Archivi della categoria: Agricoltura biologica

Il nuovo Frantoio Buonamici di Montebeni (Fiesole). L’impatto paesistico intollerabile della struttura industriale in cantiere nella Val di Sambre

Il nuovo “frantoio” ripreso dall’alto (satellite), da Vincigliata e da Ontignano

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Il nuovo “Frantoio” Buonamici di Montebeni, l’adiacente Circolo Arci La Montanina e il distretto biologico di Fiesole in una lettera di denuncia, ad oggi priva di risposta, inviata dal nostro Presidente a Sindaco e Assessore di Fiesole, Dirigenti Città Metropolitana e Regione (le tre Sezioni competenti) e Soprintendente

Il residente o l’escursionista che passeggia, scendendo o risalendo le vie dei versanti della piccola Val di Sambre – ambientalmente e paesisticamente pregevoli per la permanenza di un paesaggio agrario che mantiene molti contenuti storici e tradizionali (coltivazioni per lo più ad olivi, intervallate a cipressete e a boschetti di latifoglie e conifere, antiche case contadine spesso turrite e stradine bianche poderali, sistemazioni orizzontali dei versanti, ecc.) – da molti punti di visuale della testata e del versante orientale avverte la sgradita sorpresa, o vero e proprio ‘pugno nell’occhio’ o shock panoramico, di una nuova e assai grande struttura agroindustriale in costruzione, che si presenta a breve distanza dal Circolo Arci La Montanina e dal piccolo centro abitato di Montebeni, in Comune di Fiesole: precisamente nel versante collinare dominato dall’oliveto – che, ovviamente, nell’area di cantiere, è già stato privato della sua copertura arborea e massicciamente sbancato – di proprietà della Società Agricola Buonamici srl, impresa assai nota e da lungo tempo specializzata nella produzione di olio, cui si accede da Via Montebeni 11. […] Ed è anche da rilevare il fatto che l’area fa parte del distretto biologico di Fiesole, di cui proprio l’imprenditore Cesare Buonamici è Presidente: un organismo che programmaticamente fa leva sul metodo di produzione biologico “come modello di gestione sostenibile delle risorse”, e come sistema idoneo a “salvaguardare e valorizzare il paesaggio”, mediante “interventi e servizi finalizzati al miglioramento delle condizioni dell’ambiente e all’utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali.

Leggi l’intero contenuto della nostra lettera di denuncia

L’olivocoltura super intensiva. Che ne sarà di quella tradizionale?

Italia Nostra Firenze condivide e appoggia con convinzione le preoccupazioni di Italia Nostra Valdichiana

Comunicato stampa di Italia Nostra Valdichiana
Il progetto di impiantare l’olivocoltura super intensiva in Val di Chio porta a interrogazioni e riflessioni.
Sono state valutate le ricadute sull’ambiente? La sostenibilità? L’impatto sul nostro Paesaggio? La biodiversità?
Le ricadute sull’ambiente sono inevitabili a meno che questo tipo di agricoltura sia gestito con tecniche biologiche, non essendo precisato lascia a pensare che si tratterà di super coltura intensiva con uso importante di fertilizzanti e di pesticidi chimici per un buon rendimento..Dal parere di esperti risulta che la coltura intensiva degli olivi rappresenta una delle principali cause dell’erosione del suolo con conseguente impoverimento, il quale richiederà sempre maggiore fertilizzanti, e pesticidi chimici, provocando ricadute negative sulla biodiversità della flora e della fauna, con degrado del Paesaggio e degli habitat e inquinamento delle falde acquifere.
Questa nuova agricoltura ha un obiettivo strettamente economicistico, che non prende in considerazione le numerose e negative ricadute sull’ambiente, sulla biodiversità e sul paesaggio.
L’olivocoltura super intensiva può comportare fino a 1600 piante per ha, anche se le piante sono di dimensioni minori, gli impatti saranno considerevoli.
La qualità dell’olio sarà inferiore, allora che ne sarà del rinomato olio toscano? Quale futuro per l’olio da coltivazioni tradizionali??
La conservazione del paesaggio storico toscano, mondialmente conosciuto per la sua bellezza è la ricchezza per la Toscana, va conservato e salvato come va salvata la biodiversità. Va conservata l’olivocoltura tradizionale e di conseguenza vanno salvati i terreni coltivati ad olivi per evitare l’ulteriore abbandono che è già in atto, specialmente nelle aree collinari per evitare gravi problemi futuri.
Non possiamo dire addio a tali ricchezze in una regione come la Toscana dove gli agricoltori da tempo hanno saputo sviluppare con la coltura promiscua un paesaggio unico, ma valutiamo seriamente le conseguenze e chiediamo agli Enti preposti alla salvaguardia e alle Amministrazioni locali di sostenere con efficacia l’olivocoltura tradizionale riconoscendo il ruolo fondamentale degli agricoltori nel tutelare valori e beni, patrimonio di tutti, salviamolo. Questi sono i custodi delle nostre colline! Considerando l’aspetto idrogeologico e la sua importanza, l’abbandono dei terreni collinari sarebbe un disastro come ne vediamo oramai tanti purtroppo, è un aspetto che va valutato con urgenza e impegno.

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La carta dei diritti della terra coltivata. La firma a Milano in vista di Expo 2015

Fonte: Il Corriere della Sera
Di: Carlotta Clerici

Quattro i pilastri fondamentali: dignità, integrità,
naturalità e fertilità

«La terra non ha voce, non parla. Ha la stessa dignità di un essere umano, lo stesso respiro. Ma da sola non può preservare la sua integrità». È con queste parole che Andrea Farinet, docente dell’Università Cattaneo, presenta la prima carta universale dei diritti della terra coltivata. Un documento, ispirato ai principi della carta dei diritti umani, firmato il 15 maggio a Milano all’interno del primo European Socialing Forum. Con l’obiettivo di tutelare la dignità terrestre attraverso sedici principi ideologici, che vanno dall’assicurare la sopravvivenza della biodiversità fino alla protezione delle foreste e alla salute dei mari. Pilastri ispiratori non solo per la cura della vita, ma anche in vista di Expo 2015, che è incentrato appunto sulla nutrizione del pianeta. A sottoscrivere la carta durante l’incontro milanese, anche l’ambientalista indiana Vandana Shiva, autrice di pagine importanti sulla democrazia della terra e presidente dell’International Forum on Globalization.
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Anche in Italia la petizione per la riforma ‘verde’ della Politica Agricola Comune

Fonte: Adnkronos

In vista della votazione in plenaria del Parlamento Europeo sulla riforma della Politica Agricola Comune (Pac) 2014-2020, annunciata per il prossimo 11 marzo, le associazioni ambientaliste e dell’agricoltura biologica e biodinamica italiane lanciano anche in Italia la petizione online indirizzata ai parlamentari europei impegnati nei prossimi giorni a decidere sul futuro dell’agricoltura. La petizione era stata lanciata da da 277 associazioni e organizzazioni europee attraverso la quale tutti i cittadini europei possono far sentire la loro voce per sostenere una riforma verde che renda l’agricoltura europea più pulita, sostenibile, sana e giusta.
Negli ultimi 10 anni, denunciano le associazioni, le aziende sono calate del 32,2% e il loro reddito del 25,3% e in Europa nell’ultimo decennio si sono persi complessivamente 3,7 milioni di posti di lavoro nell’agricoltura. Il 92% dei fiumi e dei laghi di tutta Europa sono inquinati per l’uso eccessivo di concimi chimici e pesticidi e soffrono per l’eccessivo prelievo di acqua destinata all’agricoltura (in Italia il 60% dei consumi idrici), negli ambienti agricoli dal 1980 ad oggi sono andati persi oltre 300 milioni di uccelli selvatici. I dati sull’ambiente in Europa evidenziano una crisi generalizzata della biodiversità e il consumo di suolo agricolo negli ultimi sessant’anni, un milione e mezzo di ettari dei terreni più fertili in Italia, mette a rischio anche la sicurezza alimentare.
”Se non vuoi che i tuoi soldi siano usati per finanziare pratiche agricole che devastano il territorio chiedi ai tuoi rappresentanti al Parlamento Europeo di votare a metà marzo per una politica agricola più verde. Per la prima volta nella storia infatti hanno il potere di votare per una politica agricola amica della Natura, che non sperperi i nostri soldi e che serva a produrre cibo sano in maniera più sostenibile. Questo porterà benefici per tutti”, chiede l’appello online promosso a livello europeo, al quale hanno aderito in Italia il Fai, Italia Nostra, Touring Club Italiano, Associazione Italiana Agricoltura Biodinamica, Siep e Slow Food.

Petrini: “Fermare il consumo di suolo libero”

Fonte: Casa&Clima

Appello del fondatore di Slow Food per una moratoria contro il cemento e contro gli impianti fotovoltaici su aree agricole

Occorre emanare “una moratoria nazionale contro il consumo di suolo libero”, perché “se la terra agricola sparisce il disastro è alimentare, idrogeologico, ambientale, paesaggistico”.
A lanciare la proposta, comparsa oggi sulle pagine del quotidiano La Repubblica, è Carlo Petrini, gastronomo, giornalista, scrittore e fondatore del movimento culturale Slow Food.
Enorme consumo di territorio
Nel suo articolo Petrini lancia un grido d’allarme sul consumo impressionante del territorio italiano: dal 1950 è andato perso in Italia il 40% della superficie libera, e dal 1990 al 2005 “si sono superati i due milioni di ettari di terreni agricoli morti o coperti di cemento”. La selvaggia e incontrollata occupazione del suolo libero riguarda ormai ogni Comune, Provincia e Regione d’Italia e viene accelerata, scrive Petrini, anche da alcune iniziative del Governo e delle amministrazioni locali, come ad esempio il Piano Casa.
No agli impianti fotovoltaici su aree agricole
Il fondatore di Slow Food punta il dito non solo contro il proliferare incontrollato dei centri commerciali, delle shopville, delle aree residenziali in campagna, dei nuovi quartieri periferici, ma anche contro l’installazione selvaggia di parchi eolici e di impianti fotovoltaici su terreni agricoli. “I pannelli fotovoltaici a terra inaridiscono completamente i suoli in poco tempo, provocano il soil sealing, cioè l’impermeabilizzazione dei terreni” scrive Petrini, osservando come sia stupido dedicare agli impianti fotovoltaici “immense distese di terreni coltivabili in nome di lauti incentivi, quando si potrebbero installare su capannoni, aree industriali dismesse o in funzione, cave abbandonate, lungo le autostrade”.
Eolico in odore di mafia
Quanto all’eolico selvaggio, Petrini lo definisce “sovradimensionato, sovente in odore di mafia e sprecone”, ma poi ci tiene a precisare che il suo non è un articolo contro il fotovoltaico o l’eolico, ma “contro il loro uso scellerato e speculativo”.
Serve una moratoria
Di fronte a un consumo del territorio che pare inarrestabile, Petrini invita i cittadini a mobilitarsi per dire basta e propone una moratoria nazionale che i ministeri dell’Agricoltura, dell’Ambiente e dei Beni Culturali dovrebbero rendere ufficiale congiuntamente.

Una legge anti-cemento per salvare i contadini: ogni giorno cento ettari sepolti sotto il cemento,una legge anti scempio

Fonte: La Repubblica

Ieri il ministro delle Politiche agricole e forestali, Mario Catania, ha convocato a Roma una conferenza intitolata “Costruire il futuro: difendere l’ agricoltura dalla cementificazione”. Un evento piccolo, ma a suo modo storico, perché in Italia è finalmente caduto un pesante velo istituzionale. Per la prima volta un ministero riconosce apertamente che il consumo di suolo è un problema grave e quindi una priorità. E’ stato presentato un rapporto ufficiale con statistiche eloquenti e, un po’ a sorpresa, un disegno di legge «in materia di valorizzazione delle aree agricole e di contenimento del consumo di suolo» che, tra le altre cose, propone con grande coraggio l’abolizione dell’uso da parte dei Comuni degli oneri di urbanizzazione per la spesa corrente. Il suolo è un bene comune. Una volta cementificato perde fertilità in maniera irreversibile, smette per sempre di produrre cibo, bellezza, cultura. Tre elementi che sono le nostre migliori ricchezze, che continuiamo a sperperare senza ritegno. A tal proposito, sia sufficiente una citazione attribuita all’ economista John K. Galbraith: «Penso alla vostra patria, alla bellezza del suo paesaggio, alle vestigia storiche, alla sua agricoltura, al suo turismo. Se voi oggi siete in crisi è colpa vostra». È colpa nostra bruciare risorse uniche: secondo il rapporto del ministero dal 1971 al 2010 abbiamo perso il 28% della superficie agricola utilizzata, unarea grande come Lombardia, Liguria ed Emilia-Romagna. Ogni giorno si cementificano 100 ettari di suoloe l’agricoltura italiana soddisfa soltanto più l’80% del nostro fabbisogno alimentare. Se per alcuni decenni l’ agricoltura ha sopperito alla diminuzione dei terreni con l’incremento delle rese delle coltivazioni, oggi ciò non è più possibile per motivi strutturali e di sostenibilità ambientale. L’agricoltura industriale non può andare tanto oltre quanto non si sia già spinta. Intanto il sistema di produzione del cibo soffre profondamente. Scarsa remunerazione ai contadini, una filiera iniqua che penalizza soprattutto gli agricoltori e una mancanza cronica di giovani che rigenerino le nostre campagne sono un perfetto apripista per la perdita dei nostri terreni fertili, sia per cementificazione, sia per abbandono. La crisi del mondo agricolo è la prima causa del male, perché se distruggiamo i presidi principali del territorio, ovvero le persone che lo lavorano e lo curano, non ci sarà più speranza. Per ritrovarla servono nuovi paradigmi, creatività, nuove priorità. Ciò che giustamente Catania vuole incentivare: «Serve una battaglia di civiltà, per rimettere l’agricoltura al centro del modello di sviluppo che vogliamo dare al nostro Paese. Immagino uno Stato che rispetti il proprio territorio e che salvaguardi le proprie potenzialità. Noi usciremo vincenti da questa crisi se lo faremo con un nuovo modello di crescita». Dalla buona agricoltura non si prescinde, e quindi non si deve prescindere dalla tutela dei terreni. Il disegno di legge presentato ieri è un primo passo importante. Intanto perché è una novità assoluta, che recepisce una sensibilità sempre più diffusa tra la società civile.
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