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Biogas, se l’energia fa terra bruciata

Fonte: Il Corriere della Sera

In Lombardia ci sono 374 impianti a biogas. La legge li chiama agricoli, ma per l’ambiente potrebbero rappresentare una minaccia. I biomassisti corrispondono agli enti delle «compensazioni ambientali».

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Manifestazioni, scontri, maiali a Montecitorio. In piazza in queste settimane ci sono anche gli agricoltori a rivendicare attenzione e diritti.Il forcone, per qualcuno, è solo lo strumento che vorrebbe tornare ad imbracciare sulla terra che gli è stata tolta. Ma non è vero che lo Stato sia completamente indifferente: c’è un’agricoltura fiorente che fa comodo a molti.
È quella che produce energia ingerendo colture preziose: si tratta dell’energia da biomasse. Un’industria così promettente che anche tanti degli stessi agricoltori hanno deciso di convertire la propria attività nel biogas, se non altro per resistere alla crisi.
A soffrirne è stato soprattutto il mais (e il made in Italy): non si coltiva più per avere indietro cibo, destinato all’allevamento o all’alimentazione umana, ma il fine è quello di dare il raccolto in pasto agli impianti. Quello che poi ci serve per la nutrizione lo importiamo.
Non doveva andare così ma, a forza di incentivi erogati dallo Stato, dalle Regioni e dall’Europa, qualcosa è sfuggita di mano.
Anche molte grosse società hanno fiutato l’affare, così che il prezzo dell’affitto dei terreni è cresciuto del 50%. Soprattutto in Lombardia, dove nel 2013 si contano 374 impianti su un totale di 994 sparsi nel Paese. Qui mettere in piedi una centrale è particolarmente semplice. L’autorizzazione è rilasciata dalle province: solo nel cremonese, ci sono 190 impianti. A Cavernago, Bergamo, ne sono sorti 5 nel giro di 7 km quadrati, l’ultimo dei quali costruito in pieno centro abitato, senza tener conto delle ripercussioni ambientali e nemmeno del piano regolatore.
Sembra sia del tutto ignorato il fatto che, pur producendo energia pulita, anche queste centrali sono fonti di emissioni inquinanti. Per gli impianti sotto il megawatt non è prevista una valutazione di impatto ambientale, mentre davanti all’autorizzazione, che vale per 15 anni, il Piano del Governo del Territorio (PGT) si intende automaticamente modificato.
A mettere un freno dovevano pensarci le Regioni, emanando le linee guida che avrebbero dovuto stabilire in quali aree non si sarebbe dovuto costruire, ma la Lombardia ha dimenticato l’incombenza. D’altra parte, le norme prevedono delle ‘compensazioni ambientali’, una sorta di ristoro che i biomassisti corrispondono agli enti.
Tutto per l’energia pulita. Anche il grano malato se serve: ad esempio trecentocinquantamila tonnellate di mais sparse tra Emilia, Lombardia e Veneto, e risultate contaminate da aflatossine, microtossine cancerogene, quest’anno, sono andate al biogas. Interi raccolti sarebbero andati altrimenti perduti, lasciando gli impianti a corto di materia prima e gli impiantisti a corto di incentivi.
Alcuni deputati, tra cui l’attuale Assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia Giovanni Fava, nel 2012 presentarono una mozione per chiedere al Governo di rendere un po’ più tolleranti le norme che stabiliscono i limiti massimi consentiti di aflatossine presenti nel mais. La mozione fu bocciata, ma Lombardia, Emilia Romagna e Veneto decisero comunque di utilizzare il mais contaminato nei digestori. Al Pirellone, qualcuno chiese lumi. La Regione rispose brandendo il via libera del ministero della Salute: il mais contaminato poteva andare al biogas se l’autorità competente avesse dato l’ok. Abbiamo chiesto all’Assessore Fava se l’autorità competente in questione fosse stata consultata e quale parere avesse espresso, ma l’Assessore ci ha risposto che non ricorda.

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Legambiente: indovina con chi siamo in affari

Fonte: L’Espresso
Di: Andrea Palladino e Nello Trocchia

Legambiente promuove imprese per ricavare biogas dai rifiuti. Ma sceglie un partner
già coinvolto con i Casalesi. Ed è polemica

Ha l’odore acre del biogas la svolta i imprenditoriale di Legambiente, il colosso dell’associazionismo green italiano. Energia dai rifiuti, ricavata da impianti gestiti attraverso una rete di srl e spa, tutte concentrate sul business del futuro.
Un percorso non sempre virtuoso, con soci industriali imbarazzanti, come è accaduto a Latina, terra che i collaboratori di giustizia definiscono “provincia di Casal di Principe”. Da qualche anno l’associazione ecologista ha deciso che nella partita dei rifiuti vuole giocare un ruolo non più da osservatore e di denuncia, come ha sempre fatto attraverso i rapporti annuali sulle ecomafie.
Con la società di consulenza AzzeroCO2 srl – costituita nel 2007 – sta promuovendo imprese in tutta Italia per la gestione diretta di impianti in grado di estrarre gas metano dai rifiuti urbani e industriali. Tecnologia con ricche commesse, grazie all’aumento della parte umida separata durante la raccolta differenziata.
Far soldi nel mondo dei rifiuti vuol dire scegliere partner industriali navigati. Ed è qui che Legambiente è inciampata. In una delle joint venture della controllata AzzeroCO2 – la Recall Latina srl, costituita il 10 settembre scorso – si muove una vecchia conoscenza dell’associazione, la famiglia Traversa di Latina, da decenni attiva nel settore rifiuti, con una fitta rete di società, alcune in mano a fiduciarie.
Il capostipite Giuseppe – che ha passato il controllo dell’impero nel 2010 ai due figli – aveva già incontrato Legambiente nel corso di un processo conclusosi nel 1999 in primo grado. Nessun rapporto d’affari all’epoca: gli ambientalisti erano parte civile e l’imprenditore, con la sua Mad, era imputato per aver truffato diversi comuni laziali, sversando l’immondizia nelle discariche campane.
Processo finito con una condanna per Giuseppe Traversa, che all’epoca era in affari con i principali protagonisti degli sversamenti criminali nelle Terre dei fuochi. I giudici di primo grado evidenziavano i suoi stretti rapporti con gli emissari dei Casalesi: «Era perfettamente a conoscenza del settore dei rifiuti, delle persone che vi lavoravano anche legate alla criminalità organizzata e ciononostante ha preferito, pur di assicurasi i profitti previsti, continuare a operare in maniera illecita. Del resto lo stesso Traversa ammette di aver saputo dall’avvocato Chianese che il Cerci gestiva tutte le discariche. Traversa dunque era pienamente consapevole della irregolarità degli smaltimenti», scrivono.
Gaetano Cerci – anche lui imputato e condannato in quel processo – e Cipriano Chianese, secondo l’antimafia di Napoli, sono i registi del sistema ecomafia in Campania, accusati oggi di disastro ambientale nella stessa indagine che ha visto la condanna a vent’anni di reclusione – con rito abbreviato – di Francesco Bidognetti.
Se Giuseppe Traversa ha lasciato gli affari da un paio d’anni (prima della joint venture con l’associazione ecologista), sono i figli Francesco e Riccardo ad aver raccolto la sua eredità. Nel libro di famiglia pubblicato sul sito dell’azienda entrata nell’affare biogas di Legambiente, Francesco Traversa elogia la storia imprenditoriale del padre. Non solo. Nonostante l’inchiesta degli anni ’Novanta, i contatti con i soci dell’epoca sono continuati, attraverso il consorzio Novaera, attivo tra il 2007 e il 2009. Qui Francesco Traversa ha condiviso per un paio d’anni le idee imprenditoriali con Antonio Nocera, coimputato del padre e oggi sotto processo per associazione per delinquere e traffico di rifiuti.
Tra vertici di Legambiente c’è ora imbarazzo. Dopo aver saputo dell’inchiesta dell’“Espresso”, l’associazione sta rivedendo i piani: «Abbiamo fatto un errore di valutazione», spiega Mario Gamberale, amministratore di AzzeroCO2: «Di cui mi assumo la responsabilità e ora chiederemo un passo indietro alla Mad».

Marche, centrali biogas nel mirino: dodici indagati

Fonte: Il Resto del Carlino

Ancona, 13 marzo 2013 – Le centrali a biogas autorizzate nelle province di Ancona, Macerata e Pesaro Urbino e l’impianto eolico di Camerino finiscono nel mirino della Procura di Ancona, che ha aperto un’inchiesta per abuso d’ufficio in concorso e per reati edilizi ed ambientali.
Indagate 12 persone, tra cui l’ingegner Luciano Calvarese, dirigente del Servizio Trasporti, Infrastrutture ed Energia della Regione Marche (l’ufficio che ha concesso le autorizzazioni per conto della Regione), il funzionario regionale Sandro Cossignani, il presidente della Comunità montana di Camerino Sauro Scaficchia ed il suo predecessore Luigi Gentilucci, ora sindaco di Pieve Torina, coinvolti per il parco eolico da realizzare nei Comuni di Serravalle, Monte Cavallo e Pieve Torina. Tra gli indagati anche alcuni imprenditori e liberi professionisti.
Ieri la Procura dorica ha ottenuto un ordine di perquisizione che ha portato gli agenti del Corpo Forestale dello Stato e della Guardia di Finanza ad acquisire atti negli uffici della Regione, presso la Comunità montana di Camerino, nella sede della Provincia di Pesaro Urbino e negli impianti già autorizzati dell’aprile 2012.
Militari ed agenti hanno compiuto sopralluoghi nelle centrali a biogas di Camerata Picena, di Castelbellino, di San Vincenzo di Osimo e di Agugliano (l’unica già in funzione). Perquisizioni sono state compiute anche in casa del dottor Cossignani. Presso gli impianti gli uomini della Forestale hanno anche eseguito campionamenti del materiale per il biogas con una apparecchiatura fatta arrivare da Roma. Secondo l’accusa, i responsabili dell’iter autorizzativo avrebbero favorito un gruppo di imprenditori (i cui nomi, in alcuni casi, ricorrono per più impianti).
L’ipotesi è che vi siano cointeressenze, conflitti di interesse tra i rappresentanti delle pubbliche amministrazioni e gli imprenditori indagati. Sullo sfondo, anche se non è oggetto dell’inchiesta, la legge regionale 3 del 2012, in base alla quale (secondo la prima stesura) l’autorizzazione per impianti al di sotto di una certa potenza non erano soggetti a Valutazione di impatto ambientale. La norma è stata impugnata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri che ha sollevato dubbi di costituzionalità.
Ieri però l’ingegner Luciano Calvarese si è detto sereno ed ha spiegato di aver applicato la legge in vigore per il rilascio delle autorizzazioni. Anche l’avvocato Mario Cavallaro, che assiste la Comunità montana di Camerino, ritiene infondate le accuse: il parco eolico è stato autorizzato dal Governo come prevede la legge.

Biogas: la biotruffa che uccide. Fermiamo la centrale di Pian della Carlotta

Riceviamo e pubblichiamo un volantino del
Comitato Cittadini No Biogas

Una centrale a biogas avvelena la terra, l’acqua e l’aria. Distrugge il patrimonio agricolo dei territori. Mette in pericolo la salute dei cittadini, diffondendo il botulismo, la tubercolosi e altri pericolosi patogeni. In più è un investimento-truffa, interessante solo per gli speculatori che approfittano degli incentivi, e non produce occupazione. Biogas significa morte. Altro che bio.

FERMIAMO LA CENTRALE DI PIAN DELLA CARLOTTA.

Il tempo stringe.
Nonostante le proteste dei cittadini, le dubbie autorizzazioni, i vincoli presenti nell’area – inserita nell’elenco europeo delle zone a protezione speciale (ZPS)-archeologico-idrogeologico grazie a tutte le falde acquifere…
I lavori per la costruzione dell’impianto procedono a velocità vertiginosa, con un impatto insostenibile sulla viabilità. Pochi giorni fa abbiamo assistito all’attraversamento da parte di decine di camion e addirittura di cingolati pesanti centinaia di tonnellate sulla strada di Pian Della Carlotta, dove il traffico non è consentito a tali mezzi.
A questo punto la mobilitazione diventa imprescindibile. Chiediamo l’adozione di iniziative e di provvedimenti urgenti da parte del Comune di Cerveteri, il quale ha dato assicurazioni in merito ma si è attestato finora su una posizione interlocutoria.
Morire di biogas.

  1. Una centrale a biogas minaccia la salute e l’ambiente: decine di studi scientifici evidenziano l’alto livello di inquinamento prodotto da questo tipo di impianti: emissioni dinitrati, polveri sottili, cambiamento del ph delle acque dei canali circondariali, campi elettromagnetici, rumori, emissioni da parte dei camion adibiti al trasporto, produzione di anidride carbonica, solforosa e solforica, odori sgradevoli. Il digestato prodotto dalla fermentazione e smaltito sul terreno causa la distruzione dell’humus per il suo alto contenuto in ammoniaca. Il suo uso come fertilizzante causa l’erosione del terreno e l’inquinamento da nitrati delle falde acquifere. Sappiamo anche che il digestato può facilmente veicolare le spore del mortale clostridium botulinum e di numerosi altri patogeni, tra cui la tubercolosi. Nei pressi dei 7000 impianti presenti in Germania sono stati stimati ben 3000 casi di botulismo e altre gravissime epidemie.
  2. Una centrale a biogas minaccia l’agricoltura sottraendole la terra (problema a livello nazionale e mondiale) e inquinandola, utilizzando coltivazioni soggette all’uso di OGM, pesticidi, fertilizzanti chimici e grandi quantità di acqua, determinando l’aumento del valore dei terreni agricoli, mettendo a rischio le coltivazioni tipiche e biologiche.
  3. Una centrale a biogas minaccia l’economia del territorio, soprattutto se è a vocazione turistica, anche a causa dell’impatto visivo, acustico e olfattivo dell’impianto e della presenza e circolazione dei camion. Inoltre non offre prospettive di lavoro e di occupazione.
  4. Una centrale a biogas danneggia tutti i cittadini indiscriminatamente perché la produzione energetica di questa tecnologia è fallimentare ed equivale all’energia che serve a produrla. Il business deriva solo dagli incentivi e da una legge che gonfia i guadagni degli imprenditori quintuplicando  il valore dell’energia prodotta da questa fonte, che un legislatore irresponsabile ha considerato rinnovabile.

Quindi noi cittadini paghiamo sulle bollette gli incentivi per la costruzione di un impianto sostanzialmente inutile, pericoloso per noi e per il nostro territorio. Prima paghiamo con i nostri soldi, poi con la nostra salute.
Non possiamo permetterlo.
Un territorio sotto attacco.
La centrale a biogas di Pian della Carlotta, una delle 160 previste nella Provincia di Roma (!). La minaccia della discarica di Roma a Pizzo del Prete. Il raddoppio della discarica di Cupinoro a Bracciano. Il megaimpianto a biogas a Maccarese. Il raddoppio dell’aeroporto diFiumicino. Ma quanti veleni vogliono ancora buttarci addosso? Parlano di valorizzazione del patrimonio agricolo, storico e paesaggistico,  parlano della risorsa turistica. E intanto continuano a fare scempio della nostra terra.
Siamo all’assurdo. I cittadini che devono lottare contro i loro stessi rappresentanti, politici falsi e parolai in accordo con imprenditori senza scrupoli.  Chiediamo ai Sindaci, alle autorità e a ogni persona che ha a cuore il destino di questa terra di sostenere la lotta con ogni mezzo a disposizione.
Cliccate qui per leggere la lettera per il Presidente della provincia di Roma

Il biogas di Capalbio su Striscia la Notizia

Approda su StriscialaNotizia la questione dell’impianto a biogas che vogliono costruire a Capalbio Scalo, di fronte il Lago di Burano.
Clicca sull’immagine per guardare il servizio del 29.10.2012 con l’intervista anche a Nicola Caracciolo, in qualità di Presidente onorario del CR Toscana di Italia Nostra.

Aiutateci a fermare il biogas a Capalbio

Ci opponiamo all’impianto Biogas di Capalbio perchè devastante per la salute e l’ambiente, oltre che illegittimo, per i seguenti motivi. Se li condividi, partecipa anche tu alla petizione. Firma e fai firmare!!!

CLICCA QUI PER ADERIRE!!!!

Perché è importante:
Il Comune di Capalbio lo scorso 2 ottobre ha approvato il piano aziendale proposto da Sacra srl per la realizzazione di un impianto biogas da 999kw a meno di 500 metri dalla riserva naturale del Lago di Burano, una laguna salmastra costiera – nota in tutto il mondo per il paesaggio mozzafiato – collocata all’estremità meridionale della Maremma grossetana classificata come zona umida di importanza internazionale secondo la convenzione di Ramsar e riconosciuta zona di protezione speciale (ZPS), sito di interesse regionale e comunitario (SIR-SIC).
Le 3000 firme raccolte contro il progetto dai comitati locali e i numerosi studi che attestano l’illegittimità della scelta localizzativa, non sono servite a nulla; il Comune le ha totalmente ignorate.
Ora la parola spetta alla Provincia che in tempi brevissimi dovrà indire una conferenza dei servizi per ricevere, tra gli altri, i pareri di Asl, Arpat e Soprintendenza.
Se anche questi saranno positivi, la Provincia rilascerà l’autorizzazione unica e nulla sarà più possibile fare per fermare l’impianto, se non ricorrere ai giudici amministrativi.

C’è grande urgenza! La Provincia di Grosseto ha già dichiarato sui giornali di voler
rilasciare al più presto possibile l’autorizzazione!

PERCHE’ CI OPPONIAMO:

  1. La localizzazione prescelta contrasta con le linee guida ministeriali del settembre 2010, che indicano quali luoghi idonei ad accogliere gli impianti le “aree già degradate da attività antropiche, siti industriali, cave, discariche” e non idonei (tra l’altro) “le zone particolarmente sensibili e/o vulnerabili alle trasformazioni territoriali o del paesaggio” poste all’interno di coni visuali la cui immagine è storicizzata e identifica i luoghi anche in termini di notorietà internazionale e attrattiva turistica e agricole DOP. LA zona prescelta per la localizzazione dell’impianto di Capalbio (distante solo 500 metri dal Lago di Burano) non solo non è degradata, ma è pressoché incontaminata e costituisce uno degli scorci panoramici più belli del mondo.
  2. E’ assolutamente insostenibile per la viabilità locale il traffico di mezzi pesanti necessario per il trasporto delle oltre 33.000 tonnellate di materiali in entrata e in uscita dall’impianto;
  3. La localizzazione prescelta viola tutte le prescrizioni sulla localizzazione degli impianti per la produzione di energia rinnovabile contenute negli strumenti urbanistici comunali;
  4. E’ assolutamente insostenibile l’incidenza che l’impianto avrà sull’Habitat del Lago di Burano (sito di interesse regionale, comunitario, zona di protezione speciale, area Ramsar e prima riserva nazionale d’Italia);
  5. L’impianto è collocato a meno di 150 metri dalle prime abitazioni. Come denunciato ormai da numerosi scienziati, vi è il fondato rischio che impianti come questo possano determinare gravi danni alla salute di uomo e animali.
  6. Per approvvigionare l’impianto, la società proponente coltiverà appositamente (in zona già fiaccata dalla siccità ed in cui è forte l’intrusione salina) centinaia di ettari di colture dedicate, tra cui mais, bisognoso di enormi quantitativi di acqua.
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