A proposito della gestione del verde urbano a Firenze in tempi di pandemia da Coronavirus: alcune riflessioni per il presente e il prossimo futuro.

Da vari decenni, ma in particolare dall’estate del 2017, a causa della massiccia ripresa di abbattimenti di alberature ornamentali facenti parte del patrimonio di verde pubblico di Firenze (a partire dalla cancellazione degli Ippocastani di viale Corsica, con a ruota da quella dei pini di via Valfonda e di viale Belfiore e da molti altri a seguire), come “Italia Nostra” assieme a comitati e cittadini che da allora si sono mobilitati e coordinati, ci siamo adoperati assiduamente per la difesa e l’incremento del verde urbano della nostra città. E questo, vorrei ricordarlo, non solo attraverso una quotidiana azione di opposizione e mobilitazione fisica in difesa delle alberature che ritenevamo oggetto di abbattimenti non necessari, come per esempio per motivi fitosanitari seriamente documentati. Ma anche con un’ azione culturale rivolta alle autorità competenti e all’opinione pubblica per affermare l’idea che nella gestione del verde urbano, cioè di un bene pubblico di primaria importanza per la salute e la qualità della vita dei cittadini, esistono linee guida diverse e scientificamente comprovate rispetto a quelle adottate dalle amministrazioni comunali di questi ultimi venticinque anni.

Con ben due convegni, numerose iniziative e dibattiti pubblici, prese di posizione e infine in un’audizione nella Commissione Consiliare VI-Ambiente tenutasi nell’ottobre scorso abbiamo chiaramente manifestato il nostro dissenso verso la gestione attuale del verde urbano, riassumibile nello slogan “Abbattere/Sostituire/Rinnovare”. Uno slogan che sintetizza in realtà un’azione di gestione che, rinunciando alla cura quotidiana e nel tempo delle alberature ornamentali della città, possibile solo con personale comunale interno specializzato, ha sempre più puntato sulla esternalizzazione di questo importante servizio con appalti al ribasso e miranti solo ad una presunta economia di bilancio. L’abbandono della cura quotidiana delle alberature di alto fusto ha portato progressivamente a ritenere questo patrimonio come un peso e a presentarlo mediaticamente alla cittadinanza non come una risorsa ma come una fonte di pericolo. In questa direzione “abbattere, sostituire e rinnovare” non è più un’azione estrema per affrontare il problema del fine vita delle alberature secondo criteri razionali e tradizionali, ma si è trasformata in un’azione preventiva e ordinaria che ha stravolto, e sta continuando a stravolgere, radicalmente principi gestionali orticoli e giardinieri del verde urbano, messi a punto da una alta cultura orticola e giardiniera che ha contraddistinto questa città dall’Ottocento agli ultimi decenni del Novecento.

Infatti, ormai per sostituzione e rinnovo non si intende più la naturale sostituzione delle alberature arrivate alla loro fase di fine vita, ma adottare ritmi di rinnovo sempre più brevi (20-40 anni rispetto a quelli tradizionalmente e mediamente consolidati nel passato, cioè 60-80 anni) e soprattutto sostituzioni di specie di prima grandezza e spesso autoctone o largamente acclimatate e impiegate nei secoli passati, con nuove varietà di grandezza inferiore e richiedenti poca cura.

A questo slogan e alle linee guida che sottintende, abbiamo contrapposto quello di “Curare/Tutelare/ Incrementare”, che collega le azioni della gestione del verde urbano a quelle della cura e della conservazione delle piante adulte e delle specie che i nostri antenati hanno ritenuto più adatte e belle per le città dell’era industriale, e, ancora, al loro rinnovo graduale, e solo in caso di comprovata necessità secondo pratiche orticole e di arboricoltura a regola d’arte che le generazioni che ci hanno preceduto ci hanno lasciato in eredità.

Questa lunga premessa mi sembrava necessaria per far capire come anche in un periodo drammatico come questo, che a causa della pandemia virale in atto ci ha relegato a casa, sia riemerso il limite della attuale gestione del verde urbano. Infatti, in questi giorni di forzata limitazione delle attività non solo residenziali, ma anche lavorative dei cittadini, nel settore del verde urbano l’attività che all’esterno si è manifestata più chiaramente è quella dell’abbattimento di alberature d’alto fusto. Nonostante gli ordini restrittivi stabiliti dal Governo Italiano, sono continuate ad arrivare segnalazioni di abbattimenti, puntualmente documentati da foto via social. In una città pressoché deserta, si è ritenuto prioritario attuare abbattimenti  di alberi già programmati.   Possibile che non si sia pensato minimamente a dirottare queste azioni verso altre più necessarie e sensate?

Il nostro Sindaco si arrabbia pubblicamente e fa voce da sceriffo se i cittadini vanno a passeggiare alle Cascine, contraddicendo agli obblighi di stare a casa per prevenire il contagio, e poi accetta che le ditte che eseguono gli abbattimenti per il Comune continuino a lavorare. Sono passati tre giorni dalla richiesta formale a lui indirizzata da “Italia Nostra” per chiedere una moratoria per gli abbattimenti delle piante finché saranno in vigore le misure restrittive varate dal Governo Italiano e ancora non abbiamo avuto nessun tipo di risposta.

Se poi in questi tempi di assenza dei cittadini dalle vie, dalle piazze, dai giardini e dai parchi si ritenesse che il personale impiegato per la manutenzione del verde urbano possa essere utilizzato, s’intende nel rispetto delle norme di sicurezza e della incolumità indicati nella recente normativa emergenziale, avrei alcune proposte alternative all’uso delle motoseghe e agli abbattimenti:

  1. Che si impieghi il personale e le piattaforme per rimuovere il “secco” eventualmente presente nelle alberature, operazione questa molto importante per la sicurezza e l’incolumità dei cittadini e in questa stagione di ripresa vegetativa più facilmente individuabile anche nelle caducifoglie.
  2. Si utilizzi il personale e i mezzi disponibili, o da reperire, quali le autobotti per annaffiare bene le giovani alberature messe a dimora recentemente. Questa importante operazione di accompagnamento dovrebbe non solo costituire la norma per quanto illustrato in tutti i trattati di orticultura e arboricoltura, ma diventare elemento di particolare priorità ed urgenza in situazioni di fine inverno e inizio primavera, come quelle attuali, caratterizzate da giornate serene e senza precipitazioni, temperature miti e ventilate che asciugano l’aria e il terreno nei suoi strati superficiali.

Insomma sintetizzando, vorrei concludere queste riflessioni sulle possibili azioni sugli alberi della nostra città, in tempi di pandemia, con una richiesta in forma di aforisma:

“Basta moto-seghe, sì alla cura dell’acqua!”.

La messa in pratica possibile di questo invito, non solo porterebbe al patrimonio arboreo di Firenze benefici enormi nel prossimo futuro, ma ne beneficerebbero tantissimo anche gli occhi e gli orecchi dei cittadini di Firenze che amano gli alberi e che in queste giornate di dimora forzata possono osservarli e goderne solo a distanza.

Mario Bencivenni

Firenze 23 marzo 2020

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