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Via il bosco per la centrale a biomasse, rivolta nel cuore della Sicilia

Fonte: La Repubblica, 18/01/2015
Di: Lorenzo Tondo

La Regione e una multinazionale – la Sper spa  che ha un impianto a Dittaino – siglano un accordo: protestano sindaci e ambientalisti

Diecimila ettari di bosco nel cuore della Sicilia rasi al suolo e venduti a una società italo-tedesca. Questo prevede l’accordo tra la Regione e la Sper spa, azienda proprietaria di una centrale elettrica a biomasse con sede a Dittaino, provincia di Enna che da qualche mese ha iniziato a spogliare intere aree collinari: circa 3 chilometri quadrati nelle zona di San Cataldo. Una vicenda che ha sollevato le proteste di sindaci e ambientalisti, preoccupati per il rischio idrogeologico in un’area soggetta a frequenti frane ed erosioni.
“È un paesaggio terrificante quello che oggi si apre ai visitatori e agli abitanti della zona  –  dice l’assessore all’ambiente e al territorio di San Cataldo Angelo La Rosa  –  lande a perdita d’occhio di creste e valli completamente denudate; tronchi di eucalipteti appena abbattuti disseminati sul terreno; cataste già pronte per essere caricate su grossi mezzi in direzione di Dittaino, ad alimentare le grandi bocche delle fornaci di una centrale a biomasse”. Il piano di deforestazione, espletato tramite una regolare gara d’appalto indetta dalla Regione, prevede il taglio di tronchi d’albero di eucalipto in un’area complessiva di 10 mila ettari di terreno in 10 anni nelle zone di contrada Buriana, Montecanino, Gabbara, Cioccafa, Mustigarufi, Gibliscemi, Cimia e Ficari. Il legname viene poi trasportato nella centrale di Dittaino, entrata in funzione lo scorso dicembre. L’impianto è gestito dalla stessa Sper Spa, composta da 3 società: la italo-tedesca RWE che detiene il 70 per cento, la Fri-El con il 20 e la Infrastrutture e Gestioni con il 10. Costo della centrale: 100 milioni di euro senza alcun contributo pubblico.
“Nulla da dire sul taglio degli alberi e il loro utilizzo  –  precisa La Rosa  –  A preoccupare è invece la scellerata modalità di abbattimento di decine e decine di ettari di bosco senza soluzione di continuità. Mentre in Italia si decide, dopo i recenti disastri alluvionali, di investire a difesa del dissesto idrogeologico, qui si denudano i versanti argillosi, esponendoli al ruscellamento selvaggio e aumentando il rischio idrogeologico e la perdita dell’habitat di diverse specie animali”.
Alle parole di La Rosa fanno eco gli ambientalisti, Lipu, Wwf e Legambiente in prima fila, che hanno reso noto come a Gabara, una delle zone interessate dal disboscamento, si stava pensando a un progetto a lungo termine per far diventare l’area boschiva riserva naturale nella quale inserire un parco geo-minerario.
Dello stesso avviso il Pd che, per bocca di Ivo Cigna, presidente provinciale del Forum Ambiente del partito, dichiara: “Non è la prima volta che registriamo generiche autorizzazioni al taglio degli alberi. Anche in questo caso sospettiamo che si sia operato senza la tutela del perimetro dell’area e senza una approfondita analisi ambientale. Attendiamo risposte dalla Regione e un intervento a tutela di un’area a forte rischio idrogeologico”.

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Grosseto: mobilitiamoci per salvare i pini in città. Intervento di Italia Nostra

Fonte: Il Tirreno, 22/12/20104

Il pino domestico è un compagno atavico del paesaggio italico. Con il tronco maestoso e l’inconfondibile chioma, si staglia da secoli all’orizzonte delle pianure, lungo le strade e i viali, presso le dune sabbiose e tra le case di antiche città. Il pino domestico dà un volto preciso e riconoscibile alla Maremma, che da secoli lo ha scelto come simbolo del suo nuovo umanesimo agrario, affidandogli il grave compito di mettersi a barriera tra il mare e i molli campi coltivati. E per secoli, la simbiosi tra la gente e questi alberi ha segnato la cultura che oggi questa terra ardisce porre al pari di altre terre vicine. Via via che la città si affacciava fuori dalle mura, incontrava nelle campagne bonificate questo fedele compagno del paesaggio, che si è armonizzato con i nuovi quartieri residenziali e le ville. Persino la spregevole urbanistica degli anni Sessanta lo aveva scelto come albero dei pochi spazi verdi disponibili ai cittadini, mentre negli anni Settanta fu ampiamente utilizzato come pianta da parco e da giardino. La città di Grosseto è ricchissima ormai di pino domestico, lungo i viali e negli spazi verdi. Questi alberi sono intimamente legati alla memoria storica della città e dei cittadini. Con l’inizio degli anni Duemila, il capoluogo maremmano è stato segnato da un’espansione urbana senza precedenti, che ha lasciato questo bellissimo albero fuori dai nuovi quartieri.
Oggi è in corso una guerra aperta al pino domestico. Le motoseghe del Comune di Grosseto abbattono sistematicamente tutti questi splendidi alberi. L’obiettivo dichiarato è di sostituire tutti gli esemplari con altre piante aliene, estranee al contesto culturale e paesaggistico. A nulla sono valse le proteste e i moti d’indignazione manifestati dai cives grossetani, da quella categoria sempre più esigua di persone, capaci di sposare la cultura e la sensibilità con l’impegno e la cittadinanza attiva.
Questa associazione si rivolge in prima istanza al sindaco di Grosseto, affinché la giunta da lui guidata torni sui suoi passi, fermando il processo in atto. Ricordiamo al sindaco che, in base alla Legge 113 del 1992, recentemente modificata dalla Legge 10 del 2014, alla fine del suo mandato dovrà rendere conto ai cittadini del bilancio arboreo del Comune, e sottoporre il suo operato al Comitato per il verde pubblico presso il Ministero dell’ambiente a cui arriverà la nostra segnalazione.
Italia Nostra lancia un appello a tutti gli intellettuali, agli esperti, alle persone sensibili e amanti del bello, che hanno gli adeguati strumenti culturali, affinché pongano in essere ogni utile iniziativa per fermare il grave fenomeno in atto, anche manifestando il proprio dissenso per iscritto al sindaco di Grosseto, o scrivendo un messaggio sulla pagina Facebook del Comune.
Nicola Caracciolo, presidente onorario di Italia Nostra Toscana
Antonio Dalle Mura, presidente del Consiglio regionale di Italia Nostra
Michele Scola, presidente della sezione di Grosseto di Italia Nostra

Sparisce il bosco sull’Aurelia, abbattute centinaia di piante

Fonte: Il Tirreno, 19 dicembre 2014
Di: Ilaria Bonuccelli e Cesare Bonifazi Martinozzi

Lungo la statale fra Torre del Lago e Pisa Nord cambia il paesaggio: il Parco autorizza il disboscamento per motivi di sicurezza dopo gli incidenti mortali

Ai margini dell’Aurelia, fra Torre del Lago e Pisa nord, nel bosco che una volta era conosciuto come tenuta Salviati, il cartellino azzurro polvere sembra quasi uno scherzo. «Ente Parco Migliarino, SanRossore-Massaciuoli- area interna». Intorno non c’è più un albero. Solo ceppaie, tronchi segati, frasche. E la spazzatura che affiora. Perfino una siringa per l’eroina, in una zona dove è risaputo che gli spacciatori preferiscono nascondere le droghe leggere.
Le auto sfrecciano eppure a fare rumore è solo una macchina. Non ha le ruote, ma cingoli. Una benna e una bocca per tritare il legno. Divelge alberi, spazza rami, accatasta legna. Lo fa oltre 20 metri dalla statale perché deve rinnovare la pineta che deve ricominciare a produrre i pinoli. Dall’altra parte, verso il mare, c’è già la radura. Gli operai hanno smesso a fine mattinata il lavoro. Verso le 10 erano lì con le palette – rossa per fermare le auto, verde per dare il via alla coda – mentre stavano tagliando gli alberi. Brutto lavoro, il loro. Non tanto per il rischio caduta rami, quanto per gli insulti che si sono beccati a ripetizione dai passanti. Tutto sommato, la gente alla pineta sembra tenerci. Ma non ha potuto fare nulla per impedire il taglio. decine di alberi che in pochi giorni sono diventate centinaia. E oggi, a chi arriva da Torre del Lago la ex tenuta Salviati appare come una palude bonificata: terreno fangoso, con la catasta pronta per il caminetto in un angolo. Solo che non ci sono ciocche di legno: ci sono interi tronchi. Quasi tutti pini.
Nulla di illegittimo, è bene chiarirlo subito. Il Parco vigila giorno dopo giorno su questa operazione. L’ha studiata e poi autorizzata. Addirittura ne sta portando avanti una simile a Tombolo, lungo la via Pisorno,la strada che costeggia il lato nord di Camp Derby, la base americana, spiega Antonio Perfetti, responsabile della gestione delle Risorse naturali del Parco di Migliarino San Rossore Massaciuccoli. Qui, infatti, il Parco è responsabile diretto del bosco dell’università di Pisa e quindi il “lavoro sporco”, impopolare, lo deve sbrigare in proprio. Fra Torre del Lago e Pisa nord, in territorio di Vecchiano, invece, si concede il lusso (così dice la legge) di farlo svolgere ai proprietari dei terreni.
La sostanza non cambia. Si abbatte il bosco «perché quello che è successo è semplice oltre che naturale: negli anni gli alberi crescono raggiungono dimensioni non compatibili con la sicurezza». Si abbattono sulla carreggiata, causano incidenti e chi è responsabile del verde paga. I privati lo hanno già fatto. Le assicurazioni, dopo l’ultimo incidente mortale, l’anno scorso, hanno minacciato di non pagare più il premio. A meno di un intervento radicale che rendesse impossibile altri “incidenti” . Soprattutto, poi, con l’intensificarsi di eventi eccezionali di maltempo: soprattutto piogge e venti.
Sull’Aurelia, a Migliarino, episodi di questo tipo si sono verificati. «Eppoi – sottolinea Perfetti – alcune specie sono meno stabili di altre». Le latifoglie (pioppi, lecci) sono più stabili «anche se in alcune zone sono inclinate verso la strada» e quindi è necessario – insiste il Parco – garantire, specie lungo una strada statale, una fascia di sicurezza di 10, massimo 20 metri «su entrambi i lati». Lo stesso concetto vale, ovviamente per il pino domestico e marittimo che «a differenza delle altre specie, però, da noi è coltivato. Dopo aver compiuto il suo ciclo vitale di circa 80-100 anni, viene tagliato e ripiantato».
In questo momento è un po’ difficile immaginare una nuova pineta o un bosco. «Questo è anche comprensibile. Oggi il cittadino medio vede sparire un’area verde che ha visto crescere negli ultimi 30 o 40 anni. Vede sparire quello che in termini botanici si chiama “un bosco maturo” e che, per sua natura, è molto bello. Purtroppo è la situazione a richiedere un intervento così drastico». Tuttavia – assicura l’esperto – quando si fanno i tagli, poi, sivedrà ricrescere un altro bosco. Diverso da quello attuale. Ad esempio, lungo l’Aurelia, ci saranno piante di latifoglie più pregiate e, grazie alla luce che penetrerà meglio, cresceranno «lecci, biancospini, ginestre, cisti. Forse fra due anni ancora non si vedrà nulla, ma fra quattro ci sarà una bellissima fioritura. Purtroppo non si sentirà il profumo a causa dei gas di scarico. Questo non è naturale. Capisco che per la gente non sia naturale neppure naturale vedere i mezzi che tagliano le piante: è una scena che fa piangere il cuore. Piacerebbe anche a me che non accadessero situazioni del genere, ma bisognerebbe, allora, che non ci fossero neppure ferrovie, strade e autostrade dentro un parco naturale».
L’importante, però, secondo Perfetti è capire due concetti: il primo è che quando si taglia un bosco non è perché lì ci si farà costruire; il secondo è che dove si taglia ci verrà un bosco migliore. Come a Camp Derby: «Meno maestoso, forse, ma più ricco da un punto di vista biologico. Sarà più arbustico e meno pericoloso». Insomma quello che serve. Ma magari non quello che a tutti piace. O consola. Perché come dice Nazim Hikmet, il poeta turco, «veder cadere le foglie mi lacera dentro». Figurarsi boschi interi.

Mattanza di tigli storici e mattanza di…democrazia e partecipazione

Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa del Comitato Cittadini per la Trasparenza e la Democrazia di San Giorgio del Sannio (BN)

Mattanza di tigli storici e mattanza di…democrazia e partecipazione! Faremo causa per danno biologico al patrimonio verde!

Vorrei segnalare che la Soprintendenza di Bergamo, in collaborazione con il CFS, ha avviato la prima causa milionaria per danno biologico al patrimonio verde (nel caso di specie, privato. Qualora esso sia pubblico e cioè un bene comune di tutti, ciò costituirebbe un’aggravante di non poco conto!)
Il fatto:
Cinquecento (500) tigli e ippocastani secolari del santuario ottocentesco di Caravaggio, distrutti questo inverno dall’ignoranza di un gruppo di pensionati incaricati delle potature, sono sottoposti ora ad una perizia individuale per la determinazione del danno biologico subito.
Gli esemplari, dell’età di 90-120 anni e dell’altezza di 20-25 m, sono ora ridotti a monconi alti 5-6m.
A prima vista il danno biologico varia da 2500 a 3500 euro/albero per un totale complessivo di circa 1,5 milioni di euro…non si sa a carico di chi:

  • a carico del Santuario per negligenza nella custodia di verde sotto vincolo monumentale,
  • a carico dei sei pensionati per lesioni dolose e colpose,
  • a carico del Comune per inosservanza nei doveri di vigilanza.

I 6 pensionati, dopo qualche giorno di bestemmie in dialetto bergamasco, sono ora in ritiro spirituale nel santuario e bevono acqua santa dalla mattina alla sera.
La mattanza di tigli storici a San Giorgio del Sannio
E’ rimasta finora impunita, circondata da una coltre di punti interrogativi cui l’Ente si sottrae dal rispondere, e, – cosa più grave e aberrante – ha avuto dei risvolti giudiziari in danno di chi ha sporto formale denuncia di quanto commesso dall’amministrazione.
Ma noi non demorderemo!
Il danno biologico ai tigli secolari di Via dei Sanniti e di Viale Spinelli è appunto  quanto il Comitato Cittadini per la Trasparenza e la Democrazia richiederà al Sindaco Ricci ed al Comune di San Giorgio del Sannio!
E non finisce qui.
Perchè l’ente comunale dopo la mattanza dei tigli voluti da Napoleone Bonaparte e non segnalati e protetti dall’Ente come storici e monumentali (legge n.10/2013) ha pensato, ancora una volta malissimo, di abbattere addirittura gli alberi del Palazzetto dello Sport!
E intanto la Procura beneventana indaga su chi denuncia!
Ma non è legittimo chiedersi quali siano le motivazioni che hanno spinto a tale scempio con costi diretti a carico della comunità e che fine abbia fatto la legna? Chi se ne è appropriato? O a chi è stata assegnata e in base a quali criteri?
Una cosa è certa: le lamentele “querulanti” del sindaco che fa un abuso strumentale della denuncia per diffamazione (tutta da dimostrare!)  per imbavagliare il dissenso e le più che legittime critiche alle scelte perverse dell’amministrazione (così come l’indignazione e i mugugni dei cittadini…) non servono.
Esiste una procedura tecnica per la determinazione del danno biologico. E la si applica negli incidenti come pure nelle lesioni volontarie su uomo, animali e alberi!
Non a caso, come comitato civico,nella scorsa tarda primavera e cioè nell’immediatezza dei fatti criminosi, abbiamo fatto denuncia anche a mezzo stampa (dato l’interesse e la rilevanza pubblica) al Corpo Forestale dello Stato e direttamente alla Procura (inviando alle autorità competenti un corposo e orripilante dossier fotografico).
Purtroppo, nella nostra ristretta realtà provincialotta e limitante, la Forestale non ha espletato -per quanto ci risulta – le indagini richieste non ravvisando nessuna violazione di legge (sic!), mentre la Procura di Benevento, attraverso l’opera diretta dell’esimio procuratore capo dott. Giuseppe Maddalena, non ha trovato nulla di meglio da fare che  sottoporre la denunciante (la coordinatrice del comitato, denunciante e scrivente in nome e per conto di tale associazione spontanea di cittadini) a ben 9 mesi di indagine per aver leso la reputazione del sindaco Ricci…. (SIC!).
Incredibile, ma VERO!
In conclusione, vorrei riportare quanto risponderebbe al sindaco Ricci, senza troppi peli sulla lingua, Ermanno Casasco, professionista di fama internazionale e autore del libro Giardiniere errante:
«A New York nevica più che a Milano, ma agli alberi di Central Park o al Village vengono portati via solo i rami più bassi o che sporgono troppo».
Mai sottovalutare le potature, ricorda poi: «Un mio maestro diceva sempre che da lì si capisce se l’amministrazione di una città è corrotta o no…».
Rosanna Carpentieri per il Comitato Cittadini per la Trasparenza e la Democrazia di San Giorgio del Sannio (BN)

Le immagini sono cruente e si sconsiglia la visione ai bambini senza la supervisione di un adulto.Abbiamo ribadito più volte nel comunicato e lo facciamo anche in questa sede … che la domanda fondamentale è: dove va a finire la legna?
La Guardia Forestale e la Procura della Procura dovranno accertarlo con immediatezza!

No tram, missione verde. L’appello del Coordinamento 20 gennaio

Fonte: No Tranvia Coordinamento 20 gennaio
Di: Claudio Capanni

Dalle cento fiaccolate contro la linea 3 alla lettera all’assessore 

Firenze, 28 novembre 2014 – Missione verde, i no tram si giocano la carta diplomatica. Due mesi fa avevano annunciato il blitz internazionale: un’informativa sul piano di abbattimento alberi lungo il percorso della futura linea 3 della tramvia Careggi-Smn da spedire direttamente alla sede parigina del quartier generale Unesco.
Poi il faccia a faccia con le motoseghe in piazza della Vittoria dove il Comune pochi giorni fa ha abbattuto dodici pini a rischio cedimento davanti al liceo Dante.
Ieri l’ultimo atto con le cento fiaccole sfilate da viale Morgagni sulla riva del Mugnone per ribadire il no dei residenti al massiccio piano di abbattimento del verde previsto dalla carte della Tram, la società concessionaria dei lavori. Ma il bilancio della guerrilla dei residenti radunati sotto il Coordinamento XX Gennaio, resta in perdita.
Palazzo Vecchio ha tirato dritto come un panzer e finora il conto degli abbattimenti previsti nel crono-programma per far spazio alla linea 3 è in piena regola coi tempi: dei 56 previsti da progetto nell’area dei cantieri Milton-Strozzi-Statuto quasi la metà è stata eseguita. Il Coordinamento così ha deciso di tentare la via diplomatica con una lettera aperta all’assessore all’Ambiente Alessi Bettini. Obiettivo: mettere un freno alla rivoluzione green di Palazzo Vecchio. O almeno salvare parte dello skyline arboreo del quartiere dello Statuto disegnato da Giuseppe Poggi a fine Ottocento per mitigare lo smog delle prime automobili a vapore.
L’equazione no tram: le chiome degli alberi giovani e di specie arbustive non avranno lo stesso potere di filtrare i particolati inquinanti dispersi nell’aria e raffreddare la temperatura. Un’operazione svolta oggi dagli alberi storici presenti nel quartiere. I 173 reimpianti che saranno realizzati lungo il percorso della linea 3 (a fronte di 125 abbattimenti con un saldo positivo di 48 alberi in più rispetto ad oggi) previsti nel progetto per i residenti non basterebbero a tutelare il quartiere da smog e surriscaldamento.

Ecco il testo integrale della lettera appello del Coordinamento 20 Gennaio all’assessore all’Ambiente Alessia Bettini

“Come lei sa gli alberi sono stati oggetto di attenzione mediatica in questo mese di novembre. Legambiente ha coinvolto gli studenti di tutta Italia adottando lo slogan “abbraccia un albero” . La scorsa settimana nel Salone dei Cinquecento agronomi, architetti, climatologhi sono intervenuti al convegno “Il ruolo degli alberi nelle nostre città”. Durante il convegno, sono stati toccati più o meno tutti gli aspetti per cui l’umanità trae da sempre enorme beneficio dalla loro presenza: riduzione dell’inquinamento, abbassamento della temperatura attraverso la traspirazione delle foglie, ossigeno, ombra, bellezza e ristoro dell’anima.
E’ risultato abbastanza chiaro che l’azione benefica degli alberi è strettamente connessa o addirittura direttamente proporzionale ad alcuni determinanti parametri: età della pianta, grandezza della chioma e permanenza delle foglie. Su questi punti gli intervenuti erano tutti d’accordo. In concreto tuttavia la realtà fiorentina è stata completamente ignorata se non per mostrare scorci bellissimi di alcuni giardini e panoramiche delle sue famose colline. Invece di Firenze si dovrebbe parlare. Da qualche tempo le alberature della città vivono una situazione molto critica: o sono lasciate all’incuria, da cui deriva una situazione di pericolo permanente per i cittadini o sono sottoposte a drastiche e inesperte potature. Ma l’aspetto più drammatico riguarda tutte quelle piante, centinaia, che pur non essendo né malate né pericolose e che costituiscono quanto di più utile e bello ci possa essere nel regno vegetale come un grande e frondoso albero adulto, sono stati tagliati e lo saranno entro brevissimo tempo per motivi di mobilità, parcheggi e altro.
Sulla base di tali esigenze verrà radicalmente modificato buona parte dell’assetto del verde della città. Molte zone resteranno prive di piante per mancanza di spazio fisico per la ripiantumazione. Altre zone verranno trasformate dalla presenza di nuove alberature. Non più lecci, cipressi, bagolari e platani, piante introdotte nelle strade del primo ‘900 per resistere e mitigare il nascente traffico delle città italiane, ma Acer campestre, Carpinus Betolus, Celtis Australis, Frazinus Ornus, Koelreuteria Paniculata, etc. La metà di queste specie sono arbustive, adatte per siepi, di origine cinese, giapponese, nordamericana…
Mi permetterò alcune considerazioni sugli effetti di tali piante. Un albero adulto, con circa 60 metri cubi di chioma può contrastare validamente gli effetti negativi del vivere urbano, non lo può fare invece un albero giovane, con struttura filiforme, scarsa chioma a foglie caduche e spesso di tipologia nana, come sono le alberature menzionate nella Relazione Illustrativa del comune, di cui si vede un esempio nei miseri tigli di Viale Morgagni. Il nuovo arredo urbano, trasformando esteticamente strade e piazze avrà una importante incidenza sul valore dell’abitato e sui beni dei cittadini e snaturerà l’aspetto della città.
La scarsa densità di foglie e quindi di ombra priverà gli abitanti di centri di sosta attrezzati e di aggregazione. Venendo meno la possibilità di nidificare e di sostare sui rami spariranno gli uccelli predatori di insetti e le zanzare, che già adesso il comune non riesce efficacemente a fronteggiare, aumenteranno. Le nuove tipologie di piante non potranno mitigare l’innalzamento della temperatura in atto, che sarà particolarmente percepibile e avrà effetti drammatici nelle strade urbane anche per fenomeni di rifrazione della luce. Mi lasci infine fare la seguente considerazione. La trasformazione che il comune sta perseguendo non è frutto di un procedimento democratico.
La sua portata è talmente grande che i cittadini avrebbero dovuto essere chiamati a partecipare alle scelte o quantomeno a esprimere delle preferenze. Nei riguardi di decisioni imposte non possiamo che sentirci impotenti e anche preoccupati. Ma la prego, di fronte a una più che fondata e ragionevole preoccupazione più volte e in più occasioni espressa, non ci risponda che le operazioni in atto sono volte a aumentare e migliorare l’attuale verde urbano, in quanto per 100 alberi abbattuti ne saranno ripiantati 200. Non può ritenere che gli alberi siano tutti uguali, che siano meri numeri per cui 200 è maggiore di 100”.
Deanna Sardi per l’associazione “Piazza della Vittoria”

Lettera aperta per gli alberi

Un albero correttamente scelto e messo a dimora (guai a dire piantumato!!!!) può valere migliaia di euro se di pertinenza di un giardino privato.
Questo è l’incipit dell’articolo pubblicato sul Dallas News lo scorso 31 ottobre.
Ma questo, aggiungo io, vale anche per il verde pubblico. Ormai sono tanti i lavori, anche di rilievo scientifico internazionale, che hanno dimostrato pienamente il valore dei servizi ecosistemici, cioè quei servizi forniti dagli alberi, che giustificano l’investimento di risorse come il lavoro, l’energia e l’acqua e rappresentano i contributi diretti e indiretti degli ecosistemi al benessere umano, sostenendo direttamente o indirettamente la nostra sopravvivenza e la qualità della vita. E allora se gli alberi hanno un valore, se sono un investimento, se consentono la nostra stessa esistenza su questo pianeta, se ci rendono la vita più piacevole, se abbelliscono le nostre proprietà, le nostre città e i nostri paesaggi, perché affidiamo la loro cura e gestione a degli incompetenti, vogliosi solo di fare soldi e che vedono l’albero solo come una fonte di reddito e non come un essere vivente e uno spirito silenzioso che ci dà la vita? Se rifletteste su questo vi sentireste di affidarlo a qualcuno che ne accorcia la vita, che ne riduce le potenzialità e che non solo vi fa pagare direttamente, ma che vi danneggia per sempre, riducendo il valore, non solo estetico, ma anche ambientale, della vostra proprietà? Se la risposta è no, allora assumete solo professionisti altamente qualificati per lavorare sui vostri alberi. Persone che lavorano con e per gli alberi. Questo non deve essere dimenticato mai.
Al contempo non dobbiamo scordare che gli alberi sono esseri mortali e, come tutto il resto degli animali e delle piante sul nostro pianeta, hanno un’aspettativa di vita, diversa da specie a specie, che può essere anche molto lunga ma che, in un ambiente ostile e con una gestione errata, può accorciarsi moltissimo. Come gli alberi cominciano a maturare, un vero arboricoltore, meglio se certificato, può notare rami che iniziano a indebolirsi e può consigliare come intervenire con potature selettive per rimuovere i rami indeboliti che potrebbero cadere causando lesioni e dare i migliori suggerimenti per prolungare la vita del vostro albero. E se vi raccomanda, a malincuore, che l’albero deve essere abbattuto, lo fa per ridurre il rischio che potreste correre o far correre, qualora dovesse “schiantare” (dalla Treccani: Spezzare, stroncare con violenza alberi o rami: E colsi un ramicel da un gran pruno; E ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?» (Dante).
Al suo posto possiamo piantare un nuovo albero, scegliendolo adeguatamente, con potenzialità di crescita elevate e che sia l’albero giusto al posto giusto. Anche nella scelta di cosa piantare, occorre affidarsi alla professionalità dell’arboricoltore che vi suggerirà il vivaio dove vengono prodotte piante “di qualità”.
Non basta la passione, non basta dire “amo gli alberi” per pretendere di intervenire o dare direttive su come essi devono essere gestiti. E non basta nemmeno una laurea in Scienze Agrarie o Forestali e neanche un dottorato. Non basta essere professori. Ci vuole esperienza, osservazione, autocritica, voglia di imparare dai propri sbagli e confrontarsi senza affrontarsi.
Riprendo questa frase da un mio articolo: “credo sia quasi pleonastico sottolineare la gestione degli alberi deve essere fatta, sia nel verde pubblico, sia privato (è bene che sia chiara la differenza fra bene del comune e bene comune, spesso noi pensiamo che quando gli alberi devono essere abbattuti sia proprietà comune, ma che quando devo essere gestiti, sono proprietà del Comune)  incaricando le giuste personalità tecniche e non lasciarsi influenzare dalle spinte politiche e/o emozionali. “Mettersi insieme è un inizio, rimanere insieme è un progresso, lavorare insieme è un successo”, questa frase di Henry Ford credo sintetizzi pienamente quello che è lo scopo fondamentale (la “mission” come si dice adesso) in un settore, come quello dell’arboricoltura, dove la discussione e, come detto, il confronto, costituiscono la linfa vitale, anche e soprattutto quando le opinioni non coincidono. È la diversità di idee che stimola il confronto, fa crescere il dibattito e, di conseguenza, il settore stesso. Nonostante ci siano numerose e importanti criticità, è bene guardarsi dall’uniformità, dal conformismo o, peggio ancora, dal dogmatismo. In una società come la nostra la ragione non deve mai addormentarsi, né rinunciare a interrogarsi e a interrogare. In caso contrario il settore non cresce e non si evolve e gli alberi continueranno a essere visti come come un costo e non come una risorsa fondamentale.
Per coloro che capitozzano gli alberi e per i proprietari che li fanno capitozzare (qualche volta le cose coincidono) concludo questa mia riflessione con una frase tratta da Hesse: Gli alberi hanno pensieri di lunga durata, di lungo respiro e tranquilli, come hanno una vita più lunga di noi. Sono più saggi di noi, finché non li ascoltiamo. Ma quando abbiamo imparato ad ascoltare gli alberi, allora proprio la brevità, rapidità e fretta puerile dei nostri pensieri acquista una letizia senza pari. Chi ha imparato ad ascoltare gli alberi non brama più di essere un albero. Brama di essere quello che è. Questa è la propria casa. Questa è la felicità”.
Post scriptum: Quelli nelle foto non sono pre-­‐abbattimenti. Lo sono però diventati. Quindi doppia spesa
Francesco Ferrini, PhD, Professore Ordinario di Arboricoltura e Coltivazioni Arboree, ma non arboricoltore, anche se mi piacerebbe

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