Venerdi 28 maggio h. 11, Piazza Signoria. Antonio Natali (Premio Nazionale “Umberto Zanotti Bianco 2015” istituito da Italia Nostra), Mario Bencivenni (vice presidente della sezione fiorentina di Italia Nostra) e Vittorio D’Oriano (già, tra l’altro, Vice Presidente del Consiglio Nazionale Geologi): anticipazioni illustri di maratona civile

La caserma di costa San Giorgio e la targa dell’editto di Cosimo I del 1565 in via de’ Bardi: dopo tre crolli, vietato ricostruire

Dal comunicato stampa del 26 maggio dell’Associazione IDRA

“La ex Caserma Vittorio Veneto, già sede dell’Accademia Militare di Sanità, è situata in uno dei luoghi più caratteristici di Firenze, stretta fra l’Arno, il complesso di Forte Belvedere, Palazzo Pitti. Un luogo denso di memorie storiche e di emergenze architettoniche uniche al mondo. Dal punto di vista territoriale e ambientale, proprio per l’unicità dei luoghi e della bellezza naturale dal valore inestimabile, si ha difficoltà ad indicare l’emergenza più emblematica giacché tutto appartiene alla storia di Firenze, del rinascimento e quindi del mondo.Dal punto di vista più propriamente naturalistico l’area è contraddistinta da un equilibrio precario giacché almeno due sono le emergenze che tale la rendono.

L’ossatura geologica di tutto il rilievo è costituita da quella che un tempo era chiamata pietraforte, la stessa di molti palazzi e ponti fiorentini compreso Palazzo Pitti. Si tratta, come è noto sinteticamente, di una successione di arenarie generalmente a grana fine ma con livelli anche più grossolani, di colore “marrone avana ma non spento”, alternati a livelli francamente argillitici. I pochi affioramenti esistenti evidenziano una inclinazione verso nord-nord est, ovvero verso Via dei Bardi come segnalato nella cartografia specifica. Questa inclinazione, laddove si presenta meno inclinata del pendio, può dar luogo a movimenti gravitativi come già accaduto nei secoli passati.

Inoltre, e questa è la seconda emergenza da segnalare, tutto il versante presenta una ricchezza d’acqua tanto sorprendente quanto poco nota se non agli abitanti di Via dei Bardi e di Lungarno Torrigiani, della quale sono testimone diretto avendo potuto eseguire un sopralluogo, nell’ottobre del 2020, in una abitazione al piano terra di Via dei Bardi, proprio sotto il complesso ex militare. Ebbene, non solo i proprietari della casa lamentavano che periodicamente, e non sempre in coincidenza di eventi piovosi severi, la casa era invasa dall’acqua che filtrava da monte, ma tutto lo scantinato era invaso da una lama d’acqua fra i 30 e i 40 centimetri, che secondo la testimonianza dei proprietari difficilmente si prosciugava anche durante la stagione asciutta.

Queste due particolarità suggeriscono, se non impongono, che già in sede dell’eventuale  approvazione della variante urbanistica sia reso obbligatorio che tutta l’area contenuta nel quadrilatero Via dei Bardi, Piazza di Santa Maria Soprarno, Palazzo Pitti, Porta San Giorgio, Santa Lucia dei Magnoli venga preventivamente investigata con dovizia di indagini geognostiche sia dirette che indirette per ricostruire non solo l’assetto geo-strutturale in corrispondenza soprattutto degli scavi, per valutarne la stabilità propria e gli effetti indotti al costruito, ma anche il modello idrogeologico locale e le sue variazioni stagionali.”

Vittorio D’ORIANO

geologo, componente della Consulta dell’ISIN, Ispettorato Nazionale per la Protezione Nucleare e Radioprotezione

già Vice Presidente Consiglio Nazionale Geologi

già Presidente della Fondazione Centro Studi del Consiglio Nazionale dei Geologi

Associazione di volontariato Idra COMUNICATO STAMPA, 25.5.’21

Natali e Bencivenni: anticipazioni illustri di maratona civile

Testimonieranno venerdì accanto ai cittadini: scongiurare l’insostenibile pesantezza della variante Costa San Giorgio!

La loro firma nel lunghissimo elenco di adesioni – oltre 600 – raccolte fra studiosi, artisti, architetti, paesaggisti, ricercatori, educatori, storici dell’arte. Ma anche cittadini ‘comuni’, sorpresi e indignati da un intervento che minaccia – all’insaputa del mondo della cultura – di stravolgere la qualità ambientale, la vivibilità e l’accessibilità di un angolo pregiato del patrimonio mondiale Unesco, a pochi passi dal Ponte Vecchio, fra Santa Felicita, Boboli e Belvedere, perpetuando un modello turistico rivelatosi devastante e perdente. 600 nomi che saranno letti e scanditi venerdì mattina, a partire dalle 11, sotto Palazzo Vecchio, alternati agli interventi in presenza e da remoto di alcuni fra i maggiori esponenti della cultura fiorentina e nazionale, come Antonio Natali e Mario Bencivenni, che firmando il Manifesto Boboli-Belvedere hanno voluto indicare alla classe politica che amministra la città la strada maestra dell’urbanistica partecipata: quella che chiama i decisori a condividere democraticamente – prima di deliberare – i valori della conoscenza, del confronto, del dibattito pubblico.

“Quelli che ci sono toccati sono giorni segnati da un conformismo culturale che svilisce ogni impresa. È un conformismo che si manifesta a principiare dal linguaggio, sempre più ingolfato di vocaboli e formule gergali inglesi, che s’assumono nella scriteriata convinzione di nobilitare i nostri pensieri. Un abuso che però non è più volgare di quello che si pratichi quando si ricorra a espressioni gergali italiane, adottate per richiamare l’attenzione dei più. “Sinergia”, “fare squadra”, “museo diffuso” sono parole diventate magiche: la loro evocazione par che basti a qualificare un progetto. Non importa se il progetto sia una montatura oppure si rivelerà irrealizzabile o se poi sia davvero buono. Il tempo non ha più memoria: una promessa vale per quello che sùbito fa guadagnare in immagine; nessuno se ne ricorderà quando non sarà mantenuta. Al cospetto di quanto si preannuncia sulla Costa San Giorgio conviene riflettere sul significato di ‘museo diffuso’. Se ne parla tanto, ma a parlarne non si dura fatica. L’Italia è, sì, un museo diffuso, ma non basta astrattamente proclamarne l’esistenza. Il ‘museo diffuso’ c’è pervenuto in eredità gratuita; è nostro compito salvaguardarlo, restituendogli al contempo valore culturale. Non ha confini il ‘museo diffuso’: è nei borghi come nelle città. Firenze ha l’obbligo di guardare ai suoi contorni senza tuttavia dimenticare mai che anche il suo patrimonio è parte del ‘museo diffuso’. Patrimonio ricco, ma molto fragile. Tener conto a Firenze della contemporaneità è vitale perché non si trasformi in una città sotto vuoto; la contemporaneità però ha da essere eticamente fondata. Non può ledere la nobiltà del passato. Intervenire con pesantezza sulla Costa San Giorgio non è né storicamente né eticamente ammissibile. Tanto più se poi si ama sproloquiare di ‘museo diffuso’”.

Antonio NATALI

direttore degli Uffizi dal 2006 al 2015

“La ex caserma Vittorio Veneto ha accorpato due Conventi (S. Giorgio dello Spirito Santo e S. Girolamo – S. Francesco sulla Costa) che già alla metà del ‘500 si connotavano come una presenza importante sul Poggio de’ Magnoli o di Belvedere. Due episodi che con la loro posizione a cavaliere di questo importante colle creavano un’estensione del convento e della chiesa di S. Felicita verso la sommità del colle che sarebbe stata occupata dalla fortezza del Buontalenti. Insomma un asse di insediamenti conventuali a spartiacque fra il nuovo magnifico giardino di Boboli e l’asse viario di via dei Bardi e il fiume Arno. Infatti parte dei loro vasti orti e giardini che si collegavano a quelli di S. Felicita erano andati ad incrementare il nuovo imponente giardino di Boboli. La presenza di questi orti puntualmente descritti negli inventari delle soppressioni documentano inoltre la presenza di acqua nel sottosuolo del colle e quindi della sua fragilità idrogeologica (non a caso una parte del lato verso via dei Bardi di fronte al Palazzo Capponi registrò una tremenda frana che distrusse con perdite di vita edifici e case posti nell’attuale giardino di lato a Costa Scarpuccia, e denominò con l’appellativo “delle rovinate” questo ramo dei Capponi). I due conventi dopo l’ultima soppressione seguita all’Unità d’Italia, data la prossimità al Forte di Belvedere, furono uniti per ospitare una caserma militare e poi nel 1928 l’alloggiamento degli allievi della Scuola di Sanità Militare realizzata nell’ex Convento del Maglio. Destinazioni che sicuramente hanno modificato profondamente gli ex conventi, mantenendo però intatti l’organismo e la distribuzione originari. Ma perché allora non si è pensato sia nel piano strutturale che nel regolamento urbanistico di indicare per la dismissione di questo importante e storico contenitore destinazioni che impedissero ulteriori definitive distruzioni e che potessero creare le premesse di un suo restauro conservativo? Dall’esame degli atti di governo del territorio e della variante in corso di approvazione questo sembra essere completamente ignorato e trascurato”.

Mario BENCIVENNI

Docente di Storia e teoria del Restauro dei Monumenti, Giardini Storici e Paesaggio, La Sapienza, Facoltà di Architettura, Roma

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