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Reiterazione del progetto di Poggio Tre Vescovi nell’omertà delle Pubbliche Amministrazioni

Rete della Resistenza sui Crinali

I passaggi dell’iter che avrebbero condotto (il condizionale è d’obbligo!) al nuovo processo di Valutazione di Impatto Ambientale hanno avuto la stessa pubblicità di una riunione della Carboneria.

Questa volta abbiamo toccato il fondo. Appare incredibile: una Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) come l’araba fenice. Che ci sia ciascun lo dice dove sia nessun lo sa.
Voci sempre più insistenti si stanno susseguendo circa la reiterazione della proposta di un grande impianto eolico al Poggio Tre Vescovi, dove convergono i confini delle province di Arezzo, Rimini e Forlì-Cesena.
Ancora ricordiamo la bocciatura di un precedente progetto di impianto
(colossale – 36 turbine alte ciascuna 175 metri, che allora sarebbe stato il più grande d’Italia ed il secondo in Europa – ipotizzato alcuni anni fa nello stesso luogo e di cui si era occupato anche il compianto Mario Pirani sulle pagine di Repubblica)

a seguito di una procedura di Valutazione…

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Geotermia e centrali, se l’energia impatta il “brand” Toscana

Fonte: StampToscana, 12/10/2015
Di: Stefania Valbonesi

Radicondoli (Siena) – Giungere a Radicondoli (provincia di Siena) è già di per sè un’esperienza. Mistica, se vogliamo. Perché tutto quello che colpisce gli occhi, le orecchie, il gusto, l’olfatto, è così splendido da far venire a chiunque quella malinconia che solo la bellezza, quella vera senza aggettivi, fa venire. Ebbene, fra poco, se qualcuno non interverrà, se la Regione non ritratterà su alcune scelte già compiute, se la protesta della popolazione verrà tenuta in dispregio, se un’economia rispettosa del territorio e di grande fascino che sta portando occupazione e risollevando un intero territorio verrà ritenuta di poco conto e sacrificabile, se tutto questo avverrà, nell’Alta Val di Cecina, fra un filare di cipressi e uno di ulivi, si incardineranno le “torri” di svariate centrali. E, a Radicondoli, incombe anche il progetto “Lucignano”, vale a dire una delle 10 centrali “pilota” previste sul territorio nazionale.
Perché? Ecco qua: se andrà avanti ciò che è ormai atteso, fra Radicondoli, Montecastelli Pisano, Colle Val d’Elsa e Castelnuovo Val di Cecina sorgeranno torri e tubi.  Infatti, l’area è ricompresa nel progetto “Mensano”. In quest’area specifica sono stati richiesti i permessi di ricerca di risorse geotermiche per tre pozzi esplorativi: il pozzo TM1 in località Tesoro (Radicondoli, Siena), il pozzo TM2 nel podere Love, Casole d’Elsa, e, più lontano ma sempre nell’area Mensano, il pozzo TM3 in località Pignano, Volterra (Pisa). Non solo. Mentre si procede con i metodi tradizionali di richiesta di permessi per la ricerca e pozzi di “sondaggio” per scoprire e sfruttare eventuali risorse, fra Radicondoli e il corso d’acqua Lucignano, insiste il progetto pilota chiamato appunto “progetto Lucignano”.
Geotermia, dunque, che, assicurano le imprese richiedenti i permessi,  verrebbe a significare centrali a ciclo binario. Metodo già sperimentato, ad esempio, in Baviera. Centrali a ciclo binario, esattamente come quelle di cui parlano le grandi imprese che si sono gettate sulla nuova frontiera dell’energia.  E tuttavia, è necessario ricordare  il rischio “sismicità”. Un rischio ritenuto risibile per molti. Un rischio che tuttavia lo stesso Erwin Knapek, ex sindaco di Unterhaching dove c’è una centrale geotermica di questo tipo a ridosso di Monaco, non esclude, anzi: semplicemente parla di rischio “accettabile”. Non la pensano così in Svizzera, nel paese di San Gallo, dove avevano previsto di utilizzare una centrale geotermica a ciclo binario in buona parte per il teleriscaldamento. Ebbene ora presso il paese c’è un pozzo profondo circa 4mila metri. Un foro di cui nessuno sa cosa fare. Perché quando cominciarono a costruire la centrale, si scatenò un sisma di magnitudo 3,5 oltre a una fuoriuscita di gas. Tutti fermi.
Ripartiamo dall’inizio e dalla Toscana. L’inizio, per i comuni toscani della zona della geotermia, in particolare Larderello, comincia nello scorcio fra 800 e 900 quando calore e gas si trovavano praticamente a livello della superficie del suolo. Ma col passare del tempo, si cominciò a scavare sempre più in profondità e a allargare l’area di ricerca. Perché?
Per capire bene la situazione è necessario avere qualche informazione sulle centrali geotermiche e sul loro funzionamento. Nelle centrali che chiameremo “tradizionali” si sfrutta la pressione esercitata dal vapore contenuto negli  acquiferi geotermici per muovere una turbina che è accoppiata a un generatore. Gli acquiferi di tal fatta sono denominati a vapore dominante. La pressione dei geyser è così forte da spingere i vapori a un’altezza dai 20 ai 70 metri. L’intervento dell’uomo va nel senso di incanalare questa enorme potenza dirottandola verso una turbina a vapore che sviluppa una quantità molto grande di energia. Ed è questo il tipo diffuso in Toscana, precisamente a Larderello. Negli anni 40 l’Italia era già in grado di mettere in atto questa tipologia, che produceva 132 MW.
Ci sono poi gli acquiferi detti ad acqua dominante e sono quelli che producono acqua calda. Questi ultimi sono impiegati  per alimentare centrali a flash o a separazione. Ecco il meccanismo: l‘acqua, la cui temperatura varia da circa 180 a 370 °C, arriva in superficie tramite i pozzi e, poiché passa rapidamente dalla pressione di serbatoio a quella dell’atmosfera, si separa (flash) in una parte di vapore, che è mandato in centrale, e una parte di liquido che è reiniettato in serbatoio.  La maggior parte dei campi geotermici del mondo, tra i quali anche quelli di Travale e dell’Amiata, appartengono a questa tipologia.
Per serbatoi o acquiferi  che producono acqua a temperature moderate (tra i 120 e i 180°C), la tecnologia del ciclo binario è la più redditizia. In questi sistemi il fluido geotermico viene utilizzato per vaporizzare, attraverso uno scambiatore di calore, un secondo liquido (ad esempio isopentano), con temperatura di ebollizione più bassa rispetto all’acqua. Il fluido secondario si espande in turbina e viene quindi condensato e riavviato allo scambiatore in un circuito chiuso, senza scambi con l’esterno. Il fluido geotermico, dopo aver attraversato lo scambiatore, torna al pozzo di reiniezione per essere ripompato in serbatoio. Una metodologia che per molti va a intaccare incrinandolo l’equilibrio naturale della terra. Da qui, il sospetto (per gli svizzeri così fondato che hanno stoppato tutto il progetto tenendosi il buco) che si manifestino attività sismiche nello “scambio”.
In tutto questo, un problema enorme è quello dell’acqua.  In particolare se si parla del primo sistema, quello a vapore dominante, è necessario mettere in conto che i soffioni si esauriscono, i pozzi “muoiono”, la spinta che è quella che produce energia finisce. Ciò significa due cose: una, la necessità di andare a scavare sempre più a fondo (4mila metri, allo stato attuale, è considerato più o meno normale, si arriva anche a 5mila metri e oltre) due, non si tratta di energia rinnovabile. Solo per fare un esempio dell’ingente consumo di acqua che richiede lo sfruttamento dei pozzi, le strutture geotermiche di Larderello, per funzionare, devono ricevere acqua dai territori circostanti, perché, come dice un tecnico, “le rocce si sono seccate”. Nello specifico, l’acqua proviene da un acquedotto che conduce il prezioso liquido da Montalcinello a Larderello.
Quella della sismicità o dell’acqua sono solo alcune delle criticità, per i comitati che si sono creati e che stanno dando battaglia fra l’Amiata, Radicondoli, Castelnuovo, Casole d’Elsa e Montecastelli Pisano. Altro grande problema, quello delle immissioni nell’aria: secondo lo studio di Medicina Democratica su dati Arapt, le 32 centrali geotermiche presenti fra l’Amiata e l’area Larderello-Travale-Montieri (i dati sono del 2010, manca la centrale di Chiusdino inaugurata nel luglio 2011) emettono 28.599.575 kg. annui di acido solfidrico, 264,26 di arsenico, 3.360 di mercurio, 69.944 di acido borico.
Ma la questione nell’area di Radicondoli-Casole d’Elsa è ancora più complicata, e vede  il Comitato Difensori della Toscana che raccoglie le istanze e le richieste dei cittadini vicino ai sindaci schierati a difesa di uno sviluppo che, cominciato in sordina, sta cominciando a dare i suoi frutti in questi ultimi anni. E che verrebbe del tutto compromesso dalla costruzione di queste strutture, impattanti e stravolgenti di un paesaggio che ha pochi eguali al mondo: sia per biodiversità floreale e faunistica, sia per bellezza dei paesaggi, sia per la ricchezza e unicità di testimonianze storiche.
Proprio questo territorio, area che, comprendendo anche l’Amiata, arriva a essere quasi come la Val d’Aosta, è stato messo in “vendita” in seguito alla liberalizzazione del 2010 che ha scalzato Enel dal ruolo di “monopolista” della geotermia toscana. Infatti, in seguito alla liberalizzazione, il territorio italiano è stato diviso in “zone” di ricerca, o meglio, aree su cui i gruppi di ricerca e sfruttamento dei fluidi geotermici possono richiedere “permessi di ricerca”. Le aree interessate sono in buona sostanza quasi tutte nell’Italia Centrale, in particolare in Toscana.
La questione che ci interessa, quella dell’area  che comprende Radicondoli e Montecastelli, Castelnuovo Val di Cecina e Casole d’Elsa, è del tutto particolare. Infatti, abbiamo visto che i permessi di ricerca con pozzi esplorativi sono tre, più, per Castelnuovo Val di Cecina, un permesso di Ricerca di Risorse Geotermiche finalizzato alla sperimentazione di Impianti Pilota. L’istanza, (http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/info/impianti_pilota.asp), è stata accolta (l’aggiornamento è dell’agosto 2015). L’operatore, in questo caso ToscoGeo (Magma più Graziella) ha chiesto il permesso non solo per Castelnuovo, ma anche per Montalfina e Monte Rubiaglio. Tre pozzi esplorativi che potrebbero trasformarsi in centrali, in una zona che già ha una lunga storia di centrali geotermiche e perforazioni.
Ma occupiamoci del progetto Lucignano, sotto Radicondoli, quello della centrale “pilota”. A spiegare la questione, Giovanna, segretaria del Comitato Difensori della Toscana, con Lorenzo e Luca, altri due membri dell’associaizone di cittadini, residenti sul territorio. In tutto l’ambito nazionale ci sono 10 progetti per centrali geotermiche definite “Pilota”, ci informa il comitato: dal 2013 queste particolari centrali non seguono procedure regionali, ma sono di competenza di due ministeri, il Ministero dello Sviluppo Economico e il Ministero dell’Ambiente. Ed ecco cosa hanno di diverso dalle altre centrali: si tratta di progetti sperimentali che seguono un iter facilitato e quando entrano in produzione ricevono contributi economici altissimi, anche se sostanzialmente sono uguali alle centrali a ciclo binario che le varie Magma, Gesto, Toscogeo, ecc. vorrebbero costruire un po’ in tutta Italia. Si parla di un giro di circa 5 (c’è chi parla di 8)  miliardi di incentivi.
Su questa centrale c’è già un piccolo giallo. Infatti, parrebbe che la richiesta di permesso di ricerca sia stata rigettata dal Ministero Sviluppo Economico, vale a dire da uno dei due attori cui spetta decidere sulla questione. Del resto, la richiesta di permesso è sparita dal sito del Mise, nel luglio scorso. Da annotare che il progetto “Lucignano” figurava dal 2010 nella lista degli impianti pilota nazionali. Ma se sparisce dalla lista del Mise, sul sito del Ministero dell’Ambiente, ecco là ancora il progetto con tanto di cartine e immagini su come sarà realizzato (http://www.va.minambiente.it/it-IT/Oggetti/Info/1561).
La richiesta concerne il permesso di ricerca di risorse geotermiche finalizzato alla sperimentazione dell’impianto pilota denominato “Lucignano”. “Il progetto prevede – si legge – la realizzazione di un impianto di produzione di energia elettrica alimentato dal liquido geotermico estratto da 3 pozzi di produzione e re-iniettato nel sottosuolo in altri 2 pozzi, delle condotte per il convogliamento del fluido geotermico di lunghezza 4,284 km e dell’elettrodotto interrato di connessione alla rete elettrica ENEL di lunghezza 9,358 km”. Richiedente: Lucignano Pilot Project S.r.l. Da ricordare che era stato il CosVig assieme alla società Geonergy a presentare nell’agosto del 2011 due istanze di permessi di ricerca per risorse geotermiche, finalizzati alla sperimentazione per altrettanti progetti pilota, con potenza inferiore a 5 MW, al Ministero dello Sviluppo Economico (MISE), come previsto dal Dlgs.22/2010. Ricordiamo anche che in data 28 novembre 2013 Co.Svi.G. e Geoenergy hanno dato vita alla Lucignano Pilot Project Srl – LPP.
A complicare la vicenda entra anche un’altra questione, quella della moratoria che il presidente Rossi mise in atto nel corso delle ultime votazioni regionali. Moratoria conclusasi il 24 agosto scorso. Da allora, le società sono tornate alla carica. Ed è dell’ultimo consiglio regionale 7 ottobre 2015, una risoluzione del Pd sulla geotermia che dovrebbe dare una sistemazione chiara a tutto il settore, “dando piena attuazione al protocollo d’intesa approvato nel novembre 2013, sottoscritto con Rete Geotermica toscana di cui fanno parte alcuni operatori titolari dei permessi di ricerca per la realizzazione di impianti per la produzione di energia a media entalpia a ciclo binario”. Punto cardinale, predisporre “il prima possibile”, e di concerto con le istituzioni locali, le indicazioni previste dal Paer (Piano ambientale energetico regionale) per definire il “numero massimo dei pozzi esplorativi da concedere”, i “criteri e i parametri per la loro corretta distribuzione sul territorio”, tenendo conto delle “prescrizioni” del Pit (Piano di indirizzo territoriale) con valenza di Piano paesaggistico e specificatamente riferite alle zone di produzione agricola ad alto valore qualitativo, per il “corretto inserimento degli impianti” e per “spingere i concessionari ad utilizzare le tecnologie più avanzate in termini di sostenibilità”. E dar vita alla cosiddetta “zonizzazione”.
Una risoluzione che alimenta più dubbi che tranquillità nei cittadini dell’area interessata sia dai pozzi “esplorativi” che dal progetto Lucignano (anche se quest’ultimo, come viene spiegato più avanti, c’entra ben poco, in quanto di competenza ministeriale). “Se anche Rossi volesse tornare sui suoi passi, perlomeno per quanto riguarda un territorio che ha già dato ampiamente per quanto riguarda pozzi e strutture geotermiche, esiste tuttavia un accordo già firmato con la Rete Geotermica Toscana”. Rete che è un’associazione di imprese che raccoglie alcune delle società (come Graziella Green Power, Sorgenia, Geoenergy, Toscogeo, Gesto Italia e Magma Energy Italia) titolari di alcuni permessi di ricerca rilasciati in Italia, e in Toscana, per lo sviluppo della nuova geotermia, dopo la liberalizzazione del mercato del 2010. Insieme a questi operatori, fanno parte delle Rete Geotermica anche soggetti industriali specializzati nella progettazione e realizzazione di impianti della filiera geotermica.
Ma se la questione del protocollo firmato con la Rete Geotermica riguarda comunque permessi che si rivolgono alla competenza regionale e dunque attengono alla geotermia “tradizionale”, il progetto Lucignano riguarda la corsia “veloce” del governo, “giallo” compreso. E da Roma giungerebbero voci che le imprese stiano tentando di trovare un’alternativa (un accordo?) al rigetto del Mise.
“La cosa più sbalorditiva – concludono i membri del Comitato Difensori della Toscana – è che si interviene con decisioni calate dall’alto nel mezzo di un territorio con una propria precisa fisionomia economica in sviluppo, che verrebbe irrimediabilmente spezzata”. Una fisionomia economica, sia detto per inciso, che accoglie proprio uno dei temi portanti del “brand” Toscana, quello dell’agricoltura d’eccellenza, del biologico, dello slow food. Del paesaggio. Ma qual è la priorità, allora?… “Ma perché non si fa almeno una valutazione d’impatto economico, prima di prendere una decisione simile?” si chiedono i Difensori della Toscana e tutti i cittadini della zona. Fra i tanti elementi, infatti, ce n’è anche uno che rischia di penalizzare ulteriormente gli investitori che hanno scommesso su questa parte della Toscana (e sono tanti): i valori immobiliari, già ora, sono fra i più bassi dell’intera regione.
Ed ecco un altro dato interessante: nel solo Comune di Casole d’Elsa, che ha conosciuto uno sviluppo intensissimo per quanto riguarda il turismo nell’ultimo anno (150mila presenze), gli occupati del settore turistico sono 600. Con grandi possibilità di crescita. Un risultato che verrebbe spazzato via se, fra un filare di cipressi e una vigna, un’oliveta e un’antica villa, spuntassero le “torri” delle centrali. Non stupisce perciò che il referendum organizzato dal comitato Difensori della Toscana  fra la popolazione di Casole abbia visto il 93% dei cittadini pronunciarsi contro lo sfruttamento industriale dell’energia geotermica sul territorio.
Foto: http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/geotermia/titoli/toscana-umbria.pdf

Trivellazioni: stop per quelle in mare. E per quelle a terra?

Fonte: Il Fatto Quotidiano, 28/09/2015
Di: Patrizia Gentilini

Negli ultimi mesi si è assistito a un ampio fronte di protesta contro le trivellazioni per la ricerca di petrolio in mare, protesta più che legittima – direi sacrosanta- per la delicatezza degli ecosistemi marini e che – fortunatamente – ha trovato ampia eco sui media e sulla stampa. Anche numerose regioni si sono dichiarate contrarie e addirittura è stato proposto un referendum per abrogare la ricerca di idrocarburi in mare; per il presidente dei Medici per l’Ambiente della Sardegna tuttavia “l’iniziativa referendaria è debole, perché non mira ad abrogare le norme contenute nel decreto Destinazione Italia che trasferiscono in capo allo Stato le competenze sulle rivellazioni a terra relative allo sfruttamento delle risorse geotermiche. Inoltre, non si contestano le norme sulle trivellazioni contenute nell’ultima Finanziaria”.
L’articolo 38 del decreto Sblocca Italia apre infatti la strada anche alla ricerca di idrocarburi con “trivelle onshore” (in terra) e viene scritto che: “le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale rivestono carattere di interesse strategico e sono di pubblica utilità, urgenti e indifferibili. I relativi decreti autorizzativi comprendono pertanto la dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza dell’opera e l’apposizione del vincolo preordinato all’esproprio dei beni in essa compresi…” Ma la ricerca di idrocarburi a terra non è certo meno scellerata di quella in mare: comporterebbe innanzitutto un notevolissimo consumo di suolo che passerebbe – come risulta da un recente documento di Isde – dagli oltre 43mila chilometri quadrati attuali a quasi 80mila chilometri quadrati.
Ma a parte il consumo di territorio qualcuno può forse ancora illudersi che l’impatto delle trivellazioni a terra sia scevro da rischi? Un recente libro “L’impatto ambientale del petrolio in mare e in terra” chiarisce ogni dubbio. Il libro, di carattere divulgativo ma assolutamente scientifico, è opera di esperti che si sono assunti il compito di condensare le indagini e conclusioni di tecnici e studiosi di gran parte dl mondo, nonché le loro esperienze personali: si tratta di Massimo V. Civita, Ordinario di Idrogeologia Applicata presso il Politecnico di Torino ed Albina Colella, Ordinario di Geologia presso l’Università della Basilicata. L’elenco dei potenziali danni comprende danni non stimabili né riparabili quali quello all’ambiente terra nel suo complesso, alla perdita di vite umane, alla salute di chi risiede in prossimità dei pozzi, dei centri di trattamento, dei siti di stoccaggio, ma anche danni alla quantità e qualità delle risorse idriche superficiali e profonde destinate al consumo umano, all’agricoltura, nonché danni al turismo.
Proprio la professoressa Colella nella relazione sulla “Qualità delle acque in un territorio sede di estrazioni petrolifere”, tenuta lo scorso 24 settembre all’Istituto Superiore di Sanità nel corso del Convegno in memoria di Lorenzo Tomatis, ha illustrato dati inequivocabili sulla presenza di idrocarburi in acque, sedimenti, pesci d’acqua dolce e alimenti in aree di estrazioni petrolifere in Basilicata. Appare davvero singolare a questo proposito l’opposizione della Regione Basilicata alle trivellazioni a mare, quando a terra,  ad esempio, il numero delle aziende agricole nella Val D’Agri ( interessata dalle estrazioni petrolifere) è passato dalle 4.408 del 2000 alle 1795 nel 2010, e la superficie agricola utilizzata nello stesso arco di tempo è calata di oltre il 16%. Nell’ottobre scorso, sempre in risposta al Decreto “Sblocca Italia” un gruppo di ricercatori e scienziati di levatura internazionale, che fa capo al Prof.Vincenzo Balzani di Bologna, ha scritto in una lettera aperta al Governo. In questa lettera si afferma fra l’altro che “La fine dell’era dei combustibili fossili è inevitabile, e ridurne l’uso è urgente per limitare l’inquinamento dell’ambiente e per contenere gli impatti dei cambiamenti climatici… E’ necessario promuovere, mediante scelte politiche appropriate, l’uso di fonti energetiche alternative che siano, per quanto possibile, abbondanti, inesauribili, distribuite su tutto il pianeta, non pericolose per l’uomo e per l’ambiente, capaci di colmare le disuguaglianze e di favorire la pace (…). Le energie rinnovabili non sono più una fonte marginale di energia, come molti vorrebbero far credere: oggi producono il 22% dell’energia elettrica su scala mondiale e il 40% in Italia, dove il fotovoltaico da solo genera energia pari a quella prodotta da due centrali nucleari”.
Perché il parere autorevole di scienziati e ricercatori scevri da conflitti di interesse, ma anche quello di medici che hanno a cuore la tutela della salute pubblica, non vengono mai tenuti nella dovuta considerazione? Perché nel sempre più ampio panorama di coloro che capiscono l’importanza della difesa dell’ambiente,  gli obiettivi che si vanno a perseguire sono purtroppo troppo spesso parziali o distorti? Credo che solo documentandosi su fonti di indubbio valore come il libro che ho citato, non delegando a terzi la gestione dei problemi più spinosi e tornando a ragionare il più possibile in modo autonomo e critico, le varie comunità possano mettere a fuoco i giusti obiettivi e le strategie per difendersi. E nel caso specifico auspico che al più presto si attivi una vasta e condivisa azione di protesta anche contro le trivellazioni a terra.

Comunicato stampa di Italia Nostra sulla Conferenza dei Servizi sull’impianto a pellet

L’Unione Montana dei Comuni del Mugello ha negato alla Associazione ITALIA NOSTRA – riconosciuta ai sensi dell’art. 13 della legge n. 349/1986 e legittimata ad agire anche in giudizio per la tutela di interessi ambientali – la possibilità di assistere alla conferenza di servizi indetta dal SUAP per il 14 settembre alle ore 11 per esaminare la richiesta della ditta Mugello Biocombustibili (di fatto riconducibile alla ditta RENOVO che ha già ottenuto il permesso di costruire la contestatissima centrale a biomassa, senza verifica di assoggettabilità alla VIA) di realizzare un impianto di produzione pellet in loc. Petrona-La Torre. Diniego che non trova giustificazione nella legislazione vigente che non nega esplicitamente la facoltà di presenziare alla Conferenza dei servizi, lasciando di fatto la facoltà di decidere al SUAP.
La nostra associazione ha comunque presentato Osservazioni che l’Unione Montana ha l’obbligo di valutare e per le quali chiede una adeguata ed esaustiva risposta scritta. Contestualmente Italia Nostra ha rivendicato il diritto a partecipare al provvedimento nelle forme esplicitamente consentite dalla Legge e cioè prendendo visione della documentazione relativa alle sedute della Conferenza dei Servizi complete di verbali e di pareri espressi o acquisiti in tale sede, riservandosi inoltre di chiedere al Responsabile del SUAP apposita riunione con le Amministrazioni competenti, da convocarsi entro 10 gg. dalla richiesta.
Due le osservazioni presentate: la prima, basata sulle sentenze in materia di VIA della Corte Costituzionale, del Consiglio di Stato e del TAR Toscana, è inerente l’obbligatorietà di effettuare la verifica di assoggettabilità alla valutazione di impatto ambientale (VIA) per l’intero complesso industriale da installarsi nel PIP di Petrona, composto di fatto da centrale termoelettrica a biomasse e impianto per la produzione del Pellet ad essa collegato. L’impianto per la produzione del pellet costituisce a tutti gli effetti una modifica dell’impianto già autorizzato della centrale per la sola produzione di energia elettrica , modifica che può avere effetti significativi sull’ambiente , sulla salute , sulle attività economiche, sulla mobilità, in termini di emissioni atmosferiche , acustiche, odorigene , di rischio di incidenti all’interno del complesso industriale che, posto com’è in fregio alla Traversa del Mugello, possono coinvolgere il transito automobilistico sulla strada pubblica.
La seconda osservazione è inerente la valutazione degli effetti del traffico dei mezzi pesanti per il trasporto delle biomasse: come è possibile che la Conferenza dei Servizi possa effettuare una valutazione sotto tutti i profili degli effetti del traffico di mezzi pesanti indotto dal trasporto di ingenti quantità di biomasse legnose prevista nel progetto, fino a 96.000 tn. annue se ancora non sono stati presentati dal proponente i contratti con i fornitori e quindi non possono essere noti gli itinerari reali che devono essere seguiti dai camion.
Italia Nostra in segno di protesta e di impegno sarà presente con un presidio davanti alla sede del SUAP, Via P.Togliatti 45 Borgo S.L. in occasione della convocazione della conferenza dei servizi del 14 settembre, a partire dalle ore 10.

I rottami del parco eolico della Cappelletta

Fonte: La Repubblica, 25/08/2015
Di: Mauro Delgrosso

Nel punto più ventoso dell’appennino parmense le due torri appaiono abbandonate a se stesse, prive di manutenzione, nessun cartello, nessuna indicazione

Il Passo della Cappelletta, sopra Albareto. E’ il posto più ventoso dell’intero territorio dell’Alta Val Taro, anzi della Val Gotra, come con fierezza sottolineano gli albaretesi; qui il vento fa il suo dovere, frusta il crinale ad una media di oltre 7 metri al secondo.
E’ per questo che nel 1995, nacque un parco eolico, uno dei primi in assoluto in Appennino; da qui, da un lato, tra le montagne liguri, si vede il mare luccicare, la Corsica, dall’altro, quando lo smog lo consente, si possono vedere accendere le luci della Pianura Padana. Uno spettacolo. Per millenni è stato luogo di pastorizia, di contrabbando, di scambio, di scontro, di commercio.
Nel 1995 la messa in opera delle prime due pale, per fornire energia “verde” a Varese Ligure, ai tempi retta dal Sindaco Caranza, il politico illuminato che vide nel “green” il futuro della montagna. Anzi, l’unico futuro: con il biologico, con l’agriturismo, con le rinnovabili. Passano gli anni, e nel  2007 si aggiungono altre due torri. Tutto bene quindi; o quasi.
La prima ditta, che realizzò i primi due impianti, una semplice e agile Srl, come d’abitudine in questi casi, dove il confine tra bene pubblico e interesse privato è molto labile, da alcuni anni sembra sparita, dissolta senza che nessuno, tra chi deve controllare, se ne preoccupi; le sue torri, evidentemente ormai non più produttive, appaiono abbandonate a se stesse, prive di manutenzione, nessun cartello, nessuna indicazione; le grandi pale dei generatori di sommità giacciono, come un monumento all’abbandono, completamente ferme.
Nonostante questo sia il posto più ventoso, e quindi potenzialmente redditivo, della zona, della provincia: viene il dubbio, come molti dei comitati anti-eolico sostengono da anni, che sfruttati gli incentivi, guadagnato con facilità quello che si doveva guadagnare, delle energie verdi e rinnovabili non freghi realmente niente a nessuno; un semplice giro finanziario, senza nessuna garanzia di ripristino, di continuità, di sviluppo; una produzione ed un’economia drogata dai contributi pubblici, con enormi e indecenti rottami che alla fine non hanno mai padroni, come in questo caso; con i danni, evidenti a tutti, prodotti a livello paesaggistico, e ambientale, a carico del cittadino.
Ora, restano solo due grandi croci, con il loro carico di ferraglia, di prodotti chimici pericolosi e vecchie apparecchiature usate, che si stagliano sull’ennesimo Golgota dell’ambiente. La follia di vedere due gruppi di pale che frullano veloci il vento, e, in mezzo, altri due gruppi che fischiano perché immobili.
E’ l’immagine della montagna appenninica italiana, quella della speculazione facile, degli eco-mostri, a metà tra la quasi ricchezza, mancata sempre per un soffio, e il sicuro abbandono per diserzione; a perderci, quella preziosa poca gente che abita ancora questa terra di mezzo, che senza le piste da sci, le piscine finanziate generosamente dalla Ue, i vip bilingue da mettere in mostra, non vale l’interesse vero di nessuno; posti che risultano utili solo agli avventurieri dell’energia, dell’acqua, delle rocce, che spesso operano con la complicità della politica locale; miope, a dir poco, ad essere gentili.
La gente della montagna, con questi esempi, con questi monumenti all’inutilità, che gli si presentano, per chilometri di distanza, davanti agli occhi tutti i giorni, diventa alla fine completamente rassegnata, frustrata; anzi, completamente malfidente: nelle imprese che si propongono in progetti dalla valenza ambientale, ma sopratutto nelle istituzioni, che dimostrano ancora una volta, come se ce ne fosse ancora bisogno, di non saper alla fine fare il lavoro per cui esistono: fare gli interessi dei cittadini, a partire dall’ambiente in cui vivono.
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Il Governo cala le tasse e aumenta le bollette?

Comunicato stampa congiunto del 21/07/2015

Altura
Amici della Terra
Comitato per la Bellezza
Comitato Nazionale del Paesaggio
Ente Nazionale Protezione Animali
Italia Nostra
LIPU
Mountain Wilderness
Movimento Azzurro
Pro Natura
Rete nazionale NO geotermia speculativa e inquinante
Verdi Ambiente e Società
Wilderness Italia

Mentre l’Autorità per l’energia denuncia una spesa fuori controllo nel 2015 e 2016 per eolico e rinnovabili speculative, prevalgono le pressioni dei lobbysti e il MISE prepara un nuovo Decreto. Le associazioni ambientaliste: “Cosi non si combatte la CO2 ma si aggravano gli oneri per famiglie e imprese in tempo di crisi, con gravi danni a Paesaggio e Biodiversità”.

Roma, 21 luglio 2015 – Già dal 2015 e 2016 la spesa per gli incentivi alle rinnovabili elettriche sarà fuori controllo. A causa del pesante extra costo dovuto al ritiro dei Certificati Verdi (sistema incentivante già attivo da anni), l’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas (AEEG) afferma che sta valutando “l’assunzione di apposite misure finalizzate a rendere sostenibile tale rilevante incremento degli oneri”.
L’impatto complessivo annuo della sola conversione dei Certificati Verdi lieviterà quindi a 5 miliardi, portando la componente A3 della bolletta a 14 miliardi nel 2016, quindi con un extracosto di circa 2 miliardi di euro!
Nel 2014 furono adottati Decreti “spalmaincentivi” per l’impossibilità di onorare impegni non sostenibili assunti con incentivi sproporzionati. Ora, contraddicendo se stesso, il governo prepara nuove lucrose incentivazioni pluriennali per ulteriori impianti speculativi, di scarsa efficienza e produttività, oltre che gravemente impattanti sul già martoriato territorio italiano. Proprio le società eoliche ne beneficerebbero maggiormente, malgrado le rinnovabili elettriche abbiano già superato gli obiettivi, persino quelli “inventati” per giustificare nuovi sussidi. E il miserabile apporto energetico dell’eolico non è stato certo determinante, malgrado piantagioni di migliaia e migliaia di torri eoliche!
Tredici associazioni ambientaliste − Altura, Amici della Terra, Comitato per la Bellezza, Comitato Nazionale del Paesaggio, Ente Nazionale Protezione Animali, Italia Nostra, LIPU, Mountain Wilderness, Movimento Azzurro, Pro Natura, Rete nazionale NO geotermia speculativa e inquinante, Verdi Ambiente e Società, Wilderness Italia – denunciano: “E’ una politica schizofrenica, inspiegabile, se non con la volontà di accontentare talune lobby rispetto a interessi collettivi, che invece ben si concilierebbero utilizzando più moderati sostegni finanziari in altri comparti non elettrici. Ad esempio efficienza energetica o rinnovabili termiche, dove gli interessi nazionali sarebbero decisamente evidenti e diffusi e con superiori risultati di decarbonizzazione.
“Il Ministero Guidi riporti la supremazia della politica sugli appetiti finanziari e ritiri questo provvedimento sperpera-denari come già chiesto dagli ambientalisti e giustificato da inoppugnabili valutazioni costi benefici”.

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