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Green Lies, film–denuncia delle ombre della green economy

Fonte: Gaianews
Di: Micaela Conterio

Un’inchiesta sulle rinnovabili in Italia, che costituiscono una grande opportunità
di sviluppo e, 
proprio per questo, celano insidie derivanti dalle speculazioni in
atto da chi investe nel settore, 
con evidenti ripercussioni sui territori
e le popolazioni locali

Si è svolta ieri la prima proiezione nazionale di Green Lies: il volto sporco dell’energia pulita, il documentario indipendente totalmente autoprodotto che racconta il lato oscuro della Green Economy che può nascondersi dietro le energie rinnovabili e le conseguenti politiche verdi in Italia. Si tratta di un’inchiesta sulle rinnovabili in Italia, che costituiscono una grande opportunità di sviluppo e, proprio per questo, celano insidie derivanti dalle speculazioni in atto da chi investe nel settore, con evidenti ripercussioni sui territori e le popolazioni locali.

Articolato in quattro puntate (eolico, solare, biogas e geotermia), le inchieste di circa 20-25 minuti racchiuse in un unico film – documentario, offre l’opportunità di indagare sulle realtà territoriali interessate, prendendo in esame i nuovi investimenti nella green economy tenendo in considerazione le caratteristiche ambientali e le esigenze energetiche locali. Successivamente vengono confrontati con le aspettative dei cittadini che sono spesso esclusi dalle politiche di sviluppo energetico locale.
“L’ossatura della tesi che cerchiamo di dimostrare – spiega il co-regista Andrea Mariani – parte da un presupposto fondamentale: nessuno di noi ha intenzione di mettere in discussione questo tipo di sviluppo energetico; ma nel nostro paese questo sviluppo è stato intaccato da tutta una serie di anomalie che stanno rischiando di vanificare tutti quei benefici che scaturirebbero da questo modello”.
Circa un paio di anni fa, infatti, i due registi, Andrea Paco Mariani e Angelica Gentilini, hanno incontrato i comitato di cittadini di tre territori, Camugnano (BO) per la produzione eolica, Salento (LE) per la produzione solare e monte Amiata (Toscana) per la geotermia, in protesta per la costruzioni di impianti di rinnovabili sul territorio locale. Situazione anomala e in controtendenza, visto l’ampio consenso che riscuotono le rinnovabili, anche in chiave di risultati in risposta al fabbisogno energetico. Scendendo nel dettaglio sono emersi numerosi casi di speculazione diffusi a livello nazionale. Il documentario passa in rassegna, quindi, diversi esempi, dal Greenwashing al sistema degli ecoincentivi, per evidenziare quelle che sono le problematiche legate a questo nuovo modello economico, specialmente dove le pratiche di green economy danno vita ad una vera e propria industrializzazione energetica di interi territori. Non sono pochi i casi in cui le sterminate praterie di pannelli solari rimangono inattive dopo essersi sostituite ad aree precedentemente fertili.
L’avvento delle energie rinnovabili – si legge sul sito del progetto – rappresenta un’autentica rivoluzione economica e culturale, che può liberare l’umanità dal vincolo, che dura ormai da decenni, di una produzione energetica basata sui combustibili fossili, con tutte le conseguenze geopolitiche, sanitarie ed economiche che ciò comporta. Ma lo sviluppo delle rinnovabili in Italia tuttavia sta dimostrando alcune importanti anomalie, che rischiano di vanificare completamente quei meccanismi virtuosi che potrebbero scaturirne. “Green Lies si propone questo obiettivo – conclude Mariani – mettere in luce queste anomalie, ma con un intento propositivo, cercando di dare cioè delle risposte, per un cambio di natura culturale su come si consuma, come si risparmia e come si produce energia anche arrivando all’autoproduzione”.
Consapevoli che però le rinnovabili rappresenteranno realmente una rivoluzione energetica e culturale, solo quando saranno a portata di tutti e non un beneficio per pochi.

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Vendola: abbiamo già dato basta eolico e fotovoltaico

Pure Vendola si è dovuto accorgere dello sfascio paesaggistico e ambientale che le rinnovabili speculative (eolico e fotovoltaico a terra) hanno prodotto in Puglia!

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno
Di: Massimiliano Scagliarini

«L’Europa ci chiede di produrre il 20% di energia rinnovabile entro il 2020. La Puglia ha doppiato l’obiettivo 8 anni prima del termine, con enormi costi per il proprio territorio. Adesso però serve un elemento di rottura». Insomma, dice il governatore Nichi Vendola lanciando un appello al governo Renzi, così non si può più andare avanti: «Senza drammatizzare, oggi siamo in tempo per dire che va aperta un’altra fase. Non è più il momento di stimolare, oggi è il tempo di contenere una crescita divenuta insostenibile. È un problema di cui sarà giusto investire maggioranza e Consiglio regionale, oltre che chi – come la Sicilia – ha lo stesso problema. E in questo il governo deve interpretare il proprio ruolo, altrimenti dovremo valutare anche atti forti.Presidente Vendola, iniziamo dal quadro generale.
Come giudica la politica energetica italiana?
«In Italia non è mai esistito un dibattito consapevole e trasparente sulle questioni dell’energia. La politica è ciclicamente segnata da campagne che definirei terroristiche sul rischio di un imminente black-out, campagne in qualche modo sollevate dalle principali lobby come arma di pressing per sdoganare di volta in volta progetti presentati come strategici se non addirittura salvifici. Il ragionamento dovrebbe invece partire da una ricognizione seria e puntuale del fabbisogno del popolo italiano, e dovrebbe indicare con nitidezza gli obiettivi e il cronoprogramma per il raggiungimento dell’autonomia energetica del Paese».
L’Italia negli anni Sessanta si era innamorata del nucleare, all’epoca indicato come soluzione al problema dell’indipendenza energetica. Oggi si dice la stessa cosa delle energie rinnovabili. Rischiamo, secondo lei, che finisca allo stesso modo?
«L’abbandono del nucleare è stato più subito che scelto dalle classi dirigenti anche perché pareva che l’alternativa fosse il ritorno alla candela. Poi siamo entrati nell’epoca delle rinnovabili senza una cultura della pianificazione e della regolazione. E, al di là della soglia percentuale indicata dall’Unione Europea, ci siamo entrati malissimo perché ad un quadro di deregulation abbiamo aggiunto gli incentivi a pioggia alle imprese».
E qui veniamo al tema: la corsa agli incentivi ha fatto sì che la Puglia sia diventata il primo produttore italiano di eolico e fotovoltaico. Ma senza che questo abbia portato alcuno degli auspicati vantaggi per il territorio.
«In questi anni la Puglia ha provato, a più riprese, e sempre invano, a porre il tema di una regolamentazione utile non solo per la difesa del paesaggio ma anche per la tutela di insediamenti produttivi di qualità. Abbiamo provato con la moratoria dell’eolico che ci è stata bocciata dalla Corte Costituzionale, abbiamo fatto una legge di regolamentazione e poi un regolamento: tutti e tre ci sono stati bocciati per la stessa ragione, cioè che non abbiamo competenze, nonostante per tre volte avessimo provato a supplire alla vacanza legislativa dello Stato. Basti considerare che le linee guida nazionali previste dal Decreto 387/2003 sono arrivate con 7 anni di ritardo in un quadro in cui la politica energetica nazionale è una scelta delegata ad alcuni gestori dell’industria elettrica».
Perché poi, alla fine, quegli incentivi ai produttori li paghiamo tutti quanti.
«Infatti periodicamente le associazioni dei consumatori denunciano l’indecifrabilità della bolletta elettrica, in cui non si spiega con chiarezza che stiamo sopportando pesantemente il costo del decommissioning nucleare. In bolletta non si capisce quanta sia la ricchezza che trasferiamo dai contribuenti alle compagnie petrolifere. I cittadini, sotto la voce Cip6, hanno sostenuto e finanziato gli investimenti delle grandi aziende nella termovalorizzazione e gli incentivi all’industria del rinnovabile».
Tutti questi soldi, oltretutto, non sono serviti a modernizzare l’infrastruttura di trasmissione: dal punto di vista dell’energia, la Puglia è come il casello di Riccione a Ferragosto…
«La rete elettrica di trasmissione è un colabrodo, una infrastruttura arcaica che non solo non consente la conservazione del surplus ma che crea spreco, dissipazione e criticità: i nostri dati parlano di un 18% di perdite, più dell’energia prodotta da una centrale nucleare».
Nonostante questo, però, nei primi anni della sua giunta c’è stato un obiettivo favore per l’installazione dei parchi eolici e fotovoltaici…
«Sì, perché era un modello di sviluppo nuovo. Il rinnovabile non è solo un nuovo segmento economico, né un settore collaterale rispetto ai carburanti fossili: dovrebbe costituire un alternativa. Ma se lo Stato rinuncia al suo ruolo di regolatore, questi sono i risultati. Bisognava suscitare la domanda, non proteggere l’offerta: energia pulita per gli edifici scolastici, come sta facendo la Puglia investendo i fondi europei, e generazione diffusa. Non mega-centrali, ma un pannello solare in testa a ogni famiglia e su tutte le tettoie delle aree di parcheggio. Serviva un nuovo rapporto tra energia e democrazia, invece abbiamo avuto solo incentivi a pioggia – pagati con le bollette dei cittadini e delle imprese – e una pioggia di azioni di risarcimento per i ritardi nelle autorizzazioni».
Insisto: forse ce ne accorgiamo troppo tardi.
«Noi abbiamo creduto nelle rinnovabili, abbiamo investito energia politica e di gestione. È accaduto tuttavia che questo investimento, giocato su un terreno drogato dagli incentivi e sottratto alla capacità regolativa della Regione, abbia determinato una spinta molto più potente rispetto a quanto potevamo immaginare. È giusto, oggi, constatare con amarezza che le politiche di incentivazione e i ritardi regolatori che permangono tuttora hanno lasciato esposti proprio i territori più generosi verso le rinnovabili».
Cosa non ha funzionato?
«È mancato l’elemento di sinergia, perché lo Stato ha fatto sì che gli interessi industriali siano risultati prevalenti rispetto alla tutela del territorio. Oggi la Puglia ha il primato di produzione italiana sia nell’eolico che nel fotovoltaico, ma questo primato determina enormi costi di infrastrutturazione, che ricadono sulla tariffa elettrica, e impatti territoriali notevolissimi. In Italia nel rinnovabile ci sono Regioni che hanno dato e Regioni che non hanno dato. Ora, la Puglia – che ha dato, e tanto – non può più pagare in bolletta incentivi e investimenti sulla rete».
La legge dice però che tutte le Regioni devono contribuire agli obiettivi di produzione di energia rinnovabile. E nessuno può sottrarsi a questo principio.
«I criteri di burden sharing sono insufficienti. L’Europa ha posto un obiettivo medio di copertura da fonte rinnovabile nel 2020 pari almeno al 20%? Bene. La Puglia è arrivata al 40% già nel 2012, e lo scorso anno siamo cresciuti ancora. È giunto il momento di mettere un tetto. Senza drammatizzare, oggi, siamo in tempo per dire che si apre un’altra fase in cui dobbiamo agire in maniera più drastica, chiedere che il governo interpreti appieno il proprio ruolo, e – in mancanza – valutare anche atti forti».
Detto questo, però, le numerose inchieste giudiziarie di questi anni hanno dimostrato che non tutto ha funzionato anche negli uffici degli enti locali. Non sempre chi doveva controllare ha controllato.
«La Regione, travolta dalla numerosità delle domande, si è dovuta concentrare sul rilascio delle autorizzazioni per evitare di incorrere nelle azioni di risarcimento del danno, e non si è invece dedicata a un’attività indispensabile come il controllo delle autorizzazioni già rilasciate per verificare con attenzione proprio le criticità emerse negli anni. Parliamo delle Province: non tutte procedono correttamente nella valutazione degli impatti cumulativi. Infine i Comuni: le autorizzazioni semplificate per gli impianti fino a 1 MW, previste da una norma oggi cancellata dalla Consulta, non sono state né sufficientemente monitorate, né per la maggior parte censite. E spesso sono state utilizzate per eludere i controlli».
Che cosa intende fare?
«Cominciamo con una delibera che contiene un’azione, in particolare sulle Province, perché le valutazioni siano quanto più possibile omogenee tra loro e rispettino tutta la normativa in essere».
Spieghiamo con un esempio.
«Ci sono Province, come Foggia, dove in sede di Via non si tiene in debito conto o comunque si sottovaluta l’effetto degli impatti cumulativi. Installare un parco in una porzione di territorio vergine non è la stessa cosa che installarlo in un territorio dove ce ne sono già uno, due o anche dieci».
Ma se serve un tetto alla produzione, bisognerà discuterne a Roma con il ministro dello Sviluppo economico.
«Noi faremo un tentativo per sollecitare il governo a un intervento-calmiere. Ma questo sarà un problema di cui sarà giusto investire anche la maggioranza e il Consiglio regionale. Tuttavia, per evitare che in Consiglio regionale arrivi un ennesimo provvedimento dal sapore di incostituzionalità, è necessario che il governo nazionale si renda conto di quanto è accaduto in questi anni. Lo sviluppo delle rinnovabili è stato assolutamente diversificato tra Regione e Regione, anche per via della diversa capacità attrattiva dei vari territori, quindi oggi il problema non è tanto di stimolo quanto di contenimento. Non è un caso che come la Puglia, anche la Sicilia in questi giorni abbia cercato di introdurre una moratoria immediatamente dichiarata illegittima dal Tar. I territori più assediati dagli impianti non possono arrivare alla sovra-saturazione. Si mettono a rischio gli interessi ambientali e, ormai, anche il portafogli dei cittadini».

Il sole, le ali e la civetta in libreria

Fonte: Lucia Navone

Un’inchiesta sul mondo delle energie rinnovabili che cerca di spiegare, attraverso l’analisi dei fatti, perché l’Italia ha perso una grande occasione anche in un nuovo settore,
senza possibilità di ritorno, almeno a breve.

cover rinnovabili-1“Il buio stava calando intorno a loro e Gian Maria iniziava ad avere paura. I camion se ne erano andati e anche gli ultimi operai avevano terminato il turno. Sentì un brivido lungo la schiena. Sapeva di essere andato oltre e che indietro non sarebbe più potuto tornare. I soldi veri stavano finalmente arrivando e per lui anche il merito di essere riuscito a far partire un progetto così importante”.

Episodi di fiction si alternano alla ricostruzione giornalistica per cercare di fare luce, per la prima volta, su come sono andate le cose in Italia sul fronte delle energie rinnovabili. Per anni siamo stati il paese del Bengodi grazie agli incentivi più alti del mondo ma, come raccontano le cronache giudiziarie, in molti casi l’unica cosa verde e pulita sono stati i soldi dei cittadini. Un’inchiesta che, lontano da pregiudizi e assolutismi ideologici, inizia con le prime eclatanti inchieste degli anni d’oro dell’eolico, passa per l’Eldorado del solare e arriva ai giorni nostri con le biomasse. Un settore dove per anni lo Stato italiano ha investito i miliardi pagati dai consumatori via bolletta elettrica, garantendo ritorni stratosferici a chi di soldi non ne aveva certo bisogno. Dal Nord al Sud dell’Italia politici compiacenti hanno permesso che tutto ciò accadesse nella quasi totale indifferenza, favorendo, oltre “ai soliti noti”, americani, tedeschi, cinesi e russi. Al territorio, ai lavoratori e a molti imprenditori italiani sono rimaste solo le briciole se non addirittura i fallimenti.
A farne le spese, oltre a loro, anche il paesaggio e, soprattutto, le generazioni future.  Un euro speso male o rubato è un euro sottratto ai nostri figli ed è a loro che il libro è dedicato, insieme ai tanti operai che, nella nuova economia verde, hanno perso il posto di lavoro. E poiché ogni giornalista non è mai solo nel proprio racconto, “Il sole, le ali e la civetta” raccoglieanche la testimonianza diretta di “chi c’era” e ha vissuto gli anni del boom delle rinnovabili,oltre ad un’ intervista in esclusiva a Mattia Fantinati, parlamentare del Movimento 5 Stelle e capogruppo per il Movimento in  X Commissione Attività Produttive commercio e turismo.
Vivere in un mondo più pulito, dove poter decidere come utilizzare le risorse e quanto spendere, è un sogno che non abbiamo il diritto di infrangere”, ha dichiarato Lucia Navone, autrice del libro. “Soprattutto abbiamo il dovere di chiedere e il diritto di sapere come i nostri soldi vengono spesi e di insegnarlo ai nostri figli. Non possiamo scaricare su di loro i nostri errori, né tantomeno far pagare i fenomeni di cui il libro raccontaProprio in questi giorni il Ministro Flavio Zanonato ha proposto di introdurre dei bond per spostare nel tempo l’onere su famiglie e imprese. 12 miliardi all’anno è il costo delle rinnovabili e, se la proposta passerà, imprese e famiglie potranno spalmarlo su un periodo più lungo facendo così diminuire l’onere annuale delle nostre bollette che sono le più care d’Europa. Non dimentichiamo però che, secondo i dati di Transparency, la corruzione in questo settore, ha già sottratto 900 milioni di euro. Ma non solo. La maggior parte delle inchieste giudiziarie sono ancora in corso e le conseguenze dei fallimenti a catena stanno emergendo solo ora”. “Il conto”, ha concluso Lucia Navone“rischia di essere ancor più salato di quanto stimato fino ad oggi e, almeno di questo, non possiamo gravare le generazioni future. Soprattutto poi, se come spesso succede, nessuno se ne assumerà la responsabilità dal momento in cui, al “desco delle energie pulite” si sono sfamati un po’ tutti. Anzi, il merito va soprattutto al Governo Berlusconi che per anni ha invocato il ritorno al nucleare”.

Il libro
IL SOLE, LE ALI E LA CIVETTA
Energie rinnovabili, la mangiatoia perfetta per imprenditori senza scrupoli, sottobosco politico e malavita organizzata
Autore: Lucia Navone
Editore: Alpine Studio Editore
Collana: A Voce Alta
In uscita: il 12 settembre 2013
Pagine 205
euro 13,00
ISBN 978-88-96822-63-0

L’autrice
Lucia Navone, giornalista, autrice ed esperta di comunicazione ambientale. Titolare dello Studio Navone, ha curato la comunicazione per importanti realtà associative e aziende del settore rinnovabili. Per dieci anni ha curato le relazioni con i media per conto del WWF Italia e oggi i suoi articoli sono ospitati su riviste del settore ambiente ed energia. In passato ha collaborato con il settimanale Gioia e altre testate femminili. Attraverso il suo blog, www.lucianavone.it, ha iniziato a raccogliere, tra i primi, le storie di chi ha vissuto il boom delle rinnovabili, da cui il libro ha preso ispirazione.

La Scozia punta sulle rinnovabili: via gli alberi per far posto all’eolico

Fonte: La Repubblica

Negli ultimi sette anni ne sono stati abbattuti più di 5 milioni. Entro il 2020 tutto il consumo elettrico scozzese dovrebbe essere sostenuto dalle energia pulite. Ma il partito conservatore attacca: “Una distruzione indiscriminata dell’ambiente”. Il governo risponde: “Abbiamo sostenuto 30mila etteri di nuove piantumazioni”

EDIMBURGO – Alberi e pale eoliche: in Scozia non sembra esserci posto per entrambi. Almeno considerando il feroce dibattito politico che si è acceso sull’argomento. Negli ultimi sette anni milioni di alberi sono stati abbattuti per fare spazio alla costruzione di parchi eolici. Sembra quasi un paradosso: investire sulle energie rinnovabili che non inquinano il pianeta e allo stesso tempo stravolgere l’ambiente per fare spazio a energie pulite, come quella eolica.
Secondo i dati della commissione Forestale del Regno Unito, dal 2007, anno dell’elezione a premier di Alex Salmond, socialdemocratico del Partito Nazionale Scozzese, oltre 2500 ettari di foreste sarebbero scomparse per lasciare spazio all’installazione di pale eoliche. In totale sarebbero più di cinque milioni gli alberi abbattuti a fronte di un milione e mezzo di nuovi alberi piantati. “Una distruzione indiscriminata”, è l’accusa lanciata dal Partito Conservatore scozzese, opposto all’esecutivo guidato da Alex Salmond. “Il partito nazionale scozzese è così ciecamente ossessionato dall’energia rinnovabile che non si cura di distruggere un aspetto ambientale importante – ha dichiarato il conservatore Murdo Fraser – è sorprendente constatare che sono stati distrutti tanti alberi quanti sono gli scozzesi”.
Nell’agenda politica di Salmond, c’è infatti l’intenzione di ricavare dalle energie rinnovabili il completo fabbisogno elettrico del paese. Il 40% del consumo elettrico è già sostenuto da energia pulita ma l’obiettivo è di arrivare al 100% entro il 2020. E gran parte di questo consumo dovrà essere sostenuto dal settore eolico. Nelle campagne scozzesi, è già in funzione un numero di pale eoliche maggiore che nel resto del Regno Unito. Negli ultimi anni, i membri del governo scozzese hanno esercitato forti pressioni sulle autorità per consentire la realizzazione di parchi eolici, trovando spesso una forte opposizione da parte della popolazione locale. Secondo alcune stime, entro il 2014 potrebbero essere più di 600 le pale in funzione in Scozia.
Il Partito Nazionale ha però respinto l’accusa di agire a discapito del patrimonio ambientale. “Durante il governo di Salmond – spiega il ministro dell’ambiente Paul Wheelhouse – la commissione forestale scozzese ha sostenuto più di 30mila ettari di nuove piantumazioni, ossia lo sbalorditivo numero di 62 milioni di alberi in tutta la Scozia”.

Selezionare le fonti da incentivare in base ai risultati

Fonte: Il Sole 24 Ore

Un ripensamento degli incentivi alle energie rinnovabili, per correggere le storture che hanno riempito l’Italia di pannelli fotovoltaici stranieri, spesso di bassa qualità, che gonfiano del 10% almeno le bollette di tutti noi. E una spinta invece alle rinnovabili termiche, nelle quali l’Italia è campione di tecnologia e industria. Ma quel che serve è soprattutto un cambio di paradigma nella politica energetica, rifocalizzando gli incentivi su un fattore dominante: l’incremento dell’efficienza. Una miniera per lo sviluppo, per l’industria, per il made in Italy.
La ricetta, che riprende i richiami e le proposte formulate da Confindustria, viene da una delle principali realtà ambientaliste del nostro Paese, gli Amici della Terra, in un documento analitico che l’associazione discuterà oggi e domani in un convegno. Perché «l’efficienza è la chiave per far ripartire l’industria italiana su un terreno a lei congeniale, che riserva grandi margini di competitività» sintetizza Rosa Filippini, presidente degli Amici della Terra.
Serve – questa la prima indicazione – un nuovo piano nazionale sull’efficienza, da varare entro il prossimo anno attraverso un dibattito tra politici ed esperti con orizzonte 2020, fondato su una «scala di merito» su cui modulare gli incentivi, valutando la loro effettiva redditività per il sistema Paese. Certo, bisogna trovare le risorse, anche «interrompendo subito le aste per l’incentivazione delle rinnovabili elettriche meno redditizie, come l’eolico». Anche perché «se già oggi il Governo si propone di attivare meccanismi parzialmente retroattivi per attenuare il corso degli incentivi già assegnati, occorre innanzitutto non assegnarne di nuovi».
Può esserci spazio, solo così, anche per una misura sollecitata da Confindustria, ma assai indigesta per altre associazioni ambientaliste: gli sgravi tariffari, attraverso la componente fiscale e parafiscale, alle imprese più energivore, per sostenerne la competitività. Via libera dunque, ma legando gli sgravi «a interventi qualificanti e investimenti nell’efficienza dei processi produttivi».
Non è solo un problema di sovracosti in bolletta. «Senza una revisione delle politiche – si ammonisce nello studio – non riusciremo a raggiungere gli obiettivi europei del 20-20-20», ovvero l’obbligo di incrementare appunto l’efficienza del 20% tagliando una pari quota di emissioni a effetto clima e incrementando al 20% le energie rinnovabili. Anche perché l’unico fra questi tre obiettivi che sembra alla portata (quello del 20% di rinnovabili) nasconde in realtà «un risultato controverso è insidioso», visto che a fronte di «enormi risorse concentrate sulle rinnovabili elettriche» sono state privilegiate «installazioni non competitive».

Le Pale, le Battaglie, e qualche sospetto

Ancora sulla questione eolica. Un articolo di Mariarita Signorini pubblicato sul Corriere Fiorentino:

“Le Pale, le Battaglie, e qualche sospetto”

Caro Direttore,
non siamo sorpresi delle riflessioni di Erasmo D’Angelis in tema d’energie rinnovabili in Toscana, riportate sul Corriere fiorentino del 31 maggio, in un’intervista dal titolo “Che paradosso i no ambientalisti”. Ma siamo preoccupati della persistente superficialità con cui lo stesso D’Angelis continua a trattare l’argomento. Quando sintetizza che l’avversione alle rinnovabili in Toscana è frutto di “valutazioni che a volte sono persino eccessive, come quando si è bloccato un parco eolico perché disturbava gli uccelli di passo senza considerare che nella stessa zona la caccia era permessa, o per il rischio di caduta di pezzi di ghiaccio dalle pale quando le zone non sono abitate”. Oppure quando mette in relazione quello che chiama “il comitatismo del no” con “la tentazione dei sindaci di rimandare a chi viene dopo di loro le scelte, bloccando investimenti ed opere”. Qua sta la pochezza della sua diagnosi di un “fenomeno” che invece dimostra una cosa di cui i toscani devono andar fieri: non possono essere altri, se non i toscani stessi, a decidere le sorti del proprio territorio, quale paesaggio antropizzato, il cui valore è universalmente riconosciuto come prodotto tratificato del lavoro umano. E per“altri”s’intendono, per quel che si legge su stampa locale e nazionale, le lobby che fanno profitti con le rinnovabili, la malavita organizzata che fa profitti con le rinnovabili e a un certo associazionismo che con esse si finanzia.
E la cosa che più ci indigna è che, nell’utilizzare tali argomenti, oltre a non rispettare né la cultura, né la sensibilità di chi questo territorio lo “vive”, ci vuol far credere che l’abusata definizione “sindrome Nimby”, possa aver contagiato i pronipoti di Dante, come se a loro mancassero storia, cultura e appassionato senso di appartenenza per far valere le proprie ragioni.
Non è secondario neppure, nell’analisi di D’Angelis, il ruolo svolto da alcuni Sindaci, che non sembrano godere della sua stima.  Il nuovo Sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti ,  non deve essere a conoscenza di quanti di loro combattono battaglie in solitario, proprio contro quegli interessi che avvicinandosi ai piccoli comuni in difficoltà offrono “un piatto di lenticchie” in cambio di un tesoro.
Aggiungiamo che il “comitatismo” ha svolto in questi anni una funzione fondamentale di informazione costante dei cittadini, e di presidio territoriale contro gli speculatori.
Per smentire che il rifiuto dell’eolico industriale sia causato da “sindrome Nimby”, si è formata la Rete della Resistenza sui Crinali, a cui hanno aderito una ventina di comitati nella sola area dell’alto Appennino tosco-emiliano e che insieme a Italia Nostra da tempo denunciano il rischio reale che tali impianti, assolutamente fuori scala, se non contrastati anche con azioni legali, andrebbero a saturare rapidamente tutti i crinali appenninici, senza valide giustificazioni di natura energetica, economica o ecologica, come autorevoli studi di ricercatori dell’Università di Bologna dimostrano.  Non sono da sottovalutarsi nemmeno le dichiarazioni di D’Angelis in merito alle ‘valutazioni di impatto ambientale’della Regione Toscana (di cui è stato membro del Consiglio), che in questo Settore ha operato per anni in modo approfondito e rigoroso, nel rispetto di tutte le norme di riferimento in materia di ambiente, salute e paesaggio e, cosa assai più importante, nell’interesse della collettività: si deve a questo se in Toscana,  “non ci sono stati né gli abusi, né la deregulation che ha portato agli eccessi visibili in Puglia, Campania o Abruzzo“.
Questo almeno fino allo scorso agosto, quando è stato sostituito il dirigente del settore VIA, probabilmente un po’ troppo scrupoloso per chi intenda lucrare a danno del nostro paesaggio.
Gli onerosi obiettivi europei di produzione elettrica da rinnovabili definiti nel 2010 sono stati raggiunti, nel “Paese del non fare“,già nel 2012. A nessuno sorge qualche sospetto? Altro che “ritardi degli amministratori” e “tentazione a rimandare“!
I giganteschi impianti eolici, deserti di operai e dove ben poco girano le pale: in Toscana solo per 1300 ore di media l’anno (dati del GSE) sono tutti costruiti all’estero e sono la più vistosa falsità delle affermazioni sui vantaggi per l’occupazione.
La spesa per gli incentivi delle sole FER elettriche salirà già da quest’anno a 12 miliardi di euro annui, mentre si lesina su tutto e lo Stato non paga nemmeno i debiti ai suoi fornitori. Dunque un provvedimento forte del Governo si renderà presto necessario. Se si confermerà la tendenza alla deindustrializzazione in atto nel Paese, accentuata dalla follia di far funzionare il sistema industriale con energia intermittente, prodotta da pale e pannelli fotovoltaici, che oltre tutto, costa un multiplo del prezzo di mercato, già troppo alto, dell’elettricità.
Mariarita Signorini – membro del gruppo energia del Consiglio nazionale di Italia Nostra

Clicca qui per leggere l’articolo della Rete della Resistenza sui Crinali

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