi non è detto che in quel luogo possa sempre essere ripristinato lo stato antecedente.

Anche nel caso in cui avvenga la sostituzione, i tempi di piantumazione, attecchimento e sviluppo della chioma, pur brevi che siano, costituiscono comunque uno spiazzamento e un forte salto di discontinuità per le specie ornitiche abituali. Un arco di tempo di forte disorientamento che rimane scoperto per la possibilità di un loro reinserimento e riadattamento o per l’inserimento di altre specie. Così come non è detto che le piante sostituite siano sempre idonee al rimpiazzo, ossia gradite all’avifauna e in particolare a quella che lì si era precedentemente localizzata, o anche solo adeguate a ripristinare la continuità paesaggistica ed ecosistemica.

Più in generale anche la diversificazione esistente delle specie vegetazionali non è più garantita e con essa anche la diversificazione delle specie ornitiche. La tendenza è quella di non ripiantare pini e conifere, che sono legati ad un certo tipo di popolazioni, a favore di caducifoglie. E, per esempio, interi filari di peri cinesi, oltre a rappresentare solo un blando schermo di mitigazione dagli inquinanti, sembrano non costituire un habitat ideale per gli uccelli, soprattutto nel periodo invernale.

In questi casi dunque non è detto che il sistema ecologico annesso alle alberature e costituitosi nel tempo, possa risultare resiliente.

Eppure proprio il primo degli obbiettivi del convegno, espressi nelle Conclusioni, recita:

  • Trasformare le alberate in parchi urbani lineari o in elementi di connessione ecologica o in stazioni per la tutela e la conservazione.

 Firenze detiene un particolare primato: è “l’unica città al mondo che può vantare tre edizioni di atlanti ornitologici, compilati in modo successivo in tre decenni” (Maciej Luniak “Ecology and conservation of birds in urban environments” – Springer International Plublishing). Ad oggi sono 86 le specie nidificanti nel comune di Firenze (Atlante Ornitologico Firenze, Dinetti 2009), alcune delle quali strettamente legate alla presenza di alberi maturi. I rilevamenti manifestano un aumento delle specie dal 1986 al 2008, ultimo anno studiato. Questo sembrava confermare il raggiungimento di un buon livello della città nel rispetto ambientale ed ecologico.

Ma l’attuale tendenza generalizzata all’eliminazione dei grandi alberi e dei filari maturi, congiuntamente all’effettuazione e alla programmazione di sfalci più frequenti sulle rive dell’Arno, con la conseguente scomparsa della vegetazione ripariale (si parla di quattro volte all’anno), rischia di compromettere anche irreversibilmente quello che era un risultato importante.

In definitiva c’è il pericolo di modificare lentamente la ‘trama vegetazionale’ del tessuto urbano. E l’effetto sulle presenze ornitiche nelle porzioni interessate (filari o contesti alberati da rinnovare e argini dei fiumi desertificati) sarebbe comunque istantaneo e non è dato sapere se permanente o meno.

Tutto questo, nonostante la Legge regionale della Toscana 30/2015, che vieta il deterioramento e la distruzione dei siti di riproduzione o di riposo delle specie animali.

Al convegno, l’unica voce che ha accennato al valore ecologico e salutistico delle alberate in città è quella di Carlo Blasi, che ha sottolineato come l’Europa solleciti la conservazione della biodiversità urbana.

Preme comunque riportare un’affermazione:

“Nella realtà gli alberi che vivono in città, in particolare i filari lungo i marciapiedi, vicino alle rotaie dei tram, nei parcheggi non riescono ad assolvere pienamente le loro funzioni ecologiche a causa delle condizioni limitanti in cui l’uomo li costringe: l’eccessiva pressione sulle radici per il traffico veicolare, la scarsa manutenzione…”

Osserviamo allora come il trend su Firenze sia un esempio di lucida sprovvedutezza. Per costruire la tramvia si sono abbattuti filari in buono stato di salute che costituivano corridoi ecologici perfettamente idonei e funzionanti, e i sostituti si trovano e si troveranno sin da giovani e appena piantati, quindi impreparati, praticamente schiacciati ai muri delle abitazioni, e/o a soffrire della vicinanza di marciapiedi, rotaie e cordoli di contenimento. Ma almeno non diventeranno mai così grandi da soffrire troppo della pressione sulle radici, perché, come pare, anche se giovani verranno sostituiti periodicamente, sempre in nome della resilienza e della forestazione.

5.3 Resilienza ambiente urbano

Per ciò che riguarda la nostra convivenza con spazi naturali ed aree alberate e i danni che le gravi perturbazioni atmosferiche provocano nelle città, che rischiano di non essere più percepite come sicure, si osserva quanto segue.

Ricordando che esiste una vasta letteratura sulle più elevate probabilità di perire in circostanze diverse piuttosto che per la caduta di un albero, facendo cose divenute così routinarie e indispensabili da esserci dimenticati dei rischi corsi nel farle (attraversare una strada, prendere un mezzo pubblico o privato di trasporto, solo ad esempio), proviamo ‘anche’ a pensare che proprio le piante ci stanno aiutando a vivere e a resistere alle difficoltà climatiche e di inquinamento di cui noi stessi siamo responsabili. Si può perire per un disastro naturale non necessariamente solo perché investiti dal crollo di un albero, ma ad esempio anche in un sottopasso mal progettato diventato improvvisamente una trappola, oppure colpiti da tegole non bene assicurate o altri oggetti durante tempeste di vento. Eppure ancora non si è pensato di dismettere i sottopassi, o di rinnovare e riprogettare tutti i tetti. Così come di eliminare tutte le auto o i mezzi di trasporto. Ma certo si parla di cose indispensabili. Almeno come lo è poter respirare.

La perdita cui ci esporrebbero gli abbattimenti infatti non si riferisce solo al verde in quanto tale, ossia all’aspetto paesaggistico, pure importante, ma anche e soprattutto a tutti quei servizi ecosistemici di cui i cittadini, per un non quantificabile lasso di tempo, dovrebbero necessariamente fare a meno.

In riferimento alle tempistiche delle turnazioni per i rinnovi, si osserva che con una certa ciclicità ci sarebbe un brusco abbattimento dei benefici forniti a fronte di un contestuale aumento degli inquinanti e dei loro effetti (se proprio vogliamo parlare in grafici). Un aumento dovuto sia all’andamento sempre in crescita delle emissioni, sia anche alla repentina scomparsa delle naturali ed efficaci soluzioni di stoccaggio e mitigazione, cosa che, oltre ad incrementare rapidamente e ulteriormente la curva di crescita, farebbe percepire molto più intensamente tutti i suoi effetti. E anche questo influirebbe sulla nostra capacità di sopportazione e adattamento, o se vogliamo, sulla nostra capacità di resilienza. Sappiamo infatti che le piante sono l’unico strumento che abbiamo per resistere, quale “unica risorsa realmente disponibile per disinquinare il pianeta” (S. Mancuso e A. Viola, “Verde brillante”).

Quanto poi a situazioni di pericolo connesse a realtà non certo indispensabili, basti pensare ai gravi incidenti e alle mortalità ogni anno registrate nel periodo della caccia, che nonostante ciò non solo non viene abolita ma della quale addirittura si chiede l’anticipazione dell’apertura della stagione. Alimentando così consapevolmente e deliberatamente un diverso tipo di vulnerabilità dei cittadini e trasformando boschi e aree aperte in zone altamente vulnerabili per essi, mentre luoghi presumibilmente considerati sicuri come le proprietà private possono comunque improvvisamente e legittimamente diventare a rischio.

Per cui, poiché continuiamo a fare abitualmente cose pericolosissime, sia necessarie come no, senza percepirne affatto il rischio, sforziamoci anche, pur non sottovalutando affatto la possibilità di gravi accadimenti e cercando di fare il possibile per evitarli, di non percepire un rischio eccessivo nella coabitazione con ciò che è invece indispensabile alla nostra stessa sopravvivenza. E di non cadere nel paradosso di considerare tanto pericoloso al punto da limitarne drasticamente i benefici, ciò che da quegli stessi pericoli può in realtà difenderci.

Anna Chiesura per Ispra, conclude il suo intervento sottolineando l’urgenza di “ripensare lo spazio urbano come risorsa preziosa per sperimentare soluzioni nature based e rendere le città più sicure in termini di maggiore vivibilità e maggiore qualità della vita”.

Questo in senso generale è certamente condivisibile. Ma a Firenze sarebbe auspicabile anziché “ripensare” gli spazi, cercare di fare un buon uso di quelli di cui si dispone, anziché vanificarli in un istante e proprio nei mesi in cui non solo se ne avrebbe più bisogno, ma si è anche certi che la seppur scarsa comunicazione coi cittadini non può creare problemi. Perché per rendere la città più vivibile e respirabile non bastano peri cinesi, querce fastigiate o comunque sempre e solo caducifoglie, né alberelli che non potranno mai essere ‘all’altezza’ della cosiddetta foresta urbana. Ed eliminare tutti i pini o pensare di non sostituire conifere, tra l’altro, ha conseguenze sul microclima delle zone interessate, e quindi proprio sulla qualità della vita.

6 Contratti di coltivazione

Nel corso del convegno è stato asserito che “I tempi sono maturi per introdurre i contratti di coltivazione nell’amministrazione pubblica” (Francesco Mati, Distretto Rurale vivaistico Ornamentale di Pistoia).

Sembra che a Firenze sono già stati introdotti, giacché la città è già stata colonizzata dal Pero cinese.

Sicuramente i contratti a lungo termine con i vivaisti garantiranno la disponibilità e risolveranno la richiesta (“pensare che i vivai dispongano di piante in pronta consegna in quantità illimitate è un concetto da rivedere”, Francesco Mati). Il fatto è che finora nessuno ha mai dimostrato la necessità di dover disporre di quantità “illimitate” di piante, necessità che si paleserà solo dopo l’organizzazione dei cospicui abbattimenti previsti in città. Già dati quindi per scontati. E sarebbe questo il vero concetto da rivedere.

Si capisce anche perché parole come rinnovo e rigenerazione vengano usate come sinonimi. Nel senso che le specie arboree di un tempo, con i contratti e le forniture di massa, andranno progressivamente e letteralmente a sparire, grazie anche alla pubblicità negativa fornita gratuitamente dai media al pino e alle conifere in generale, e ci sarà una nuova generazione di piante in prevalenza caducifoglie e sempre più raramente ad alto fusto. I grandi alberi quindi lentamente spariranno per far spazio a qualcosa di nuovo, che comunque somiglierà sempre meno a quella “foresta urbana” cui siamo già abituati e che ci fanno intendere debba invece essere realizzata quale punto d’arrivo della più lungimirante ed ecologica delle amministrazioni.

Naturalmente rischiano di sparire con esse anche tutte le presenze ornitiche prevalentemente legate a quelle specie. Con buona pace della Direttiva habitat e di tutti i corridoi ecologici già esistenti e ben strutturati (vedi al p.to 5.2).

7 Conclusioni

In ultima analisi, quello che stupisce nei nuovi orientamenti per la gestione del verde pubblico è come nonostante venga sempre ricordato il senso della Direttiva “Habitat” 92/43 CEE e del progetto europeo ‘Rete Ecologica Natura 2000’ per la conservazione della biodiversità e la tutela degli habitat naturali e seminaturali (ma in particolare l’importanza del suo recepimento a livello di pianificazione urbanistica con la “Strategia Tematica sull’ambiente urbano per l’integrazione della biodiversità nel modello cittadino”, Com 2005/718), si possa poi invece pensare di procedere con metodologie di intervento che, per quanto detto, appaiono in vistosa controtendenza proprio con le finalità ivi espresse.

Pianificare interventi di abbattimenti e sostituzioni periodiche ‘a prescindere’, mal si concilia infatti, proprio concettualmente per quanto è stato esposto, con ogni teoria ‘conservativa’. Rischiando di compromettere, o quantomeno alterare per una durata non prevedibile, equilibri ecologici consolidatisi negli anni con successo.

Nel corso del convegno è stato detto che:

L’albero non deve diventare più decorativo che utile, più oneroso che produttivo”.

Affermazione questa, che ancora una volta tiene evidentemente in gran conto degli alberi quali soggetti vivi e porta dritto ai progetti di sostituzione ‘nell’ottica del rinnovo’. Poiché va da sé che ‘nell’ottica della conservazione’, ogni albero ad un certo punto può diventare molto oneroso seppure sempre decorativo (la produttività e l’utilità sono altri argomenti, e requisiti che in genere un albero adulto mantiene a lungo, ma che non dovrebbero fare la differenza e agire da discriminante per consentire abusi).

Un albero sano e ancora decorativo non si abbatte solo perché si pensa che abbia smesso di essere utile, sempre ammesso di riuscire a determinare esattamente tale circostanza, e quando cessa di essere sufficientemente produttivo per il sistema urbano, ancorché oneroso, non è detto che non continui ad esserlo o ad essere importante per il sistema ecologico di cui fa parte. È solo l’intrinseca pericolosità di cedimento che può mettere davvero a rischio l’incolumità pubblica e pertanto essa sola dovrebbe poter motivare gli abbattimenti.

Nel 2000 si è cominciato a parlare di conservazione come fosse un gran punto di partenza e una conquista ideologica ed ecologica. Ci sono voluti 18 anni per affermare, anche sulla base di seri studi scientifici, il valore ecosistemico e non solo ambientale degli alberi e degli habitat annessi. Ma solo per giungere poi al paradosso. Ossia ci sono voluti 18 anni per passare dalla “conservazione” al “rinnovo”, inteso proprio come smantellamento di quanto si era faticosamente conservato.

Al di là della pericolosa interpretabilità di alcuni assunti, come già visto, preme qui riaffermare come sia invece possibile, oltreché plausibile, un percorso concettualmente affine ai traguardi precedentemente raggiunti. Un percorso che, nonostante uno sforzo maggiore per monitoraggi, manutenzione e conseguentemente costi più elevati, consenta la differenziazione delle specie arboree e dei vari habitat più in generale, nonché un loro duraturo mantenimento, compreso quello delle popolazioni delle varie specie che li abitano e che costituisca finalmente davvero una scelta “nature based”.

In definitiva, come già detto in apertura, questa strategia di difesa dal clima si sta trasformando, almeno su Firenze, in un vero e proprio attacco al verde pubblico sferrato sempre nei periodi dell’anno in cui i cittadini sono meno presenti e reattivi. Detti interventi, quando causano senza valide motivazioni dei danni ambientali e potenzialmente anche conseguenze alla salute, sarebbero da considerare al limite del reato e dovrebbero poter essere sanzionabili, proprio perché in controtendenza con le succitate direttive europee.

In ogni caso è bene chiarire che è in corso uno slittamento di significati, e che la comunicazione con i cittadini appare tendenziosa utilizzando termini fuorvianti.

In breve:

  • La sicurezza assoluta è irraggiungibile, ma la stabilità si dovrebbe valutare oggettivamente attraverso la pericolosità e non tendenziosamente attraverso il rischio; e soprattutto una buona gestione del rischio non dovrebbe precludere la coabitazione con alberi ‘veri’, giacché sicurezza è anche preservazione della salute attraverso la tutela delle poche risorse che ci aiutano a mantenerla.

In questo senso, anche se la pianificazione degli interventi di rinnovo si dice motivata dall’ottenimento della sicurezza ossia dettata dall’intento di preservare la pubblica incolumità, di fatto rischia di comportare danni non solo all’ambiente ma anche proprio alla salute di quegli stessi cittadini dei quali si vuole preservare l’incolumità. A fronte dell’unica reale garanzia di tanta biomassa periodicamente disponibile.

  • Gli abbattimenti non motivati da oggettiva pericolosità, non costituiscono rinnovo, ma solo degradazione e squallore a tempo indeterminato, perché la sostituzione non è scontata in nessun senso né immediata e l’esito dell’attecchimento non è mai sicuro.
  • La riqualificazione non implica necessariamente la riprogettazione ex novo e il ridisegno in toto di quanto preesistente. E per la rigenerazione del verde urbano non è necessario pensare di eliminare progressivamente alcune delle specie arboree ormai tipiche e specificatamente “funzionali” dal nostro panorama cittadino. Inoltre la presenza di alberi o di alberate vetuste ma in buono stato di salute (quindi non necessariamente “invecchiate”), sarebbe indicativa di una oculata gestione del verde anziché di incuria, quindi già di per sé altamente “qualificante” ai sensi del pregio paesaggistico, ambientale ed ecologico.
  • Infine se si parla di accuratezza non si possono pianificare interventi di abbattimenti a lotti. È infatti concettualmente contraddittorio professare intenti di meticolosità nella riqualificazione del verde, indicando la necessità di monitoraggi continui per valutare lo stato dei “singoli soggetti” arborei e prevedendo la sostituzione solo nei casi di criticità, ma poi pensare in realtà alla sostituzione di “intere alberate”. Perché in pratica in questo modo, si effettua il restauro della tela cancellando il dipinto di base, ridisegnando i soggetti e cambiando i colori. È così che “nell’ottica del rinnovo” il quadro cambia, anziché venire ripristinato.

È stato detto che con l’instaurarsi dei nuovi regimi climatici è necessario essere “predittivi e preventivi” e non solo “reattivi” ma anche “proattivi”.

Ma per quanto è stato sopra esposto, essere ‘categoricamente’ predittivi ed ‘eccessivamente’ preventivi può portare paradossalmente ad una ‘mancata previsione’ delle conseguenze della cura. Ed essere troppo ‘anticipatamente’ proattivi per la prevenzione di problemi sul lungo periodo rischia di innescarne altri sia nell’immediato che nel futuro. Così come in nome del perseguimento di una migliore resilienza, rischia di essere seriamente minacciata quella che è la capacità di resilienza attuale o realisticamente raggiungibile.

Perché non si può pensare di aumentare la resilienza delle infrastrutture verdi urbane attraverso l’eliminazione progressiva di tutte le piante mature (compreso quelle non pericolose) quale unica efficace riduzione dei possibili rischi, senza pensare che sono proprio quelle stesse piante che, attentamente monitorate, sarebbero già esse stesse sufficientemente resilienti consentendo nel contempo anche a noi di esserlo (preservandoci da rischi di altro genere).

In pratica, si prendono risoluzioni dettate da un eccesso di precauzionalità, senza prendere le dovute precauzioni nel considerare le conseguenze degli stessi interventi precauzionali.

Per questi motivi le nuove indicazioni per la gestione del verde urbano non possono essere condivise da quanti si aspettano una riqualificazione davvero ispirata e volta al raggiungimento di un buono standard naturalistico.

Eppure sono queste le nuove soluzioni “nature based” per l’amministrazione del verde pubblico, che oltretutto stanno stravolgendo completamente lo scenario fiorentino e la sua odierna architettura paesaggistica.

La progressiva scomparsa degli alberi ad alto fusto dal panorama della città, dove stanno sorgendo comunque gli alti fusti delle impalate della tramvia, per una Firenze 2.0 concessa dal silenzio della Soprintendenza, dal disinteresse o dalla disinformazione di tanta parte della cittadinanza e dall’impotenza dei pochi.

 

Barbara De Cesare (per Italia Nostra Firenze)

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: