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Dossier di Italia Nostra e V.A.S sulle nuove costruzioni previste dal Piano Regolatore di Bagno a Ripoli

Dossier di Italia Nostra e V.A.S sulle nuove costruzioni previste dal Piano Regolatore
di Bagno a Ripoli in aree di alto valore paesaggistico

Bagno a Ripoli, 18/10/2000
La sezione di Firenze di “Italia Nostra” e il circolo “Chianti Fiorentino” di “VAS – Verdi Ambiente e Società” hanno inviato alle autorità competenti uno studio sugli interventi di nuova edificazione previsti dal Piano Regolatore di Bagno a Ripoli in aree di alto valore  paesaggistico e storico, sollecitando da parte delle stesse un urgente  intervento di tutela.
Lo studio riguarda 8 dei tanti interventi di nuova costruzione previsti dal Piano Regolatore, approvato subito prima delle elezioni locali del 1999 nonostante proteste e osservazioni. Si tratta degli interventi a Villamagna, alla Pieve a Ripoli, sulla collina di Baroncelli, a La Fonte, a Osteria Nuova, e a Balatro. Borghi minori, monumenti millenari e colline ricoperte di olivi che costituiscono un patrimonio collettivo di inestimabile valore.
Molte di queste costruzioni sono previste in aree sottoposte a vincolo paesaggistico per la loro “non comune bellezza”. Altre, su aree sottoposte a vincolo archeologico. Alla Pieve a Ripoli le nuove case sorgerebbero proprio accanto alla chiesa (protetta da vincolo secondo la legge 1089/39) e agli storici edifici ad essa annessi, ed altererebbero completamente la fisionomia “di uno dei luoghi di maggior interesse storico e monumentale del Comune”.
Dagli originali del piano regolatore, riportati in copia nel documento, si ricava che non esiste un limite massimo al numero degli appartamenti da realizzare, ma solo alla loro superficie; quest’ultima, se si rispetteranno le cifre riportate nel piano, potrà arrivare ad un valore di 126 metri quadri ad appartamento in media.
Il dossier evidenzia come il Ministero dei Beni e Attività Culturali, le Soprintendenze e la Regione, alle quali il documento è stato inviato, sono chiamate ad esprimersi sulla compatibilità delle nuove edificazioni con i vincoli esistenti. Richiama anche il Comune di Bagno a Ripoli a “rispettare l’impegno, preso pubblicamente dal Sindaco, di modificare il Piano Regolatore escludendo dal perimetro del centro abitato le aree non interessate da nuove costruzioni”, aree sulle quali potrebbero costituirsi aspettative di ulteriore edificazione.
Le associazioni ambientaliste sono già intervenute sul Piano Regolatore di Bagno a Ripoli nel recente passato, con osservazioni e documenti che tuttavia non hanno avuto finora alcun esito. Lo scorso 6 maggio hanno promosso nel Comune un convegno dal titolo “Paesaggio e Sviluppo Sostenibile”, al quale hanno partecipato esperti, pubblici amministratori e cittadini.

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Italia Nostra ed il referendum sull’Ipercoop di Gavinana

Firenze, 09.10.2000

Italia Nostra sostiene il referendum sul progetto Iprcoop a Gavinana?
Perchè tale progetto urbanistico è un esempio emblematico di cultura della separatezza e di piano delle proprietà che nulla ha a che vedere con il piano dei cittadini – e invita i fiorentini a dare il loro contributo alla raccolta
legalizzata delle firme entro il 26 ottobre

E’ quanto meno curioso che, di fronte ai ricorrenti disastri edilizi e urbanistici determinati dal “caos regnante” (per dirla  con Leonardo Benevolo) nella politica del fare dell’Amministrazione Comunale Fiorentina, fatta “di sovrapposizioni, di episodi” frutto della “cultura della separatezza”, di “parti scorrelate, il piano delle proprietà che nulla ha a che fare con il piano dei cittadini” (da una lucida presa di posizione di Mariella Zoppi), l’attuale responsabile dell’Urbanistica, assessore Gianni Biagi, non avverta la responsabilità di esprimere una critica presa d’atto in merito alla devastazione provocata negli ultimi anni dai “riempimenti” a cemento e “dal dominio della speculazione fine a se stessa” (secondo la preoccupata diagnosi di don Enzo Mazzi), con “il centro svuotato dalla originaria presenza popolare” e artigiana che è sempre più “destinato alle fredde funzioni del consumismo turistico e del terziario”, specialmente commerciale, e con le periferie che si rivelano “senz’anima, senza dignità, senza servizi, senza luoghi dignitosi di socializzazione e di fruizione e produzione culturale”.
Anziché porre finalmente a serrata revisione critica una politica che appare “succube dell’iniziativa dei vari attori, pubblici e privati, sostanzialmente priva di idee” (così un documento sottoscritto dai docenti del Dipartimento di Urbanistica e Pianificazione del Territorio dell’Università di Firenze). L’assessore, nella primavera del 2000 – con riferimento proprio al progetto di Ipercoop in viale Giannotti – è arrivato a dichiarare, con tono, tra l’altro, inspiegabilmente arrogante ed infastidito, che la sua azione è coerentemente volta a superare “la tendenza cronica di questa città a rimettere in discussione anche le decisioni a lungo dibattute e già definite, grandi o piccole che siano”: ovviamente, Biagi ha omesso di precisare che la sua ferma posizione va a garanzia di decisioni assunte ora nel contesto dello strumento urbanistico ed ora in quello degli accordi di programma, ma sempre nel più pieno disinteresse per le regole della partecipazione democratica che chiedono agli amministratori di sforzarsi di guardare oltre la mitica “stanza dei bottoni”.
La conclamata volontà “notarile” dell’assessore di volere “acriticamente portare avanti le decisioni già prese” non ha mancato di suscitare un’opportuna e preoccupata risposta sia da parte del consigliere al Quartiere 3 dell’opposizione Mario Razzanelli, sia del consigliere al Comune della stessa maggioranza Gianni Conti, sul problema di fondo dei rapporti tra l’amministrazione e i cittadini. Secondo Conti, l’amministrazione non può ritenere “nemici” i cittadini di via Palazzuolo, via Pisana, di San Domenico, ecc. L’assessore anziché chiedersi se il Prg [Piano Regolatore Generale] non sia pieno di “buchi neri”, scambia il popolo con chi non vuole l’ammodernamento di Firenze”.
La mole crescente delle istanze e denunce fatte (pure alla giustizia civile/amministrativa o penale) non solo da quelle inascoltate “Cassandre” che sono le associazioni ambientaliste, che pure a ciò sono istituzionalmente deputate, ma anche da decine e decine di comitati di quartiere o di strada e piazza – sorti spontaneamente per protestare contro  l’alta velocità e il raddoppio autostradale, i parcheggi e i sottopassi o le varianti stradali, gli elettrodotti e gli impianti telefonici e radiotelevisivi, il traffico e il degrado fisico e sociale del centro storico o delle periferie, l’abbattimento di alberi e le realizzazioni urbanistiche non di rado massive e incompatibili nei riguardi degli equilibri ambientali (a partire dai centri commerciali o dalle grandi strutture ludico-ricreative) -, in primo luogo sta a lamentare, anche con la ben nota e scontata vis polemica dei fiorentini, ma soprattutto con il risentimento e la rabbia nei confronti delle istituzioni (che non di rado finiscono col sostituirsi all’apatia e alla rassegnazione, con effetti sempre dirompenti sul piano sociopolitico), la voluta disinformazione, o almeno la non consultazione a fini di partecipazione da parte del “palazzo”.
Purtroppo, tale deprecabile “negarsi” dei pubblici amministratori si manifesta ormai abitualmente, sia sui grandi che sui piccoli problemi urbanistici e ambientali, con i molteplici pericoli a questi connessi.
Da qui la comprensibile reazione civica. “Sono le voci di persone che sono stanche di vedere le loro petizioni finire nel cassetto di un assessore distratto, o, ancora peggio, nell’armadio degli scheletri da non toccare.
Una rete di persone pronte a combattere e anche a coordinarsi tra di loro, in nome di “un concetto di base su cui tutti sembrano d’accordo: che Firenze deve appartenere in primo luogo ai suoi abitanti”. Va anche considerato – come sostiene il direttore de “La Nazione” Umberto Cecchi – che non esiste “nessun-altra città in Italia, nemmeno più Napoli, ormai, così refrattaria a voler capire i propri mali e a combatterli. Così impigrita nella sua totale immobilità di uomini e cose. Così disinteressata a se stessa”.
Eppure, queste sempre più giustificate e diffuse denunce non solo verso l’immobilismo, ma anche contro la vecchia urbanistica scoordinata, svilita, e “contrattata” con i cosiddetti “poteri forti” non sembrano suonare da ammonimento per l’Amministrazione Comunale Fiorentina, da tempo impegnata a gareggiare con quelle dei comuni della “cintura”, per costruire una vera e propria “città ed area metropolitana del consumo e del divertimento”, con una politica indiscriminata del “primo che arriva”, senza una pianificazione commerciale seria e senza un organico ‘piano delle funzioni’ che accerti i reali bisogni locali.
Soprattutto le aree industriali dismesse, una dopo l’altra, vengono “recuperate” (con l’infingimento mistificante della “riqualificazione urbana” e del “dare un volto alle periferie”, che pure comporta lo sperpero di cospicui incentivi finanziari, sottratti così alla fruizione reale della collettività) da svariati “templi del consumo di massa” o “non luoghi totali”, come gli ipermercati/supermercati/centri commerciali, o da autentiche “La Vegas della Piana”, come le cittadelle dello spettacolo e del divertimento, con o senza il corollario di rilevanti insediamenti residenziali.
Strutture tutte che gli osservatori preoccupati valutano nel loro grave o insostenibile impatto ambientale, come autentici disturbers sociali ed ecologici, in quanto destinate a produrre la perdita d’identità dei luoghi e la dissoluzione della “città dei cittadini”; ad incentivare ulteriormente la disgregazione del tessuto coesivo del piccoli negozi e le difficoltà di acquisto (e quindi di esistenza) da parte degli abitanti anziani, una volta che sia stata dissolta la rete tradizionale, ben più accessibile in termini spaziali e umani, delle botteghe “a misura d’uomo”; ad incrementare il traffico privato (e quindi l’inquinamento, in quartieri già prossimi al collasso per ciò che concerne qualità della vita, mobilità e rifiuti), e talora persino i rischi di ordine idrogeologico.
L’opposizione degli ambientalisti e della maggioranza dei cittadini è stata superata d’autorità, con l’avvio della cosiddetta “riqualificazione” in tante aree ex industriali, tra cui SIME e GOVER, FILA e SUPERPILA. Resta aperto il problema dell’ex  Longinotti  – per cui inutilmente è stata ricercata una soluzione “equilibrata” (come ad esempio suggerito da tanti amministratori e intellettuali, a partire da Vincenzo Bugliani, Riccardo Basosi e Antonio Paolucci), all’insegna di un insediamento non solo commerciale e il più possibile dimensionato sul quartiere e sugli “interessi della comunità” (e quindi assai più ridotto rispetto ai 3300 metri quadri previsti), per “conciliarsi con loro e magari sostenerli”, quanto ad impatto ambientale, “governo del traffico”, “vivibilità urbana” e diritti di sopravvivenza della “articolata rete del piccolo commercio tradizionale”.
Un referendum consultivo è stato tenacemente voluto (e infine autorizzato dall’Amministrazione Comunale, probabilmente per l’inizio del 2001) da uno specifico comitato coordinato dal consigliere del Quartiere 3 Razzanelli.
Recentemente, anche i Verdi fiorentini – da sempre assai critici sull’operazione, insieme ai Democratici – hanno deciso di organizzare una propria raccolta di firme per il referendum.
Per i motivi sopra esposti, Italia Nostra, in coerenza con le posizioni assunte nel passato, invita i Fiorentini a dare un contributo di sensibilità civica e ambientale, col partecipare alla raccolta delle firme (la scadenza è prossima: il 26 ottobre), perché la consultazione popolare possa realmente tenersi, e perché essa, così come augurabilmente altre a seguire su analoghe grandi operazioni urbanistiche d’impatto sicuramente massivo sulla città (a partire dal referendum finora negato sull’Alta Velocità), possa diventare l’occasione per gli schieramenti politici – come prefigurato dallo stesso vicesindaco Graziano Cioni – per presentare un coerente progetto urbanistico per Firenze.
Scrive, condivisibilmente, il caporedattore de “La Repubblica” Pietro Jozzelli che “sarebbe una bella prova, per la politica, se il referendum permettesse di discutere a fondo di Firenze, di ciò che si vuole o non si vuole fare, offrendo scelte alternative che permettano di capire che la politica è qualcosa di diverso da una melassa indistinguibile”: ovviamente, non solo per gli addetti ai lavori, ma anche e soprattutto per i cittadini.

Elettrodotti e ripetitori, ovvero su come si fa scempio del ‘bel paesaggio’ toscano

Prof. Leonardo Rombai

Anche a Firenze e in Toscana, almeno a decorrere dal 1996, Italia Nostra é parte in causa, insieme ad un crescente numero di comitati di cittadini e ad altre associazioni, nella lotta impari contro la proliferazione degli elettrodotti, dei ripetitori ed antenne radiotelevisivi e telefonici che, un po’ ovunque, in città e campagne, si stanno impunemente e sregolatamente moltiplicando, con i loro pesanti impatti paesaggistici e ambientali e gli inquietanti risvolti di ordine sanitario prodotti dalle onde elettromagnetiche che una adeguata legge nazionale dovrebbe, quanto prima, disciplinare.
Il fatto è che, anche a Firenze e in Toscana, siamo in presenza, oltre ad un Enel sulla via della privatizzazione e sempre più arrogante e insensibile agli interessi socio-sanitari e ambientali della collettività, a potenti forze economiche che stanno svolgendo una lotta titanica e costosissima (basta dare uno sguardo alla pubblicità) per accaparrarsi quote di mercato sempre più ampie della telefonia e delle comunicazioni radiotelevisive.
Purtroppo, corre obbligo di sottolineare che – nonostante l’approvazione da parte della Regione Toscana di normative degne di apprezzamento, che recepiscono gli indirizzi europei dello “sviluppo sostenibile”, come la legge urbanistica e la legge per la “Valutazione per l’Impatto Ambientale” del 1995 – ricorrenti sono gli interventi infrastrutturali (e più in generale urbanistici) che attentano gravemente ai valori paesaggistici, agli equilibri ambientali e talora persino alla salute dei cittadini, senza che le pubbliche amministrazioni abbiano ritenuto di esercitare le prerogative di cui dispongono a vantaggio degli interessi generali.
Anzi, elettrodotti, ripetitori e antenne continuano ad essere guardati dagli amministratori con occhio particolarmente riguardoso, in considerazione del loro asserito status “di opere di interesse generale” e per di più da realizzare “con carattere di urgenza”; di regola, infatti, gli elaborati progettuali approvati frettolosamente dalle stesse amministrazioni locali difettano delle dovute indicazioni relative ad altezza e numero dei tralicci e degli altri impianti e ai siti dove ubicarli, vale a dire dei presupposti elementari di un progetto da sottoporre alle procedure di V.I.A. secondo la specifica legge regionale.
E sempre più drammatica – con il ‘decentramento’ dei poteri in atto, specialmente della delega alle Amministrazioni Comunali spesso non adeguatamente preparate la funzione di autorizzare interventi ex art. 7 legge 1497/1939 – appare la realtà dei beni tutelati dal vincolo paesaggistico. E ciò per le forti pressioni prodotte soprattutto dai gruppi di interesse e di potere che gli amministratori non riescono o non vogliono arginare. In questo contesto sconcertante e avvilente, sempre più numerosi esempi stanno purtroppo a dimostrare che neppure le competenti Soprintendenze per i Beni Ambientali e Architettonici riescono o vogliono esercitare i poteri di cui sono investite proprio dalla medesima legge statale.
Circa il disordine esistente nel settore, basti dire che, a Firenze, solo nel giugno 1999 è stato finalmente avviato il censimento degli impianti televisivi e telefonici esistenti. Tale “radiografia” dovrebbe essere funzionale all’adozione di provvedimenti atti, se non a sostituire tale antiestetica e inquietante “selva” con sistemi via cavo, almeno a mettere la città in sicurezza in tema di onde derivanti dalla installazione di antenne e ripetitori.
Pur in tale quadro di previsioni positive, si continua però a perpetuare vecchie logiche, come dimostrano tanti casi, a partire da quello emblematico insorto, tra 1999 e 2000, nell’area collinare di grande pregio paesaggistico e panoramico di Montughi, ove i frati minori cappuccini (evidentemente immemori degli insegnamenti del Santo a cui si richiamano) hanno consentito al gestore Omnitel l’installazione sul venerato monumento della Madonna, in cima a via dei Cappuccini, di vari ripetitori per la telefonia mobile con interventi che prevedono scale, ringhiere e lavori murari di ogni tipo, oltre naturalmente a parabole di trenta, sessanta e centoventi centimetri.
L’ampia protesta civica che è immancabilmente esplosa testimonia la preoccupazione per la faciloneria con cui l’aspetto sicurezza è stato evidentemente liquidato anche dall’amministrazione comunale, colpevole di non avere nemmeno fornito una comunicazione pubblica sul fatto che, in mezzo a tante abitazioni cittadine in buona misura di valore storico, si andavano ad installare ripetitori di notevole potenza. Circa l’impatto delle onde elettromagnetiche sulla salute, infatti, non è più possibile credere che il problema possa continuare ad essere ignorato, considerando il dibattito che si sta svolgendo fra esperti che ne predicano l’innocuità ed esperti che, con altrettante buone motivazioni, ne sostengono la pericolosità.
Ancora più paradigmatica risulta la questione dell’elettrodotto Enel, dal 1996 in costruzione sulla linea Poggio a Caiano-Scandicci-Impruneta-centrale elettrica di Cavriglia, con i suoi mastodontici tralicci che  determinano la devastazione del “bel paesaggio” delle colline meridionali fiorentine e chiantigiane, oltre a tanta preoccupazione per la salute della numerosa popolazione residente lungo l’elettrodotto: elettrodotto che, nonostante la lotta politica e giudiziaria di associazioni (con la Nostra in prima fila che ha provveduto a denunciare l’Enel per “danno ambientale”), comitati, cittadini anche illustri e da ultimo taluni amministratori “ravvedutisi”, si continua a non volere eliminare con ricorso all’interramento, poiché ormai il mastodonte Enel, punta a risparmiare, e quindi tuttalpiù si offre di sostituire le mostruose strutture già realizzate con più bassi, e pertanto meno invasivi e (almeno così si pretende) “artistici piloni” o “griffe firmate d’autore”.
L’esempio dell’elettrodotto fiorentino e chiantigiano ha avuto almeno il merito di fare lievitare atteggiamenti più responsabili da parte di poche amministrazioni comunali che, grazie anche al pieno sostegno loro dato dalle associazioni ambientaliste e dai cittadini, hanno iniziato ad esprimere un’opposizione sempre più ferma sia alle nuove ma vieppiù insostenibile previsioni progettuali dell’Enel, sia a quelle volte al potenziamento di elettrodotti già esistenti con strutture che invariabilmente comportano un assai maggiore impatto paesistico e ambientale.
Sicuramente degno di apprezzamento risulta l’operato del Comune di Lucca riguardo al potenziamento della linea di Sant’Anna e della Piana e del Comune di Rosignano Marittimo che, per autorizzare la nuova centrale turbogas di Rosignano Solvay-Acciaiolo e le relative linee, per la prima volta in Italia, ha vincolato l’esercizio dell’impianto al rispetto di valori di campo magnetico tali da evitare il superamento di 0,2 microtesla nelle abitazioni civili, oltre che a costanti e capillari controlli sanitari e ambientali ad opera delle locali Asl e Arpat, onde evitare o almeno ridurre i rischi epidemiologici per la popolazione residente nell’area di Bagnolese attraversata dall’elettrodotto.
Risultati indubbiamente positivi sono stati ottenuti “mediante la saldatura di un vasto fronte di opposizione tra le associazioni e varie forze politiche” anche relativamente alla progettazione dell’elettrodotto tra Bibbiena e Pratovecchio, in costruzione nel “verde ed ameno” Casentino, in un contesto interessato dal parco nazionale e dall’ecomuseo che stanno attivando forme originali di economia ecocompatibile facenti leva sul fitto tessuto dei suoi beni paesistico-ambientali di matrice naturale e storica.
E’ sconcertante sottolineare che il mostruoso elettrodotto fiorentino e chiantigiano già ricordato, scandalosamente realizzato in parte sui crinali collinari con tralicci alti 67 m, ufficialmente presentato come semplice linea di “raccordo dalla centrale di Tavarnuzze all’elettrodotto Calenzano-Poggio a Caiano Sud”, con lunghezza leggermente inferiore ai 15 chilometri, all’evidente fine di evitare l’applicazione della procedura di Valutazione di Impatto Ambientale previsto dalla legge statale 9/1991 e dalla legge regionale 68/1995 (tanto che il competente Servizio del Ministero dell’Ambiente il 4 novembre 1999 scrive di essere “venuto a conoscenza delle problematiche relative alla realizzazione” della linea solo in conseguenza dell’interrogazione parlamentare dei Senatori Bortolotto e Boco presentata in data 27 maggio 1997, quando l’impianto era stato da tempo definitivamente autorizzato dal Ministero dei Lavori Pubblici, e precisamente l’11 luglio 1995), al momento dell’inizio dei lavori era stato debitamente autorizzato da tutti gli enti istituzionali competenti: i vari comuni, la Provincia di Firenze, la Regione, il Ministero dei Lavori Pubblici e la Soprintendenza BAA di Firenze, essendo il contesto paesaggistico in gran parte vincolato dalla legge 1497/39 fin dal 1955 (in considerazione del “caratteristico aspetto di valore estetico e tradizionale che la zona offre, altresì dei punti di vista accessibili al pubblico dai quali si può godere lo spettacolo dei colli della cerchia meridionale di Firenze”), oltre che punteggiato di innumerevoli monumenti tutelati dalla legge 1089/39.
Circa gli effetti dell’impianto, vale la pena di riportare un passo dell’interrogazione Bortolotto/Boco, presentata allorché Il misfatto non era passato inosservato anche a numerosi cittadini stranieri e quotidiani di rilevanza internazionale: nonostante l’impegno presente nel progetto Enel per “un netto miglioramento della situazione ambientale e paesaggistica della zona”, da ricercare anche con l’impiego di tralicci particolari, “in realtà, le colline toscane della zona conosciute in tutto il mondo per il loro valore paesaggistico, risultano violentate da  questa fila di tralicci alti il doppio di quelli preesistenti, piazzati sui crinali e accanto alle case nelle valli di Giogoli, San Cristofano e Colleramole”, punteggiate di ville, chiese e pievi medievali e rinascimentali.
Pur negando che la nuova linea costituisse qualcosa di sostanzialmente diverso dalla precedente linea a 132 e 220 kV, il Servizio del Ministero dell’Ambiente non può non sottolineare il fatto che “da un documento depositato presso la Regione Toscana dal titolo Raccordo a 380 kV S. Barbara alla linea Casellina-Arezzo, contenuto nello Studio di Impatto Ambientale relativo al progetto di trasformazione in ciclo combinato della centrale di S. Barbara, in Comune di Cavriglia (Arezzo), si poteva evincere che l’Enel intendeva provvedere ad un riclassamento a 380 kV dell’esistente direttrice a 220 kV tra Firenze-Arezzo e Villavalle (Terni)”. E che, “secondo tale ipotesi, il tratto in oggetto – vale a dire la Poggio a Caiano-Scandicci-Tavarnuzze  – avrebbe costituito solo un primo intervento della sostituzione della linea a 220 kV e pertanto il progetto, ai fini della valutazione dell’impatto ambientale, avrebbe dovuto essere valutato nel suo complesso e non per parti separate”.
Interrogata in proposito, l’Enel aveva provveduto a negare l’unicità della linea, dichiarando anzi che il progetto Tavarnuzze-Cavriglia-Arezzo-Villavalle “è stato accantonato”.
Fatto sta che successivamente, all’inizio del corrente anno, il progetto della dorsale per Cavriglia (attraverso le colline chiantigiane) è stato ripreso ed è tuttora in corso di discussione da parte delle amministrazioni locali, ci si augura una volta per tutte “ammaestrate” dagli scempi perpetrati e dalle arroganti inadempienze dimostrate all’Enel.
La Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici di Firenze il 12 giugno 1998, in una memoria trasmessa al competente ministero, doveva riconoscere che con tale nuova linea elettrica a 380 kilovolt in costruzione (in sostituzione di altra di minor voltaggio) “si è avuto un grave effetto di impatto ambientale, dovuto all’aumento dimensionale dei tralicci metallici, posti quasi sempre sui crinali delle colline”: un effetto così grave da richiedere correttivi radicali per rendere accettabile l’impianto, come l’interramento di parte della linea (da 3,5 a 6,5 chilometri), lo spostamento per pochi metri di alcuni tralicci di sostegno e l’adozione di strutture aeree di minore impatto nell’area collinare di maggiore pregio paesaggistico, quella di Giogoli e San Cristofano.
La Soprintendenza sottolinea con chiarezza le incongruenze e vere e proprie irregolarità dell’iter progettuale consistenti:

  1. Nell’inoltro, da parte dell’Enel, “di progetti parziali, comune per comune seguendo l’iter previsto dalla legge 431/1985 e non di progetti generali per le intere linee”. Tale sotterfugio, vale a dire “l’invio di progetti scaglionati nel tempo, oltre a non consentire una valutazione sufficientemente adeguata degli interventi, elimina la possibilità di inoltrare l’intero progetto al vaglio dell’Ufficio Centrale, come previsto dai vigenti regolamenti, eludendo così una visione complessiva che interessa oltre la Regione l’intero Paese”;
  2. nella “troppo imprecisa e sintetica redazione dei progetti che non rispecchiano la reale incidenza sul paesaggio”. Infatti, data anche la scala troppo piccola dei grafici, “non sono apprezzabili le modifiche di percorsi (linee in sostituzione), quasi sempre dettate da un desiderio di razionalizzazione o di economia e non certo supportate da adeguato esame dei valori paesaggistici”.

Se la partita contro l’elettrodotto fiorentino e chiantigiano è ancora in corso, un significativo successo ha fin qui ottenuto l’impegno di Italia Nostra contro il ripetitore televisivo Rai che si intendeva realizzare nel Comune casentinese di Castel San Niccolò, sulla collina di La Ripa-Poggio al Vento, indicata con fideistica sicurezza come sito “migliore”, senza produrre spiegazione alcuna dei criteri che avevano orientato la scelta.
La Soprintendenza per i Beni Ambientali, Architettonici, Artistici e Storici di Arezzo nel 1997 non aveva ritenuto “che ricorressero motivi di legittimità idonei a proporre l’annullamento della delibera” comunale, del tutto priva di motivazione, o di porre altre condizioni “atte a ridurre l’impatto sul paesaggio” se non quelle … di colorare di verde il deturpante traliccio (di struttura metallica di 30 m d’altezza, poggiante su un basamento in cemento armato, corredato di “casetta metallica” e di relativa “rete di recinzione”), in modo che questo potesse  “mimetizzarsi (sic) quanto più possibile con la vegetazione circostante”. Condizione che dimostra in modo palmare l’assoluta ignoranza dei luoghi che, di fatto, appaiono caratterizzati da una boscaglia ancora bassa e rada formatasi su terreni agricoli di recente abbandono, intorno ad una piccola casa colonica di montagna del tipo “di pendio” e di rilevante interesse storico-documentario, circondata da un esiguo resede tenuto a prato naturale.
Il ripetitore avrebbe dovuto essere installato proprio nel piazzale posto a circa 40 m di distanza dal caratteristico edificio in pietra, in un punto di eccellente valenza panoramica, essendo visibile da molte delle dorsali che dal Pratomagno digradano nel fondovalle del Casentino.
L’opposizione all’impianto è derivata dal fatto che l’area sulla quale avrebbe dovuto essere collocato tale ripetitore presenta alti pregi paesistici e panoramici (per tali motivi risulta vincolata sia ai sensi della legge regionale 52/1982 sul “sistema delle aree verdi protette”, sia ai sensi della “Galasso” 431/1985), essendo anche intessuta di edifici e percorsi stradali storici e di resti archeologici d’età romana (villa rustica, strada di collegamento tra Firenze e il Casentino, ecc.) e medievale (ospedale in loc. Isola). Grazie alla stretta collaborazione con la Soprintendenza Archeologica della Toscana, l’associazione è riuscita a far avviare e concludere positivamente l’istruttoria di vincolo dell’area ai sensi dell’art. 1, lettera “m” ex lege 431/1985, e quindi a bloccare la previsione che (per la pervicacia dell’amministrazione locale e della Rai a voler insistere sulla localizzazione in questione, anziché ricercare un sito più idoneo sotto il profilo paesaggistico-ambientale, come più volte ragionevolmente chiesto dal competente ufficio centrale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali) già si era tradotta in una specifica concessione edilizia.

Il degrado urbano fiorentino: le segnalazioni dei cittadini

Anno 2000

Il Viale dei Colli – Scrive l’Arch. Piero Inghirami

Negli ultimi tempi ho avuto modo di percorrere più volte a piedi la passeggiata del Viale dei Colli dal ponte San Nicolò al Piazzale di Porta Romana. Premesso che questo percorso verde è certamente uno dei più belli e significativi a livello europeo e forse mondiale – e come tale ci è da tutti riconosciuto – desta meraviglia e sconcerto lo stato di degrado e di incuria in cui è tenuto da chi dovrebbe risponderne come diretto custode di fronte alla comunità internazionale.
La sporadicità della manutenzione e della pulizia, la discontinuità degli interventi di restauro e conservazione, l’insipienza delle immissioni di nuovi elementi di arredo urbano o similari, sono sotto gli occhi di tutti.
In particolare vorrei richiamare la Sua solerte attenzione anche sul versante della passeggiata verso Porta Romana.
In questo momento l’arrivo della primavera conferisce agli splendidi giardini del Bobolino un aspetto più accettabile grazie alla luce più splendente, alle sfumature dei verdi del fogliame, a qualche macchia di colore più intensa dei primi fiori, ma basta concentrare la propria attenzione su alcuni particolari per essere colpiti da tutta una serie di pietosi esempi che offendono il più elementare senso estetico e artistico. All’evidente carenza di personale addetto è imputabile tutta una serie di problemi. Sporcizia diffusa nei vialetti (spesso scavati dalle acque non correttamente incanalate) e sui prati, cumuli di foglie secche che il vento sparpaglia ovunque, elementi architettonici che gridano urgenti interventi di restauro (vedasi le torrette del Roster al Tivoli, le grotte maleodoranti, le vasche sovente prive del getto d’acqua centrale e sprovviste delle originali ringhiere di protezione, ed infine anche i bei sedili in pietra e i mosaici completamente danneggiati). Condizioni in generale degradate che in taluni casi costituiscono anche un pericolo per coloro che decidono di avventurarsi in una semplice passeggiata nelle zone più belle della loro città.
Talvolta sembra che l’Amministrazione decida di porre qualche rimedio a questa situazione, di ovviare a qualche inconveniente; si cominciano a vedere delle ruspe, dei camioncini, delle piccole équipe di operai, ma balza subito agli occhi che ci si trova di fronte ad interventi non ispirati da consapevoli criteri di rispetto degli intendimenti progettuali poggiani, sia sotto l’aspetto dell’arredo sia delle specie vegetali originarie (viene da chiedersi se la Soprintendenza ai B.A.A.S. venga interpellata in tali occasioni), interventi spesso incompleti, non risolutivi e soprattutto non sicuramente concertati con un personale specializzato nella tutela e nel mantenimento del patrimonio ambientale: mi riferisco essenzialmente ai pochi giardinieri rimasti i quali conoscono a fondo i problemi legati al ciclo vitale delle piante e potrebbero meglio di chiunque altro dare un contributo valido e teso al miglioramento costante di queste splendide zone di Firenze.
Questo patrimonio, che non solo i concittadini, ma i turisti di tutto il mondo visitano in ogni stagione, deve assolutamente essere tutelato e salvaguardato prima che il permanere del degrado diventi irreversibile e veniamo ancora una volta additati dal visitatore come disattenti tutori del nostro patrimonio storico e ambientale.

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