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Compiobbi – Fiesole: quattro cipressi per un parcheggio/2

Comitato cittadino Compiobbi-Valle dell’Arno

Comunicato stampa, Firenze luglio 2005

Il comitato riunito il 19 luglio, conferma all’unanimità la volontà di difendere i quattro cipressi prospicenti la stazione di Compiobbi stigmatizzando il comportamento dell’Amministrazione che nell’incontro dello scorso aprile (con due assessori e il responsabile del Dipartimento assetto del Territorio) aveva garantito la revisione del progetto.
Senza alcuna comunicazione si viene invece a sapere che gli alberi saranno abbattuti; per noi la parola data è importante come la trasparenza e la partecipazione e un’eventuale persistere su questa volontà getterebbe un’ombra indelebile sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Né la promessa di reimpianto ci garantisce più di tanto, visto che nei precedenti insediamenti sono stati posti alberi piccoli, di cattiva qualità e spesso morti per mancanza di innaffiature.
Si ribadisce il valore naturalistico e anche storico-affettivo di queste piante che, sia pure maltrattate, hanno richiesto decine di anni per crescere e sono l’unica nota di verde in un contesto cementificato e inquinato; non dimentichiamo che la muraglia dell’ex oleificio verrà in alcuni punti alzata ulteriormente , sulla statale transitano 15000 veicoli al giorno e sul costruendo parcheggio troneggia un ripetitore dei cellulari.
La scalinata col sottopasso della torretta e un marciapiede largo 3 m:(!!!!) metterebbero soltanto in comunicazione i due livelli del parcheggio (54+24 posti)senza portare a nessun altra destinazione.
Per accedere alle abitazioni si percorrerà invece il passaggio a cavaliere e poi l’ascensore.
Nonostante le osservazione accettate in sede di approvazione del piano in Consiglio comunale che avevano dato precise prescrizioni in tal senso alla ditta, non è prevista alcuna protezione pedonale in via della Stazione e via della Rosa, mentre si abbandona definitivamente il progetto di un percorso pedonale sull’Arno.
I cipressi hanno notoriamente radici profonde quindi non dovrebbero subire danni irreparabili dal rifacimento del muro e tale possibilità era stata accettata anche dai tecnici del cantiere.
In ogni caso la comunicazione fra i due livelli del parcheggio poteva avvenire tramite una rampa con pendenza limitata sull’area verde evitando il servoscala per i disabili costoso e soggetto a vandalismo.
Questa ipotesi era prevista nel progetto esposto al Centro Incontri e poi nell’assemblea pubblica del novembre 2003 al Circolo La Pace e , chissà perché, è stata abbandonata.
Alla luce di tutto ciò si tratterebbe di un sacrificio inutile, che non apporta alcun beneficio in un’area priva di comunicazioni pedociclabili o con marciapidi di 40-50 cm.e piena di barriere architettoniche e può essere evitato.
Chiediamo la solidarietà delle associazioni ambientaliste e dei comitati cittadini nonché delle forze politiche sensibili all’ambiente.
Per intanto abbiamo una gradita lettera di solidarietà e appoggio dal Prof. Mario Bencivenni del coordinamento metropolitano dei comitati cittadini.

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Il Padule di Fucecchio e il “Tubone”: osservazioni delle principali Associazioni Ambientaliste Toscane

Firenze, luglio 2005

Osservazioni delle Associazioni Legambiente, Ambiente Lavoro Toscana, Wwf, Lipu,
Italia Nostra, Amici della Terra e Forum Ambientalista

Osservazioni delle principali Associazioni Ambientaliste Toscane all’Accordo integrativo per la tutela delle risorse idriche del Basso e Medio Valdarno e del Padule di Fucecchio (attraverso la riorganizzazione della depurazione industriale del comprensorio del cuoio e di quella civile del Circondario Empolese, della Valdera, della Valdelsa e della val di Nievole) tra le Istituzioni dell’area, che può minacciare gli equilibri idrogeologici e biologici della zona umida.
Le Associazioni ambientaliste firmatarie del presente documento pur prendendo atto della necessità di:

  • riorganizzare e rendere efficiente la depurazione industriale del comprensorio del cuoio,
  • diminuire la pressione sulla risorsa idrica che l’industria conciaria esercita nella zona suddetta,
  • migliorare la funzionalità dei cicli impiantistici dei depuratori della zona del cuoio,
  • sviluppare la ricerca con modifiche del ciclo di concia per ridurre il contenuto inquinante dei reflui a valle dei processi produttivi,
  • riorganizzare e rendere più efficiente la depurazione civile delle aree indicate nell’Accordo di Programma;

considerato inoltre che la situazione quali-quantitativa delle acque del Padule di Fucecchio, e di altri corpi idrici dell’area (vedi in particolare le criticità manifeste del canale Usciana, e del Fiume Arno) è particolarmente carente, e viste le scadenze che impone il Piano di Tutela delle Acque della Regione Toscana, non approvano la soluzione progettuale prevista dall’Accordo di Programma Quadro in particolare per:

  • parte della “filosofia” generale di intervento;
  • alcuni aspetti specifici che appaiono carenti;
  • la mancata salvaguardia del Padule di Fucecchio in netto contrasto rispetto a quanto più volte dichiarato.

Inoltre evidenziano

  • la mancanza di soluzioni progettuali alternative;
  • la mancata previsione di una procedura di VIA conforme ai criteri dettati dalla legislazione europea e nazionale;
  • la carente informazione e lo scarso coinvolgimento di molti portatori di “interesse” generale.

1) OSSERVAZIONI GENERALI
La parte di progetto che riguarda la riorganizzazione della depurazione civile del Circondario Empolese, della Valdera, della Valdelsa e della Val di Nievole non tiene conto di quanto è emerso ormai da qualche anno in merito a criteri sostenibili di depurazione delle acque.
L’approccio della “sustainable sanitation” vede la gestione delle acque e degli scarichi sotto una luce nuova, attraverso la quale si cerca di superare la sterile contraddizione che si è spesso creata in passato tra i sostenitori ed i detrattori della depurazione naturale. I sostenitori della depurazione naturale spesso partivano dalla tesi ideologica del “piccolo è bello”, per cui un piccolo impianto è sempre da preferire alle grandi opere di depurazione convenzionale. I sostenitori della depurazione convenzionale dicevano che il depuratore grande funziona meglio di quello piccolo, perché, sulla base dell’esperienza di chi gestisce depuratori convenzionali, l’efficacia degli impianti è direttamente proporzionale alle dimensioni (e c’è una soglia minima, al di sotto della quale la depurazione convenzionale non funziona proprio, prevalentemente per problemi di ordine economico/gestionale).
In realtà non ci sono motivi per preferire “pregiudizialmente” una soluzione rispetto ad un’altra, ma dipende da fattori oggettivi. Il primo problema da porsi, non riguarda la tecnologia del singolo impianto ma l’architettura generale dei vari impianti che, a scala di bacino, consenta di raggiungere l’obiettivo di qualità nel corpo idrico recettore. Per fare ciò ènecessario rispettare tre condizioni:

  • Minimizzare la circolazione “artificiale” dell’acqua, restituendo l’acqua più vicino possibile al punto di prelievo[1].
  • Garantire una buona efficacia depurativa (possibilmente contenendo i costi).
  • Permettere il riuso e la corretta reimmissione nei cicli biogeochimici naturali di acqua e nutrienti

Purtroppo queste tre condizioni sono state rispettate raramente nella storia del risanamento delle acque Italiane. Infatti il problema della depurazione è stato affrontato fino ad oggi in Italia con la realizzazione di reti di collettamento e impianti di depurazione sempre più grandi e costosi, trasferendo al nostro territorio approcci e tecnologie importate dall’estero. A tale proposito un’importante documento del Ministero dei Lavori Pubblici del 1998, sulla politica delle infrastrutture per la depurazione, sostiene: “Se sicuramente necessari sono gli interventi per il completamento del trattamento nelle aree urbane e nelle concentrazioni industriali, numerose perplessità sorgono circa l’opportunità di estendere il medesimo modello di ragionamento anche ai piccoli centri. In altri Paesi, come la Francia, si cerca di ridiscutere certi aspetti della direttiva 91/271 – e in particolare il suo appiattimento su una situazione insediativa e climatica di tipo «nordeuropeo» mettendone in discussione il «cuore», rappresentato dall’accoppiata fognatura-impianto di depurazione, e sostenendo invece l’equiparabilità in termini di risultati e la superiorità schiacciante in termini di costi di un approccio basato su un modello «diffuso», basato sull’ingegneria naturalistica e la fitodepurazione su piccola scala”[2].
In effetti il mancato rispetto della prima condizione sopra riportata (minimizzazione del ciclo “artificiale”) ha portato ai problemi quali la riduzionedelle portate naturali e la concentrazione dei carichi difficilmente sopportabili dai corsi d’acqua.
Il rispetto della seconda e della terza condizione (garantire una buona efficacia depurativa, favorire il riuso di acqua e nutrienti) dipende da tanti fattori, ma è a questo livello che la scelta della tecnologia depurativa (depurazione convenzionale o naturale o una integrazione delle due tecnologie) assume grande importanza.
Occorre rilevare che la depurazione naturale è molto spesso la soluzione che più di ogni altra consente di raggiungere l’obiettivo di ridurre la circolazione artificiale e di restituire prima possibile ai cicli naturali acque e inquinanti. Contrariamente alla depurazione convenzionale, infatti, l’efficacia della depurazione naturale non dipende dalle dimensioni, è quindi possibile ridurre la rete della circolazione artificiale e moltiplicare il numero degli impianti (e delle restituzioni) localizzandoli vicino ai luoghi di prelievo e utilizzo dell’acqua.

2) OSSERVAZIONI SPECIFICHE

  • La prima in ordine di importanza riguarda i tempi di realizzazione dell’acquedotto industriale, che nella “tabella riepilogativa degli importi e programma temporale”, riportata nell’ultima pagina dell’allegato 3, viene rinviata negli anni tra il 2009 e il 2012. Appare evidente come i vantaggi per l’industria conciaria arriveranno subito, mentre la tutela della risorsa idrica possa attendere.
  • Preme inoltre sottolineare come le acque reflue prodotte dalle concerie del Comprensorio Industriale del Cuoio abbiano un volume molte volte superiore a quello che sarebbe possibile secondo il Reference Document on Best Available Techniques for the Tanning of Hides and Skins, febbraio 2003 della Commissione Europea/EIPPC, e contengano inquinanti che dovrebbero essere assenti oppure presentare concentrazioni assai più basse;
  • Il Ministero dell’Ambiente, in una nota – riportata alla fine dell’allegato 3/bis –  mediante il parere del QdV (Gruppo Qualità della Vita) a cui è stata affidata una valutazione del progetto, sembra voler mettere alcune “toppe” all’accordo, dato che la nota stessa è redatta solo 2 giorni prima della stipula dell’accordo medesimo (il 27 luglio). La nota pone le seguenti indicazioni/prescrizioni:
    1.  come prima istanza sarà indispensabile agire sui cicli produttivi conciari, migliorandoli ed adottando le BAT per la riduzione dell’inquinamento e ponendo anche particolare attenzione all’eliminazione delle sostanze pericolose dagli scarichi;
    2.   il trattamento con osmosi inversa dovrà essere applicato a tutti i reflui industriali in arrivo ad Aquarno e non solo a quelli destinati all’acquedotto industriale. Inoltre si ritiene opportuno effettuare un altro trattamento di depurazione per ridurre ulteriormente gli inquinanti pericolosi dai reflui, prima di gettarli in Arno.
    Questi rilievi sono preoccupanti perché indicano che il livello di approfondimento del progetto non è poi tanto elevato.
  • Il riassetto idrico per il trattamento dei reflui cambierà le portate dei due corsi d’acqua ricettori finali: l’Arno e l’Usciana. In particolare farà finire nel piccolo canale emissario del Padule di Fucecchio, circa 25 milioni di metri cubi di scarichi, anche se trattati. Ci chiediamo se sia stata fatta una valutazione su quale sarà l’impatto della variazione delle portate sui due corsi d’acqua.
  • A seguito del collettamento dei reflui verso Santa Croce sull’Arno, molti corsi d’acqua della Valdera, Val di Nievole e Valdelsa subiranno una forte variazione di portata che sarà particolarmente evidente nei periodi di regime idrico di magra quando gran parte dell’acqua fluente nei corpi idrici è costituita da reflui parzialmente depurati. Non appare chiaro se questo aspetto sia stato debitamente considerato.
  • Per la depurazione dei reflui nelle piccole frazioni collinari non completamente raggiungibili dalla rete fognaria, è oggi auspicabile agire mediante piccoli impianti di depurazione a basso costo ed ecocompatibili (vedi punto 1) quali quelli ottenuti attraverso la fitodepurazione, tra l’altro in qualche caso già programmati dalle amministrazioni locali. Il prelievo d’acqua da molte zone collinari (ad esempio nella Valdera) renderà meno utile e praticabile la realizzazione di questi piccoli impianti; peraltro non sembra necessaria dal punto di vista puramente tecnico e non economico-gestionale, la miscelazione dei reflui industriali (tra l’altro trattati con osmosi inversa) con tutte le acque reflue civili considerate nel progetto.
    Assumendo, come indicato chiaramente anche dalla normativa regionale, l’affidabilità delle tecniche di fitodepurazione specialmente sugli impianti di medie e piccole dimensioni, andrebbe più attentamente valutata l’effettiva validità, anche in termini economici, del collettamento dei depuratori più distanti, comparandola con l’opzione del trattamento decentralizzato con dismissione degli attuali impianti e realizzazione di nuovi e più adeguati.
  • Il riassetto dell’intero sistema fognario, come da cartografia All. 3 bis, comporterebbe per alcuni anni lunghi ed estenuanti lavori di messa in opera delle tubature, con evidenti disagi alla viabilità, sia del comprensorio del Cuoio e della Valdinievole, ma anche della Valdera e Valdelsa.
  • L’art. 6 dell’Accordo di Programma Quadro prevede come unica possibilità di smaltimento dei fanghi di risulta del depuratore, quella del loro recupero energetico in impianti di termovalorizzazione, ma non viene specificato in quali. Ci risulta peraltro che già da anni si verifichi l’incenerimento in posto di almeno parte dei fanghi prodotti (150.000 t/a, in pirolizzatore ecoespanso), senza che l’autorizzazione in questione sia stata fatta discendere da alcuna procedura di VIA.
  • Per quanto riguarda l’occupazione, non si capisce bene quali garanzie vengano poste rispetto alla prevista dismissione di circa 50 depuratori, dato che non è noto quali livelli occupazionali riuscirà a raggiungere il megadepuratore di Aquarno-CuoioDepur ne come verranno reimpiegati eventuali esuberi.

3) OSSERVAZIONI RELATIVE AL PADULE DI FUCECCHIO

3.1 “Valutazione degli effetti sul bilancio idrologico del Padule di Fucecchio a seguito della riorganizzazione della depurazione nella Valdinievole e interventi di tutela” : Osservazioni
Il documento “Valutazione degli effetti sul bilancio idrologico…” redatto nel marzo scorso dal Consorzio di Bonifica del Padule di Fucecchio, non lascia dubbi sul fatto che in periodo estivo la possibilità di mantenere livelli idrici sufficienti a garantire la sopravvivenza dell’ecosistema, è legata alla restituzione di una parte delle acque captate a monte del bacino da torrenti e falda idrica.
Dallo studio citato emerge infatti che il sostegno delle acque reflue dei depuratori attualmente in funzione appare determinante per il mantenimento degli attuali deflussi, che comunque risultano già largamente deficitari rispetto alle condizioni naturali (calcolate in assenza di captazioni e di scarichi).
In particolare, il grafico della fig. 19 sulla “Frequenza degli episodi di secca” evidenzia il netto incremento di questi episodi rispetto alla situazione attuale, anche in presenza delle misure di attenuazione proposte per mitigare gli effetti del progetto.
Le soluzioni proposte nel medesimo documento (invasi di immagazzinamento idrico a monte del Padule e lagunaggi) sono a nostro avviso deboli per i seguenti motivi:

  • Per quanto riguarda gli aspetti realizzativi, infatti, non si sono per il momento affrontate le problematiche legate al regime delle proprietà nell’area: occorrerà convincere i proprietari, privati, tradizionalmente restii a qualsiasi forma di intervento pubblico, a realizzare i bacini sui loro terreni, attraverso espropri e indennizzi. Con quali stanziamenti?
  • Importante è anche l’aspetto gestionale. Non appare chiaro chi fornirà il personale per le manovre di apertura e chiusura dei bacini e dei canali (da realizzarsi in base a una specifica programmazione), sia nei periodi di secca, sia durante le piene per evitare di immagazzinare acqua carica di detriti che colmerebbero il Padule.
  • Riguardo all’efficacia di tali interventi occorre considerare che lo studio citato “Valutazione degli effetti…”, ammette che anche le misure di mitigazione non sono sufficienti a colmare il deficit idrico che verrà a realizzarsi, ma permetteranno soltanto la presenza di un Deflusso Minimo Vitale del Padule (tra l’altro calcolato in assenza di indicazioni metodologiche in materia), e tuttavia con aumento degli episodi di secca come descritto in precedenza.

Inoltre è necessario considerare anche che i bacini realizzati in aree agricole possono essere sottoposti agli stessi problemi di interramento, eutrofizzazione, surriscaldamento (vedi Lago Massaciuccoli). Le acque immagazzinate poi, specialmente in estate, sono sottoposte a problemi di evaporazione, perdite ecc, ed infine esiste sempre la possibilità che in periodi di siccità si ricorra a tali riserve per emergenze produttive (dell’industria o agricoltura), anche con semplici ordinanze delle amministrazioni locali.
3.2 Accordo di Programma Quadro e Padule di Fucecchio : osservazioni

  • Nell’Accordo di Programma Quadro la parte dedicata al Padule di Fucecchio doveva essere inserita nell’allegato n°3, precisamente nel paragrafo “Risanamento ambientale e tutela del Padule di Fucecchio” collocato a pag. 25 dell’allegato suddetto. Sorprendentemente questa parte è tralasciata con un semplice “Omissis”. I tecnici della Provincia di Pistoia sostengono che questo spazio deve essere riempito con il documento di “Valutazione degli effetti sul bilancio idrologico…” citato in precedenza, tuttavia le amministrazioni che hanno sottoscritto l’accordo hanno votato il testo “omissivo”.
  • Gli interventi necessari per il Padule, riportati nella “Tabella riepilogativa degli importi e programma temporale”, pagina finale dell’all. 3, sono posticipati al 2008 invece di programmarne l’approfondimento e la prioritaria realizzazione, vista la delicatezza e le difficoltà della situazione.
  • Le risorse destinate agli interventi per la tutela e la salvaguardia del Padule di Fucecchio appaiono limitate (solo 5 milioni di euro su un totale di 153 milioni di euro di costo dell’intero progetto). Un po’ poco per sbandierare questo progetto come un intervento di “riorganizzazione del sistema di depurazione della Valdinievole e di salvaguardia del Padule di Fucecchio”.
  • Lo stesso Ministero dell’Ambiente ha osservato (nei pareri del gruppo QdV annessi all’allegato 3 bis) la necessità di porre maggiore attenzione alla tutela del Padule. La cosa non è tranquillizzante, essendo il Ministero fra i firmatari dell’Accordo.

4) Proposte delle Associazioni ambientaliste

In seguito alle osservazioni effettuate, che evidenziano numerosi punti di debolezza del Progetto approvato con l’Accordo di Programmo Quadro, le Associazioni ambientaliste firmatarie del presente documento chiedono che venga fatta una “pausa di riflessione” in cui sia possibile istituire un tavolo di discussione che comprenda oltre i firmatari dell’accordo, anche altri portatori di interesse generale pubblici e privati (associazioni di categoria, sindacati, associazioni ambientaliste…). Questo con lo scopo di rivedere alcune scelte effettuate, e attraverso un meccanismo di concertazione individuare le soluzioni per colmare le evidenti lacune che sono emerse, in particolar modo nella tutela di questo vasto territorio e dei suoi ambienti di pregio.
Per quanto attiene il progetto in essere, dato che riguardo ai SIR del Padule di Fucecchio (IT5130007) e del Bosco di Chiusi e Paduletta di Ramone (IT5140010), la Deliberazione del Consiglio Regionale n. 644 del luglio 2004 indica fra i principali elementi di criticità interni al sito le carenze idriche estive, già adesso giudicate “prolungate”, crediamo si renda necessaria fin dalle fasi preliminari la Valutazione di Incidenza dell’Accordo in oggetto, riguardo alle conseguenze della progettata riorganizzazione della depurazione nella Valdinievole sui suddetti Siti, dato che gli stessi studi preliminari indicano significative probabilità di alterazione definitiva degli ambienti palustri.
Inoltre le associazioni ambientaliste ritengono che sia necessario prevedere il mantenimento di alcuni impianti di depurazione di medie dimensioni in Valdinievole, dimensionati e dislocati opportunamente, in grado di assicurare, se ben progettati e gestiti, standard di efficienza elevati. Quanto alla dislocazione degli impianti riteniamo debba essere baricentrica rispetto alla palude, si da consentire di restituire le acque reflue non ad un solo corpo recettore, ma a più corsi d’acqua. In tal modo potrebbe essere salvaguardato il deflusso minimo vitale di alcuni torrenti e garantita un’alimentazione del Padule più equilibrata poiché distribuita su più punti di immissione (così come accade oggi).
Ciò naturalmente rende necessaria la realizzazione di opportune opere di collegamento dell’impianto (o degli impianti) con i corsi d’acqua recettori.
Questa proposta potrebbe inoltre trovare un ulteriore interessante sviluppo nella possibilità di operare un trattamento terziario, creando casse di laminazione per la fitodepurazione, che potrebbero, con alcuni accorgimenti progettuali, assumere anche un’ importante valenza naturalistica e paesaggistica, oltre naturalmente a consentire di affinare la depurazione delle acque trattate.
Lo stesso tipo di intervento potrebbe essere previsto nei pressi del nuovo depuratore Acquarno, dove si effettui un post-trattamento di una parte degli effluenti dell’impianto, con un ulteriore importante funzione di vasca di laminazione e trattamento dei sovraflussi idraulici in tempo di pioggia (ciò che viene normalmente bypassato dal depuratore e riversato direttamente nel fiume).
Inoltre devono essere promosse forme locali di buona gestione del territorio, agendo in particolar modo sugli agricoltori, in modo da tendere a minimizzare i problemi di inquinamento diffuso (runoff agricolo – trasporto di azoto e fosforo nel Padule – esempio di intervento: realizzazione di fasce tampone sulle scoline campestri).

[1] La riduzione della circolazione artificiale è una delle azioni prioritarie per la tutela delle risorse idriche individuate dalla Strategia di Azione Ambientale per lo Sviluppo Sostenibile, approvata dal CIPE il 2 Agosto 2002 (http://www.minambiente.it/SVS/svs/strategia_ambientale.htm)

[2] Ministero LLPP 1998

Fucecchio: appello per la Fattoria di Castelmartini

Fucecchio, 9 aprile 2005
Venuti a conoscenza del fatto che il tracciato previsto della variante alla SR. 436 Francesca attraverserà la Tenuta Poggi Banchieri, ex Fattoria Medicea di Castelmartini, esprimiamo profondo sgomento per la scelta progettuale compiuta e rivolgono un appello alle Amministrazioni competenti affinché siano individuate soluzioni alternative, tali da limitare al minimo l’impatto paesaggistico della nuova infrastruttura.
La Tenuta Poggi Banchieri costituisce oggi di fatto l’unica significativa testimonianza delle sette grandi fattorie medicee sorte nel corso del XVI secolo intorno al Lago-Padule  di Fucecchio. Le altre, a seguito della vendita deliberata nei primi decenni del Settecento dal Granduca Leopoldo I, sono state frazionate e sono andate incontro a processi di profonda trasformazione fondiaria, che ne hanno cancellato le originarie caratteristiche.
Acquistata già nella prima metà del Settecento dalla famiglia nobiliare dei Poggi Banchieri, la Fattoria di Castelmartini è stata tenuta fino ad oggi al riparo da progetti di sviluppo urbanistico ed ha mantenuto in buona misura l’assetto originario della fattoria toscana rinascimentale. In essa sono ancora reperibili tutti gli elementi tipici di quella realtà: la villa padronale, sorta sulle spoglie dell’antico Castrum Martini, le case coloniche, la fornace e gli opifici; ed inoltre alcuni elementi peculiari di queste fattorie poste su un territorio “fra terra ed acqua”, come il porto in muratura per l’attracco dei navicelli e alcune importanti testimonianze di opere idrauliche connesse alla bonifica storica.
All’interno della Proprietà Poggi Banchieri, e a poche centinaia di metri dal tracciato previsto,  è conservata poi l’ultima testimonianza delle antiche foreste planiziali che cingevano il Padule di Fucecchio ed i cui grandi tronchi di quercia, trasformati in imbarcazioni nei cantieri pisani,  contribuirono alla grandezza di quella Repubblica Marinara. Il Bosco di Chiusi costituisce oggi un ambiente naturale di grande rilevanza naturalistica, al punto da essere stato incluso dalla Regione Toscana nell’elenco dei Siti di Importanza Comunitaria, ai sensi della Direttiva 92/43 della Comunità Europea.
Il contesto paesaggistico rurale di quest’area costituisce un eccezionale valore aggiunto alla Riserva Naturale del Padule di Fucecchio, ne rappresenta la porta d’accesso ed è parte integrante degli itinerari di carattere storico e naturalistico promossi dalla Provincia di Pistoia.
Da un’analisi del contesto territoriale emerge chiaramente la possibilità di prevedere un nuovo tracciato in posizione adiacente alla strada già esistente, senza in tal modo compromettere irrimediabilmente l’integrità dell’area in oggetto e riducendo al minimo il consumo di territorio. Rispetto a tale ipotesi esiste peraltro una disponibilità della proprietà.
Si invita pertanto gli uffici competenti a tenere in considerazione le osservazioni sopra esposte e a voler individuare soluzioni ragionevoli in un’ottica di buon governo del territorio e di tutela del patrimonio paesaggistico, storico e naturale di questo lembo ancora autentico della Valdinievole.

Baccaiano – Borro dell’Acquabolla – Valle del Virginio (Montespertoli)

Firenze, 2005

Italia Nostra e molti cittadini si oppongono alla concessione di attività di cantiere per ricerca ed estrazione mineraria di anidride carbonica nel Biotopo/Geotopo e zona di protezione integrale loc. Baccaiano-Borro dell’Acquabolla/Valle del Virginio (Montespertoli), ritenendo l’atto comunale illegittimo per mancata attivazione della procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) e temendo il danneggiamento o la distruzione irreversibile del bene ambientale.

Firenze, area tra Settignano e Villa Gamberaia: no alla costruzione di una nuova strada campestre in area paesisticame vincolata

Università di Firenze, 14 marzo 2005

Di fronte a lavori di costruzione di una nuova strada da parte dei proprietari interessati fra le località di Villa Gamberaia e Ponte a Mensola, una perizia di Gabriele Ciampi documentata su fonti cartografiche e sull’osservazione diretta dimostra che dal XVIII secolo in poi nessun percorso viario è mai esistito nell’area. Si chiede pertanto alle Istituzioni competenti di revocare l’autorizzazione già concessa anche per salvaguardare un paesaggio collinare tutelato dalla legge.
In merito alla richiesta di costruire una nuova strada in area collinare paesisticamente vincolata tra Settignano e Villa Gamberaia, Italia Nostra esprime la propria contrarietà in considerazione dell’impatto paesistico-ambientale di quella che è da ritenere una nuova infrastruttura di comunicazione.
Infatti, Italia Nostra condivide integralmente e fa proprio il documentato e puntuale memoriale, un vero e proprio studio scientifico, del Dott. Gabriele Ciampi, geografo dell’Università di Firenze (Dipartimento di Studi Storici e Geografici), intitolato: Parere sulla preesistenza o meno di una strada campestre confluente nella via del Rossellino a nord della località “il Bosco” e a nord-ovest della casa”alla Villa” (edifici di proprietà Mazzini), nell’area compresa tra Firenze Settignano e Villa Gamberaia (Firenze), da cui si desume chiaramente che nessuna via può essere esistita nel passato relativamente recente (in pratica, dalla seconda metà del XVIII secolo ad oggi) nel sito in questione.
Scrive il Dott. Ciampi:
“Possono essere proposti due tipi di considerazioni, tra loro intersecabili: uno di carattere morfologico e viario e uno di carattere cartografico.
Osservando l’andamento delle curve di livello sulla carta topografica della Regione Toscana in scala 1:2000 del 1985-89 (n. 19L49) (tav. 17 dell’allegato cartografico) si nota che il tratto in oggetto (coincidente col limite settentrionale della particella 359) corrisponde a un tracciato inadatto a ospitare una vecchia strada campestre (o poderale) con funzione carrareccia. Infatti risalendo tale tracciato sulla carta, da via del Rossellino verso monte e verso est, si nota che in realtà esso coincide con una leggera infossatura del terreno, in pratica un fossetto destinato a raccogliere acque e, per ciò stesso, tendenzialmente non appropriato, in ambiente collinare, per un tracciato stradale campestre carrabile, ma piuttosto, nella migliore delle ipotesi, utilizzabile per un infimo viottolo, precario e non transitabile con veicoli. In questo senso, anche la preesistenza di un tratto di viabilità poderale carrareccia su tale tracciato appare improbabile: tanto più improbabile se si tiene conto dei criteri di attenzione che in passato venivano usati per evitare pericolosi accostamenti tra acque e viabilità carrabile permanente.
Ovviamente la carta delinea una situazione precedente ai recenti interventi che, abbassando il piano campagna a fianco e al termine del fossetto, hanno alterato la morfologia del sito.
In termini più analitici possiamo precisare che il tratto in oggetto si sviluppa seguendo in prevalenza i vertici delle incurvature verso monte di alcune curve di livello: fenomeno (questo delle incurvature) che indica appunto un infossamento del terreno e la sede di un impluvio (seppure modestissimo in questo caso). La stessa carta segnala tale tracciato con un simbolo (cod. 501 della legenda cartografica) che allude genericamente a un elemento di separazione o di recinzione, frequentemente corrispondente a un preesistente confine di proprietà o di particella. Il simbolo, sotto forma di linea continua intervallata da puntini, prosegue ininterrottamente anche a monte e a est del tratto contestato, ed è quindi presente anche a nord e a nord-est della casa “alla Villa” (così denominata nel Catasto Generale Toscano). Nel tratto contestato quindi potremmo teoricamente parlare di un errore di restituzione del cartografo, il quale avrebbe rappresentato il fossetto (che ha comunque un’efficacia separativa) come un elemento emergente dal suolo. In realtà, secondo quando risulta dalla documentazione aerofotografica precedente alla rilevazione topografica della carta (tavv. 8, 9, 10, 11), il fossetto ospitava fino a pochi anni fa una folta e alta vegetazione di cespugli, che il cartografo ha rappresentato (non del tutto erroneamente) col simbolo grafico significante separazione o recinzione. Anche più a monte e più a est (cioè fuori del tratto oggetto di contestazione) la linea continua indicante tale elemento di separazione corrisponde effettivamente a un fossetto e a vegetazione, almeno nella parte iniziale, cioè fin dove può giungere la vista osservando dall’esterno della proprietà. Tutto il fossetto ha la funzione di raccogliere le acque dilavanti nei campi attigui e eventualmente provenienti anche da una sorgente esistente più in alto.
Lungo il tratto non contestato, a nord e nord-est della casa “alla Villa” (attuale proprietà Mazzini), alla linea di separazione corrispondente al fossetto, si affianca – sulla carta (tavv. 17 e 1) e nella realtà – una strada campestre che corre in parallelo e a brevissima distanza da tale linea, con orientamento est-ovest La carta catastale del 2005 (tav. 1) mostra che tale strada campestre collega la villa il Gamberino (nonché una cisterna posta su via di Doccia) con la casa “alla Villa”. A circa 40 m da quest’ultima, la strada campestre si trasforma in un viottolo che si orienta in senso nord-sud e che conduce direttamente a tale insediamento. Tuttavia oggi il collegamento risulta di fatto interrotto da una rete di recinzione installata di recente e corrente parallelamente al fossetto citato, a circa 3 m da esso, lungo il tratto contestato.
Ora va osservato che, se esiste una continuità (nel tratto contestato come in quello non contestato) del segno grafico-simbolico (la linea continua intervallata da puntini) e del suo significato separativo, allora tale segno non potrebbe comunque corrispondere a una strada, perché nel tratto non contestato il segno stesso è affiancato (come abbiamo detto) da una strada e quindi non avrebbe senso l’esistenza simultanea di due strade affiancate e ravvicinate che corrono nella stessa direzione.
Dal punto di vista funzionale-stradale poi, appare del tutto improbabile la preesistenza di una strada poderale nel tratto contestato (a nord-ovest della casa “alla Villa”). Le strade poderali, per definizione, collegavano insediamenti rurali tra loro e con gli interposti coltivi. Nel nostro caso la strada collegava originariamente la villa il Gamberino con casa “alla Villa”. Nessuna funzione di questo tipo assolveva il tratto contestato (a nord-ovest della casa “alla Villa”), che peraltro terminava a ridosso di via del Rossellino ed era separato da essa con un muro di cinta, ai piedi del quale un archetto tuttora esistente permette lo scolo delle acque del fossetto. Quindi sembra impossibile che in condizioni di agricoltura tradizionale sia stata costruito un tratto stradale senza che vi fosse da assolvere una precisa funzione di collegamento tra edifici della medesima proprietà.
Invece, come abbiamo sopra accennato, la strada che nel tratto non contestato (a nord e nord-est della casa “alla Villa”) si sviluppa parallelamente alla linea continua indicante l’elemento di separazione, collega (o meglio collegava fino a tempi recentissimi) la villa il Gamberino con la casa “alla Villa”. Anzi, sulla base dell’analisi cartografica che segue, possiamo anche identificare le finalità precise di quel collegamento stradale interpoderale.
Infatti, dal punto di vista cartografico va notato che il cabreo settecentesco di Villa Gamberaia (tavv. 2 e 3) riporta chiaramente sia il tratto contestato che quello non contestato del tracciato in oggetto. Il tratto non contestato (o la gran parte di esso) corrisponde allo stesso tempo a un limite di proprietà e a una strada, su cui è imposta la dicitura “Strada del Molino”. Invece, il resto del limite di proprietà (orientato in senso ovest-sud-ovest e corrispondente quasi tutto al tratto contestato) non riporta né simboli, né diciture stradali, ma soltanto il nome del  proprietario confinante (Colletti). L’iscurimento grafico di tale limite di proprietà allude a un infittimento della vegetazione, in tutto uguale a quello che si osserva più a sud, relativo al confine con la proprietà Monaci, dove certamente non vi era una strada. In questo cabreo infatti le strade vengono rappresentate o con un segno grafico o con la dicitura nominativa propria di ciascuna strada. Così è ad esempio per la “Strada che va a Settigniano”, corrispondente all’attuale via del Rossellino.  La strada poderale di cui abbiamo parlato aveva la funzione di collegare evidentemente un mulino con altri insediamenti della medesima proprietà: probabilmente il mulino alimentato dalla sorgente del fosso Gamberaia presso l’attuale villa il Gamberino. Da lì la strada (come si può osservare sul cabreo) giungeva fino al viale del Paretaio (oggi scomparso in tale tratto); attraverso quest’ultimo si poteva poi raggiungere la villa Gamberaia oppure, grazie a un breve raccordo diramantesi dallo stesso viale del Paretaio, si arrivava alla casa “alla Villa”. In conclusione, sulla base dell’analisi del cabreo, si può assolutamente escludere che la “Strada del Molino” raggiungesse l’attuale via del Rossellino (allora “Strada che va a Settigniano”).
Nel tempo, la “Strada del Molino” rappresentata nel cabreo è stata allungata di un centinaio di metri seguendo il tracciato del confine di proprietà (Colletti), fino a giungere all’altezza della casa “alla Villa” e a collegarsi con essa (come già accennato) mediante un sentiero di circa 40 m. Ma nessun ulteriore proseguimento della “Strada del Molino” in direzione ovest è mai stato realizzato né allora, né successivamente fino a giorni nostri giorni; e quindi nessun collegamento è mai stato creato con via del Rossellino (o “Strada che va a Settigniano”, nel ‘700). Questo è quanto risulta dall’analisi cartografica di una lunga sequenza di documenti di varia fattura, dal ‘700 ai giorni nostri.
Così, nella mappa del vecchio Catasto Generale Toscano aggiornata al 1919 (nel quale le strade vengono di regola colorate in rosso-marrone) il tratto contestato (a nord-ovest della casa “alla Villa” – propr. attuale Mazzini) non presenta tale specifico cromatismo stradale (tav. 4, 6). Inoltre, il tracciato di cui stiamo discutendo (corrispondente ai limiti settentrionali delle particelle 406 e 412 di tale Catasto) e che per semplicità espositiva abbiamo suddiviso nei tratti “contestato” e “non contestato”, viene rappresentato con una doppia linea continua, sebbene strettissima. Ora, nelle mappe del vecchio Catasto Generale Toscano la doppia linea continua e strettissima viene usata per rappresentare un fossetto, o un modesto scoscendimento, oppure un viottolo non carrareccio. Tenuto conto della morfologia del sito (descritta all’inizio), tenuto conto della differenza di quota che esisteva (precedentemente ai recentissimi lavori) tra via del Rossellino e il punto in cui il tratto contestato la raggiunge (che creava uno scoscendimento e una discontinuità tra i due) e tenuto conto comparativamente delle successive modificazioni catastali nella rappresentazione simbolica di tali oggetti (esposte nella relazione dell’arch. Martinelli), si può affermare che il generico simbolo della linea doppia ha un significato viario nel tratto non contestato e un significato idrografico nel tratto contestato. In altre parole, la mappa del Catasto Toscano del 1919 conferma che un viottolo esisteva nel tratto non contestato, e che tale viottolo proveniente dal Gamberino incrociava il viale del Paretaio. Al tempo stesso però la medesima mappa non permette di affermare la prosecuzione del viottolo a nord-ovest di casa “alla Villa”, fino a via del Rossellino (chiamata via di Gamberaia nel Catasto Toscano). Anzi una lettura morfologica e diacronica della mappa permette fondatamente di interpretare la linea doppia a nord-ovest di casa “alla Villa” come un fossetto.
Altre carte topografiche di fine Ottocento e del Novecento, soprattutto quelle dell’Istituto Geografico Militare, e in particolare quella 1:10.000 di Firenze e dintorni  del 1896 (foglio II) (tav. 25),  non mostrano mai la presenza di una strada nel tratto in contestazione e neppure vi riportano linee di separazione o fossetti.
Lo stesso dicasi dello Stradario di Settignano “Bolaffi” del 1938 (tav. 19) il quale, pur avendo un segno specifico per le strade campestri, non lo riporta in nessuno dei tratti da noi considerati.
Una carta tecnica topografica in grande scala (tav. 18), della metà del Novecento, di possibile fattura comunale, segnala la strada campestre in questione, rappresentata con doppia linea tratteggiata, giustapposta (nel tratto non contestato, a nord e nord-est della casa “alla Villa”) a una linea singola continua, alludente a un qualche elemento di separazione. La strada poi piega verso sud e si congiunge con casa “alla Villa”. Invece la linea singola prosegue verso ovest (a nord-ovest della casa “alla Villa”, quindi nel tratto contestato) seguendo perfettamente una linea di impluvio e segnalando quindi un fossetto di raccolta delle acque. Ma non segnala alcuna strada campestre confluente in via del Rossellino. Evidentemente tale carta delinea una situazione identica a quella descritta nella carta regionale toscana del 1985-89.
In conclusione l’evidenza della cartografia e la logica viaria e morfologica escludono l’esistenza in passato di una strada poderale carrareccia nel tratto contestato, a nord-ovest della casa “alla Villa”.
Dr. Gabriele Ciampi, Ricercatore di Geografia
Prof Leonardo Rombai, Presidente di Italia Nostra – Sezione di Firenze

Firenze: ex Panificio Militare. Uno stop alla lottizzazione residenziale

Firenze, 27/04/2005

I Comitati dei Cittadini sottolineano che l’Assessore all’Urbanistica Biagi e il Consiglio di Quartiere 5 sono stati “costretti” a ritirare il progetto di sfruttamento speculativo dell’area dell’Ex Panificio Militare.
Si è svolta ieri un’affollatissima seduta straordinaria aperta al pubblico del Consiglio di Quartiere 5, convocato, su richiesta del Comitato per l’ex-Panificio Militare e della Parrocchia dell’Ascensione di N.S.G.C, per discutere il progetto relativo appunto all’ex-Panificio Militare di via Mariti.
A conclusione del dibattito, di fronte alle puntuali critiche dei cittadini che denunciavano l’insostenibile carico di un nuovo insediamento speculativo per una zona già così intensamente edificata e congestionata, l’assessore Biagi è stato costretto a convenire sull’opportunità di “dimenticare il progetto dello studio Archea”, peraltro già presentato ufficialmente lo scorso novembre. L’assessore ha poi riconosciuto che sarà necessario aprire una libera discussione su “che cosa vogliamo farci in quest’area”, dal momento che– ha aggiunto – la Giunta non ha “nessun interesse ad andare contro le valutazioni che emergono dalla pubblica discussione” né “alcun interesse recondito”.
I cittadini presenti, soddisfatti dell’esito del Consiglio aperto, hanno riaffermato che non sarà possibile alcuna soluzione senza il rispetto delle esigenze dei cittadini stessi e senza il loro coinvolgimento reale nella scelta determinata dall’interesse della comunità e non delle forze legate alla speculazione edilizia. In particolare la marcia indietro dell’assessore Biagi dovrà trasformarsi in un coerente adeguamento anche del Piano Strutturale.
Questi risultati positivi sono stati ottenuti attraverso la mobilitazione attiva dei cittadini: questa è la forma della reale partecipazione, nei confronti della quale ben poco può la propaganda.Quanto realizzato dal Comitato ex Panificio Militare sarà seguito da altre espressioni di questa nuova soggettività territoriale che si oppone alla deriva affaristica e allo sfascio di questa città per affermare condizioni di vita più giuste e più umane.

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