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Alluvioni, il geologo Graziano: “Gente scenda in piazza, politica si disinteressa”

Fonte: Il Fatto Quotidiano
Di: Annalisa Dall’Oca

Il presidente nazionale dell’ordine degli geologi, a Bologna in occasione del Saie:
“Seguiteremo a rincorrere le emergenze e a contare le vittime, senza fare nulla
per ridurre le probabilità che si verifichino altre frane e alluvioni”

“Per decenni l’uomo ha costruito anche dove non avrebbe dovuto, così oggi l’85% dei Comuni italiani sorge su aree a rischio dissesto idrogeologico. Ma finché la gente non scenderà in piazza a manifestare contro la classe politica, che si è sempre disinteressata della sicurezza del territorio, gli amministratori continueranno a occuparsi di altro”. E il risultato, sottolinea il presidente nazionale dell’ordine degli geologi, Gian Vito Graziano, a Bologna in occasione del Saie, “è che seguiteremo a rincorrere le emergenze e a contare le vittime, senza fare nulla per ridurre le probabilità che si verifichino altre frane e alluvioni”.
È un paese “che rischia di allagarsi a ogni pioggia”, ingarbugliato da una burocrazia che da almeno 30 anni impedisce l’avvio delle opere necessarie a salvaguardare la sicurezza dei cittadini, l’Italia secondo i geologi italiani. Le alluvioni a Genova, Parma, e in Maremma, le ultime in ordine cronologico ad aver colpito le città, con danni per centinaia di milioni di euro e vittime, spiega Graziano, “erano prevedibili, perché non si può pensare di urbanizzare un territorio ad alta presenza fluviale senza considerare il pericolo esondazioni. Che un fiume esondi è normale: l’antico Egitto sfruttava le piene del Nilo per rendere fertile la terra. Ma gli egiziani dal fiume si tenevano lontani. Noi italiani no, e affrontiamo il problema solo quando si verifica una catastrofe”.

L’espansione delle aree urbane in tutte le regioni d’Italia, dall’Emilia Romagna alla Liguria, a Lombardia, Veneto, Toscana e fino al Sud del paese, ricostruisce Graziani, “ha seguito un sistema di norme drammaticamente sbagliato, incentrato più sulla logica del ritorno economico che sulla sicurezza dei cittadini. Ed è questo il dato più preoccupante. Non parliamo, infatti, solo di abusivismo, ma di una classe politica che ha governato pensando di poter dominare la natura, senza tener conto della morfologia del territorio”. Così le città sono cresciute a pochi passi dai bacini fluviali senza che la prevenzione fosse considerata una priorità. Basti pensare, cita ad esempio Erasmo De Angelis, coordinatore della missione #Italiasicura, istituita quest’anno dal governo di Matteo Renzi proprio per affrontare il tema del dissesto idrogeologico, che dal 1998 a oggi sarebbero già stati stanziati 2,3 miliardi di euro (tra Stato e regioni) proprio per intervenire sulla sicurezza del territorio. “Ma quei soldi non sono mai stati spesi”. E per diverse ragioni: I vincoli imposti dal patto di stabilità, la burocrazia, i veti incrociati delle singole amministrazioni sui progetti da cantierare e i ricorsi al Tar. “La cassa di espansione del Baganza, che poi è esondato allagando Parma, è un esempio di ciò che si poteva fare ma non è stato fatto”, cita De Angelis. Poi c’è Genova, “con i suoi 100 anni di storia idraulica clamorosamente sbagliata”. Così oggi, spiegano i tecnici, in Italia il livello di rischio di dissesto idrogeologico, e quindi difrane e alluvioni, “è così elevato che è impossibile stilare una classifica delle regioni dove intervenire sarebbe più urgente”.
“Il decreto Sblocca Italia ha un merito – commenta il coordinatore di #Italiasicura – consentirà di autorizzare 3.500 interventi urgenti su tutto il territorio nazionale, che saranno finanziati con 5 miliardi di euro in 5 anni, a partire dalla fine del 2014. Fondi europei. In più, le opere considerate fondamentali per l’incolumità pubblica non potranno più essere bloccate dai tribunali regionali”. Tra i cantieri pronti a partire ci sono gli interventi sul bacino fluviale del Seveso (200 milioni di euro), “perché la politica ha finanziato l’Expo ma si è dimenticata di mettere in sicurezza il fiume”, sull’Arno e sul Sarno (217 milioni). In più entro un mese la Regione Emilia Romagna dovrebbe sottoscrivere gli accordi di programma necessari a sbloccare la realizzazione della cassa di espansione del Baganza. “Sono tutte opere rimandate per decenni, ad esempio del Seveso si parla da 30 anni, e che, una volta sbloccate, daranno lavoro complessivamente a circa 150 – 200 mila persone. Quindi un vantaggio in termini di sicurezza e di occupazione”.
Con 500.000 frane attive, una manutenzione fluviale carente e il rischio alluvioni che interessa buona parte della penisola, dicono i geologi, “l’Italia deve necessariamente iniziare a pensare alla prevenzione, anteponendola agli interessi economici e abitativi che sino ad oggi hanno prevalso sulla messa in sicurezza del territorio”. Affinché ciò avvenga, precisa Graziano, “serve un cambiamento culturale, una presa di coscienza. Serve, insomma, che la gente si renda conto che a mettere a repentaglio la salute pubblica non è solo la realizzazione di una discarica o l’inquinamento proveniente da una fabbrica, ma anche la probabilità che si verifichi un’alluvione o una frana. Escenda nelle piazze a manifestare per pretendere risposte da chi governa”.

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Il Consiglio di Stato blocca il parco eolico di Zeri

Fonte: Città della Spezia

Stop a “Vento di Zeri” in attesa della pronuncia edl Tar. Esultano gli ambientalisti: “Salvaguardato il valore ambientale dell’Appennino”.

Lunigiana – “Sussistono gli estremi del pregiudizio grave ed irreparabile alle posizioni fatte valere in giudizio dalle associazioni ricorrenti”. Con questa formula il Consiglio di Stato ha prorogato la sospensiva dei lavori per “Vento di Zeri”, il grande parco eolico in costruzione al Parco dei Due Santi sull’Appennino, proprio al confine tra Liguria, Toscana ed Emilia-Romagna.
Lo stop era arrivato il 16 aprile scorso dopo l’azione promossa dal Wwf e da altre associazioni ambientaliste emiliane, e portato avanti dagli avvocati Daniele Granara e Federico Tedeschini. Grande soddisfazione per i ricorrenti che ritengono di “aver contribuito all’affermazione dei valori costituzionali in materia ambientale, salvaguardando l’elevato pregio ambientale e paesistico, oltre che storico e culturale, dell’Appennino Tosco-Emiliano”.
Cinque pale alte fino a 120 metri in rotazione, circa 10 Mw di potenza, in fila sulla cresta del Monte Colombo a 1250 metri: un pugno in un occhio secondo gli abitanti zeraschi. Dall’altra parte dei monti, sul versante emiliano, sono stati invece i cittadini di Albareto a subire i disagi legati alla viabilità. Per settimane betoniere piene di calcestruzzo e camion con i macchinari hanno percorso le strade di montagna per alimentare il cantiere, con grande sofferenza delle vie di comunicazione.
Sconfessate la Regione Toscana, la Fera srl – l’azienda responsabile del progetto – e il Comune di Zeri, che in ogni caso non si è constituito in giudizio in questo grado. Il prossimo round è atteso per il 29 maggio presso il Tar di Firenze, che si riunirà in assemblea pubblica.

Emilia Romagna: assessore regionale all’ambiente Freda contro l’eolico industriale

Emilia Romagna (con ricadute toscane):
Forte Comunicato Stampa dell’Assessore regionale all’ambiente Sabrina Freda contro l’eolico industriale e in particolare contro l’impianto Santa Donna di Borgotaro e contro i disastri dell’impianto Zeri-Albareto. Il divieto delle royalties e l’attenzione da dedicare alla “Sindrome da turbina eolica”. Un ringraziamento ai comitati.

Freda: “Necessaria costante attenzione agli impatti
degli impianti eolici industriali”

Come ho già avuto modo di dire, la Regione Emilia-Romagna ha con prontezza attuato politiche che favorissero i progetti di produzione di energie rinnovabili, in relazione agli obiettivi fissati per l’Italia nel Protocollo di Kyoto e in coerenza con il “Piano energetico regionale”.
Importanti risultati sono stati raggiunti con largo anticipo anche per la priorità data al risparmio energetico e a tutte quelle soluzioni che permettessero di produrre energia in modo pulito e con il minor impatto possibile.
Il piano regionale stabilisce con chiarezza che la produzione da fonte eolica non è invece prioritaria per l’Emilia-Romagna proprio per la consapevolezza, dati alla mano, che il nostro territorio spesso non è sufficientemente ventoso sia per quantità che per qualità dei venti.
E non solo la pianura ma anche il crinale appenninico.
I dati a consuntivo che giungono dagli impianti realizzati, soprattutto per quelli più grandi, sono infatti deludenti. Relativamente alle ore dichiarate e certificate in fase di progetto dalle aziende proponenti, le ore effettive di produzione risultano essere spesso meno della metà rispetto ai minimi indicati dalla legge regionale.
Proprio per questo vorrei ricordare a chi tenta di interpretare diversamente che il calcolo delle ore di vento deve essere effettuato “alla massima potenza nominale” e non con il fuorviante metodo delle “ore equivalenti” in cui tutti i venti, anche quelli non adatti per intensità e direzione a far funzionare autonomamente le pale, vengono invece conteggiati.
Deve essere quindi garantita una notevole produttività a fronte di un impatto ambientale e paesaggistico comunque certo.
Abbiamo visto in questi giorni con il passaggio delle enormi pale nel Comune parmense di Albareto per arrivare all’impianto toscano di Zeri che tipo di danno portano impianti così sproporzionati e impattanti per aree naturalisticamente delicate e importanti. Sono dovuti intervenire Consiglio di Stato e poi Carabinieri e Polizia Forestale per bloccare la troppa fretta di aziende coinvolte in importanti indagini di mafia, a caccia di incentivi in scadenza e che nulla si preoccupano delle esigenze delle popolazioni. Un cantiere che proseguiva addirittura di notte nonostante lo stop della magistratura, dopo aver devastato boschi e strade con metodi che si commentano da soli.
Un riferimento imprescindibile non può che essere quello della legalità e della massima trasparenza, anche nella valutazione degli accordi dei singoli Comuni con le aziende, ricordando allo stesso tempo che il Consiglio di Stato ha messo la parola fine a qualsiasi “mercanteggiamento” possibile sulle compensazioni ambientali, che non vanno intese come una risorsa economica da destinare a piacere, ma appunto una mitigazione dei danni che la “Conferenza dei Servizi Regionale” (e solo in quella sede!) programma per ridurre l’impatto sui territori. Misure non esclusivamente economiche, ma che devono essere obbligatoriamente richieste alle ditte proponenti anche sotto forma di interventi diretti e lavori di ripristino.
L’attenzione dell’Assessorato Regionale all’Ambiente è quindi altissima per i progetti in fase di approvazione, come ad esempio quello presentato per il Passo del Santa Donna tra Borgo Val di Taro e Bardi (PR), dove sono ben 9 le pale da 150 metri previste, dopo che in Regione era stato presentato solo un anno fa dalla stessa ditta e per lo stesso luogo un progetto da 3 pale e che aveva visto gli uffici competenti richiedere ben 46 integrazioni e chiarimenti.
D
ubbi emersi allora sull’impatto delle strade per trasportare gli enormi aerogeneratori su quelli che adesso sono sentieri escursionistici o piste forestali in zone fittamente boscate, sui dati degli anemometri incompleti ed errati, sull’assetto idrogeologico, sull’impatto per fauna e avifauna e tanti altri aspetti che nel progetto non erano sufficientemente chiari.
Le zone interessate registrano fra l’altro una significativa inversione di tendenza rispetto al dato storico di spopolamento dell’Appennino, con insediamenti legati al turismo e quindi al territorio, al paesaggio e all’ambiente.
Basti pensare che la Val Vona e la Val Noveglia sono a livello regionale le valli con la più alta densità di agriturismi e bed & breakfast. Tante piccole frazioni e villaggi si sono ripopolati con importanti recuperi dei borghi storici, con rilancio delle attività artigianali locali legate all’edilizia di qualità. La politica tenga quindi conto della sua funzione fondamentale di programmazione e pianificazione del territorio, non contraddicendo se stessa proprio dove importanti risultati sono stati ottenuti. Impianti industriali così sproporzionati e impattanti sarebbero incompatibili con quelle esemplari realtà.
Altro criterio da non dimenticare è quello della tutela della salute, secondo la logica della prevenzione con le massime precauzioni possibili. Se da un lato non sono ancora certificati in Italia i possibili danni di suoni e soprattutto degli infrasuoni, va ricordato che in altri Paesi la cosiddetta “Sindrome da pala eolica” è scientificamente accertata e di conseguenza la realizzazione degli impianti prevede vincoli molto più stringenti, soprattutto per quanto riguarda la distanza da qualsiasi casa abitata o da allevamenti e stalle. Nel dubbio deve prevalere prima di tutto la cautela.
Voglio quindi tranquillizzare i cittadini, ringraziandoli per il ruolo fondamentale di vigilanza civica che hanno assunto con la formazione dei vari comitati, confermando il mio forte impegno a favore dell’ambiente montano e dei suoi abitanti.
Sabrina Freda – assessore regionale all’Ambiente e alla Riqualificazione urbana

Sarà una Felice Pasqua sul crinale Comero-Fumaiolo: la centrale eolica della Biancarda non si farà!

Fonte: Rete della Resistenza sui Crinali

Abbiamo appena appreso dai nostri avvocati, Paolo Donati di Bologna e Piergiorgio Donati di Rimini, che il parco eolico della Biancarda non si farà più !!!
…Almeno per adesso.
Il TAR dell’Emilia-Romagna infatti dà ragione al WWF e a Italia Nostra su tutti i fronti o quasi.
Accolto tra l’altro il nostro indirizzo interpretativo sulla tutela del 142 DLgs 42/2004: non vale dove siano localizzate le fondazioni dei manufatti (nel nostro caso di qualche metro appena sotto la soglia tutelata dei mt 1200 slm), ma l’incidenza generale sul paesaggio montano delle torri soprastanti.
Un principio che ci riempie di soddisfazione anche perché sarà esportabile ad altre situazioni consimili…
WWF e Italia Nostra si riservano ora una disamina più accurata del provvedimento ottenuto (che allego), di valutare le misure necessarie per il futuro e di uscire poi con un comunicato stampa ufficiale.
Nel frattempo ne approfittiamo per ringraziare tutti coloro che ci hanno sostenuto in questa difficile battaglia legale, che ha comportato notevoli costi economici e sacrifici a carico di una associazione di volontariato ONLUS come la nostra. Quindi un ringraziamento particolare va a tutti quei cittadini che hanno contribuito economicamente con spontanee donazioni a sostegno delle ingenti spese legali.
Ora “Biancarda” mi auguro torni a significare semplicemente il Poggio Biancarda, cioè quel piccolo meraviglioso altipiano dove é bello camminare senza una meta precisa, laddove volano rapaci e uccelli di altre specie e dal quale la vista spazia liberamente sia a nord verso la pianura e l’Adriatico che a sud verso la Val Tiberina!
WWF Cesena
Il Presidente Ivano Togni
 …qui sotto, una piccola rassegna degli habitat e dei paesaggi salvati:
          
          

Impianto eolico Biancarda: è scoccata l’ora della verità

Fonte: Corriere di Romangna.it

Oggi il Tar valuta il ricorso contro l’autorizzazione,
presentato da Wwf e Italia Nostra

VERGHERETO. Scocca l’ora della verità per l’impianto eolico progettato sul crinale del Poggio Biancarda. Oggi il Tar dell’Emilia Romagna esaminerà a Bologna il ricorso presentato da Wwf e Italia Nostra per opporsi all’autorizzazione data dalla Provincia di Forlì-Cesena alla realizzazione di questa opera sul territorio di Verghereto. Le due associazioni ambientaliste sono assistite dagli avvocati Piergiorgio Donati di Rimini e Paolo Donati di Bologna, la Provincia è rappresentata dall’avvocato Giampaolo Dacci di Bologna, mentre gli interessi delle imprese “Biancarda Srl” e “In Vento Srl”, unite nella volontà di portare avanti il progetto, sono tutelati dagli avvocati Mario Bucello, Simona Viola, Giuseppe Broccoli ed Alessandro Martini.
«La sentenza che ci auguriamo a noi favorevole sarà emessa dopo un certo lasso di tempo – fa sapere Ivano Togni, responsabile del Wwf di Cesena – Dopo avere valutato tutte le istanze, passeranno presumibilmente da uno a tre mesi di tempo prima di conoscere la decisione».

I danni neurologici provocati dagli aerogeneratori

Fonte: Rete della Resistenza sui Crinali

Pian di Balestra e Valserena futuri laboratori
per un esperimento mefistofelico

Sta per concretizzarsi un progetto per la costruzione di un grande impianto eolico composto da 14 altissimi aerogeneratori voluto dalla ditta AGSM di Verona sui crinali del monte Bastione, nel territorio del Comune di Firenzuola (FI) ma a pochi metri dal confine con l’Emilia-Romagna ed in particolare a pochissime centinaia di metri dalle località, site nel Comune di San Benedetto val di Sambro (BO),  di Pian di Balestra, Valserena (un nome che ora suona beffardo) e, un poco più lontane, Cà de’ Santoni e Cà de’ Borelli (il progetto sul sito web della regione Toscana) per contrastare il quale sono impegnati, sui versanti emiliano e toscano, due comitati di cittadini: i comitati di Bruscoli e Monte dei Cucchi.
In questa mappa la zona coinvolta,  le pale eoliche in progetto (blu) e le zone abitate circostati (cerchiate in rosso).

Disposizione della pale eoliche per il progetto di impianto eolico Faggeta – Bruscoli (FI) Posizioni desunte dalle mappe grafiche presentate da AGSM (BLU). Cerchiate in ROSSO le zone abitate.

Paradossalmente potrebbe sembrare il tentativo di verificare su vasta scala, in corpore vili,gli effetti negativi sulla salute umana di una decina di aerogeneratori collocati a brevi intervalli l’uno dall’altro, ignorando persino le mutue interferenze aerodinamiche delle pale che ne comprometterebbero l’efficienza, su un alto crinale incombente su centri abitati collocati in una valle sottostante, fortemente antropizzata, ad una distanza inferiore a quella che, in presenza di analoghe macchine collocate dalla medesima ditta nella vicina località di Casoni di Romagna, ha provocato seri danni alla salute di un agricoltore biologico, ambientalista convinto, là residente.
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