Archivi della categoria: Energia

L’eolico è nemico del fagiano

Fonte: RaiNews
Di: Stefano Lamorgese

Il particolare ecosistema della grandi praterie nordamericane al centro di uno studio ecologico dedicato ai tetraoni e al loro rapporto con le centrali eoliche

All’anagrafe della scienza ornitologica si chiama “Tympanuchus cupido”. È il Tetraone di prateria, un uccello simile al fagiano, un tempo diffuso in tutto il Nordamerica. Oggi – secoli dopo la colonizzazione europea delle terre dei nativi americani – resiste solo nel Midwest degli Usa, seppur nella veste di “specie minacciata”.
Infatti anche lì, nelle sconfinate praterie così tanto fotogeniche, il tetraone trova dei nemici temibili da affrontare; e proprio dove non te li aspetteresti. A minacciare le nidificazioni di questi splendidi uccelli, infatti, vanno considerati anche gli impianti eolici di generazione elettrica, le turbine (quasi) silenziose, apparentemente innocue.
La ricerca: 5 anni nelle praterie
Questo, almeno, è il risultato di uno studio sul campo (Responses of male Greater Prairie-Chickens to wind energy developmen), effettuato da Virginia Winder del Benedictine College, Andrew Gregory della Bowling Green State University, Lance McNew della Montana State University e Brett Sandercock della Kansas State University.
Durante una campagna durata 5 anni, i ricercatori hanno monitorato alcune comunità di tetraoni delle praterie in luoghi ove sono stati poi costruiti impianti eolici. Sono quindi stati posti sotto osservazione 27 spazi che ne ospitano i consueti, primaverili rituali di corteggiamento e, quindi, di accoppiamento.
Ebbene: sembra proprio che nel raggio di 8 chilometri da ciascun impianto eolico realizzato, tali spazi siano stati abbandonati dai tetraoni, che sono stati costretti a… emigrare altrove per gareggiare tra maschi e dar luogo così alle annuali fatiche riproduttive.

Conferenza stampa: “Eolico a Tuscania e Orvieto”

Tredici associazioni con i Sindaci chiedono al Mibact e alle Regioni Lazio e Umbria di impedire la realizzazione degli impianti eolici intorno alla Chiesa di San Pietro a Tuscania e al Duomo di Orvieto.

 

A Tuscania e a Orvieto è imminente il rischio che si realizzino due progetti di impianti eolici inaccettabili perché troppo invasivi e collocati nel posto sbagliato. I progetti eolici che impegneranno le prospettive intorno alla chiesa di san Pietro a Tuscania e il Duomo di Orvieto minacciano di stravolgere paesaggi pregiati, alterandone fortemente la percezione sociale e compromettendone la bellezza e il paesaggio che le circonda. Le due chiese sono capolavori identitari della storia e della cultura del nostro Paese. Tra le conseguenze inevitabili, ci sarebbe anche il prevedibile e irreparabile danno che l’alterazione del paesaggio comporterebbe all’attrattività culturale e turistica delle due aree che in essa hanno avuto sinora un importantissimo fattore di sviluppo economico. Troppi e troppo gravi sono le conseguenze negative di questi progetti perché il Mibact e le Regioni Lazio e Umbria, e tutti coloro che hanno a cuore le meraviglie del territorio italiano, non facciano quanto necessario per annullarne la realizzazione. A Tuscania e a Orvieto non è in discussione il tema degli impianti eolici in quanto tali, bensì un grave esempio di mancata armonizzazione tra le tutele che derivano dagli articoli 9 e 32 della Costituzione. I casi di Tuscania e Orvieto rimandano senz’altro alla necessità di una più ampia riflessione sulla normativa di tutela del patrimonio culturale e del paesaggio italiano, troppo spesso disattesa. Esiste tuttavia un’emergenza qui e ora, un rischio concreto e imminente corso da due dei luoghi più belli d’Italia, che va affrontato e risolto con urgenza anche in nome della Costituzione italiana, della Convenzione Europea del Paesaggio e dell’importanza che il paesaggio storico-artistico riveste nella dimensione identitaria di territori e comunità umane, riprendendo anche quanto richiamato dal sottosegretario ai Beni Culturali Ilaria Borletti Buitoni.  Le associazioni firmatarie, pur nella diversità delle posizioni sul tema delle energie rinnovabili, chiedono con forza che questi due progetti vengano bloccati. Sono progetti inopportuni, comunque li si voglia considerare, privi di rispetto per le radici della nostra cultura e della nostra storia.  Va ribadito chiaramente che l’unione delle associazioni su questo tema specifico non equivale a un cedimento dell’una o dell’altra parte riguardo alle valutazioni generali sul rapporto tra l’eolico industriale e i valori del paesaggio identitario. Questo è il forte appello congiunto che viene lanciato al Mibact e alle Regioni Lazio e Umbria perché adottino gli strumenti necessari per impedire senza altro indugio i progetti eolici di Tuscania e Orvieto, salvando l’identità di questi splendidi luoghi. Chiediamo che finalmente il Paese si doti di strumenti normativi certi per regolare il rapporto tra impianti per le energie rinnovabili e il territorio, in modo che le vicende di Tuscania e Orvieto siano l’occasione per trovare finalmente l’auspicabile e giusta conciliazione tra le preziose esigenze del paesaggio e della biodiversità e le preoccupazioni altrettanto legittime riguardanti la questione climatica.  Le associazioni Amici della Terra, AssoTuscania, CTS, Comitato per la Bellezza, FAI, Italia Nostra, Legambiente, Lipu-BirdLife Italia, Mountain Wilderness, Pro-Natura,Forum Salviamo il Paesaggio, Touring Club Italiano, WWF.

Ufficio stampa Legambiente: tel.06.86268376 – 53 – 99 / 349.0597187 | m.dominici@legambiente.it
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Scarica le schede relative alle audizioni

Vinci: conferenza sulla minaccia d’impianto eolico sul Montalbano

Il 6 maggio 2015 si terrà a Vinci, terra di Leonardo minacciata da un impianto eolico, una conferenza sul piano energetico sostenibile, sulle risorse naturali e la tutela del paesaggio del biodistretto di Montalbano.
Mariarita Signorini interverrà per Italia Nostra sul tema dell’energia con impatti sul paesaggio. Insieme alla Rete della Resistenza sui Crinali si parlerà di eolico.

 

L’eolico d’alta quota deve essere una fonte rinnovabile

Fonte: Nextville, 8/04/2015
Di: Maria Antonietta Giffoni

La commissione attività produttive alla Camera ha approvato una Risoluzione che impegna il Governo a considerare anche il vento troposferico una fonte di energia rinnovabile.
La legislazione vigente riconosce come fonte rinnovabile solo il vento sfruttato dagli impianti eolici che estraggono energia a una quota non superiore ai 200 metri.
Sul mercato mondiale dell’energia stanno, invece, emergendo nuove tecnologie che sfruttano l’energia del vento troposferico e cioè quelle correnti ventose disponibili ad un’altitudine superiore a 500 metri dal livello del suolo.
Tra le soluzioni proposte per sfruttare il vento troposferico ce n’è anche una italiana, che abbiamo illustrato in una nostra news qualche tempo fa: ideata da Massimo Ippolito, fondatore della Sequoia Automation, Kitegen è un’invenzione tutta italiana per ricavare energia dai venti d’alta quota (800-1000 metri). Per maggiori informazioni vedi i Riferimenti in basso.
Inoltre, lo studio scientifico “Geophysical limits to global wind power” (Kate Marvel, Ben Kravitz, Ken Caldeira), pubblicato nell’agosto 2012 su Nature, ha dimostrato scientificamente la validità del vento troposferico quale vero e proprio giacimento di energia rinnovabile.
Tenendo conto di ciò, il 2 aprile 2015 è cominciato alla Camera dei Deputati l’iter per il riconoscimento del vento troposferico quale fonte rinnovabile. La Commissione attività produttive ha approvato all’unanimità la “Risoluzione n. 7-00281 Della Valle: Iniziative a favore del riconoscimento del vento troposferico quale fonte di energia rinnovabile” che impegna il Governo a:

  • assumere iniziative per riconoscere il vento troposferico o d’alta quota quale fonte di energia rinnovabile;
  • promuovere opportune iniziative, anche agevolando l’accesso al credito per gli investimenti e ridimensionando la quota di imponibile sul credito di imposta per attività di ricerca e sviluppo, al fine di lanciare attività imprenditoriali che sviluppino tecnologie per sfruttare il vento troposferico.
Riferimenti:

L’eolico sull’Appennino ligure frenato dalle rotte migratorie di un rapace dall’Africa all’Europa

Fonte: La Stampa, 12/04/2005
Di: Giampiero Carbone

La società Seva di Milano punta a installare 7 torri eoliche, alte 130 metri, sul crinale dell’Appennino sul monte Poggio, a Fraconalto, in alta Val Lemme, ma ora si trova a fare i conti con le associazioni ambientaliste, Wwf in testa, e con i dubbi del Parco

Le rotte migratorie dei volatili provenienti dall’Africa ostacolano la costruzione dell’impianto eolico sul monte Poggio, a Fraconalto, in alta Val Lemme, al confine con la Liguria e soprattutto con il Parco Capanne di Marcarolo. Tutti i precedenti progetti in provincia di Alessandria, tra Val Curone, Val Borbera e Val Lemme, sono stati finora bocciati per l’impatto ambientale e per caratteristiche geologiche.
Sette torri. La società Seva di Milano punta a installare 7 torri eoliche, alte 130 metri, sul crinale dell’Appennino ma ora si trova a fare i conti con le associazioni ambientaliste, Wwf in testa, e con i dubbi del Parco. L’ente, nonostante l’area sia al di fuori dei suoi confini, deve redigere uno studio sulle conseguenze ambientali del progetto sul sito di importanza comunitaria (Sic) «Capanne di Marcarolo». Il Wwf, pur ritenendo l’eolico «una risorsa essenziale», ricorda che il Sic è stato istituito «per la presenza di un importante corridoio di migrazione dell’avifauna: tra gli altri, i rapaci (come il biancone), e che c’è «un’elevata possibilità di interferenze con l’impianto».
Valutazione di rischio. Il Wwf ha chiesto «un’adeguata valutazione del rischio» del Parco Capanne, gestore del Sic. Nell’ultima conferenza dei servizi, l’ente ha reso note le linee in base alle quali verrà redatta la valutazione, evidenziando anche la presenza nell’area dei pipistrelli, specie protetta dall’Unione europea.
La soluzione della società. La Seva replica: «Le osservazioni del Wwf si basano su dati bibliografici, noi abbiamo effettuato un monitoraggio di tre anni, quando la Regione ne chiede solo uno e i dati dicono che sul monte Poggio passano pochi volatili. Siamo comunque disponibili a spegnere le pale per 40 giorni in primavera o, sempre nel periodo di transito dei volatili, far sostare un biologo per avvistare rapaci e quant’altro in modo da fermare le torri sul momento, operazione che avviene in 15 secondi senza compromettere la sostenibilità energetica dell’impianto».

Piano paesaggistico della Toscana, l’intervento dell’Assessore Marson dopo l’approvazione

Fonte: Greenreport.it, 29/03/2015

Il discorso che ha sollevato le proteste di alcuni Consiglieri regionali maggioranza e minoranza

  1. Il voto di approvazione di un piano paesaggistico ancora definibile tale,intervenuto oggi [27 marzo] nel penultimo giorno utile della legislatura dopo un lunghissimo dibattito dentro e fuori le sedi istituzionali, è l’esito di un assai ampio coinvolgimento pubblico nel merito delle scelte che la Regione Toscana si apprestava a compiere, e di una straordinaria mobilitazione culturale e sociale in difesa del Piano paesaggistico.Le prove che questo piano ha dovuto affrontare, nella sua natura di strumento portatore diinnovazione culturale e normativa, non sono state facili.
    Anche se la portata storica dell’evento è chiaramente incommensurabile, mi permetto di richiamare le parole di Calamandrei sull’esito della scelta repubblicana dell’Italia (Il Ponte, luglio-agosto 1946), sul cui cammino “non sono mancati i diversivi che miravano a mandare in lungo la partita, i tranelli preordinati a far perdere la serenità al giocatore meno esperto, e qualche svista pericolosa e, purtroppo, qualche tentativo di barare…Proprio di queste vicende bisogna tener conto per comprendere quanta fermezza e quanta resistenza morale sono state necessarie …per conseguire questa vittoria e per apprezzarne il valore… [in questo caso si è] dovuto superare imboscate e tradimenti che l’osservatore superficiale nemmeno sospetta”.
    Nel caso del piano paesaggistico le “imboscate” non sono derivate da un conflitto fra ambiente e sviluppo, come molti hanno sostenuto, ma tra interessi collettivi e interessi privati.  Ciò è testimoniato dal fatto che chi si è mosso a difesa del piano, come le associazioni ambientali e culturali, e molti autorevoli studiosi, non rappresenta in questa vicenda interessi particolari o privati. Mentre tutti coloro che a vario titolo hanno sollevato richieste di modifiche del piano l’hanno fatto mossi da interessi privati finalizzati al profitto, mascherato da occupazione e sviluppo.
    E devo dare atto alle rappresentanze dei lavoratori –alla CGIL in particolare ma anche da alcuni rappresentanti della CISL-di avere individuato con grande chiarezza come ambiente e paesaggio costituiscano oggi, a fronte dei cambiamenti in corso e di quelli che si annunciano, due poste in gioco rilevanti per l’interesse collettivo, a partire dall’interesse dei lavoratori e di chi è in cerca di occupazione.
    Ritengo quindi utile ripercorrere, sia pur in grande sintesi, alcuni dei passaggi salienti del percorso di piano che portano ulteriori evidenze a questo riguardo.
  1. La procedura del piano e le imboscate subite. Il presidente della commissione consiliare nel citare gli emendamenti apportati in commissione ha più volte parlato di “grande lavoro rispetto cui non si può tornare indietro”. Che dovremmo allora dire relativamente al lavoro di costruzione del piano, alla lunga e continua contrattazione istituzionale e sociale (anche in un clima di linciaggio personale di cui sono stata ripetutamente oggetto) NOTA1, al lavoro di controdeduzione alle osservazioni presentate per arrivare a un testo equilibrato nel tenere in conto i diversi interessi legittimi? La formazione del piano e’ stato un atto quanto mai collettivo. Il piano cosiddetto “Marson” è infatti frutto:
    a) di un atto di indirizzo approvato dal consiglio regionale nel 2011;
    b) di una approfondita fase di elaborazione scientifica affidata al Centro Interuniversitario di Scienze del Territorio delle 5 principali università toscane anziché a una ditta privata o a una elaborazione interna dei soli uffici (che non avevano le forze per condurre un compito di questa portata, anche in seguito alla soppressione del settore paesaggio all’inizio della legislatura e alla sua lenta e faticosa ricostituzione nel corso dei successivi tre anni);
    c) di uno straordinario impegno dei funzionari del settore paesaggio, anche con molte ore di lavoro non retribuite, nel costruire la proposta di piano;
    d) di numerose assemblee pubbliche di approfondimento e discussione che hanno accompagnato le fasi di formazione del piano nei diversi ambiti del territorio toscano;
    e) di una lunga e ripetuta concertazione con attori pubblici (ANCI, Consiglio autonomie, comuni, sovrintendenze, Ministero) e del confronto con attori privati (ordini professionali, associazioni sindacali e imprenditoriali, ecc);
    f) di una validazione tecnica preliminare da parte del Mibact sul lavoro complessivo (dicembre 2013);
    g) di due successive proposte di piano approvate dalla giunta (gennaio e maggio 2014);
    h) di un esame in sede di più commissioni consiliari (ne ricordo almeno cinque) che ha portato all’adozione, con emendamenti , il 2 luglio 2014;
    i) del lavoro di controdeduzioni che ha portato al voto unanime della Giunta il 4 dicembre 2014

Sfido tutti coloro che hanno dichiarato in aula, rivolti alla giunta, che “s’è perso tempo”, a trovare un esempio di piano paesaggistico regionale copianificato con il Mibact che abbia concluso questo percorso in un tempo più rapido.
E ciò nonostante –per non citare che i due esempi più significativi -una ricerca di regole condivise con i sindaci delle Apuane interessati dalle attività di escavazione durata più mesi, e un tavolo con i rappresentanti di categoria delle associazioni agricole protrattosi con incontri quasi quotidiani per settimane.
Se nel caso delle associazioni agricole ciò ha portato, pur con perdite significative dei contenuti del piano (quali la sparizione di gran parte dei riferimenti alla “maglia agraria”, di ogni citazione della parola “vigneti”, e di tutti i riferimenti al “mantenimento delle attività agrosilvopastorali montane per arginare i processi di abbandono”), a una sostanziale condivisione del testo,nel caso delle Apuane sia la modifica della prima proposta di giunta che gli emendamenti introdotti dal consiglio in fase di adozione non hanno sancito la fine delle ostilità né delle interferenze anche pesanti rispetto ai contenuti del piano e alla procedura istituzionalmente definita per la sua approvazione.
Abbiamo così assistito, in commissione consiliare, al voto di emendamenti non coerenti con i contenuti propri di un piano paesaggistico, a diverse e articolate trattative politiche non con le rappresentanze istituzionali delle imprese ma con alcune imprese, alla partecipazione di consulenti delle imprese del marmo alla scrittura degli emendamenti nelle stanze del Consiglio regionale, alla sparizione dal Piano di tutti i riferimenti alle criticità di luoghi specifici che disturbavano qualcuno che aveva modo di far sentire la propria voce, e così via. Tutte le tipologie degli emendamenti proposti in commissione sono state ispirate a un unico principio: depotenziare l’efficacia del piano.
A titolo esemplificativo:

  • nelle Apuane sono state cancellate tutte le criticità relative a specifiche aree interessate dalle escavazioni;
  • molte criticità paesaggistiche evidenti sono state trasformate in forma dubitativa;
  • un emendamento si proponeva addirittura di specificare che le criticità costituivano valutazioni scientifiche delle quali i piani urbanistici “non dovevano tenere conto”;
  • nelle spiagge si intendevano ammettere adeguamenti, ampliamenti, addizioni e cambi di destinazione d’uso;
  • la dispersione insediativa, anziché da evitare, era al massimo da limitare o armonizzare;
  • la salvaguardia dei varchi inedificati nelle conurbazioni andava cancellata, o anch’essa “armonizzata”;
  • le relazioni degli insediamenti con i loro intorni agricoli sono state soppresse;
  • l’alpinismo in Garfagnana andava soppresso;
  • gli ulteriori processi di urbanizzazione diffusa lungo i crinali non erano da evitare bensì da armonizzare;
  • e così via.

Ciò ha prodotto, come esito del lavoro della commissione consiliare, la riscrittura di molti contenuti sostanziali del piano, rovesciandone in più parti gli obiettivi, depotenziando la valenza anche normativa del piano adottato, e contraddicendo sia il Codice dei beni culturali e del paesaggio che la nuova legge regionale in materia di governo del territorio in vigore dal novembre 2014.
Soltanto la verifica in extremis con il Mibact, con il quale il piano va necessariamente copianificato anche per dare attuazione alle semplificazioni che da esso discendono, dovuta anche alla luce del verdetto ricevuto a suo tempo sull’integrazione paesaggistica del PIT adottata dalla Regione Toscana nel 2009, ha portato con un grande sforzo da parte di tutti i soggetti coinvolti, e del Presidente Rossi in prima persona, a recuperare almeno in parte alcuni dei contenuti essenziali che permettono di qualificare questo piano come “piano paesaggistico”.
Non posso che concordare con chi ha definito questa retromarcia imbarazzante. Lo è senza dubbio per l’immagine arretrata, riflessa da alcuni rappresentanti eletti, della società toscana (smentita invece dalla moltitudine di cittadine e cittadini che si sono espressi in difesa del piano). Lo è per chi, come me, ha creduto nel federalismo, non quello della riforma del Titolo V della Costituzione operata all’inizio del nuovo millennio oggi peraltro ripudiata dagli stessi autori, ma quello auspicato da Carlo Cattaneo e da Silvio Trentin.
In questo caso devo tuttavia riconoscere che l’intervento del Ministero ha contribuito a salvare parti significative del piano. grazie in particolare all’impegno della sottosegretario Borletti Buitoni, oltre a quello del ministro Franceschini intervenuto anch’esso in prima persona.
Al di là di tutto ciò, e alla fine di questo tormentato percorso, credo di dover evidenziare come il conflitto attivatosi intorno al piano -non fra ambiente e sviluppo, ma tra interessi collettivi e interessi privati -sottenda in realtà due diverse accezioni di sviluppo.
Due concezioni dello sviluppo contrapposte. Chi è passatista?
Gran parte delle modifiche proposte e in parte apportate al piano attraverso gli emendamenti, sono ispirate da una lettura del Piano inteso come insieme di vincoli/freno allo sviluppo e alla libertà d’impresa: meno vincoli più sviluppo, più vincoli meno sviluppo.
Lo sviluppo è dunque inteso come tutela delle libertà d’uso e sfruttamento del territorio da parte delle imprese economiche, soprattutto da parte delle grandi imprese (multinazionali del vino e del marmo, del turismo, ecc), oltre alla tutela del continuare a fare ognuno “come ci pare”. I soggetti presi a riferimento non sono certo i viticoltori artigiani di qualità, piuttosto che le botteghe di trasformazione artistica del marmo, per non citare che due esempi fra i molti possibili, in una “compressione della rappresentanza” rispetto alla complessità crescente del mondo produttivo.
La rappresentanza dei grandi interessi finanziari, travestiti da interessi per lo sviluppo, è l’unica ad essere di fatto garantita.
Ma questo modello di sviluppo non è forse alla base della crisi economica che stiamo vivendo? Il tentativo di affossamento del valore normativo del Piano paesaggistico è peraltro coerente con l’ideologia che esalta i processi di privatizzazione e centralizzazione dei processi economici e politici, in molti casi peraltro sostenuti da finanziamenti pubblici, come unica via d’uscita dalla crisi. In questa monodirezionalità degli emendamenti votati in commissione è stato peraltro negato lo spirito stesso del Codice. Laddove il Codice richiede che il Piano si interessi di tutto il territorio regionale, si chiede infatti, di conseguenza, un cambio dalla centralità dai vincoli (prescrizioni che riguardano i soli beni paesaggistici formalmente riconosciuti) alle regole di buon governo per tutto il territorio, compresi quindi i paesaggi degradati, le periferie, le infrastrutture, le aree industriali, gli interventi idrogeologici, gli impianti agroindustriali, ecc); dunque regole per indirizzare verso esiti di maggiore qualità le trasformazioni quotidiane del territorio, e non solo preservare i suoi nodi di eccellenza.
La stessa cura a migliorare la qualità paesaggistica di tutto il territorio regionale è richiesta come noto dalla Convenzione europea del paesaggio, che parla di attenzione ai mondi di vita delle popolazioni); I piani paesaggistici di nuova generazione fanno dunque riferimento a un diverso e innovativo modello di sviluppo che vede la centralità della valorizzazione del patrimonio territoriale e paesaggistico nella costruzione di ricchezza durevole per le comunità.
Non certo per rinunciare al manifatturiero, e nemmeno all’escavazione del marmo, ma per far convivere queste attività con altre possibilità imprenditoriali, a partire da un patrimonio territoriale che ne renda possibile e realisticamente fattibile lo sviluppo.
Come ha scritto recentemente un ex sindaco, Rossano Pazzagli, a proposito delle prospettive dell’attività turistica, “fare turismo…è perseguire un turismo non massificato, di tipo esperienziale…Chi vuole riaprire le coste alla cementificazione…finirà per danneggiare lo stesso turismo balneare, che va in cerca di paesaggio, di spiagge, di pinete e di sole, non di qualche pezzo di periferia urbana in riva al mare.” Non solo le Apuane, uniche al mondo, ma lo stesso marmo apuano, meriterebbe di essere a tutti gli effetti considerato come una risorsa preziosa, e valorizzato di conseguenza restituendo alle comunità locali gran parte del valore aggiunto che va invece ad arricchire singoli individui, distruggendo per sempre le montagne.
Sono soltanto alcuni esempi, che tuttavia testimoniano come il piano ponga le basi per rendere possibile un diverso sviluppo, basato non sulla distruzione del patrimonio regionale ma sulla sua messa in valore sostenibile per la collettività e il suo futuro.
Il Presidente Rossi ha dichiarato che sarei “un grande tecnico… che quando esprime giudizi politici compie scivoloni pericolosi”. Da questo punto di vista io rivendico invece il mio agire “diversamente politico”, in quanto non guidato dal desiderio di mantenere un incarico di assessore, né dall’obbligo di restituire favori e accontentare interessi specifici.
In questi anni ho cercato di garantire nel modo più degno possibile, nel ruolo che ho avuto l’onore e l’onere di ricoprire, la straordinaria civiltà tuttora profondamente impressa nel paesaggio toscano, pur nella complessità delle sfide sociali, economiche e politiche che hanno interessato nel passato e  interessano ancor più oggi questa regione.
In conclusione è con un sentimento contradditorio che accolgo questo voto del Consiglio:

  • da una parte la soddisfazione per il fatto che il proposito di rendere inefficace un progetto assai avanzato per la a Toscana futura abbia dovuto in parte rientrare grazie alla forte mobilitazione culturale e sociale in difesa del piano, e per il ravvedimento finale del principale partito di maggioranza;
  • dall’altra il rammarico per il fatto che il percorso di questo piano sia stato costellato da cedimenti, contraddizioni, indebolimenti che hanno ovviamente lasciato il segno nel corpo del piano stesso.

Non mi sento pertanto di fare alcuna celebrazione clamorosa, né retorica, di questo esito. Raggiungere questo risultato è stato difficile e aspro, né sono state risolte tutte le contraddizioni.
Spero tuttavia che l’alto livello di mobilitazione attivatosi a livello regionale e nazionale intorno a questo piano e all’allarme sul rischio del suo annullamento, serva a mantenere alta l’attenzione intorno all’interpretazione che quotidianamente, nei giorni e negli anni a venire, sarà data del piano stesso e dei suoi contenuti. E a favorire la realizzazione di un Osservatorio regionale del paesaggio, già previsto dalla LR65/2014 e da attivare nei prossimi mesi, che sappia garantire una forte partecipazione sociale, facendo entrare il paesaggio a pieno titolo fra gli obiettivi dello sviluppo regionale volti ad aumentare il benessere delle popolazioni presenti sul territorio.
Anna Marson, Assessore Urbanistica, pianificazione del territorio e paesaggio

 

NOTA 1
Pol Pot in Toscana, l’accusa di voler espiantare i vigneti per rimettere le pecore (messa anche in bocca a sindaci con i quali ho collaborato fattivamente per gran parte della legislatura), i soldi al marito (che ha lavorato gratuitamente con gli altri professori universitari che hanno collaborato al piano), gli insulti per essere straniera in Toscana, essendo nata a Treviso, gli ambientalisti in cachemire citati ancora ieri in Consiglio regionale, i professori che vivono nell’agio mentre i Consiglieri i regionali soffrono nelle montagne (dimenticando che in Italia i professori universitari sono retribuiti quanto un bidello svizzero ma in questo piano hanno per scelta lavorato gratuitamente, mentre gli assegnisti sono stati retribuiti mille euro al mese) e così via.

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