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Il Governo cala le tasse e aumenta le bollette?

Comunicato stampa congiunto del 21/07/2015

Altura
Amici della Terra
Comitato per la Bellezza
Comitato Nazionale del Paesaggio
Ente Nazionale Protezione Animali
Italia Nostra
LIPU
Mountain Wilderness
Movimento Azzurro
Pro Natura
Rete nazionale NO geotermia speculativa e inquinante
Verdi Ambiente e Società
Wilderness Italia

Mentre l’Autorità per l’energia denuncia una spesa fuori controllo nel 2015 e 2016 per eolico e rinnovabili speculative, prevalgono le pressioni dei lobbysti e il MISE prepara un nuovo Decreto. Le associazioni ambientaliste: “Cosi non si combatte la CO2 ma si aggravano gli oneri per famiglie e imprese in tempo di crisi, con gravi danni a Paesaggio e Biodiversità”.

Roma, 21 luglio 2015 – Già dal 2015 e 2016 la spesa per gli incentivi alle rinnovabili elettriche sarà fuori controllo. A causa del pesante extra costo dovuto al ritiro dei Certificati Verdi (sistema incentivante già attivo da anni), l’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas (AEEG) afferma che sta valutando “l’assunzione di apposite misure finalizzate a rendere sostenibile tale rilevante incremento degli oneri”.
L’impatto complessivo annuo della sola conversione dei Certificati Verdi lieviterà quindi a 5 miliardi, portando la componente A3 della bolletta a 14 miliardi nel 2016, quindi con un extracosto di circa 2 miliardi di euro!
Nel 2014 furono adottati Decreti “spalmaincentivi” per l’impossibilità di onorare impegni non sostenibili assunti con incentivi sproporzionati. Ora, contraddicendo se stesso, il governo prepara nuove lucrose incentivazioni pluriennali per ulteriori impianti speculativi, di scarsa efficienza e produttività, oltre che gravemente impattanti sul già martoriato territorio italiano. Proprio le società eoliche ne beneficerebbero maggiormente, malgrado le rinnovabili elettriche abbiano già superato gli obiettivi, persino quelli “inventati” per giustificare nuovi sussidi. E il miserabile apporto energetico dell’eolico non è stato certo determinante, malgrado piantagioni di migliaia e migliaia di torri eoliche!
Tredici associazioni ambientaliste − Altura, Amici della Terra, Comitato per la Bellezza, Comitato Nazionale del Paesaggio, Ente Nazionale Protezione Animali, Italia Nostra, LIPU, Mountain Wilderness, Movimento Azzurro, Pro Natura, Rete nazionale NO geotermia speculativa e inquinante, Verdi Ambiente e Società, Wilderness Italia – denunciano: “E’ una politica schizofrenica, inspiegabile, se non con la volontà di accontentare talune lobby rispetto a interessi collettivi, che invece ben si concilierebbero utilizzando più moderati sostegni finanziari in altri comparti non elettrici. Ad esempio efficienza energetica o rinnovabili termiche, dove gli interessi nazionali sarebbero decisamente evidenti e diffusi e con superiori risultati di decarbonizzazione.
“Il Ministero Guidi riporti la supremazia della politica sugli appetiti finanziari e ritiri questo provvedimento sperpera-denari come già chiesto dagli ambientalisti e giustificato da inoppugnabili valutazioni costi benefici”.

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Fotovoltaico per metà dei consumi dell’isola del Giglio

Vogliono realizzare un impianto fotovoltaico a terra (dove? su terreno agricolo? naturale?) all’Isola del Giglio. L’impianto dovrebbe ricoprire 5 ettari, per incominciare.
Ma c’è gia chi suggerisce di installare pure le pale eoliche. In un isola che ospita un parco nazionale…

Fonte: QualEnergia.it
Di: Alessandro Codegoni

Coprire almeno 5 GWh di domanda con un impianto solare FV da quasi 4 MW: è il progetto per l’isola del Giglio che oggi si alimenta con un generatore diesel, che produce il kWh ad un costo di 50 c€. C’è anche un protocollo d’intesa tra tutti gli attori interessati e bassi sarebbero i tempi di ritorno dell’investimento anche senza fondi pubblici. Chi sfrutterà questa opportunità?

QualEnergia.it da anni affronta il problema della fornitura elettrica alle piccole isole non connesse alla rete, oggi in genere alimentate con il caro e inquinante diesel, che fa costare la loro elettricità tre volte quella nazionale (articoli su Qualenergia.it: qui, qui e qui). Ma, per una volta, invece di segnalare la consueta brutta notizia o scandalo, possiamo riferire che qualcosa sembra essersi messo in moto e c’è speranza che una delle piccole isole italiane diventi veramente un laboratorio “smart” per le energie rinnovabili e la loro integrazione nella rete.
L’isola è quella del Giglio, nell’Arcipelago Toscano, e la buona notizia riguarda unprotocollo d’intesa firmato dal Comune del Giglio-Giannutri, Terna Plus (il ramo di Terna che si occupa dei nuovi settori economici, rinnovabili comprese), Ibm, Acquedotto del Fiora, Ente Parco Arcipelago Toscano e la società SIE, la piccola azienda privata che oggi fornisce l’alimentazione elettrica alle due isole, tramite generatori diesel.
«Il progetto “Smart Island” prevede, almeno nella sua prima fase, la sostituzione di circa la metà della produzione elettrica di Giglio-Giannutri, oggi affidata a motori diesel che, come noto, sprecano come calore tre quarti dell’energia del carburante, con quella di un grande impianto fotovoltaico», spiega Luigi Michi, AD diTerna Plus. «Questo – continua – porterà a un dimezzamento delle 7.500 tonnellate di CO2 emesse dai generatori, oltre che degli altri inquinanti chimici contenuti nei loro fumi. Terna Plus, oltre ad essere ideatore dell’iniziativa, si occuperà della realizzazione del progetto della sua integrazione con la rete esistente, Ibm dei sistemi hardware e software di controllo del sistema».
L’integrazione solare-diesel, permette di evitare gran parte dei problemi connessi alla necessità di accumulo dell’energia fotovoltaica quando il sole non c’è, ma ugualmente il progetto prevederà sistemi di accumulo, anche piuttosto originali.
«Un primo accumulo a batterie dovrebbe essere utilizzato per ottimizzare la produzione dei motori diesel, un po’ come sta facendo Enel nell’isola di Ventotene» dice Michi. «I motori a scoppio hanno un regime ottimale di funzionamento, ma il dover inseguire i carichi li costringe a discostarsi continuamente dal numero ottimale di giri, sprecando ancora più energia: una batteria farebbe da tampone, evitando il saliscendi. Ma ancora più interessante è l’uso che pensiamo di fare del dissalatore del Giglio, gestito da Acquedotto del Fiora, che per fornire l’acqua potabile all’isola consuma da solo quasi un quinto dell’elettricità. Nei periodi di eccesso di produzione elettrica solare gli faremo produrre e pompare più acqua dissalata nei serbatoi posti in alto, nei periodi in cui il sole è scarso; utilizzeremo l’acqua accumulata così da ridurre l’assorbimento dell’impianto. Certo, si potrebbe anche pensare di utilizzare il dislivello nella discesa dell’acqua per produrre energia idroelettrica, come fanno nell’Isola di El Hierro alle Canarie, ma usare l’acqua potabile a questo scopo è cosa delicata, per cui eventualmente lo valuteremo in una seconda fase».
E in una seconda fase potrebbero anche aggiungersi altri sviluppi, come l’uso diveicoli elettrici per il trasporto pubblico o di altri sistemi di produzione a rinnovabili per ridurre ancora il ricorso al diesel, come il prototipo di generatore ad onde appena annunciato da Enea, pensato proprio per non impattare sul paesaggio delle piccole isole.
Ma vediamo qual è intanto la situazione attuale: il Giglio oggi consuma circa 10 GWh di elettricità l’anno; sostituirne 5 con il solare vorrà dire costruire un impianto fotovoltaico da 3-4 MW, esteso quindi su circa 5 ettari di terreno, che potrebbero essere non facili da trovare su un’isola montuosa di soli 23 kmq, coperti da ogni genere di vincolo ambientale e paesaggistico.
«In effetti la sorveglianza su di noi della Soprintendenza di Siena è molto serrata – ci dice il sindaco di Giglio-Giannutri Sergio Ortelli – anche se, ultimamente, stiamo discutendo con loro su come permettere ai cittadini l’utilizzo di piccoli impianti solari ed eolici nell’isola. Riteniamo, infatti, che l’urgenza di fare qualcosa per produrre energia pulita sia ormai grande e debba incontrare una maggiore flessibilità da parte degli enti che sorvegliano l’estetica delle città e del paesaggio Comunque, per quanto riguarda “Smart Island” esiste già l’area di Allume, vicino Campese, dove quasi 30 anni fa Enea sperimentò un allora avveniristico impianto fotovoltaico per alimentare celle frigorifere. È ampia, soleggiata e invisibile dal mare, e potrà essere utilizzata di nuovo per ospitare il nuovo impianto solare, in questo la nostra disponibilità è garantita».
Molto meno garantito era invece l’appoggio della SIE: in altri casi i produttori di elettricità sulle piccole isole, che hanno il monopolio delle reti locali, non si sono certo distinti per l’entusiasmo verso questo genere di iniziative, anzi sono risultati un freno notevole a ogni ipotesi di ammodernamento dei sistemi di produzione elettrica nei loro ”piccoli regni”.
«Non è proprio il nostro caso – dice Paolo Corsi, AD di SIE – Noi abbiamo accolto a braccia aperte questo progetto, perché il tema di come rinnovare i sistemi di produzione elettrica era sul nostro tavolo da tempo, ma non avevamo le risorse tecniche e finanziarie per affrontarlo. La riforma del sistema di produzione elettrica nelle piccole isole avviata dall’Autorità per l’Energia, spingerà verso la massima riduzione possibile dei costi, una cosa che continuando con il solo diesel è sempre più difficile da garantire. Quindi, se questo progetto ci permetterà di ridurre l’uso dei motori diesel, integrandolo con il solare, mettendoci così più al riparo dalle variazioni del prezzo del carburante e riducendo costi di riparazioni e manutenzione, tanto meglio per tutti: noi avremo costi più prevedibili e garantiti, e lo Stato spenderà meno a fine anno per conguagliare la differenza fra il prezzo in bolletta pagato dai nostri clienti e le spese da noi sostenute».
Una differenza non da poco, se si pensa che il suo conguaglio costa in bolletta, attraverso la voce UC4, a tutti gli italiani circa 60 milioni di euro l’anno. Ogni kWh da diesel costa, fra prezzo pagato dagli utenti e conguaglio statale, circa 50 centesimi al kWh, mentre il fotovoltaico potrebbe produrlo a circa 10 cent€/kWh. Un bel risparmio, su cui si punta per rendere il progetto economicamente sostenibile.
«I nostri primi calcoli prevedono una spesa di pochi milioni di euro per il nuovo impianto e la sua integrazione nel sistema dell’isola, molto meno dell’alternativa di tirare un cavo elettrico dall’Argentario. Con queste cifre relativamente modeste si avrebbe, con i risparmi su manutenzione e carburanti, un ritorno dell’investimento intorno ai 5 anni e da quel momento in poi una riduzione dei costi che dal Giglio vanno a pesare su tutti gli utenti italiani. Insomma una soluzione in cui vincono tutti», spiega Michi.
Ci si aspetterebbe quindi la fila dei finanziatori per concorrere a questo progetto. Invece non è ancora chiaro chi dovrebbe mettere quei milioni: SIE si è già sfilata, il comune non li ha di certo, anche se il sindaco non esclude un uso di fondi europei, attraverso la Regione Toscana, Terna Plus e Ibm sembrano voler fare solo i progettisti.
«Forse le risorse potrebbero arrivare dagli incentivi alla conversione delle isole a energie rinnovabili, attraverso la modalità progetti pilota smart-grid»,  ipotizza Michi. «Terna potrebbe anche essere disposta anche a fare da finanziatore in modalità ESCo, se si chiariscono le modalità di recupero dell’investimento»
Vedremo. Certo che se l’integrazione a rinnovabili nelle piccole isole è diventata così conveniente, sarebbe bello per una volta, che la si attuasse con uno schema tipo ESCo, usando solo fondi privati remunerati dal risparmio sui costi, invece di attendere come al solito ”l’aiutino” pubblico.
Altra incognita sono i tempi. «Se ci danno il via, l’impianto potrà essere reso operativo in meno di un anno, ma tutto sta ad avere le necessarie autorizzazioni. Tutti gli enti coinvolti si sono dichiarati entusiasti del progetto, speriamo che questo acceleri l’iter», conclude Michi.
A noi non resta che sperare che sia così, e che presto le spese energetiche e le emissioni al Giglio si dimezzino e l’isola diventi così la crepa nell’anacronistica diga che ha impedito finora l’uso massiccio delle energie rinnovabili, proprio dove sarebbero più utili e convenienti.

Truffa, sequestrata la serra fotovoltaica più grande del mondo

Fonte: Affari Italiani, 02/7/20015

Una società indiana avrebbe incassato 62 milioni di euro di contributi per colture orticole mai realizzate nei mega impianti fotovoltaici costruiti in Sardegna

E’ stata sequestrata dal corpo forestale a Villasor, nel Medio Campidano, la piu’ grande serra fotovoltaica del mondo per una presunta truffa milionaria. Il provvedimento, eseguito su ordine della magistratura, riguarda un’area di 193 ettari di cui 20 di serre fotovoltaiche della societa’ Twelve Energy costituita per gestire l’impianto dall’indiana Moser Bauer. Otto le persone indagate ai quali vengono contestati la truffa aggravata, la realizzazione abusiva dell’impianto in violazione della normativa urbanistica e la falsificazione di documenti.
Il corpo forestale ha effettuato un sequestro per equivalente pari a sei milioni di euro ma la cifra contestata sarebbe di molto superiore, indiscrezioni parlano di un giro di 62 milioni e 400mila euro che la Twelve energy, srl di Nuova Delhi, avrebbe incassato illegittimamente dal 2010.
Tutto ruota intorno a 130 ettari dove si sarebbero dovuti coltivare pomodori e patate, parallelamente alla produzione di energia “verde”. Ma “colture orticole”, come previsto nella relazione agronomica allegata al progetto, “non se ne sono mai viste”, è scritto nelle indagini. Tuttavia, la società di Nuova Delhi avrebbe ugualmente preso gli incentivi previsti per il fotovoltaico in campagna. Così risulta dalla ricostruzione del Corpo Forestale che ha passato al setaccio ogni passaggio dell’impianto, il più grande del mondo nel settore, con 105 megawatt richiesti e 20 attivati.
Le serre fotovoltaiche di Villasor erano state autorizzate nel 2009, con una conferenza di servizi ma nelle campagne dell’Isola fu un fiorire di serre coi pannelli solari sul tetto: oltre agli indiani, i cinesi nel 2009 hanno fatto partire l’impianto di Narbolia e gli spagnoli sono attivi a Uta e a Giave. Ma pure i tedeschi stanno puntando sulla Sardegna.  La truffa starebbe proprio nell’assenza di sviluppo agricolo, a fronte dei contributi incassati come previsto nel Conto energia, soldi che tutti i contribuenti italiani pagano attraverso la bolletta Ene

Piano Paesaggistico della Toscana pubblicato nel BURT

Il 20/05/2015 il piano paesaggistico della Toscana che è stato pubblicato nel Burt (Bollettino Ufficiale della Regione Toscana).
Ve lo proponiamo integralmente.

ATTI DI PROGRAMMAZIONE
Consiglio Regionale – Deliberazioni
DELIBERAZIONE 27 marzo 2015, n. 37
Atto di integrazione del piano di indirizzo ter­ritoriale (PIT) con valenza di piano paesaggistico. Approvazione ai sensi dell’articolo 19 della legge regionale 10 novembre 2014, n. 65 (Norme per il governo del territorio).

IL CONSIGLIO REGIONALE
Vista la Convenzione europea sul paesaggio ratificata con legge 9 gennaio 2006, n. 14 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione europea sul paesaggio, fatta a Firenze il 20 ottobre 2000) comportante l’obbligo per ogni Stato di recepirne i principi nei piani paesaggistici;
Visto il decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137) e, in particolare, l’articolo 143 “Piano paesaggistico”;
Vista la legge regionale 10 novembre 2014, n. 65 (Norme per il governo del territorio), che ha abrogato la legge regionale 3 gennaio 2005, n. 1 (Norme per il Governo del territorio);
Visto l’articolo 19 della l.r. 65/2014, che definisce le procedure di adozione e approvazione degli strumenti di pianificazione territoriale e di pianificazione urbanistica;
Visto l’articolo 58, comma 2, della l. r. 65/2014 che individua il piano paesaggistico regionale quale parte integrante del piano di indirizzo territoriale (PIT), che “assume la funzione di piano urbanistico-territoriale con specifica considerazione dei valori paesaggistici, ai sensi dell’articolo 135, comma 1, del Codice”;
Vista la legge regionale 12 febbraio 2010, n. 10 (Norme in materia di valutazione ambientale strategica “VAS”, di valutazione di impatto ambientale “VIA” e di valutazione di incidenza);
Vista la deliberazione del Consiglio regionale 24 luglio 2007, n. 72 (Legge regionale 3 gennaio 2005, n. 1 “Norme per il governo del territorio”. Approvazione del piano di indirizzo territoriale “PIT”), con la quale è stato approvato il PIT;
Vista la risoluzione del Consiglio regionale del 29 giugno 2011, n. 49 (Approvazione del programma regionale di sviluppo “PRS” 2011-2015), con cui si prevede di dare attuazione alle politiche di governo del territorio anche attraverso l’implementazione paesaggistica del PIT;
Vista la deliberazione del Consiglio regionale 2 luglio 2014, n. 58 (Integrazione del piano di indirizzo territoriale “PIT” con valenza di piano paesaggistico. Adozione ai sensi dell’art. 17, comma 1, della legge regionale 3 gennaio 2005, n. 1 “Norme per i governo del territorio”) con la quale il Consiglio Regionale ha adottato l’atto di integrazione del PIT con valenza di piano paesaggistico;
Vista la risoluzione del Consiglio regionale del 2 luglio 2014, n. 255, con la quale vengono puntualizzate le principali azioni che si intende perseguire attraverso l’approvazione del piano paesaggistico, tra cui la semplificazione procedimentale amministrativa;
Vista la deliberazione del Consiglio regionale 16 luglio 2014, n. 61 (Approvazione dell’integrazione al piano di indirizzo territoriale “PIT” per la definizione del Parco agricolo della Piana e per la qualificazione dell’aeroporto di Firenze secondo le procedure previste dall’articolo 17 della legge regionale 3 gennaio 2005, n. 1 “Norme per il governo del territorio”);
Considerato che sul Bollettino ufficiale della Regione Toscana 16 luglio 2014, n. 28 , parte II, sono stati pubblicati:

  • l’avviso di adozione dell’atto di integrazione del PIT con valenza di piano paesaggistico per consentire a chiunque di prenderne visione e di presentare le opportune osservazioni, ai sensi dell’articolo 17 della l.r. 1/2005;
  • l’avviso di avvio della procedura di valutazione ambientale strategica (VAS) dell’atto di integrazione del PIT con valenza di piano paesaggistico per consentire a chiunque di prenderne visione e di presentare le opportune osservazioni, ai sensi dell’articolo 25 della l.r. 10/2010.

Preso atto che, a seguito dei suddetti avvisi, sono pervenute:

  • al Consiglio regionale n. 607 osservazioni presentate ai sensi dell’articolo 17 della l.r. 1/2005;
  • al nucleo unificato regionale di valutazione (NURV), quale autorità competente per la VAS, n. 40 osservazioni presentate ai sensi dell’articolo 25 della l.r. 10/2010.

Visto l’Atto di integrazione e modifica del disciplinare del 15 aprile 2011 inerente l’attuazione del protocollo d’intesa tra il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e la Regione Toscana, del 28 ottobre 2014, con il quale, fra l’altro, si è convenuto che l’Elenco degli interventi nelle aree di cui all’articolo 143, comma 4, lettera b), che, in quanto volti alla riqualificazione dell’edificato esistente, non richiedono il rilascio dell’autorizzazione di cui all’art. 146 del Codice, costituisce documento condiviso ai fini del PIT con valenza di piano paesaggistico;
Vista la deliberazione della Giunta regionale 4 dicembre 2014, n. 1121 (PIT con valenza di piano paesaggistico: proposta di modifica agli elaborati di cui alla D.C.R. 58/2014 a seguito delle risultanze alle osservazioni secondo quanto previsto dall’art. 19, comma 2, L.R. 65/2014 e dell’art. 25 della L.R. 10/2010 al fine dell’approvazione finale da parte del Consiglio regionale), integrata dalle successive deliberazioni 19 gennaio 2015, n. 41 e 2 marzo 2015, n. 192;
Visto che, con le deliberazioni sopracitate, sono state approvate e trasmesse al Consiglio regionale:

  • l’istruttoria tecnica delle osservazioni presentate ai sensi dell’articolo 17 della l.r. 1/2005 e dell’articolo 25 della l.r. 10/2010;
  • le conseguenti proposte di modifica all’integrazione paesaggistica del PIT adottata con del. c.r. 58/2014 relative ai seguenti elaborati:

Disciplina di Piano
Elaborati di livello regionale – Abachi delle Invarianti:
I caratteri idro-geo-morfologici dei bacini idrografici e dei sistemi morfogenetici
II caratteri eco sistemici dei paesaggi
III carattere policentrico e reticolare dei sistemi insediativi, urbani e infrastrutturali
IV caratteri morfotipologici dei sistemi agroambientali dei paesaggi rurali (…..)

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Ecoreati, una legge truffa

Fonte: MicroMega, 19/05/2015
Di: Antonia Battaglia

Il Ddl 1345, che introduce norme per i delitti contro l’ambiente nel codice penale, è diventato legge.
Il testo, sbandierato come un grande successo da diversi partiti e da alcuni associazioni ambientaliste, ha subito vari emendamenti e modifiche, e nella sua formulazione risulta talmente ambiguo da rappresentare de facto un condono ai grandi inquinatori attuali e potenziali.
Esso mette a rischio i processi per disastro ambientale, in corso e futuri, escludendo la possibilità per la magistratura di avviare nuove indagini sui delitti ambientali e di rimettere in discussione impianti inquinanti dotati di autorizzazioni ad operare o produrre.
Come? Attraverso l’inserimento dell’avverbio “abusivamente”, che, nell’articolo 452, sancisce il principio che un disastro ambientale è tale solo se “cagionato abusivamente”.
Ovvero l’art. 452 dice che chiunque “abusivamente cagiona un disastro ambientale è punito con la reclusione da cinque a quindici anni, costituendo disastro ambientale l’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali; l’offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto per l’estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone offese o esposte a pericolo”.
Un reato ambientale, secondo la norma, sarà tale solo se sarà stato compiuto al di fuori delle norme. Ma nel caso in cui uno stabilimento industriale, una discarica o altro soggetto inquinante fossero provvisti di un’autorizzazione a produrre e a funzionare, non sarebbero abusivi e non potrebbero essere giudicati per disastro ambientale.
La legge mette a rischio il processo Ilva “Ambiente Svenduto” e rappresenta un’àncora di salvataggio per i grandi inquinatori e per le lobbies di attività industriali potenzialmente inquinanti. Poiché l’Ilva produce inquinando (lo dice il GIP Todisco del Tribunale di Taranto e fa eco la Commissione Europea), ma produce con una regolare autorizzazione ambientale. L’Ilva non rispetta, secondo il GIP e secondo la Commissione, i dettami contenuti in tale autorizzazione ma una volta approvata questa legge, essa non potrebbe mai più essere sanzionata poiché il suo inquinamento non sarebbe abusivo. Non importa che non si rispetti l’autorizzazione, l’importante è che l’autorizzazione esista.
Con l’approvazione del Ddl 1345, la salute dei cittadini e l’ambiente passano in secondo piano rispetto ai diritti garantiti agli inquinatori, protetti da autorizzazioni e quindi non abusivi. L’esistenza del delitto ambientale dipenderà, infatti, esclusivamente dalla concessione autorizzativa di tipo amministrativo. Tutto qui.
Il Ddl 1345, promosso da quasi tutti i partiti e con particolare slancio dal Partito Democratico, dal Movimento 5 Stelle e da SEL, rappresenta uno scudo di impunità eccezionale in quanto sarà molto difficile immaginare impianti che funzionino senza una seppur minima (anche se inosservata) autorizzazione amministrativa.
L’Ilva sarà protetta dalla sua AIA, modificata, non rispettata, ancora non completata e molto lontana da un minimo di realizzazione effettiva. Un’AIA che è stata ulteriormente depotenziata dalla nuova legge pro-Ilva del 5 gennaio 2015, ma che sarà molto efficace nel proteggere lo stabilimento e i quadri dirigenziali, quali che siano le azioni che verranno compiute a discapito di cittadini, operai e ambiente.
Contro questa legge si sono espressi in pochi.
“Vox clamantis in deserto”. Con Peacelink, il co-portavoce dei Verdi Angelo Bonelli ed il magistrato Gianfranco Amendola, figura autorevole del diritto ambientale italiano, il quale ha sottolineato che, per decretare un disastro ambientale, tutto dipenderà adesso dalla presenza o dalla mancanza di un’autorizzazione.
Ovvero, “punire solo chi cagiona “abusivamente” un disastro ambientale o un inquinamento rilevante, significherebbe, cioè, a contrario, accettare che possa essere lecito o, addirittura, autorizzato un disastro ambientale (con morti, devastazioni ecc.). Purché non sia “abusivo””. Ma un’autorizzazione amministrativa può mai rendere lecita una condotta che sia suscettibile di portare ad un disastro ambientale?
Si sarebbe dovuto pertanto cancellare l’avverbio “abusivamente” scrivendo “chiunque cagiona un disastro ambientale è punito con la reclusione”, che in caso di ipotesi colposa di disastro ambientale ha una pena massima che tuttavia non supera i 5 anni di reclusione.
Gianfranco Amendola ha scritto che: “Avremo, così, unico Paese al mondo, il delitto di disastro ambientale ‘abusivo’ e cioè un disastro che può essere punito solo se commesso “abusivamente”. Altrimenti, il fatto non sussiste e l’imputato può essere assolto. È evidente, infatti, che punire solo chi cagiona abusivamente un disastro o un delitto di inquinamento rilevante, significa accettare che possa essere lecito o, addirittura, autorizzato un disastro ambientale (con morti, devastazioni ecc.), che non sia però abusivo”. Ma esistono reati ambientali non abusivi?
Oltre al disastro ambientale abusivo questa legge ha un altro punto molto debole, in quanto recita che per essere considerato tale, il disastro ambientale deve poter essere definito come “alterazione irreversibile dell’ecosistema”, senza che i concetti di “compromissione” e di “deterioramento” dell’ambiente stesso siano ulteriormente definiti, lasciando così ampi margini d’interpretazione.
L’astrazione della definizione di reato ambientale e il lavoro di ricognizione scientifica che il testo chiama in causa fanno presupporre che il reato sarebbe ipotizzabile solo dopo lunghi anni di studio e di ricerca, visto che per dichiarare “irreversibile” un danno ambientale, si dovrebbe aver già provato a ripristinare la situazione antecedente all’inquinamento, attraverso una serie di tentativi di bonifica e di decontaminazione.
Come si misura il danno irreversibile secondo la norma? E perché ci deve essere uno sconto della pena importante per ravvedimento operoso?
La legge approvata il 19 maggio rappresenta una norma di salvataggio per chi ha inquinato, causato malattia e morte come a Taranto (lo dicono le perizie del Tribunale) e per chi continuerà a farlo, a Taranto come altrove.
Ma come è possibile che il Parlamento voti una norma che permette l’utilizzo degli “air-gun” (esplosioni per ispezioni petrolifere in mare)?
“Neanche una virgola” era la frase che troneggiava in conferenze stampa, tweets e foto di rappresentanti di diversi partiti, felici di contribuire al successo di una legge che si piega ai diktat di grandi lobbies di attività inquinanti e che cancella ogni baluardo di protezione dei nostri mari. Con il beneplacito di Pd, M5S, Legambiente e di altri ambientalisti da salotto.
Adesso abbiamo capito. “Neanche una virgola” voleva dire che non si dovevano accogliere le proposte di Peacelink e dei Verdi, e che gli emendamenti migliorativi dovevano rimanere in un cassetto.
Adesso tutto è permesso, l’Ilva può finalmente inquinare senza preoccuparsi più di nulla.

Estirpati 6mila ulivi per far posto a parchi fotovoltaici nel Brindisino

Fonte: Il Corriere del Mezzogiorno, 11/03/2015
Di: Francesca Cuomo

Scoperta della Forestale nelle campagne tra Brindisi e Cellino San Marco
Sanzionate alcune società del settore per complessivi 400.000 euro

Oltre 6.500 ulivi sono stati estirpati, senza alcuna autorizzazione, nelle campagne tra Brindisi e Cellino San Marco per far spazio a pannelli fotovoltaici. Sui terreni in cui si trovavano alberi secolari, tra il 2010 e il 2011 sono stati realizzati campi fotovoltaici con la semplice richiesta di Dichiarazione di inizio attività (Dia). La Forestale di Brindisi ha multato per 400mila euro gli intestatari dei terreni su cui si trovavano gli alberi poi spariti. Si tratta di circa 30 ettari di uliveti rasi al suolo per realizzare gli impianti suddivisi in piccole particelle e con una produzione di energia inferiore ad un megawatt per evitare di dover chiedere la Valutazione d’impatto ambientale.
Le verifiche
Attraverso una verifica incrociata dei dati i militari hanno anche scoperto che i nomi dei proprietari delle diverse società a cui erano intestati gli impianti erano ricorrenti. C’era, insomma, un sistema ben collaudato per aggirare le leggi sia relativamente alla parcellizzazione degli impianti sia per rendere i terreni adatti all’istallazione dei pannelli. Per estirpare gli ulivi, però, non era stata chiesta alcuna autorizzazione come richiede la legge. L’attività di indagine è partita da una segnalazione dei tecnici della Regione Puglia che hanno allertato la Forestale dopo aver verificato che non era stata chiesta alcuna autorizzazione ad estirpare gli alberi che, dopo un’attenta verifica, risultava scomparsi. Un sopralluogo ha tolto ogni dubbio: su quei terreni gli ulivi erano stati sostituiti dai pannelli fotovoltaici. La normativa impone che, prima di procedere all’abbattimento o all’espianto di alberi di olivo di qualsiasi dimensione, è necessario acquisire dagli uffici regionali le relative autorizzazioni. Il mancato rispetto di questa procedura costituisce un illecito da sanzionare amministrativamente. Le indagini hanno consentito di verificare che gli espianti abusivi, avvenuti nel corso della realizzazione di impianti fotovoltaici tra il 2010 e il 2011, erano stati effettuati da diverse società tutte però riconducibili ai medesimi soggetti. «Per quanto nessuno degli olivi estirpati nel Brindisino avesse le caratteristiche tali da essere individuato come pianta monumentale – ha spiegato la Forestale in una nota -, l’eliminazione di oliveti su vasta scala, oltre a dover soggiacere a normative rigorose, comporta su svariati piani (sul piano paesaggistico, su quello della produzione di ossigeno, su quello dell’habitat offerto a diverse specie di uccelli e di mammiferi) delle conseguenze facilmente immaginabili da chiunque. A questi motivi si aggiunge che l’estirpazione di ogni singola pianta di olivo non è lasciata alla decisione del proprietario, ma deve essere accompagnata da una autorizzazione ai sensi di una legge che ha carattere nazionale e che tutela gli oliveti sin dal 1951».
Le aree agricole
I militari hanno anche spiegato che tutelare le aree agricole non è affatto facile: l’assenza di 6.500 alberi però non poteva passare inosservata. L’estensione dei terreni da cui sono stati estirpati è ben maggiore rispetto alla dimensione dei campi fotovoltaici. In realtà, queste società avevano completamente «ripulito» 30 ettari su cui, oltre agli spazi dedicati ai pannelli di silicio, c’erano anche quelli per le centrali di controllo e tutte le aree di servizio necessarie anche per garantire il passaggio della vigilanza. Di fatto, intorno ai campi fotovoltaici erano state realizzate strade di servizio. Gran parte dei terreni sono stati utilizzati con questo scopo senza pensare alle conseguenze e senza neppure avere il minimo timore. Probabilmente i titolari di queste società ritenevano che nessuno si sarebbe accorto dell’assenza di 6.500 alberi.

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