Nell’ambito del dibattito suscitato dalle dichiarazioni di Francesco Mati sul rinnovo delle alberature cittadine riceviamo e pubblichiamo il puntuale contributo di Barbara de Cesare del Comitato Lungarno del Tempio

Firenze, 4 settembre 2019
Leggendo il comunicato stampa di Francesco Mati dal titolo “La rotazione delle alberature è necessaria per salvare il verde pubblico” (2 settembre 2019), ancora un volta mi accorgo di quanto certa terminologia possa essere pericolosamente fuorviante e mi stupisco di quanto ancora continui ad essere difficile la comunicazione, sia pure a proposito di argomenti che ormai sono stati già ampiamente trattati dal punto di vista scientifico, ma anche acquisiti da chi è un semplice appassionato di ambiente e natura.
“Rotazione” può voler dire tante cose; può anche sottendere una certa gradualità di interventi, finalizzati all’eliminazione delle situazioni di criticità in maniera progressiva. Mentre invece la ‘pianificazione’ di ricambi delle alberate ogni 20 anni (“alberate di facciata a ciclo breve”) o 40 anni (“alberate ornamentali a ciclo lungo”), così come è stata presentata in varie sedi e durante importanti convegni, è razionalmente improponibile.

Per poter “salvare il verde pubblico” è soprattutto necessario e opportuno intervenire in modo non indiscriminato, evitando di abbattere gli alberi anche quando non manifestano problematiche di possibili cedimenti strutturali o fitopatologie non trattabili.
Ad oggi gli alberi che devono essere posti in abbattimento sono solo quelli che rientrano in “classe di pericolosità D” secondo il metodo VTA adottato dalla Società Italiana di Arboricoltura, ossia quelli che manifestano una “propensione al cedimento” estrema.
Tale classificazione prevede che per alberi in classe di pericolosità elevata (classe C/D), si utilizzino invece adeguate tecniche arboricolturali per cercare di riportarli in classe di pericolosità inferiore (classe C) prima di decretarne l’abbattimento immediato, ed esprime quindi un orientamento conservativo.
Le stesse “linee guida per il governo sostenibile del verde urbano-2017”, ci insegnano che nella gestione delle alberature (anche nell’ottica del risk management) si deve comunque operare in modo da fare il possibile per la “riduzione del rischio” prima di procedere speditivamente alla “eliminazione” dello stesso, al fine di consentire “il mantenimento della possibilità della fruizione dei benefici reali forniti dal patrimonio arboreo”, secondo quello che viene chiamato “concetto di ragionevolezza”.
Si evince, pertanto, che quando si parla di voler “salvare il verde pubblico”, ci sono diverse possibilità di interpretazione.
Gli anni di cattiva gestione del patrimonio arboreo, cattiva gestione che purtroppo non accenna tutt’oggi a migliorare ma continua a fornire fulgidi esempi di avventatezza, hanno sicuramente provocato un “deterioramento” di molti contesti arborei, ma certo non al punto da rendere necessaria una sistematica operazione di smantellamento quale quella cui stiamo assistendo negli ultimi anni. I fatti mostrano che si sta operando in modo così irrazionale da rischiare di rompere del tutto quel che rimane di quel “sano equilibrio fra presenza umana e ambiente circostante”, del quale invece abbiamo e avremo sempre più bisogno sotto molteplici aspetti.
Si dice che “La difesa cieca degli alberi urbani, senza tener conto della loro possibile senescenza o condizione dopo anni di potature errate, non significa voler tutelare l’ambiente, ma il suo esatto contrario”. Sono d’obbligo dunque alcune precisazioni.
La “senescenza” di un albero non è e non deve essere considerata né un metro per l’abbattimento, né un fattore discriminante. Molta letteratura scientifica attesta anzi un grande valore ecositemico, ecologico e ambientale proprio agli alberi maturi. Non c’è inoltre correlazione tra l’età misurata dagli uomini e lo sviluppo biologico della pianta, poiché “la senescenza non è uno stato, ma solo uno stadio di sviluppo, l’ultimo. Il che non vuol dire morte imminente ma un lungo periodo che può durare diverse decine d’anni se non addirittura secoli” (Drénou, 2016). Quindi una pianta può essere in perfetta salute e stabilità anche se senescente.
Le “condizioni di una pianta dopo anni di potature errate”, sono invece proprio specifico oggetto di studio nella fase di valutazione della stabilità, che però dovrebbe essere rigorosa e soprattutto non dovrebbe mai essere data per scontata solo per una mera questione cronologica (peraltro si osserva che pratiche di potatura errata come la capitozzatura continuano ad essere perpetrate impunemente, nonostante l’evidenza dei danni immediati e delle future deleterie conseguenze).
Ovviamente nessuno è tanto “cieco” da voler ostinarsi a conservare alberature oggettivamente pericolose, tanto più se in luoghi vulnerabili. Ma certo è imperativa una valutazione oggettiva e sarebbe auspicabile un approccio globale e interdisciplinare nella valutazione dei singoli soggetti, al fine di salvaguardare al massimo quelle risorse divenute per noi così indispensabili proprio per la nostra salute. Una valutazione che pertanto dovrebbe necessariamente prescindere dai criteri imposti da una asettica turnazione.
Senza contare che la “pianificazione” di “abbattimenti e sostituzioni” secondo la logica di tempistiche prestabilite va anche palesemente contro ogni recente acquisizione (e conquista) circa la considerazione degli alberi quali esseri viventi, dotati di propri “diritti” e “dignità” (Francia-2019, Svizzera-2008).
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In questo senso, la difesa degli alberi dal pericolo di una cieca omologazione a insensati criteri di turnazione che prescinderebbero dal reale stato di propensione al cedimento delle piante, è da considerarsi a tutti gli effetti una strenua tutela dell’ambiente e non certo il suo esatto contrario.
Questo anche ricordando la normativa europea in materia di tutela della biodiversità in ambiente urbano (progetto europeo ‘Rete Ecologica Natura 2000’ per la conservazione della biodiversità e la tutela degli habitat naturali e seminaturali e suo recepimento a livello di pianificazione urbanistica con la “Strategia Tematica sull’ambiente urbano per l’integrazione della biodiversità nel modello cittadino”, Com 2005/718).
È vero. Gli alberi urbani “vecchi e malati” vanno sostituiti. Ma la locuzione può dar adito a fraintendimenti. Si deve specificare che vanno sostituiti solo quelli “vecchi” che siano anche “effettivamente malati”, dal momento che la malattia non è e non deve essere intesa come una implicazione logica della vecchiaia.
L’affiancamento usuale del termine “vecchio” al termine “malato”, non solo è decisamente errato ma anche antiscientifico, e rischia di essere tendenzioso e di far diventare i due termini come consequenziali e sinonimi nell’ottica odierna di “abbattimenti e sostituzioni”. È necessario quindi ricordare che esistono anche gli alberi che sono “vecchi e sani”, che proprio in quanto tali costituiscono una risorsa preziosa e per questo da tutelare maggiormente.
Continuare poi a ripetere che gli alberi “vecchi e malati” devono essere sostituiti con quelli “giovani e sani”, contrapponendo al binomio “vecchio / malato” il binomio “giovane / sano”, sembra quasi una mossa strategica per avallare facili abbattimenti anche in assenza di fondate motivazioni. E certo questa non può essere considerata vera “tutela dell’ambiente”, ma piuttosto semplice demagogia.
Certo è vero che per un albero “il ciclo di vita è determinato dal contesto in cui si trova”; ma è anche vero che gli alberi hanno una maggiore “adattabilità” rispetto alla nostra, e che quindi possono reagire bene e con una sorprendente longevità anche in condizioni più sfavorevoli o di stress quali quelle di un contesto urbano. Non mancano infatti gli esempi di alberi plurisecolari proprio nelle città, in Italia come all’estero.
È infatti noto che un albero adulto e stabilizzato in un suo contesto, avendo conservato memoria di reazione per la sopravvivenza a tutti gli eventi avversi che ha superato nel tempo, sia proprio per tali motivi particolarmente resistente.
Si ribadisce quindi che nessuno si oppone alla sostituzione di alberi che siano comprovatamente malati o instabili, a patto che le verifiche siano oggettive e incontrovertibili, e non desunte sulla base di considerazioni spicciole e pseudoscientifiche.
Bisogna anche chiarire bene che alla scomparsa di un “albero maturo” non segue il rimpiazzo con un “albero giovane”, ma segue invece la sostituzione con un neoimpianto; ossia un albero piccolissimo appena uscito dal vivaio che potrà avere le ‘caratteristiche estetiche’ di un albero giovane solo dopo svariati anni e quelle di un albero maturo solo dopo decenni. Si osserva però che il successo dell’attecchimento non è mai banale, sia per la scarsità di cure e di bonifica del terreno nella fase di piantumazione, sia per la scelta spesso sbagliata dei tempi di impianto, così pure come per l’assenza di idonei sistemi di irrigazione; pertanto per ogni neoimpianto non sempre avremo in futuro un giovane albero (il tasso di sopravvivenza è circa del 70%). La ‘funzionalità ecosistemica’ è poi un argomento a parte, e qui si osserva soltanto che quella di un alberello appena inserito è pressoché nulla. I benefici forniti dagli alberi sono infatti principalmente correlati alla dimensione della chioma e alla superficie fogliare (ombreggiamento e controllo del surriscaldamento urbano, capacità di assimilazione di CO2 e riduzione inquinanti, solo ad esempio).
È quindi del tutto errato il messaggio che con il rinnovo delle alberate gli “alberi maturi” verranno sostituiti con “alberi giovani”, essendo errata e mistificatoria l’equazione che si tende a far passare oggi tra “neoimpianto” e “albero giovane”.
Ai fautori del ricambio delle alberate, sostenitori dell’indiscutibile miglioramento conseguente dalla sostituzione di un albero maturo con un neoimpianto (anche a prescindere da una doverosa valutazione), si può solo suggerire di fare una passeggiata per Firenze. Gli esempi di reinserimenti completamente disseccati non mancano, come pure quelli di piccolissimi alberi fortunatamente attecchiti, ma che versano in pessime condizioni vegetative. A dimostrazione della effettiva longevità e della oggettiva resistenza del nuovo “verde resiliente”.
Infine non si dica che il nostro verde pubblico è “troppo lontano dagli standard europei” per la mancanza dei rinnovi delle alberate. Esistono dettagliate documentazioni fotografiche che attestano come nelle più grandi città europee si trovino, anche lungo le strade di maggior flusso, grandi alberature con chiome molto sviluppate, senza che per questo i cittadini si debbano sentire un bersaglio mobile, costantemente esposto al rischio di crolli.

 

Barbara de Cesare (Comitato Lungarno del Tempio)

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