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Il Codice dei Beni culturali non si tocca

Fonte: Italia Nostra Onlus

Due proposte di legge minano la tutela di parchi e aree protette a vantaggio di speculazioni e nuove edificazioni (tra cui un campo di calcio in pieno parco). In  nome di una strumentale “semplificazione”, si vuole solo il nulla osta
dell’Ente Parco, escludendo il parere vincolante delle Sovrintendenze

Com’è noto, il Codice dei beni culturali e del paesaggio (D.lgs 42/04) ha profondamente modificato la precedente normativa e, in particolare, riguardo alla legge quadro sulle aree protette (l. 394/1991) ha affermato il principio della prevalenza del piano paesaggistico sui piani d’assetto dei parchi. Si è cioè passati da un sistema in cui il piano del parco sostituiva tutti gli strumenti di tutela e di pianificazione territoriale e urbanistica a un sistema in cui il piano paesaggistico prevale su quello per il parco (nazionale o regionale).
Di conseguenza, gli articoli 12 c. 6 e 25 c2 della l. 394/1991, siccome incompatibili con l’art.145, commi 3 e 4 D.lgs 42/2004, che è cronologicamente successivo, devono considerarsi abrogati.
Il Consiglio Direttivo di Italia Nostra, pertanto, prende atto con molta preoccupazione di iniziative legislative e proposte volte alla modifica del Codice dei beni culturali e del paesaggio.
Tali iniziative e proposte vanno nella direzione del potenziamento del ruolo dei parchi nella pianificazione del territorio, anche per quanto attiene alla tutela del paesaggio. In loro favore si invocano il sovrapporsi di competenze e l’eccesso di passaggi burocratici.
In particolare colpiscono due iniziativeall’apparenza separate, ma evidentemente coordinate.

  1. La proposta di legge

Con proposta di legge n. 941, presentata il 14 maggio 2013, gli onorevoli Valiante (eletto nel Cilento) e Realacci chiedono la modifica del Codice dei beni culturali e del paesaggio, al fine di subordinare le previsioni dei piani paesaggistici a quelli degli “enti gestori delle aree naturali protette”.|

D.Lgs 42/2004 – art- 145, comma 3

TESTO VIGENTE

D.Lgs 42/2004 – art- 145, comma 3

MODIFICA PROPOSTA

3. Le previsioni dei piani paesaggistici di cui agli articoli 143156 non sono derogabili da parte di piani, programmi e progetti nazionali o regionali di sviluppo economico, sono cogenti per gli strumenti urbanistici dei comuni, delle città metropolitane e delle province, sono immediatamente prevalenti sulle disposizioni difformi eventualmente contenute negli strumenti urbanistici, stabiliscono norme di salvaguardia applicabili in attesa dell’adeguamento degli strumenti urbanistici e sono altresì vincolanti per gli interventi settoriali. Per quanto attiene alla tutela del paesaggio, le disposizioni dei piani paesaggistici sono comunque prevalenti sulle disposizioni contenute negli atti di pianificazione ad incidenza territoriale previsti dalle normative di settore, ivi compresi quelli degli enti gestori delle aree naturali protette. 3. Le previsioni dei piani paesaggistici di cui agli articoli 143156 non sono derogabili da parte di piani, programmi e progetti nazionali o regionali di sviluppo economico,sono cogenti per gli strumenti urbanistici dei comuni, delle città metropolitane e delle province, sono immediatamente prevalenti sulle disposizioni difformi eventualmente contenute negli strumenti urbanistici, stabiliscono norme di salvaguardia applicabili in attesa dell’adeguamento degli strumenti urbanistici e sono altresì vincolanti per gli interventi settoriali. Per quanto attiene alla tutela del paesaggio, le disposizioni dei piani paesaggistici sono comunque prevalenti sulle disposizioni contenute negli atti di pianificazione ad incidenza territoriale previsti dalle normative di settore, ivi compresi ad esclusione di quelli degli enti gestori delle aree naturali protette.
In grassetto, le parole aggiunte.

La inammissibile modifica normativa, proposta attraverso alterazioni formalmente minimali del testo vigente, tende a:

  1. introdurre la derogabilità della pianificazione paesaggistica (e quindi della tutela del paesaggio) da qualsivoglia piano, programma o progetto;
  2. subordinare le scelte di tutela del paesaggio – conseguenti alle complesse valutazioni prescritte dall’art. 143 del D.lgs 42/2004 – ai piani “degli enti gestori delle aree naturali protette”, nazionali e regionali, che, anche laddove fossero esenti dalle “mediazioni” politiche, sarebbero comunque rivolti a garantire la conservazione di peculiarità ben diverse da quelle tutelate dal Codice.

Le contraddizioni costituzionali presenti nella proposta di legge Valiante-Realacci rischierebbero di essere ulteriormente amplificate laddove dovesse trovare ascolto l’altra proposta di modifica normativa, veicolata dal Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano con la delibera n. 002 del 23.10.2013.

  1. La delibera dell’Ente Parco

Con  tale delibera (del 23.10.2013 indirizzata al presidente del Consiglio Letta, e ai ministri Orlando e Bray) si propone la modifica di un altroarticolo del Codice, il 146, che presiede al rilascio delle autorizzazioni paesaggistiche. L’ente Parco propone di inserire nell’art. 146 (non si sa bene dove) la seguente locuzione:
nelle aree naturali protette di rilievo nazionale, di cui alla legge 394/91, in vigenza del piano del parco, le autorizzazioni di cui al presente articolo sono rilasciate dall’Ente Parco, unitamente al provvedimento di nulla osta di cui all’art. 13 della L.n. 394/91”.
La proposta mira (per quanto esposto nelle motivazioni) ad assumere il controllo – anche in relazione agli aspetti paesaggistici – delle trasformazioni del territorio, enucleando il ruolo delle Soprintendenze, al fine di ottenere:

  • l’eliminazione di un’asserita duplicazione di parere;
  • l’alleggerimento della produzione documentale;
  • l’eliminazione di valutazioni di natura discrezionale che, in assenza di piani paesaggistici, presiedono al rilascio delle autorizzazioni paesaggistiche.

Italia Nostra sottolinea come, tra i progetti di sviluppo ipotizzati all’interno del Parco c’è anche la costruzione di un “NUOVO STADIO da 10mila posti”, motivo per cui questa delibera acquisirebbe anche valore strumentale. Ricordiamo che il Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano fa parte dal 1997 della Rete delle Riserve della Biosfera dell’UNESCO ed è inserito nella World Heritage List dell’UNESCO come “paesaggio culturale”.
La tesi va respinta  per più di un motivo.

  • il rilascio delle autorizzazioni paesaggistiche esula dalle finalità istituzionali e dalle competenze tecnico-scientifiche dell’Ente Parco;
  • il mutamento del soggetto preposto al rilascio delle autorizzazioni in argomento non farebbe venir meno la necessità di apprezzare, con valutazioni tecnico-discrezionali, la compatibilità paesaggistica degli interventi proposti
  • la riduzione della produzione documentale contrasterebbe con le disposizioni  del DPCM 12.12.2005 che, in attuazione del Codice, ha definito analiticamente gli elaborati necessari per le verifiche inerenti alla tutela del paesaggio;
  • il testo della modifica proposta (neanche coordinato con gli altri articoli del Codice relativi alla vigilanza, alle sanzioni, all’iter di accertamento di compatibilità paesaggistica, ecc.) trascura che oggi le autorizzazioni non sono rilasciate dalle Soprintendenze (cui compete l’espressione di un parere obbligatorio e vincolante), ma dalle regioni, ovvero dagli enti locali a tanto delegati.

Il sovrapporsi delle norme di tutela in assenza di una razionale revisione/modifica dell’insieme delle leggi propone un quadro normativo poco chiaro e quindi rende incerta (e potenzialmente causa di contenzioso) la definizione del contenuto del piano per il parco. Corretta sembra, però, l’esigenza, espressa nella citata delibera di giunta del Parco del Cilento, di ridurre razionalmente gli strumenti di tutela: la soluzione non può essere che quella di concentrare sul solo piano paesaggistico i compiti di pianificazione, anche per gli aspetti relativi ai parchi nazionali e regionali.
Tutto ciò premesso, il Consiglio Direttivo Nazionale di Italia Nostra  chiede che vengano ridefinite le competenze degli Enti di gestione dei parchi e delle aree naturali protette alla luce della normativa vigente:

  • eliminando le funzioni di pianificazione del territorio e quindi quelle autorizzative;
  • potenziando le funzioni relative alla gestione dei valori naturalistici e di promozione culturale ed economica dei territori di competenza, in piena intesa e in coordinamento con le Soprintendenze di Stato.

Con questi obiettivi chiede, quindi, coerenti e precisi interventi di modifica della l. 394/1991.

Più speculazione e meno vincoli. Parchi minacciati

Fonte: L’Unità

“Il volto amato della Patria”, come Benedetto Croce, nato nel cuore dell’Abruzzo montano, a Pescasseroli, e i suoi amici naturalisti definivano i parchi, è in pericolo. Per le modifiche che si vogliono apportare alla buona legge-quadro Ceruti-Cederna del ‘91 sulle aree protette, con disegni di legge e con la stessa immanente legge di stabilità.
Ai primi quattro Parchi Nazionali – Gran Paradiso e Abruzzo (1922), Circeo (1934) e Stelvio (1935) – seguì una lunghissima stasi, sino al Parco Nazionale della Calabria (1968) peraltro mai attivato. In realtà settant’anni di immobilismo. Poi tanti nuovi Parchi Nazionali sino a raggiungere quota 23, più il Parco del Gennargentu (1998) per il quale non si muove foglia. Dalla miseria di un 3 % di territorio protetto dai Parchi Nazionali al 10,5. Un milione e mezzo di ettari. Oltre 3 milioni se sommati a parchi regionali, oasi, riserve naturali.
Un bel balzo, certo. Spesso teorico purtroppo. Nel 2012 essi hanno ricevuto, secondo Federparchi, 63 milioni, cioè 42 euro per ettaro, 20% meno delle medie europee. Poca cosa a fronte delle sole tasse che lo Stato ricava dai Parchi: oltre 300 milioni di euro, cioè 5 volte quanto restituisce per la loro sopravvivenza. Infatti, stando anche alle cifre più prudenti, i visitatori sono 34 milioni l’anno, gli occupati diretti 4.000 più 76.000 nell’indotto fra servizi, centri visita, prodotti agro-silvo-pastorali freschi e trasformati, coop di servizio (750). Con tentativi continui (Matteoli, Prestigiacomo e C.) di stravolgere i Parchi in Luna-Park.
Speculatori
Un patrimonio naturalistico formidabile, minacciato nella sua integrità da impianti di risalita, nuove piste di discesa, funivie, cabinovie, speculatori edilizi, cacciatori e, diciamolo, dalla stessa pochezza dei fondi. Rari i presidenti competenti e autorevoli. Sempre più ex sindaci che poco sanno opporre agli appetiti clientelari e corporativi. Gli sfregi al «volto amato della Patria» si possono, si devono restaurare.
Invece nuovi pericoli si addensano ora su di esso con la legge di stabilità e con altri strumenti. La manovra parte da più lontano. «Un istante prima che il governo Monti cadesse», spiega Fulco Pratesi, fondatore del Wwf Italia, «con inspiegabile urgenza, la commissione Ambiente del Senato stava per varare modifiche inaccettabili alla legge quadro sulle aree protette del ‘91».
Spinta attivata dai senatori Ferrante e Della Seta, ex Legambiente. Consigli direttivi con metà dei membri nominati dalle Comunità locali e metà dalle associazioni ambientaliste, dentro i rappresentanti degli agricoltori ed fuori quelli del Ministero dell’Ambiente (che pure nomina i presidenti…) e delle Politiche Agricole, cioè dello Stato. «Gli agricoltori non hanno molto a che fare, per ora, con la tutela della biodiversità. Ma ancor meno c’entrano i rappresentanti di altre categorie economiche come gli albergatori, i boscaioli,  i cavatori…». Più economia, insomma, e meno tutela per questi grandi polmoni verdi, prima di tutto, è bene ribadirlo, «naturali».
Le conseguenze a cascata? Si allentano i vincoli sulla caccia nei parchi, voluta dalle lobby venatorie fortissime in Parlamento. Difatti alla guida delle bellissime Foreste Casentinesi è stato nominato di recente un ex presidente dei cacciatori. Si incentivano le cosiddette royalties per accogliere nelle aree protette cave e miniere, attraversamenti di elettrodotti, centrali energetiche, ecc. I direttori vengono nominati senza concorsi, tanto per «snellire»…
Protesta
Tutte le associazioni ambientaliste hanno elevato una dura protesta, tranne Legambiente che detiene la presidenza di molti parchi, quella di Federparchi e che ha ricevuto anche dalle Regioni (dalla Regione Lazio, per esempio) svariate nomine ai Parchi regionali. Così si è arrivati alle proposte radicali di modifica del disegno di legge n. 119 (senatore Antonio D’Alì, uno dei fondatori di Forza Italia nel ’94, oggi NCD), che ribalta la gerarchia di valori ribadita in più occasioni dalla Corte Costituzionale, vale a dire: la tutela dell’ambiente deve prevalere sempre su qualunque interesse economico privato. In esso la reintroduzione della caccia viene mascherata da «controllo della fauna selvatica», pur con la supervisione dell’Istituto di ricerca del Ministero dell’Ambiente. Si prevede di fatto – denunciano Wwf, Mountains Wilderness, Touring Club, Italia Nostra, FAI, Lipu, ecc. – un diretto coinvolgimento dei cacciatori nella gestione della fauna all’interno delle aree naturali protette. Cosa che è già consentita, ma agli Enti Parco per esempio per i cinghiali dove risultano in sovrannumero. «Ora però arriva la legge di stabilità a introdurre sbrigativamente modifiche gravi alla legge n. 394», spiega Carlo Alberto Pinelli, importante documentarista, presidente di Mountains Wilderness.
È il governo a proporre all’articolo con le «Misure di semplificazione» che i direttori dei Parchi Nazionali non siano più nominati dal Ministero dell’Ambiente ma dal Consiglio direttivo del Parco all’interno di una rosa proposta dal presidente. «Noi sosteniamo che essi debbano essere invece scelti  attraverso concorsi pubblici o di pubblica evidenza», ribadisce Pinelli. Un altro comma indebolisce il ruolo di controllo del Minambiente.
In nome, ossessivamente, di una «snellezza», ad ogni costo. Mentre controlli penetranti – con gli scandali che girano, anzi vorticano – ridiventano essenziali. Eliminata anche, per i soli esponenti locali, la saggia prescrizione del DPR 73/2013 secondo cui tutti i componenti dei consigli direttivi dei parchi nazionali (cioè anche quelli designati dalle comunità dei parchi) devono dimostrare un minimo di competenze in tutela ambientale, biodiversità, gestione faunistica e forestale. «Siamo alla Pro Loco», commenta amaro Carlo Alberto Pinelli. «Sarebbe molto, molto opportuno includere invece un esponente del Ministero dei Beni culturali che ha competenze sul paesaggio, sui centri storici, su pievi, abbazie, castelli ed ora sul turismo».
Anche per redigere piani di assetto dei Parchi in stretta connessione col Codice per i Paesaggio (Rutelli/Settis) e per evitare, ad esempio, l’installazione di enormi quanto presso che inutili (ai fini della produzione di energia) torri eoliche in prossimità dei parchi, lungo crinali appenninici di intatta bellezza. Quella bellezza per la quale accorrono milioni di turisti italiani e stranieri. E invece, conclude Pinelli, «se si leggono i disegni di legge D’Alì e Caleo non si esclude che gli aerogeneratori siano ficcati addirittura all’interno dei Parchi Nazionali». Da non credere ai propri occhi.

Finalmente le mani sui parchi…

Ecco il “capolavoro” in fase di approvazione in via d’urgenza in questo momento al Senato, sostenuto da Legambiente e Federparchi.
(Una legge che istiga a snaturare i parchi naturali)

Fonte: Villaggio Globale

Per effetto del Ddl risulterebbero «premiati», in termini di finanziamenti, non più i Parchi che sanno bene conservare la biodiversità e il paesaggio (vere ricchezze delle aree protette), bensì quelli che autorizzeranno nel proprio territorio il maggior numero di impianti «aventi un impatto ambientale». Nessuno più difende in Italia la natura, il paesaggio, l’archeologia tutto finisce in un calderone indistinto di ipocrisia, interessi e demagogia.

In 4 motivi il no delle Associazioni
Finalmente le mani sui Parchi. La lunga corsa di logoramento è giunta ad un punto di svolta. Infatti, si è votata, ed è passata, oggi al Senato, l’urgenza per un Ddl di cui non se ne aveva assolutamente bisogno dato che i partiti sostenitori del Ddl hanno dichiarato la bontà e l’efficienza della legge Quadro e hanno assicurato l’appoggio di Associazioni ambientaliste e di settore, cosa non vera a giudicare dal tono dei comunicati che proponiamo nel seguito di questo articolo.
Al momento, l’unico risultato, sembra lo sveltimento delle procedure per eliminare i filtri che erano stati imposti per proteggere la biodiversità e il territorio in zone del Paese emergenti dal punto di vista naturale e per questo meritevoli di essere salvaguardate.
Per effetto del voto verranno rivisti gli equilibri fra le rappresentanze negli Enti di gestione, si aprirebbe alla caccia mediante la distinzione fra attività venatoria e controllo della fauna selvatica, si evita di fare un’analisi sulla gestione dei parchi, sulle procedure di nomina dei Presidenti e dei Direttori e si introducono norme di finanziamento mediante royalty che rischiano di condizionare la gestione delle risorse naturali. A seguire quanto avevamo pubblicato questa mattina.
Anni a studiare e spiegare perché è importante quella piantina o quel bruco, anni e anni e anche convegni a dimostrare le relazioni fra quell’insetto e le piante e quindi l’uomo, anni e anni a battersi per salvaguardare quel tratto di territorio e a proteggerlo.
Mentre nel resto del mondo gli studi continuano, le scoperte anche e le forme di tutela restano e si rafforzano, in Italia no. Da anni è iniziata una lenta erosione delle aree protette, da anni tutto il territorio del Bel Paese, dalla natura al paesaggio, dalle aree archeologiche alle ricerche sul campo, sono in lenta ma inarrestabile decadenza.
E così oggi si vota la dichiarazione d’urgenza del disegno di legge S.119 (D’Alì), ovvero il testo di modifica della Legge quadro sulle aree protette, n. 394/91, approvato in Commissione Ambiente in sede deliberante il 21 dicembre 2012 (il giorno precedente lo scioglimento anticipato del Parlamento). Si tratta del testo presentato dallo stesso senatore D’Alì, ovvero il noto «1820», sul quale in molti avevano manifestato forte contrarietà, anche con un acceso dibattito fra le associazioni ambientaliste più rappresentative.
Ma urgente per chi?
Come se in Italia non ci fossero vere urgenze… e d’altra parte una ragione ci deve essere se, come risulta nel rapporto di Ubs e Wealth-X sulla ricchezza nel mondo, mentre la povertà aumenta a spese dei cittadini e del territorio, gli italiani che hanno una ricchezza superiore a 30 milioni di dollari (23 milioni di euro), nell’ultimo anno è cresciuto del 7%, superando quota 2mila e arrivando a 2.075, questi nostri connazionali controllano 235 miliardi di dollari (178 miliardi di euro), con una media di 86 milioni di euro a testa.
Allora perché questo Ddl è urgente, si chiede l’Associazione394?
L’Associazione riporta uno stralcio significativo del Ddl in discussione, che introduce le cosiddette royaltyes: «I titolari di impianti di produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile, di potenza nominale superiore a 1 MW e aventi un impatto ambientale, presenti nel territorio dell’area protetta sono tenuti a versare annualmente all’ente di gestione dell’area protetta, in unica soluzione e a titolo di contributo alle spese per il recupero ambientale e della naturalità, una somma il cui ammontare è definito da apposita convenzione stipulata con l’ente di gestione. Il presente comma si applica agli impianti che entrano in esercizio successivamente alla data di entrata in vigore della presente disposizione». E successivamente l’Associazione commenta: «Impianti di grandi dimensioni e impattanti che oggi sarebbero logicamente vietati. Un evidente conflitto, considerato che il Parco è anche deputato al rilascio dei nulla osta. Risulterebbero così addirittura “premiati”, in termini di finanziamenti, non più i Parchi che sanno bene conservare la biodiversità e il paesaggio (vere ricchezze delle aree protette), bensì quelli che autorizzeranno nel proprio territorio il maggior numero di impianti “aventi un impatto ambientale”».
Si parla tanto di priorità della politica rispetto all’economia ma deve essere tutto un bluff vista l’incapacità di aprire un serio confronto su questioni vitali per l’Italia. Basti pensare alle pressioni dei petrolieri e alla pronta disponibilità per trivellare le coste italiane…
E per quanto riguarda i parchi oltre alle promesse del ministro dell’Ambiente Andrea Orlando, oltre alle posizioni contrarie per la procedura d’urgenza di molte associazioni ambientaliste e degli operatori del settore siamo arrivati alla procedura d’urgenza.
Questa classe politica è assolutamente indifferente ed insensibile anche di fronte al principio di precauzione.
Speriamo di essere smentiti dal voto…
…Ma purtroppo così non è stato.

San Rossore resti al Parco, no al sui uso per ricavi economici immediati!!‏

Sosteniamo l’iniziativa del gruppo “Dico no a San Rossore ai provati!.
Vi chiediamo di inviare una mail a questi indirizzi:
enrico.rossi@regione.toscana.it,
annarita.bramerini@regione.toscana.it,
anna.marson@regione.toscana.it,
gianni.salvadori@regione.toscana.it,
m.chincarini@consiglio.regione.toscana.it, g.donzelli@consiglio.regione.toscana.it,
i.ferrucci@consiglio.regione.toscana.it, p.tognocchi@consiglio.regione.toscana.it

e in copia nascosta a  sanrossorealparco@tiscali.it.

Di seguito trovate il testo da copiare e incollare.
Aiutateci a diffondere l’iniziativa e facciamoci sentire!
Cliccando qui potete leggere tutti gli approfondimenti.

Testo e-mail

Al Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi
All’Assessore all‚Ambiente e Aree Protette Anna Rita Bramerini
All’Assessore all’Urbanistica Anna Marson
All’Assessore all’Agricoltura Gianno Salvadori
Ai consiglieri eletti nell’area pisana

SAN ROSSORE RESTI AL PARCO, NO AL SUO USO PER RICAVI ECONOMICI IMMEDIATI

Il Parco Regionale di Migliarino – San Rossore – Massaciuccoli ha gestito negli ultimi 12 anni la Tenuta ex-presidenziale di San Rossore con criteri di conservazione degli ambienti naturali (migliaia di ettari di foreste, dune, zone umide), di sostenibilità delle attività agricole (coltivazioni e allevamenti biologici), di sviluppo del turismo verde, dell’educazione ambientale, della ricerca scientifica. Questo corrisponde alle previsioni della legge dello Stato n. 87 del 1999, secondo cui la Tenuta dev’essere gestita secondi i principi della Legge Quadro sulle Aree Protette, per la valorizzazione dell’ecosistema e per scopi didattici, educativi e sociali, l’equilibrio ecologico e il risanamento ambientale.
Tutta l’area è Sito di Importanza Comunitaria, Zona di Protezione Speciale, Riserva della Biosfera, oltre che la più grande proprietà pubblica all’interno del Parco Regionale.
Sono preoccupato per la proposta di legge che prevede il passaggio della Tenuta all’ente “Terre Regionali Toscane” che la gestirà a fini principalmente economici e non più conservazionistici, con la possibilità di tagliare i boschi a soli fini produttivistici, vendere terre pubbliche e utilizzare il patrimonio immobiliare anche per profitti privati. Addirittura con minori controlli da parte della Regione rispetto alla vigilanza che questa ha operato durante la gestione del Parco.
Ritengo che questa proposta costituisca un grave attacco alla gestione di un bene comune di grande valore, per fini economici immediati che danneggeranno gli interessi delle comunità locali, dei turisti e degli operatori che hanno investito nel turismo verde, e con conseguenze fortemente negative sugli equilibri ambientali.
Che ne sarà dei boschi, gestiti con criteri di profitto? Saranno tagliati per farne legna, carta e energia senza alcuna forma di tutela ecologica? E’ questo che intendete per green economy?
E delle coltivazioni e dell’allevamento biologici? Saranno riconvertiti ad agricoltura industriale e allevamenti intensivi?
E degli edifici, dei terreni, della Villa del Gombo? Saranno offerti alla speculazione edilizia, alla cementificazione, al turismo di massa?
E’ proprio per combattere contro queste cose che è nato il Parco, dalla lotta di migliaia di cittadini, contro Porto Cristina, Onassis, la speculazione edilizia e la devastazione ambientale.
33 anni fa la neonata Regione Toscana si fece interprete di queste aspettative; perché oggi intende cambiare rotta?
Chiedo che tutta la parte relativa a San Rossore sia stralciata dalla legge di istituzione dell’ente “Terre Regionali Toscane”.
Mi auguro che la Regione Toscana rafforzi il ruolo dei Parchi e delle Aree Protette come aveva fatto nel decennio passato dando vita a un sistema originale e efficace che appare ora in fase di irreversibile smantellamento.
Mi auguro che la Regione Toscana voglia onorare gli impegni del vertice ONU di Nagoya in cui la Comunità Europea e internazionale hanno ritenuto centrali le politiche delle Aree Protette per il futuro della nostra specie.
Mi auguro che la Regione Toscana consideri i beni comuni costituiti dagli ambienti naturali e dalle specie viventi come un capitale da amministrare con rispetto e conservare per le future generazioni, invece che da svendere in tempo di crisi.
DATA E FIRMA, eventuale Associazione di appartenenza, CITTA’ di residenza

Il Bel Paese delle trivelle. Puglia, si cerca petrolio in mare vicino ad aree protette

Fonte: Blogeko

Ormai siamo il Bel Paese delle trivelle. Isole Tremiti, Pantelleria, canale di Sicilia: non si salvano neanche i tratti di mare più belli, e la tirata di orecchi all’Italia è sonora e di portata planetaria.
Oceana, quotata organizzazione internazionale che difende (appunto) gli oceani, ha diffuso ieri un comunicato stampa in cui, in sostanza, rimprovera all’Italia la faciloneria con cui ha concesso i permessi per esplorazioni petrolifere nei suoi mari: perfino in un’amplissima area al largo della Puglia contigua a numerose zone protette.
Qui l’avvio delle perforazioni, si legge nel comunicato, è previsto nella prima metà del 2012.
Questi piani, scrive Oceana, saranno dannosi (non pericolosi: dannosi, testualmente) per una vasta prateria sottomarina di poseidonia, e rappresentano un rischio per tartarughe di mare e cetacei; oltretutto l’eventualità di un disastro è molto alta, visto che le normative europee sulle piattaforme petrolifere offshore sono incomplete.
L’Italia non è esattamente l’Arabia Saudita. Eppure siamo pieni di trivelle: guardate la mappa delle ricerche e delle estrazioni di idrocarburi redatta qualche mese fa da Greenpeace.
Tante trivelle, ma poco petrolio, e di cattiva qualità. Tuttavia le compagnie petrolifere si fiondano in Italia, avvertiva Greenpeace, perchè le royalties da pagare allo Stato sono del 4%, e non del 30-50% come per altri Paesi. Inoltre, non si paga alcuna imposta per i primi 300.000 barili di petrolio all’anno: oltre 800 barili (o 50.000 litri) di petrolio gratis al giorno.
Su questo quadro generale si inserisce appunto la presa di posizione di Oceana, che si dice “allarmata” ed esorta il ministro dell’Ambiente Clini a fermare le trivellazioni, particolarmente nell’Adriatico.
Oceana, dice il comunicato stampa diffuso ieri, è preoccupata soprattutto perchè recentemente l’Italia ha permesso alla società Northen Petroleum di effettuare esplorazioni sismiche su 6.600 chilometri quadrati di mare pugliese, accanto a nove Zone speciali di conservazione, ad un Parco nazionale (quello del Gargano, anche se non è specificato), a varie Aree speciali protette di importanza mediterranea e a un’Area marittima protetta dalla legislazione italiana. Dovrebbe essere quella di Torre Guaceto anche se, di nuovo, nel comunicato stampa non viene detto.
Oltre che per i mari della Puglia – è sempre il succo del comunicato stampa –Oceana è molto preoccupata perchè è già cominciato il processo di approvazione per operazioni del genere nel canale di Sicilia (in un’area che include Pantelleria) e lungo tutta la costa adriatica, compresa l’enorme area di esplorazione sismica (30.000 chilometri quadrati) da Rimini al Sud della Puglia.
Il comunicato stampa di Oceana lo sfruttamento degli idrocarburi in Italia minaccia gli ecosistemi nell’Ariatico e nel canale di Sicilia
Via No all’Italia petrolizzata
Foto pico 2009

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