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L’eolico divide l’Appennino: Comuni pro Regioni contro

Nel progetto del parco eolico di Poggio Tre Vescovi, che abbraccia Emilia Romagna
e Toscana, non sono i locali a contrastare l’eolico ma le Regioni e
il ministero dei Beni culturali

Fonte: Il Sole 24 Ore- Centro Nord, 02/11/2011
Autore: Andrea Lanzarini

C’era una volta il nimby, not in my back yard, non nel mio cortile.
Ma nel caso del progetto del parco eolico di Poggio Tre Ve­scovi, che abbraccia Emilia ­Romagna e Toscana, si assiste a un curioso ribaltamento: non sono i locali a difendere i loro cortili da opere indesiderate, male Regioni e il ministero dei Beni culturali. Not in your back yard, dunque.
Il nodo del contendere è la realizzazione di un parco eoli­co (36 aerogeneratori, una po­tenza di oltre 122 Mw) tra Ca­stelde1ci (Rn), con 22 pale previ­ste; Verghereto (Fc), sui cui cri­nali sono preventivati 3 aeroge­neratori; e Badia Tedalda (Ar) con 22 pale. Un investimento da 260 milioni targato Geo Ita­lia, controllata al 100% dall’omonimo studio di proget­tazione tedesco specializzato nell’eolico. A fronte di una pro­duzione di 252 Gwh annui e a una redditività media lorda an­nua di 20 milioni, in sei lustri si taglierebbero le emissioni di C02 di 4 milioni di tonnellate. Dopo un decennio di studi sul­la ventosità dei crinali, i tre Co­muni firmarono nel 2009 un protocollo d’intesa che pone a chi avanza progetti sull’eolico obblighi precisi.
Nasce da quell’intesa l’idea di rea­lizzare una public company – realtà diffusa in Germania, mentre in Italia è sperimentata solo in piccoli impianti fotovoltaici o a biomasse – alla qua­le conferire il 30% delle quote del parco eolico. Ai cittadini che investisse­ro – dice il proponente del progetto­ sarebbero garantiti, agli attuali anda­menti del mercato, rendimenti del 7 per cento. I comuni potrebbero, inve­ce, rimpinguare casse ormai prosciu­gate. «A fronte di un investimento di . circa 7 milioni per l’acquisto in leasing di una pala – spiega il sindaco di Castelde1ci, Mario Fortini – il mio co­mune, che ha un bilancio annuale in­feriore al milione, incasserebbe 1,2 milioni per trent’anni. Un pool di av­vocati e commercialisti sta studian­do la forma giuridica più idonea a pre­metterlo».
L’intesa prescrive anche che una parte consistente dei lavori sia affida­ta a imprese locali e che, per la manutenzione, siano assunte 20-30 perso­ne del luogo. «E oltre a non compro­mettere il territorio – aggiunge Guido Guidi, sindaco di Verghereto – e a prevedere, come compensazione, risor­se da destinare al restauro di una par­te considerevole del patrimonio arti­stico, l’eolico darebbe una spinta altu­rismo con la creazione di un parco scientifico-tecnologico».
«Il progetto è coerente con le normative vigenti, migliorabile sotto il profilo dell’impatto ambientale – di­ce il presidente della sezione Italia Nostra di Sestino, Gabriele Cevasco – ed è il primo in Italia a prevedere l’azionariato diffuso applicato all’eoli­co. I no pregiudiziali sono deleteri, si valutino con lungimiranza i progetti, specie quelli che, fondandosi su mo­delli gestionali trasparenti, garanti­scono uno sviluppo ecosostenibile delle comunità locali». Si misura in anni luce la distanza con la dirigenza nazionale di Italia Nostra (e con il Wwf), che ha più volte sconfessato quella posizione – allineata al sì di Le­gambiente – e medita di chiudere la sezione “ribelle”. «In Italia non c’è una ventosità tale da giustificare im­pianti di simili dimensioni e riteniamo sovrastimati i benefici per il terri­torio, visto che i comuni non possono dall’anno scorso, per legge, incassare quote dei proventi dagli impianti. Ol­tre a ciò, i numeri sulla ricaduta occu­pazionale sono eccessivi», ribatte Mariarita Signorini della giunta na­zionale. E aggiunge: «I vantaggi sono, invece, di pochi: abbiamo presentato un esposto alla Procura di Firenze de­nunciando il conflitto d’interesse del sindaco di Badia Tedalda, che col fra­tello è proprietario dei terreni su cui è previsto il 50% delle pale toscane».
«Quei terreni sono nostri da più di 30 anni – replica il sindaco chiamato in causa, Fabrizio Giovannini – ossia i molto tempo prima che, nel 2006, la provincia di Arezzo ne riconoscesse la vocazione eolica. Sulla questione si esprimerà la magistratura. Comun­que, i nostriterreni saranno affittati alle stesse condizioni previste per gli altri proprietari e, inoltre, con questo progetto, i benefici ricadrebbero an­che sull’intera comunità».
Sul fronte dell’impatto ambientale, le criticità emerse in Conferenza dei servizi sono numerose: le dimen­sioni eccessive dell’impianto; l’impat­to visivo di pale alte 180 metri su un territorio vergine (le terre di Piero dellaFrancesca e Della Robbia, dice Italia Nostra); le caratteristiche geo­logiche dei terreni, in alcuni casi a ri­schio dissesto; la vicinanza ad aree na­turalistiche Sic e Zps e le ripercussio­ni sulla fauna; l’interferenza tra il cavidotto per collegarsi alla rete da realiz­zare con il metanodotto esistente; la mole degli interventi sulla viabilità e dei terreni provenienti dagli scavi.
I sindaci sono insorti e Legambien­te Toscana, citando gli ultimi stop da­ti dal Granducato, parla anche per Poggio Tre Vescovi di «motivazioni debolissime» e di un «no pregiudizia­le all’eolico». «Stanti le osservazioni della Conferenza dei servizi si fatica a capire-argomenta Mario Schirru, re­sponsabile Geo Italia – come le linee guida delle due regioni definiscano quelle aree non critiche e idonee all’ eolico. Entrambe affermano che il progetto è sovradimensionato, ma non fissano alcun limite. Si dice che c’è interferenza tra il cavidotto e il me­tanodotto, ma Snam lo nega. C’è ri­schio frana? Abbiamo previsto lavori per contrastare il dissesto idrogeolo­gico. E per quanto riguarda la viabili­tà amplieremo solo piste utilizzate dai contadini».
Comunque sia, l’ardua sentenza spetta al Consiglio dei ministri che do­vrà pronunciarsi entro l’anno. Il Mi­bac si è già espresso e le regioni non paiono intenzionate a cambiare idea: «Se ritengono che abbiamo sbagliato – dice Annamaria Bramerini, assesso­re toscano all’Ambiente, annuncian­do il prossimo varo di nuove linee gui­da regionali sull’eolico – ricorrano al Tar. Ma non si dica che il nostro è un no all’eolico: abbiamo autorizzato im­pianti per 104 Mw sui 300 previsti al 2020». «La produzione di energia da fonti rinnovabili – conclude l’assesso­re emiliano alle Attività produttive, Giancarlo Muzzarelli – è praticabile solo quando risulti compatibile con il paesaggio. Quella struttura va quindi rivista e calibrata per un corretto equilibrio tra paesaggio, territorio ed energia».

Contro il progetto di realizzazione del Parco Eolico Poggio Tre Vescovi

Anche Wwf Emilia Romagna si schiera con Italia Nostra contro il Parco Eolico di Poggio Tre Vescovi. Cliccate qui per leggere il comunicato di Italia Nostra.

Comunicato stampa del Wwf Emilia Romagna del 28 ottobre 2011

In qualità di ecologisti e cittadini della Provincia di Rimini interessati dalle prospettive di futuro forniteci da talune scelte politiche strategiche, riteniamo che sia veramente sorprendente osservare da parte degli amministratori interessati dal progetto del “Parco eolico Poggio Tre Vescovi”, la disinvoltura con la quale affrontino con superficialità temi tanto delicati e importanti per il futuro della propria terra.
E’ sconfortante notare che siano sempre il profitto e l’economia di mercato (spesso come in questo caso viziata e soggetta a forzature di vario genere) a rappresentare la sola voce presa in considerazione in una politica di pianificazione dei territori totalmente miope, priva di organicità, visione di insieme, di futuro e attenzione alla vocazione intrinseca dei territori spesso di grande pregio storico, artistico, culturale e in questo caso di grande valore paesaggistico e naturale.
Alle soglie del 2012, continuare sulla strada di questi volani economici e speculativi “autodistruttivi”, legati sempre alla devastazione del territorio e alla svendita dei suoi valori, in nome della quadratura di bilancio, proprio sull’onda di quello spirito di effimera autoconservazione degli enti locali, sia anti storico e totalmente folle.
Il WWF ritiene l’energia eolica un’opportunità irrinunciabile per fronteggiare I cambiamenti climatici, ma l’impatto ambientale e storico-paesaggistico non devono essere trascurati, e il progetto previsto a Poggio Tre Vescovi era e rimane un progetto abnorme, sproporzionato e devastante in ogni senso. Ribadiamo la nostra contrarietà agli impianti eolici “industriali” localizzati sul crinale, proponendo come alternative lo sviluppo di impianti eolici diffusi (ad asse orrizzontale o verticale), collocati in siti di scarsa rilevanza naturalistica e paesaggistica.
Ci si chiede comunque come sia possibile che un comune come quello di Casteldelci, interessato da un dissesto idrogeologico che ha registrato solo un anno fa fenomeni franosi di portata record, possa pensare (o pensi) di gravare il proprio territorio di altro disboscamento, messa in opera di arterie stradali di grandissima portata (adatta quindi al passaggio in loco di mezzi pesanti, e traffico sostenuto), sbancamenti del terreno, colate di cemento, escavazioni di proporzioni gigantesche, posa in opera di cantieri enormi per l’applicazione di torri con pale rotanti che avrebbero fatto raggiungere ai manufatti i 180 metri (ovvero torri visibili fino alla Costa Adriatica e oltre), il tutto in un’operazione che avrebbe condizionato perennemente tutta la Valmarecchia e il Montefeltro nella sua estensione fino al mare, che avrebbe avuto luogo in aree di alto rischio, sismico e idrogeologico ed eseguito senza la benché minima condivisione e partecipazione democratica della cittadinanza provinciale.
Un progetto questo, che fra manufatti di servizio e posa in opera delle torri eoliche avrebbe interessato complessivamente ben tre comuni (fra comuni romagnoli e toscani), luoghi di importanza strategica per il raccordo fra aree protette regionali, interregionali, statali e comunitarie di primaria importanza. Quanto di più tragico o forse paradossale infatti si può riassumere nel fatto che l’opera progettata sarebbe dovuta risiedere sul crinale appenninico fra la Riserva Naturale dell’Alpe della Luna, il parco interregionale del Sasso Simone e Simoncello, il Parco nazionale delle Foreste Casentinesi e una costellazione di altre importantissime riserve, aree di interesse comunitario (SIC) e zone di protezione speciale (ZPS) che nel complesso avrebbero ricevuto un impatto catastrofico capace di mettere in crisi ambientale tutta la regione causando la deflagrazione e la frammentazione dei corridoi ecologici naturali.
La scusa che avrebbe giustificato questo scempio (oltre a qualche spicciolo dato ai comuni e ai cittadini interessati dall’operazione) sarebbe stata un fantomatico “risparmio delle emissioni di CO2” per 3.874.500 tonnellate.
Ci chiediamo su quale considerazioni scientifiche possano basarsi i dati indicanti il bilancio di risparmio di CO2 forniti dai promotori dell’impianto, un bilancio che non ci convinge perchè non considera alcuna voce passiva in termini di perdita di verde e suolo e quindi di diretto assorbimento della CO2 presente in atmosfera e in termini di perdita della biodiversità e delle funzionalità ecologiche di tutta l’area interessata che è di fatto organico raccordo ecologico che coniuga ecologicamente Appennino e Riviera Romagnola attraverso il bacino fluviale del Fiume Marecchia.
Non possiamo credere che chi invocava e oggi rimpiange questo progetto, ritenga che quello che deriva dalla spartizione agli enti locali delle briciole residuali dei profitti sia un affare, di fronte alla compromissione permanente e perenne di tali valori turistici, ambientali e culturali. Non possiamo credere che la sostituzione dei sentieri escursionistici e naturalistici, con le superstrade per mezzi pesanti porti ricchezza ad un territorio.
Non possiamo credere che sostituire i paesaggi naturali e rinascimentali della Valmarecchia con un cimitero di 36 torri eoliche alte 180 metri, o meglio di 36 alte lapidi sul futuro turistico di questo luogo, produca posti di lavoro stabili e garantiti.
Abbiamo quindi trovato più che ovvia e scontata la bocciatura arrivata dalle due regioni interessate (Toscana ed Emilia Romagna) che hanno in più riprese respinto questa follia eolica, che ricordiamo non ha nemmeno superato la “valutazione di impatto ambientale” ed è stata sconfessata anche in termini politici da entrambe le governance politiche delle regioni unitamente ad almeno un ministro di governo, e quindi ora ci domandiamo quali altri siano gli elementi che la Provincia di Rimini attende per bocciare definitivamente il progetto in questione e con esso, ogni altro tentativo di rigurgito di livello nazionale e sovra-territoriale.
Come WWF ribadiamo il nostro no alle devastazioni prodotte dai grandi sistemi energetici centralizzati, costosi nella costruzione e ancor di più nello smaltimento, mentre diciamo si al sistema di microgenerazione e micro consumo distribuito basato sulle energie rinnovabili, in particolar modo il sole, fonte inesauribile pulita e abbondante, che negli ultimi anni si è rivelato come il miglior investimento di sviluppo economico nazionale.
Bruschi Lorenzo, WWF Emilia Romagna

Comunicato stampa Italia Nostra su attacco Legambiente alla Regione Toscana

Firenze 28-10-2011

Ringraziamo molto Legambiente che con la conferenza stampa di lunedì scorso ha finalmente fatto chiarezza su quali siano i veri obbiettivi e gli scopi di quella che un tempo è stata un’associazione ambientalista.
Appare chiarissimo che la Legambiente odierna non sia per niente interessata alla tutela dell’ambiente e della biodiversità così come sancite e come previsto dalle politiche comunitarie, ma sia tutta protesa a difendere gli interessi delle industrie eoliche. D’altronde un paio di anni fa gli stessi responsabili dell’Energia Legambiente Toscana hanno individuato e indicato nel piano provinciale di Firenze proprio nel Mugello la sede adatta per produrre 300 MW da eolico che rappresentano un tetto ipotetico che la Toscana si era data da qui al 2020 da distribuire su tutto il territorio. Ora l’incredibile vicenda che ha registrato la presa di posizione in conferenza stampa di Cecilia Armellini, nel ruolo di responsabile della Commissione Energia Legambiente Toscana, e che è, come risulta dalla replica dell’assessore Bramerini, apparsa sul sito della Regione Toscana e su Greenreport, la rappresentante della Carpinaccio s.r.l. una delle società che fanno capo alla European Wind Farm che ha presentato e ottenuto l’avallo di (troppi) progetti eolici concentrati nella Provincia di Pisa, la dice lunga sui veri interessi dell’associazione che rappresenta. Ognuno tragga le proprie conclusioni!
La produzione da fonti rinnovabili in Italia è stata pari nel 2010 a 75,4 TWh circa il 22,8% del totale. Di questi il maggior contributo viene dalla fonte idroelettrica 15,3%, eolico e biomasse hanno prodotto il 2,7% , il geotermico l’1,5% e il solare lo 0,6% del totale. La richiesta totale di energia elettrica è stata pari a 330 TWh Dati GSE.
Ma il contributo da FER al bilancio energetico nazionale che è composto anche dai trasporti e dal riscaldamento riduce queste cifre a un terzo: così il contributo dell’eolico al fabbisogno complessivo di energia del Paese è attualmente pari a circa lo 0,9% nonostante le 6.000 torri già installate.
E se le ore di vento produttivo nel Paese sono circa 1580 l’anno, nella nostra regione il vento “buono” scende a 1252 ore. Molto al di sotto delle 2000 ore/anno, che sono un discrimine al di sotto del quale nessun paese europeo investe nell’eolico. Ma da noi sono talmente alti gli incentivi pagati per la poca energia prodotta da rendere questo mercato comunque appetibile.
La Toscana ha un paesaggio straordinario e degno di tutela, sarebbe criminale sacrificarlo per un piatto di lenticchie, come hanno sostenuto recentemente Mario Pirani dalle pagine nazionali di Repubblica, e più volte Salvatore Settis, Paolucci, Sgarbi, Petrini, Paolo Rumiz e gran parte dei rappresentanti della cultura italiana. Il dibattito è aperto sulla tutela del paesaggio e attualissimo riguardo alle opere infrastrutturali che s’intende realizzare, nella regione.
Quanto al risparmio di CO2 risulterebbe che l’impianto di Poggio Tre Vescovi, posto a cavallo tra Toscana ed Emlia Romagna, prendendo per buoni i dati dei progettisti, risparmierebbe nei prossimi 30 anni circa un centomillesimo delle emissioni globali di CO2, se queste restassero invariate.
Questo da’la scala dei problemi reali con le cosiddette energie alternative, e sul come si possa e si debba manipolare la pubblica opinione per far passare progetti sproporzionati come quello: 36 torri alte 180 m, con 18 km di nuova viabilità prevista in un paesaggio ancora intatto con strade romane e medievali.
Intendiamo invece dimostrare il nostro apprezzamento per l’enorme mole di lavoro di cui la Regione si fa carico, per analizzare i progetti presentati e dare la possibilità a tutti di esaminarli ed esprimere il proprio parere. La complessa procedura di VIA da la possibilità a tutti Soprintendenze, Enti, associazioni ambientaliste, cittadini, associazioni di categoria di fare osservazioni e grazie alla L.R.40 viene permesso al pubblico di poter assistere alle conferenze dei servizi esterne, un’opportunità che non esiste in altre Regioni. Trasparenza, competenza dei funzionari degli uffici, scrupolosità, di questo si fa lode alla Regione Toscana. La Regione già dispone fin dal 2004 di linee guida magistralmente redatte, che basterebbe solo fossero approvate dal Consiglio per diventare davvero cogenti, pur nel recepimento delle linee guida nazionali.
Riguardo poi all’incresciosa vicenda che vede coinvolta la sezione di Sestino, dichiaratamente favorevole all’impianto eolico di Poggio Tre Vescovi, abbiamo in più sedi e su organi di stampa, ribadito che tale sezione non rappresenta che se stessa e che è ormai delegittimata, sia dal direttivo regionale, sia dal Consiglio nazionale a parlare per conto di Italia Nostra, per cui si sta attivando la pratica di sospensione di tale sezione.
Italia Nostra Toscana ed Emilia Romagna hanno presentato le proprie osservazioni insieme a WWF di entrambe le regioni, arrivando persino a fare l’esposto alla magistratura di Arezzo sul chiaro conflitto d’interessi del Sindaco di Badia Tedalda, possessore insieme al fratello di più del 50% dei terreni dove sarebbero sorte le pale eoliche.
Un impianto bocciato oltre che dalle Regioni Toscana ed Emilia Romagna sia dal Ministero per i beni culturali, che ha recepito i pareri contrari delle due Soprintendenze regionali, dalla Provincia di Arezzo, dal Comune di Sestino, e che ha visto favorevoli solo i comuni interessati e le comunità montane.
Italia Nostra si è sempre battuta contro impianti di queste dimensioni, anche per gli impianti di monte Faggiola, Firenzuola, Pontremoli e la sequela di tutti gli altri fortunatamente bocciati finora, per gli impatti devastanti sul paesaggio, sugli aspetti naturalistici e sulla salute dei cittadini (le torri producono un rumore pari a 100 decibel) superiore a ogni soglia consentita dalla legge.
Per dire dell’avversione di Italia Nostra all’eolico industriale, solo in Toscana abbiamo sostenuto negli anni ben tre ricorsi al Tar, a fianco di privati cittadini, come a Scansano, o a fianco del WWF come a Montecatini Valdicecina e a Riparbella, e si annuncia un prossimo ricorso contro l’impianto eolico previsto a Zeri, il paese tanto devastato dall’alluvione di questi giorni dove è palese che in un contesto di tale dissesto idrogeologico sia impensabile creare infrastrutture imponenti tra viabilità, piazzole e plinti di cemento necessari a supportare impianti industriali di inusitate dimensioni.
Mariarita Signorini Responsabile comunicazione Toscana e membro del gruppo energia Italia Nostra nazionale

12 novembre 2011 sit-in a Roma contro il fotovoltaico e l’eolico selvaggio

Tokyo contaminata

Fonte: Cado in piedi, 30 Ottobre 2011
Di Giuseppe Onufrio

Sempre alto l’allarme nucleare in Giappone. Dopo Fukushima, anche Tokyo e alcune località limitrofe sono risultate contaminate da sostanze radioattive. Tracce di cesio anche nel pesce. Presto nella capitale verranno stoccati in discarica 3 mila tonellate di ceneri e fanghi radioattivi.
L’associazione ambientalista Greenpeace ha rilanciato la notizia secondo cui a Tokyo e in località vicine alla capitale giapponese, sono stati rilevati livelli di radioattività superiori a quelli riscontrati a Fukushima, la città colpita dall’incidente nucleare nei mesi scorsi. Misurati valori di 3,35 microsievert nel quartiere di Setagaya e di 5,82 in un parco per bambini in Funabashi. Secondo Greenpeace, i dati dimostrano che la dispersione del materiale radioattivo è più grave di quanto si pensasse, mentre le autorità nipponiche negano qualunque collegamento col disastro avvenuto nel Marzo scorso.
“Noi come Greenpeace abbiamo semplicemente rilanciato delle informazioni che sono state raccolte da associazioni di cittadini a Tokyo su microemergenze locali, con hot spots cioè con punti caldi molto localizzati nell’area di Tokyo. Uno di questi, si è rivelato essere legato alla presenza di sostanze radioattive che erano state lasciate in un posto, in altri casi invece questo tipo di correlazione non c’è; a questi dati vogliamo affiancare gli esiti delle indagini indipendenti, tuttora in corso, svolte da Greenpeace.
Quello che possiamo dire è che sono stati raccolti da queste associazioni di cittadini 132 campioni di terreno a Tokyo e sono stati portati a un istituto di ricerca importante, quello di Yokohama, il quale ha trovato dei livelli di radioattività anomali in 22 di questi 132 campioni. Sono state rilevate concentrazioni più elevate di quelle che portarono a dichiarare Chernobyl contaminata, in particolare la parte che riguarda questi campioni è quella in cima alle montagne a Tokyo lì dove c’è lo stadio di baseball, ma siamo in attesa che giungano ulteriori conferme.
Un altro punto è stato trovato a Yokohama, che è un sito a 250 chilometri da Fukushima nella parte sud, quindi verso Tokyo, dove sono state trovate delle concentrazioni anomale di isotopi dello stronzio, un elemento che assai probabile sia stato disperso dall’incidente di Fukushima. In più, Greenpeace ha appena consegnato i risultati di analisi di campionamenti che abbiamo fatto in queste settimane, di matrice alimentare ittica, quindi pesci, crostacei che sono stati comprati nei mercati di Tokyo e nei quali è stata rilevata una contaminazione al di sotto di quella della soglia. La soglia è stata fissata dai giapponesi in 500 becquerel per chilo, tanto per fare un confronto a Chernobyl la soglia era stata fissata a 150, ma comunque abbiamo trovato campioni fino a 88 becquerel, e sicuramente la presenza di cesio 134 e cesio 137 indica che il monitoraggio va continuato perché, anche se a un livello non “pericoloso”, è evidente che la matrice alimentare è contaminata. Ricordiamo comunque che i limiti che vengono posti alla concentrazione di radioelementi non indicano assenza di rischio, ma tengono presente la soglia del millisievert all’anno che la popolazione può assorbire, che è una soglia in cui il rischio è considerato accettabile ma non è mai zero.
Ci sono stati altri casi, per esempio, quello di un gruppo di cittadini a Funabashi, che avevano trovato dosi molto elevate di 5,8 microsievert all’ora, poi le autorità sono intervenute, hanno visto che il picco era più basso, era di 1,5 ma era comunque di circa 10 volte superiore a quello che dovevano trovare.
Ovviamente in questo momento molte persone, molte associazioni, molti cittadini singoli che in Giappone girano con degli strumenti, che ovviamente vanno utilizzati in maniera scientificamente corretta, e quindi può darsi che alcuni di questi strumenti non siano molto precisi. Questo però non vuol dire che non siano utili a riscontrare qualche episodio locale di contaminazione.”

Tokyo è una metropoli popolata da milioni di persone. Quali sarebbero i rischi, se gli accertamenti in corso confermassero queste rilevazioni?
“I rischi dei singoli individui possono anche non essere elevatissimi, ma c’è invece un rischio collettivo perché molte persone abitano a Tokyo. I responsabili della gestione dei rifiuti di Tokyo hanno detto che dovranno sistemare in discarica 3 mila tonnellate di fanghi e ceneri da incenerimento contaminate da radioattività che con molta probabilmente viene dalla depurazione delle acque, quindi la situazione di Tokyo è una situazione che andrà studiata per capire quali sono i rischi, dove sono localizzati e quali saranno le possibilità di controllarli. E’ chiaro che quando uno poi ha una mappa di dettaglio, si possono poi mettere in atto delle misure, proprio per evitare che in posti così popolosi ci possa essere il rischio per la popolazione di assorbire delle dosi che magari individualmente possono anche non essere elevatissime, ma che possono poi accumularsi e quindi generare un rischio complessivo non indifferente.”
Quali azioni intende intraprendere Greenpeace?
“Noi abbiamo una squadra di radioprotezione che sta lavorando, fino adesso aveva fatto delle analisi sulle matrici alimentari e quindi sul pesce commercializzato a Tokyo. Quindi Greenpeace rimane in Giappone, a Tokyo con questa squadra che poi si muove per fare le analisi, quindi noi continueremo a fare un follow up e quindi penso che daremo delle notizie non appena avremo dei campionamenti in corso.
Proprio ieri sono stati resi noti i dati delle matrici alimentari che non sono dati allarmanti perché non abbiamo trovato picchi molto elevati, sono tutti dati al di sotto delle soglie che il governo ha fissato, ma che indicano però che metà dei campioni erano contaminati e quindi il fenomeno è in corso e va monitorato strettamente: si tratta di cibo, e l’uomo essendo al vertice della catena alimentare, rischia di essere bersaglio di questo tipo di contaminazione.
Ci sono tutt’ora altri allarmi, per esempio in alcuni campioni di tè come il Sajama che è uno dei tè più consumati, nonostante ci fossero state già dei controlli all’origine, sono stati riscontrati valori che vanno oltre la soglia accettata.
Adesso il Ministro per le scienze del Giappone ha rilasciato una mappa di Niigata e Akita che sono due prefetture a sud di Fukushima, evidenziando i punti in cui sono rilevati picchi di cesio estremamente significativi, quindi mano a mano che la situazione viene studiata e controllata verrà fuori tutta la verità su Fukushima.”
Qual è la situazione attuale dei reattori?
“Per quanto riguarda lo stato dei reattori, al momento le temperature sono state abbassate progressivamente e, secondo quanto ha dichiarato, il governo prevede di poter arrivare a condizioni di arresto freddo, che si verificano quando il nocciolo del reattore è stabilmente al di sotto dei 100 gradi, entro la fine dell’anno. Dunque, quando si raggiungerà quella situazione, almeno dal punto di vista termico e del controllo delle temperature, saremo arrivati a mettere i 3 impianti nelle condizioni in cui normalmente, come termodinamica, come temperature e sviluppo di calore sta un reattore quando è fermo.”

Italia Nostra all’attacco sull’eolico “A Legambiente interessa solo il business”

Fonte: La Repubblica-Firenze

Dopo la polemica aperta in Toscana per la bocciatura di 4 progetti da parte della
Regione, è guerra fra associazioni ambientaliste

Prima la Regione che boccia 4 progetti, poi Legambiente che denuncia un “no pregiudiziale all’eolico” in Toscana, adesso Italia Nostra che si mette di traverso e attacca i “falsi ecologisti”, perché “è chiaro che Legambiente ormai non è più interessata alla tutela del paesaggio e della biodiversità, ma ha altri interessi”. E’ guerra fra associazioni ambientaliste sulle rinnovabili.
Casus belli, una conferenza stampa di una settimana fa, in cui la presidenza regionale di Legambiente e i suoi responsabili energia si sono scagliati contro le scelte della Regione, che aveva bocciato con valutazione di impatto ambientale tre progetti proposti dagli imprenditori del vento in tre Comuni: Pontremoli, Badia Tedalda e Firenzuola. Una bocciatura a cui si era aggiunto anche lo stop inferto dalla Soprintendenza a un mega impianto a San Godenzo. “E’ un pessimo segnale per chi ha a cuore una Toscana più sostenibile”, aveva detto il presidente toscano di Legambiente Piero Baronti. “Quello che preoccupa di più è l’allontanarsi dagli obiettivi di produzione energetica sostenibile e di diminuzione di CO2 in atmosfera”, aveva rilanciato Cecilia Armellini, responsabile commissione energia dell’associazione.
La risposta dell’assessore Anna Rita Bramerini era stata netta: “La Regione è tutt’altro che contraria allo sviluppo dell’energia eolica, come sostengono Legambiente e i Verdi. L’eolico dove si può si fa e i numerilo dimostrano: in Toscana ci sono installati impianti per 44,8MW e ce ne sono di autorizzati per altri 104,4MW. Se tutti quelli autorizzati fossero realizzati potremmo contare già su una potenza installata di circa 150 MW.  Ma ad oggi per 4 impianti con tanto di autorizzazione non sono ancora partiti i lavori. Mi chiedo allora, se è vero che c’è tanta voglia di investire in questo settore, come mai si indugia sulla realizzazione”. Una stoccata proprio a Cecilia Armellini, che oltre ad essere responsabile di Legambiente – ricordava Bramerini – aveva vestito il ruolo anche di progettista per la Carpinaccio srl, “per la quale ha firmato in veste di project manager alcune comunicazioni nell’ambito di procedimenti di VIA su progetti di impianti eolici in Toscana”, oltre ad “aver partecipato a riunioni tecniche e sopralluoghi sempre per conto di tale società”.
La stessa accusa che ora rilancia Italia Nostra: Legambiente si interessa di eolico solo perché ci intravede un business. “Appare chiarissimo che non sia per niente interessata alla tutela dell’ambiente e della biodiversità così come sancite e come previsto dalle politiche comunitarie – dice Mariarita Signorini, membro del direttivo nazionale di Italia Nostra – ma sia invece tutta protesa a difendere gli interessi delle industrie eoliche. Anche dove l’eolico funziona poco per la mancanza di vento, come in Toscana, Legambiente lo promuove. Colpa di incentivi altissimi che drogano il mercato e mettono a rischio il paesaggio”.

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