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Geologia per una nuova politica: Chessa e Rossi

Fonte: Scienzeedintorni

Geologia per una nuova politica (nel senso della poli-etica e non dei partiti).
Intervento di Mauro Chessa, presidente della Fondazione Geologi Toscana
e risposta di Enrico Rossi, Presidente 
della Regione Toscana

Mauro Chessa è presidente della Fondazione Geologi Toscana, una fondazione che organizza formazione per i geologi e non solo. In questa lettera fa presente alcuni problemi dell’assetto del territorio in Toscana, una regione che sostanzialmente è abbastanza “avanti” nella difesa del territorio ma che presenta lo stesso delle forti criticità, dovute soprattutto a scelte pregresse non proprio ottimali, come per esempio quelle in campo urbanistico: Mauro Chessa fa esplicito riferimento alla situazione di Marina di Campo all’Isola d’Elba, una situazione che purtroppo è comune a molte aree italiane. Un altro fatto estremamente curioso è che zone ricche di risorse minerarie (il distretto dei marmi apuani e l’area geotermica dell’Amiata) sono anche quelle in cui ci sono maggiori problemi economici. Per “par conditio” pubblico anche la risposta a questa lettera scritta dal Presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi. Volontariamente non inserisco alcun commento da parte mia.
«Le recenti alluvioni che hanno colpito, ancora una volta, la Toscana, sono un ulteriore campanello d’allarme che chiama in causa le responsabilità di tutti e impone svolte radicali nell’uso del territorio, nelle politiche di investimento e nel modello di sviluppo», queste le parole del presidente della Regione Toscana (Massa, 12 novembre 2012), parole coerenti con precedenti affermazioni: «La tutela del nostro territorio come elemento di identità assoluto, è tanto più forte quanto più svincolata dalla responsabilità di produrre reddito.» (Convegno nazionale sul caso toscano – dalla parte del territorio, Firenze 24 marzo 2012).
Queste encomiabili dichiarazioni risultano però stridenti rispetto ad alcune realtà toscane. Partirò da aspetti che non hanno immediata connessione con il dissesto idrogeologico, ma che sono fortemente indicativi di quel rapporto con il territorio che Rossi, giustamente, mette in discussione.
Per esempio nel comprensorio marmifero si raggiunge la densità di 7 cave per Kmq, con la totale devastazione di un territorio che ha identità da vendere. A fronte di questo enorme peso ambientale e sociale il comparto marmifero restituisce pochissimo: il Comune di Carrara è il secondo più indebitato d’Italia, il poco che ottiene dalle attività estrattive viene impiegato per l’attività stessa e non ad incremento della ricchezza diffusa.
Negli ultimi decenni, con le nuove tecnologie, si è avuta una drammatica riduzione degli occupati: quelli direttamente impiegati in cava sono passati da 14.000 a 1.000. Ancora più pesante la contrazione dell’indotto: si è sviluppata la produzione del carbonato di calcio che ha una filiera assai più corta della lavorazione del marmo, oltre ad essere sempre più diffusa l’esportazione del marmo grezzo in luogo della lavorazione in loco.
È evidente quindi come si concretizzi la separazione tra territorio e la popolazione: nonostante la natura pubblica di una risorsa non rinnovabile come il marmo, nonostante il pesantissimo prezzo ambientale che l’estrazione provoca, nonostante la natura giuridica delle cave (dal tempo degli editti estensi di proprietà pubblica) il privato attua una produzione scollegata dal territorio, nelle sue componenti ambientali e sociali, che risulta sempre più irreversibilmente impoverito.
Un altro esempio toscano di spoliazione del territorio dalla sua valenza identitaria è la geotermia, propagandata come una fonte economica, inesauribile, che non produce inquinamento. I valori misurati da ARPAT dicono invece che produce circa 2.000.000 di tonnellate di CO2 all’anno (dato 2007): la centrale ad olio di Livorno, a parità di energia prodotta, emette meno CO2 delle centrali geotermiche dell’Amiata. Ma la CO2 non preoccupa gli abitanti delle aree geotermiche quanto le altre sostanze che non vengono trattenute: la sola centrale Bagnore 3 ogni giorno emette 1 ton di acido solfidrico, 4 ton di ammoniaca, 7 ton di metano, 1,2 Kg di acido borico, 96 g di mercurio, 9 g di arsenico, 214 ton di CO2.
C’è poi la questione delle interferenze con la falda che alimenta l’acquedotto del Fiora, che serve un’utenza di 700.000 abitanti equivalenti: in 30 anni la portata delle sorgenti si è ridotta dai 300 milioni di mc degli anni ’70 ai 90 di oggi. La diminuzione dell’acqua ha corrisposto all’incremento del contenuto in Arsenico. A ciò si aggiunga che la falda geotermica più superficiale, che nei prossimi decenni, con l’esaurimento dei combustibili fossili, avrebbe avuto un significato strategico fortissimo, è stata depressurizzata e abbandonata. A questo imponente impatto della geotermia tradizionale (altrove si utilizzano tecnologie innovative, assai meno impattanti) corrisponde, secondo l’IRPET, lo sconcertante fatto che i comuni amiatini sono i più poveri della Toscana.
Questi sono due casi dove si registra lo sfruttamento di beni comuni con gravi danni e depauperamento del territorio, senza che vi sia distribuzione di ricchezza; lo sfruttamento è palesato nell’arricchimento di alcuni soggetti a discapito della collettività. Quale sentimento di identità, quale condivisione possono favorire queste situazioni?
È tuttavia necessario osservare che in generale, riferendoci al territorio in se e non alle sue componenti storicamente individuate come ‘risorse’ (acqua, minerali ect), è riduttivo ricondurre la lettura alla relazione tra sfruttatore e sfruttato; per comprendere è necessario riflettere sulla percezione diffusa del territorio.
Il passaggio, negli ultimi decenni, da una gestione di tipo familiare delle aree a destinazione agro-silvo-pastorale, ed in genere del territorio, a quella attuale di carattere industriale, ha determinato la diminuzione della sensibilità nei riguardi della ‘terra‘, dalla quale il nucleo familiare otteneva sostentamento ed alla quale era legato per tradizione culturale e per successione genealogica.
Era quindi dominante il criterio della conservazione del bene. Con la società industriale il legame tra le comunità e territorio è divenuto essenzialmente economico: il valore della terra è commisurato alla sua commerciabilità e spesso al pregio edilizio. Si tratta di una variante del post-fordismo, dove la rottura del patto sociale non è la portante di un processo speculativo, nel quale sono individuabili sfruttatore e sfruttato, ma diviene il paradigma accettato della cultura del profitto che regola la nostra società.
Significativo il caso di Marina di Campo (Isola d’Elba), alluvionata nel novembre 2011. L’abitato è sorto in una piana, chiamata fino a pochi anni fa Maremma dell’Elba. Si è urbanizzata la duna costiera, lasciando al retro la zona umida che conserva il toponimo Stagno, poi si è urbanizzato lo stagno strizzando il fosso che scendeva a fianco dell’area paludosa e riducendo il canale di bonifica ad un budello. Le conseguenze sono state disastrose. Non c’è l’intervento di interessi imprenditoriali prevaricanti la volontà delle popolazioni locali, gli abitanti stessi (cittadini e amministrazioni) hanno totalmente rimosso le consapevolezza della natura del territorio dove vivono, in nome di una ‘valorizzazione’ a breve termine e di corto respiro.
Analoghe le valutazioni per Aulla, espansa nell’alveo del Magra nel rispetto degli strumenti urbanistici che non hanno tenuto conto di una conclamata situazione di pericolo, o per Albinia, dove si è verificato un evento ampiamente prevedibile.
Ma il nostro territorio è costellato da molte altre situazioni più particolari e minute, che proprio per questo, essendo legate ad una specifica volontà realizzativa, ancora meglio evidenziano lo strappo del rapporto tra i residenti e la coscienza del territorio.
L’esempio è Mulazzo, duramente colpito dai dissesti del 2011: le ricognizioni hanno condotto alla individuazione di molte riduzioni delle sezioni fluviali, palesemente sottodimensionate rispetto alle necessità idrauliche.
Altra faccia della rottura del rapporto con il territorio è l’abbandono delle aree la cui produttività non raggiunge gli standard industriali; la dismissione dell’agricoltura montana ha espanso le superfici boscate non soggette a cure colturali, colonizzate da specie che crescendo diventano instabili.
Durante gli eventi meteorici intensi si hanno imponenti decoticamenti, con alberi e detriti che vanno ad ostruire le luci dei ponti e restringere le sezioni di deflusso.
I costi sociali ed economici, se rientrassero in qualche contabilità decisionale, da soli giustificherebbero la manutenzione di tali aree.
Invece il ‘grande cantiere’ per la messa in sicurezza idrogeologica del territorio – che a noi geologi risulta il minimo sindacale in termini di governance – sconta sia la diffidenza dei cittadini, perché percepito come una tassa e non come una diversa modalità della produzione, sia l’avversione dei decisori politici, che concepiscono i grandi cantieri come regolatori economici: non interessa una moltitudine di piccoli interventi ma appalti faraonici, generatori di PIL, per i quali l’incremento dei costi in corso d’opera è blandamente contrastato e forse persino gradito, vedi le grandi infrastrutture, regolate da un project financing cucito per lasciare briglia sciolta al ricarico attraverso i sub-appalti e gli ‘imprevisti’.
Così accade che il DPEF 2013 della Toscana, redatto mentre il grossetano andava sott’acqua, prevede 56 milioni alla voce “prevenzione dal rischio idrogeologico”, che non sono pochi, ma molto meno dei 200 milioni alla voce “interventi per le infrastrutture”.
La messa in sicurezza idrogeologica è un’utopia in una società dove l’obbiettivo è il PIL e non la ricerca della qualità della vita, di questa e di quelle a venire. Le ripetute incursioni legislative post-calamità sono pannicelli caldi, non modificano strutturalmente il problema, inoltre, oltre ad essere tardive, sono apprezzabili nelle finalità ma oscillano tra emotività e compromesso, così da risultare ottuse nell’articolato e negli esiti.
La nostrana L.R. 21/12, sulle aree a maggior rischio idraulico, non fa eccezione.
Il comune denominatore tra i casi che ho portato ad esempio è la rottura del rapporto tra l’uomo ed il territorio, i primi due (Apuane e Amiata) sono solo apparentemente diversi da quelli legati al dissesto idrogeologico perché la contrapposizione di interessi è evidente nella separazione delle figure che li incarnano.
«Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose» (Einstein); l’alternativa non può prescindere da un diverso paradigma socio-economico, l’attuale ha stabilito un legame surrettizio tra l’economia di mercato e la percezione del benessere, non misurato sulla concreta qualità della vita ma sulla capacità d’acquisto di prodotti artatamente effimeri, che disconosce la sostenibilità lasciando ampi margini al sovra-sfruttamento delle risorse naturali, all’aumento dei rifiuti e dell’inquinamento, alla mercificazione dei beni, dei servizi e del lavoro.
Il disinnamoramento per i partiti ha motivi contingenti ma cresce anche sull’incapacità di delineare vie d’uscita all’insostenibilità del sistema nelle sue componenti produttive, economiche, sociali, ecologiche. La ‘politica’ non offre sbocchi, non ha la forza per guidare la trasformazione che la società attende, ma la società stessa non ha risolto la tensione divaricante tra il consumismo e lo schiacciante peso che questo esercita sulla sostenibilità.
«Nel mondo c’è quanto basta per le necessità dell’uomo, ma non per la sua avidità» (Gandhi – prima che il calcolo dell’impronta ecologica traducesse drammaticamente in numeri quest’affermazione), l’alternativa non può prescindere dal sancire il dovere di ogni generazione di consegnare a quella successiva un mondo non depredato, dalla centralità del lavoro quale espressione dell’equilibrio qualitativo e quantitativo tra produzione e bisogni, ma anche dalla rivitalizzazione della democrazia: è determinante il coinvolgimento delle popolazioni nelle politiche della sostenibilità, territoriale, economica e sociale; nessuna di queste può aver successo se non è condivisa, come mostra settorialmente l’analisi delle cause dei ‘disastri naturali’. In questa luce la trasformazione delle Province in enti di secondo livello (cosa diversa dall’accorpamento), senza elezione degli amministratori, è motivo di forte preoccupazione, per l’ulteriore allontanamento dei cittadini dai centri decisionali.
È arduo ricucire la cesura tra territorio e popolazione che la cultura del profitto ha determinato, come riconoscono esplicitamente le affermazioni del presidente Rossi, in assenza di una riflessione collettiva sul nostro modello sociale; come ben documentato nel lavoro di Fitoussi e Laurent (economisti di fama internazionale, tutt’altro che rivoluzionari, che analizzano l’attuale crisi e delineano una exit strategy) i tre corni del problema – la questione economica, quella ecologica e quella sociale – si aprono gli uni agli altri e si determinano reciprocamente.
Quindi a fianco della riflessione sociale e politica deve esserci una riflessione ambientale (non necessariamente ambientalista, nell’accezione comune), sul rapporto tra la società e il territorio, le sue risorse, le sue dinamiche, per la quale il contributo delle Scienze della Terra è imprescindibile.
De Gasperi disse che la differenza tra un politico e uno statista sta nella prospettiva temporale: il primo guarda alle prossime elezioni il secondo alle prossime generazioni. Le affermazioni del presidente Rossi che ho riportato sono da statista, traduca questo respiro, traduca la tensione verso «svolte radicali nell’uso del territorio, nelle politiche di investimento e nel modello di sviluppo» nella prassi amministrativa della Regione e conti sulla competenza dei geologi.
Oltre che nella quotidianità lo attendiamo anche nei grandi appuntamenti, sui tavoli della Regione giacciono le bozze di provvedimenti nodali: la revisione della 1/2005, della 78/98, il Piano paesaggistico, la legge sulla difesa del suolo, il Piano energetico, ed anche una legge sulla partecipazione che valorizzi l’apporto positivo e propositivo delle componenti sociali, e non serva a burocratizzare le vertenze che i cittadini mettono in essere per difendersi dall’aggressione al territorio con il quale hanno un legame identitario.
Mauro Chessa – Presidente Fondazione dei Geologi della Toscana

E questa è la risposta di Enrico Rossi, Presidente della Regione Toscana

Egregio Presidente Mauro Chessa,
La ringrazio per le sue riflessioni. Riguardo al suo invito non posso che dirle che siamo a metà della legislatura e già penso che la Toscana abbia compiuto importanti passi avanti nel cambiamento delle politiche del territorio.
In piena coerenza con il programma di legislatura con cui ci eravamo presentati abbiamo puntato il più possibile sulla salvaguardia del territorio agricolo e la tutela del paesaggio. Siamo dell’idea che questa direzione – combinata con il rilancio del manifatturiero – sia l’unica in grado di far ripartire uno sviluppo di qualità nella nostra regione.
Abbiamo ripreso una discussione positiva e utile con i comuni per quanto riguarda i piani strutturali, e abbiamo compiuto un altro passaggio straordinario con la “vestizione” dei vincoli. Non temo smentita nel dire che nel governo del territorio abbiamo messo a punto nuove politiche di contrasto al consumo di suolo, i cui risultati però saranno pienamente apprezzabili soltanto in futuro. E’ stata rafforzata l’attività di verifica della coerenza tra il Piano di indirizzo territoriale regionale e la pianificazione urbanistica locale, una attività di verifica resa possibile attraverso le osservazioni e, quando necessario, il ricorso alla conferenza paritetica interistituzionale.
Le diverse integrazioni alla legge regionale sul governo del territorio, necessarie per recepire provvedimenti nazionali, sono state usate al fine di iniziare a diversificare le procedure per il riuso delle aree già urbanizzate rispetto al nuovo consumo di suolo agricolo. Ciò sia nel 2011 con la legge 40, che ha introdotto una nuova norma per la rigenerazione urbana, che con la legge 52/2012 che disciplina le procedure per le grandi superfici di vendita, differenziandole a seconda che interessino edifici già esistenti o nuove aree agricole, e prescrivendo in questo ultimo caso la pianificazione sovracomunale e la distribuzione degli oneri di urbanizzazione tra tutti i comuni.
Sugli aspetti quantitativi del consumo di suolo sono stati affinati i sistemi di monitoraggio e introdotti nuovi indicatori, ad esempio la valutazione degli effetti indotti dalle nuove urbanizzazioni (ad esempio la frammentazione) sul territorio e sul paesaggio.
Con la revisione della Legge 1 inoltre porteremo avanti, con dispositivi operativi ad hoc, il principio secondo cui nuovi impegni di suolo vengono consentiti solo qualora non sussistano alternative di riutilizzazione e riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti.
A tutto questo aggiungo altre due svolte non meno radicali: il divieto a costruire nelle zone ad alto rischio idraulico, che purtroppo costituiscono il 7% del territorio pianeggiante della Toscana, e la riforma dei Consorzi di bonifica, che vogliamo finalizzare alle attività di manutenzione.
Per quanto riguarda invece la qualità del territorio e del paesaggio, nella redazione del Piano paesaggistico regionale stiamo lavorando a una interpretazione che tenga conto dei tanti e vari aspetti che compongono l’assetto complessivo, come l’ idrogeomorfologia, il territorio rurale, la salvaguardia degli ecosistemi, il possibile sviluppo degli insediamenti come policentrici. Per ora abbiamo ottenuto, primi in Italia, la validazione da parte del Ministero per i beni e le attività culturali, del lavoro di vestizione dei vincoli da noi previsto.
Come vede la nostra idea di governo del territorio non manca di attenzione agli aspetti di salvaguardia sia degli ambienti strettamente naturali che dei paesaggi “artificiali” che pure rendono celebre la nostra regione nel mondo; nonché della salvaguardia anche delle vite dei cittadini di fronte a possibili rischi idrogeologici.
Così come per l’aspetto storico-artistico, non è semplice governare un territorio garantendone sia la vitalità e lo sviluppo economico che la tutela dell’esistente: la Toscana è un capolavoro, ma non è un museo. Il nostro impegno è tuttavia di cercare di portare avanti entrambi gli aspetti nel miglior modo possibile e di costruire un futuro vivibile anche per le nuove generazioni.
Con i miei più cordiali saluti,
Enrico Rossi

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Anche Pontremoli dice no all’eolico

Fonte: Videotaro

Soddisfatta Gabriella Meo, consigliere regionale 

“Esprimo grande soddisfazione per la decisione del consiglio comunale di Pontremoli, riunitosi sabato scorso in seduta straordinaria aperta ai residenti, di inviare alla Regione Toscana il proprio parere negativo sul progettato parco eolico fra il Groppo del Vescovo e il Passo del Cirone.” così commenta la consigliera regionale dei Verdi Gabriella Meo alla notizia riportata dai quotidiani della provincia di Massa Carrara. “Il devastante impatto ambientale – continua Meo – causato da questo tipo di impianti industriali sul nostro crinale appenninico è un problema molto sentito da chi abita in quei luoghi e ciò è dimostrato sia dai numerosi cittadini che hanno assistito per oltre 4 ore alla seduta del Consiglio, sia dai consiglieri, di maggioranza e di opposizione, che hanno approvato l’ordine del giorno proposto dal Vicesindaco e hanno detto un secco “no” alle 16 pale eoliche poste a pochi metri dal confine con l’Appennino parmense.” “Questa scelta mette in luce due fatti che ritengo positivi: innanzi tutto che il consiglio comunale, massimo organo di democrazia locale,  sia stato investito della decisione e inoltre che i consiglieri comunali abbiano votato guidati unicamente dalla propria coscienza, abbandonando ogni logica di parte.” “La presa di posizione del Comune di Pontremoli si aggiunge a quelle negative già espresse dagli enti emiliano-romagnoli, Regione e Provincia di Parma, e non potrà non pesare sulla decisione definitiva della Regione Toscana. In questo modo – conclude l’esponente ecologista – potremo continuare a garantire la salvaguardia di uno dei crinali appenninici di più alta valenza naturalistica e paesaggistica.”

Maremma sotto attacco: appello contro l’autostrada tirrenica

Italia Nostra, Colli e Laguna, Coordinamento dei Comitati e Associazioni Ambientali della Maremma Tosco-Laziale promuovono un incontro-dibattito sulla Tirrenica
Sala-Cinema Alberese – Grosseto –
sabato 4 maggio 2013 alle ore 15,30

L’Autostrada Tirrenica è una minaccia per tutti coloro che hanno a cuore l’avvenire economico della Maremma e la difesa del suo paesaggio, principale fonte di ricchezza. L’ultima decisione della Regione Toscana, che, contro i pareri espressi dagli enti locali e la volontà della popolazione, ha approvato il “percorso blu”, cioè la tratta costiera che attraversa Albinia e lambisce la Laguna di Orbetello, è uno scandalo. Ancora una volta la Regione tratta la Maremma come una colonia, terra di nessuno da maltrattare come faceva Siena nei secoli passati.
Italia Nostra, Colli e Laguna, Coordinamento dei Comitati e associazioni ambientali della Maremma tosco-laziale propongono di unirsi tutti in un’unica azione comune in difesa del proprio territorio. E invitano a partecipare a un confronto pubblico, per stabilire quali iniziative prendere in difesa del territorio.
In altre occasioni i maremmani hanno saputo reagire a scelte altrettanto gravi, come quella del nucleare. Un’azione comune, anche di piccoli gruppi, può portare alla vittoria contro uno sciagurato progetto, dimenticando che non ci sono percorsi autostradali alternativi non impattanti. Ognuno di essi porta danni gravissimi; l’unica soluzione, sulla quale il confronto non solo è dovuto, ma è utile, è quella di adeguare e mettere in sicurezza l’Aurelia, che deve rimanere “bene comune” senza pedaggio.
Scarica il pdf con il manifesto/programma completo
Per informazioni rivolgersi a:

  • per Italia Nostra: Michele Scola, cell. 3395259890, michele.scola@alice.it
  • per il Coordinamento dei Comitati e Associazioni Ambientali Provincia di Grosseto, Daniela Pasini, cell.3491773517, danielapasini57@yahoo.it
  • per i Comitati Ambientali Laziali, Marzia Marzoli, cell. 3358272742, perilbeneditarquini@yahoo.it
  • per i Comitati di Albinia e Orbetello, presidenza@associazionecollielaguna.it
  • Maremma Tuscia, giuppi.pietromarchi@tin.it

Approfondimenti:
“«No all’autostrada Tirrenica» Mobilitazione generale a giugno” Leggi l’articolo
“Ambientalisti compatti Maremma sotto attacco” Leggi l’articolo
“Uniti contro l’autostrada” Leggi l’articolo

Indagini sull’eolico partite da minacce a un dirigente regionale

Fonte: Ansa

Inchiesta sull’eolico: partita da minacce a un dirigente regionale.
Indagati l’assessore Bramerini, quello provinciale
Picchi e un imprenditore

Si tratta di Alì Rahimian, iraniano, accusato invece di violenza a pubblico
ufficiale mentre compie un atto d’ufficio.

Ci sarebbero le forti pressioni e le intimidazioni subite alcuni anni fa da un alto dirigente della Regione Toscana alla base dell’inchiesta su un parco eolico tra Firenze e Pisa che vede indagata l’assessore regionale all’ambiente, Anna Rita Bramerini per abuso d’ufficio.
Indagati anche l’assessore all’ambiente della Provincia di Pisa, Walter Picchi, per lo stesso reato, e il titolare della società European Wind Farms, Alì Rahimian, iraniano, accusato invece di violenza a pubblico ufficiale mentre compie un atto d’ufficio.
I tre, ieri, sono stati perquisiti da personale del Corpo Forestale dello Stato.
Sulla vicenda, che risale al periodo 2008-2010 e che riguarda la realizzazione di impianti eolici della European Wind Farms, indaga la procura di Firenze.
Secondo quanto appreso il dirigente della Regione aveva emesso, a suo tempo, dei pareri relativi alle Via (Valutazioni di impatto ambientale) sull’installazione nel territorio toscano di pale eoliche.
Pareri a seguito dei quali ricevette intimidazioni anonime e per le quali nel 2008 fu presentato un esposto alla procura.
Il dirigente, che ha sempre goduto di stima da parte dei vertici regionali, dopo aver lavorato al settore ambiente – occupandosi anche dello scavo del tunnel Tav sotto Firenze – è stato di recente applicato ad un altro settore della Regione.
In questi ultimi mesi è poi maturata l’inchiesta, coordinata dal pm Giuseppina Mione, relativa al rilascio delle autorizzazioni per la realizzazione degli impianti per l’energia eolica di European Wind Farms.

Eolico in Toscana: nuovi sequestri

Fonte: Il Tirreno
Di: Sabrina Chiellini

In Provincia sequestrati i documenti dell’eolico 

Sui parchi eolici della provincia soffia ora il vento delle inchieste giudiziarie. Dopo i sospetti e le indagini della Procura di Pisa sugli impianti per produrre energia sfruttando il calore del sole ora è la Procura di Firenze a voler vedere chiaro sull’iter che ha portato al rilascio delle autorizzazioni per realizzare parchi eolici dai costi milionari (alcuni rimasti solo sulla carta come quello di Lajatico pensato per un investimento da 28 milioni di euro) che una società danese, la European Wind Farm ha progettato nella provincia di Pisa e in quella di Firenze.
L’inchiesta vede coinvolti, oltre all’assessore all’ambiente della Regione Toscana Anna Rita Bramerini, anche l’assessore provinciale all’ambiente Valter Picchi e un imprenditore iraniano che all’epoca dei fatti al centro dell’indagine era legale rappresentante dell’azienda danese. Ieri i tre indagati hanno ricevuto un avviso di garanzia per abuso di ufficio. Il provvedimento, deciso dalla Procura della Repubblica di Firenze, è relativo alle procedure per la realizzazione degli impianti eolici da parte della European Wind Farm nei territori della provincia di Pisa e Firenze tra il 2008 e il 2010.
Per l’assessore Picchi un’altra tegola giudiziaria dopo l’inchiesta di Massa che non ha niente a che vedere, come lui stesso chiede di precisare, con questa nuova indagine. “Ho subito dato al mio legale di fiducia l’incarico di accedere agli atti per conoscere i dettagli delle contestazioni che vengono avanzate nei miei confront”»: questa la prima dichiarazione dell’assessore all’ambiente Picchi – parole simili a quelle dell’assessore regionale – in merito all’avviso di garanzia per abuso d’ufficio ricevuto dalla Procura della Repubblica di Firenze. Il provvedimento è relativo alle procedure di valutazione di impatto ambientale per la realizzazione degli impianti eolici nel territorio delle province di Pisa e Firenze tra il 2008 e il 2010. Questo il compito della Provincia per quanto riguarda i parchi eolici che vengono autorizzati dalla Regione.
“Sono sereno – conclude Picchi – il ruolo della Provincia riguarda solo la valutazione di impatto ambientale”

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