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Manifestazione 11 aprile 2015 “No Inceneritori, No Aeroporto, Sì Acqua Bene Comune”

Concentramento: ore 15 Casa Rossa Osmannoro
Arrivo: ore 18/18,30 Regione Toscana via di Novoli – Parco San Donato
Al termine del corteo sarà attivo un servizio navetta per riportare i manifestanti alla Casa Rossa, nei dintorni della quale ci sono ampi parcheggi per le automobili.

Di seguito l’appello e la lista dei promotori della manifestazione:

Riprendiamoci subito territorio, salute e lavoro 
NO inceneritori, NO aeroporto!!
SI’ acqua bene comune!!
Basta nocività nella Piana Firenze-Prato-Pistoia!
Le alternative ci sono!!

Nei prossimi mesi, Quadrifoglio-Hera (Qthermo) e Aeroporto di Firenze (AdF)  vorrebbero aprire i cantieri!
Fermiamo l’inceneritore di Case Passerini e tutti gli inceneritori, come quelli di Montale e Baciacavallo, per dire SI alla strategia rifiuti zero, per differenziare, ridurre, recuperare, cambiare il modo di produrre/consumare le merci, per creare nella Piana un grande“Distretto del riciclo e del riuso”con effetti positivi per nuova occupazione e nuove economie, per dire basta alla combustione dei rifiuti, ai danni per la salute e l’ambiente, allo spreco di risorse.
Fermiamo il nuovo aeroporto di Firenze per dire SI a collegamenti ferroviari veloci con lo scalo di Pisa e limitare l’attività dell’attuale aeroporto di Peretola, già incompatibile con la vita delle popolazioni circostanti.
La Piana Firenze-Prato-Pistoia non ha lo spazio per costruire un nuovo costoso aeroporto da 5 milioni di passeggeri all’anno: un grande affare per pochi che distruggerebbe le condizioni di vita delle popolazioni (rumori, inquinamento, danni alla salute, alterazione dell’assetto idrogeologico..), cancellerebbe le Oasi esistenti (già pagate con soldi pubblici) e il Parco della Piana, progettato da circa 20 anni per salvaguardare le aree verdi e le attività agricole, metterebbe a rischio il Polo Scientifico di Sesto F.no, sarebbe incompatibile con le funzioni già realizzate e previste nell’area.
Il territorio è già saturo di inquinamenti e veleni!!
Lotte, movimenti e comitati hanno costruito in questi anni nuovi legami solidali, veri e propri “laboratori di concrete alternative” per una migliore qualità della vita e del lavoro, per un territorio vivibile. Abbiamo bisogno di:

  • una diversa mobilità basata sul trasporto pubblico e non di nuove impossibili autostrade che aumentano il traffico privato e la congestione delle città,
  • un vero Parco centrale della Piana, cuore verde della nuova città metropolitana,
  • fermare la cementificazione, il consumo di suolo e le grandi opere inutili e dannose, come la TAV, funzionali solo a potenti interessi economici, fonte di corruzione e di spreco del denaro pubblico,
  • acqua pubblica e non contaminata da amianto e altri veleni!!

Rimettiamo al centro del nostro futuro i diritti basilari e i beni comuni  delle popolazioni, come salute, lavoro, casa, scuola, servizi sociali.
Abitanti, lavoratori, studenti, mobilitiamoci in prima persona senza delegare nessuno! E’ possibile fermare le scelte di Governo, Regione e amministrazioni locali! A tutti/e, chiediamo impegno, partecipazione e coerenza sugli obiettivi comuni.
Promuovono:
Assemblea per la piana contro le nocività, Ass. Altra agricoltura toscana, Ass. alleanza beni comuni Pistoia, Ass. Piazza della Vittoria, Ass. Rifiuti Zero Firenze, Conf. COBAS Firenze, Collettivo di Scienze, Collettivo Scientifico Autorganizzato, Comitato No Aeroporto Campi Bisenzio, Comitato No Tunnel TAV Firenze, Comitato Oltre-Poggio a Caiano, Comitato Piazza Brunelleschi, Coordinamento Comitati della Piana, Coordianmento comitati per la slaute della piana Prato e Pistoia, Coordinamento Toscano per il diritto alla salute, CUB Firenze, FLC CGIL Firenze, Forum Toscano Movimenti per l’Acqua, Mamme No Inceneritore, perUnaltracittà – Firenze, Sesto Bene Comune, Una città in Comune, Un’altra sesto è possibile, VAS Vita Ambiente Salute Onlus

Ampliamento Aeroporto Vespucci e i rischi per la salute: la denuncia di ISDE

Fonte: ISDE Firenze, 11/02/2015

ISDE Firenze (sezione provinciale di ISDE Italia Associazione Medici per l’Ambiente) esprime grande preoccupazione in merito al progetto di ampliamento dell’Aeroporto Vespucci di Firenze, per i riflessi negativi sulla salute di coloro che vivono nelle zone circostanti, considerando la sua peculiare ubicazione cittadina. Questo non solo per il rischio di possibili incidenti aerei al momento del decollo e dell’atterraggio, ma anche, e soprattutto, per i potenziali danni alla salute legati all’inquinamento: infatti, in estrema sintesi, un aeroporto è fonte di inquinamenti multipli

  1. inquinamento atmosferico provocato dalle emissioni prodotte dai motori degli aerei
  2. inquinamento acustico generato dalle fasi di avvicinamento, atterraggio e decollo degli aerei e del connesso traffico veicolare
  3. inquinamento elettromagnetico, prodotto dai sistemi radar delle torri di controllo e degli aerei, insieme alle antenne di radiotrasmissione ed ai sistemi elettromagnetici utilizzati per i controlli di sicurezza.

Un gran numero di studi internazionali e nazionali hanno messo in evidenza effetti negativi causati da inquinamento da trasporto aereo: malattie cardiovascolari, respiratorie, tumori, disturbi neurocomportamentali, disturbi del sonno, disturbi dell’apprendimento e dell’attenzione nei bambini e un conseguente peggioramento della qualità della vita per compromissione della qualità del sonno a causa delle operazioni aeroportuali svolte nelle ore notturne.
Inoltre l’attuazione di questo progetto aeroportuale provocherebbe anche un rischio idrogeologico, per la deviazione del Fosso Reale (un corso d’acqua di 6 km, che attraversa i comuni di Sesto Fiorentino e Campi Bisenzio e raccoglie le acque di numerosi canali della Piana), danneggiando inoltre l’oasi WWF di Focognano e vanificando il Parco della Piana Fiorentina.
In conclusione l’ampliamento dell’Aeroporto Vespucci di Firenze non è coerente con il nuovo Piano Nazionale e Regionale della Prevenzione 2014-2018, che si prefigge l’obbiettivo di “ridurre il carico di malattia e le esposizioni ambientali potenzialmente dannose per la salute”.
Presidente ISDE Firenze, Dr. Massimo Generoso

Fiumi d’Italia: il 48% ancora sotto gli standard UE

Fonte: La Stampa e Greenews
Di: Veronica Ulivieri

Malati ancora recuperabili, ma gravi e mal curati. I fiumi italiani versano in cattive condizioni: più ancora dei dati Eurostat, secondo i quali quasi un corso d’acqua su due in Italia ha uno stato ecologico inferiore a “buono”, ce lo dicono in maniera inequivocabile le immagini e le notizie dei giorni scorsi. Corsi d’acqua esondati in mezza Italia, dalla Liguria a Milano, da Parma a Carrara; torrenti che rompono gli argini e invadono case e zone industriali, fango che si riversa nelle strade, in negozi che non riapriranno più, nei piani bassi dei palazzi.
I dati sul dissesto idrogeologico (le aree ad elevata criticità rappresentano il 10% della superficie nazionale e riguardano l’81% dei comuni) e i costi dell’inazione (oltre 60 miliardi di euro i danni stimati dal 1944 al 2012) ormai li sanno anche i muri e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Ma da dove ha avuto origine questa situazione allarmante? Cosa c’è dietro i fiumi che rompono gli argini travolgendo cose e persone e quelli ridotti a un rivolo incapace di garantire la vita agli ecosistemi acquatici?
Nel 2011, con il rapporto Fiumi d’Italia, il WWF ha censito diversi corsi d’acqua italiani, mettendone in luce le criticità. Prime tra tutti la frammentazione delle competenze e il taglio dei fondi per le opere di gestione dei fiumi. A cui si aggiungono, spiega lo studio,l’artificializzazione dei fiumi, cementificati e depredati delle risorse.  “Mali che sono la “canalizzazione” e la diffusa “infrastrutturazione” (sbarramenti, traverse, plateau, piloni per strade, superstrade, autostrade…) della rete idrografica, il consumo e l’impermeabilizzazione dei suoli che dovrebbero essere lasciati all’esondazione naturale, la continua distruzione della vegetazione riparia, i progetti di “navigazione” come ultima scusa per cavare sabbia e ghiaia dal letto dei fiumi, l’aumento e la diversificazione degli usi dell’acqua fino ad usarla in maniera indiscriminata per la neve artificiale per le piste da sci, così da allungare le stagioni sciistiche fino a maggio e mantenere gli impianti anche a quote dove la neve, in questi ultimi decenni, è divenuta una rarità”.
Negli ultimi decenni, spiega Andrea Goltara, direttore del Centro italiano per la riqualificazione fluviale, “i fiumi sono stati ristretti e canalizzati. Le pianure inondabili, spazi dove il fiume poteva esondare naturalmente senza fare danni, sono state urbanizzate, oppure isolate dal fiume attraverso argini per proteggere campi e pascoli realizzati a ridosso del corso d’acqua”. Viene in mente il caso di Olbia, dove l’anno scorso il passaggio del ciclone Cleopatra ha messo la città in ginocchio. Sul banco degli imputati c’è al primo posto la cementificazione: la città ha 16 quartieri abusivi, con molte costruzioni nell’alveo dei corsi d’acqua.
Ad aumentare il rischio alluvioni, poi, è anche l’abbassamento dell’alveo del fiume, dovuto spesso ad attività estrattive, e in diversi casi anche a interventi di messa in sicurezza, almeno nelle intenzioni. “Spesso dopo le alluvioni si chiede di rimuovere i detriti dai fiumi, ma proprio a causa delle eccessive escavazioni il letto dei corsi d’acqua si abbassa, perdendo una connessione con le aree circostanti, che rimangono sospese e non riescono più ad assorbire acqua”, aggiunge Goltara.  Lungo l’Adda, in Lombardia, per esempio, si contano secondo il WWF oltre 474 ettari di aree occupate da una quindicina tra cave e attività di lavorazione di inerti. Sul Piave, in Veneto, sono stati rilevati 12 cantieri di lavorazione ghiaia, per circa 33 ettari di area fluviale occupata.
C’è poi la questione del prelievo eccessivo delle acque per alimentare la produzione industriale e irrigare campi e coltivazioni in serra, che in certi casi arriva a prosciugare i fiumi durante la stagione estiva. Da una parte c’è l’inquinamento causato da fertilizzanti, nitrati e sostanze chimiche di origine industriale che finiscono nei fiumi, dall’altra “gli eccessivi prelievi d’acqua per i differenti usi, spesso scoordinati tra loro”, che “hanno stravolto i regimi naturali dei corsi d’acqua, enfatizzando i fenomeni estremi (magre e piene) ai quali, recentemente, si sono anche aggiunte le conseguenze dei cambiamenti climatici”, si legge ancora nel report del WWF. Vedi il caso del Po: dove ogni anno viene prelevato il 70% dei deflussi naturali, con effetti che riguardano il prosciugamento di ambienti umidi vicini al fiume, minacciando direttamente la diversità biologica. Aspetto su cui grava anche  la crescente diffusione di specie aliene, dal pesce siluro al gambero rosso della Louisiana, che, spiega ancora il WWF, “hanno ulteriormente contribuito ad impoverire la biodiversità originaria e ad alterare gli habitat”.
Insidie e criticità si nascondono anche dietro diverse derivazioni dei fiumi per produrre energia idroelettrica: le centrali spesso non adottano misure di mitigazione del proprio impatto sui corsi d’acqua, con effetti negativi sugli ecosistemi e gli aspetti geomorfologici. “In tutto il tratto derivato, la portata rilasciata è molto diversa da quella naturale. Dighe o invasi di frequente alterano i sedimenti, con effetti che si sentono per decine o centinaia di chilometri: si producono ondate di fango che possono portare per esempio anche a morie di pesci. E critico è anche il fenomeno dell’hydropeaking, picchi di portata legati a produzioni di picco degli impianti nelle ore del giorno in cui c’è maggiore richiesta di energia:  si producono così delle piccole piene  che alterano le forme geomorfologiche dell’alveo e hanno effetti devastanti sugli ecosistemi in termini di spiaggiamento e trascinamento”.
Legambiente Piemonte-Valle d’Aosta ha denunciato in un documento la situazione dei fiumi delle due regioni. Ecco per esempio qual è stata la situazione nell’estate 2012 in provincia di Cuneo: “A partire dalla fine di luglio 2012, si è verificata una situazione di asciutta totale nei seguenti corsi d’acqua: fiume Po, torrente Varaita, torrente Maira, torrente Grana, torrente Stura, torrente Gesso. Si tratta di corsi d’acqua che, nel tratto montano, vedono ridimensionate (anche negli affluenti minori) le loro portate a causa di derivazioni idroelettriche; il loro sbocco nella pianura, a causa delle derivazioni irrigue, li vede ridotti a distese di sassi, com’è evidente per chi percorra, a partire da luglio, le principali strade pedemontane. Particolarmente gravi sono, in Provincia di Cuneo, le conseguenze sugli ecosistemi fluviali, spesso in contraddizione con le stesse misure di tutela dell’ambiente e del territorio”.
L’Europa, con la direttiva quadro Acque, chiede agli stati membri di raggiungere “un buono stato delle acque superficiali” (in termini, di qualità degli ecosistemi, presenza di inquinanti specifici, caratteristiche idromorfologiche, chimiche e fisiche) entro la fine del 2015: la direttiva è del 2000, l’Italia ha avuto 15 anni per raggiungere i target comunitari, eppure per il 48% dei corsi d’acqua ancora non ci è riuscita. Ed entro il prossimo anno, come stabilisce la direttiva sulle alluvioni, dovranno essere attuati anche piani di gestione delle esondazioni.
Che fare? Spesso gli interventi di manutenzione dell’uomo hanno innescato un circolo vizioso difficile da interrompere: “Togliendo spazio ai fiumi a monte, si acuisce il rischio a valle. Il risultato è che ci si trova a rincorrere il rischio costruendo sempre più opere, che però, invece di migliorare la situazione, la complicano”, spiega Andrea Goltara, direttore del Centro italiano per la riqualificazione fluviale. Al posto di argini, sponde cementificate e dragaggio dei fiumi, si dovrebbe procedere, secondo il CIRF, a una rinaturalizzazione dei corsi d’acqua: “La stessa Europa ci chiede da tempo di restituire spazio ai fiumi, recuperando terreni inondabili dove possibile. Alcuni Paesi europei stanno anche rialzando il letto dei fiumi, per riconnetterli con i terreni circostanti e diminuire il rischio a valle”. Interventi che sul breve periodo possono essere più costosi, ma che andrebbero valutati in un’ottica di lungo termine e che riguardi tutto il territorio attraversato dal fiume. In questo senso, in Italia è stato fatto davvero poco – “la provincia autonoma di Bolzano e la Regione Piemonte sono tra i pochi enti locali che hanno tentato di recepire questi principi” – e anche il governo non ha un approccio omogeneo: “Nello Sblocca Italia un articolo prevede, nelle misure di difesa dalle alluvioni, di dare priorità alle azioni sinergiche, che diminuiscono il rischio idrogeologico e allo stesso tempo migliorano gli ecosistemi. Tuttavia, tra gli interventi previsti da Italia sicura, di questo principio non c’è traccia”.
Sul fronte dell’idroelettrico, invece, ci sono azioni di mitigazione che potrebbero essere adottate per rendere le centrali più sostenibili: “Rilasciare portate più simili a quelle naturali, sia nel normale funzionamento, sia anche nel caso di produzioni di picco, e cercare di avvicinarsi a un trasporto più simile a quello naturale per quanto riguarda il sedimenti”, dice il direttore del CIRF, che sul tema ha recentemente realizzato un report ad hoc.
Oggi in Italia ci sono 3.000 centrali idroelettriche già funzionanti e si stanno moltiplicando le domande per nuovi impianti. Dall’Arzino e Resia in Friuli, al Liri in Abruzzo, si contano circa 1.500 istanze pendenti nelle Regioni alpine e centinaia in quelle del centro sud. A fine ottobre, cento associazioni hanno lanciato un appello per chiedere, tra le altre cose, “l’immediata sospensione del rilascio di nuove concessioni e autorizzazioni per impianti idroelettrici su acque superficiali” e “una revisione degli strumenti di incentivo da mantenere solo per impianti che soddisfino tutti i requisiti di tutela dei corsi d’acqua”. Secondo il WWF, “occorre cambiare completamente il sistema degli incentivi e le regole per valutare l’impatto degli impianti idroelettrici per garantire la tutela dei fiumi, degli ecosistemi e della biodiversità, come oggi purtroppo non avviene per una risorsa preziosissima come l’acqua. Gli incentivi per gli impianti idroelettrici non distinguono tra impianti che danneggiano i fiumi e gli ecosistemi e quelli invece integrati e che rispondono a criteri seri di sostenibilità. Sempre più spesso poi le domande di concessione di derivazione per scopo idroelettrico insistono in parchi o in aree Natura 2000”.

Latina, “centrale a biogas oltre i limiti per emissioni”. Tra i soci la AzzeroCO2

Fonte: Il Fatto Quotidiano
Di: Andrea Palladino

Per l’Arpa Lazio l’impianto di Borgo Bainsizza che produce metano “verde” ha violato
le norme sulle emissioni: già partita una segnalazione in Procura. Nella proprietà anche la
società di fatto controllata da Legambiente. Il vicepresidente Zanchini: “Se c’è inquinamento
è bene prendere provvedimenti”

Sembra aver poco di green la centrale biogas di Borgo Bainsizza, a pochi chilometri da Latina. Per l’Arpa Lazio quell’impianto che produce metano “verde” dal mais inquina, rilasciando nell’aria ossido di azoto oltre i limiti di legge. E non è una centrale qualsiasi: dietro la proprietà – laAgripower – c’è una quota significativa di AzzeroCO2, la srl di fatto controllata da Legambiente che si occupa di energia e green economy. Una storia paradossale che ilfattoquotidiano.it è in grado di ricostruire partendo dai documenti ufficiali dell’agenzia per l’ambiente della Regione Lazio.
Il biogas di Legambiente
Il metano prodotto da biomasse a Borgo Bainsizza è considerato il fiore all’occhiello dell’associazione ambientalista. All’inaugurazione dell’impianto nel 2011 partecipò il gotha di Legambiente. C’era Mario Tozzi, a moderare il dibattito, e l’ex senatore Francesco Ferrante; a tagliare la torta inaugurale era arrivata da Roma Cristiana Avenali, oggi consigliere regionale del Lazio, eletta nel listino Zingaretti e all’epoca ai vertici dell’associazione; per AzzeroCO2 si era presentato l’amministratore delegato Mario Gamberale. Un investimento strategico, per dimostrare che la tecnologia del biogas è la soluzione più ecologica che c’è.
La doccia fredda è arrivata lo scorso aprile. L’Arpa Lazio si è presentata per una verifica negli impianti di Latina, misurando le emissioni in atmosfera. Il rapporto – datato 19 giugno – mostra una situazione preoccupante: “Dal Rapporto di Prova del 22 aprile 2014 si riscontra il superamento del parametro “NO2” rispetto a quanto autorizzato dalla Provincia di Latina”. Una violazione di una certa gravità, tanto che l’agenzia regionale per l’ambiente ha deciso di trasmettere la segnalazione alla Procura della Repubblica di Latina, per valutare l’ipotesi di violazione della legge 152 del 2006. Lo stesso rapporto è stato inviato alla Provincia di Latina, per “eventuali emanazioni di provvedimenti di competenza”. “Non conosco quel rapporto, perché non ci occupiamo direttamente della gestione – commenta a ilfattoquotidiano.it Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente nazionale e membro del Cda di AzzeroCO2 – ed è evidente che se inquina fa bene Arpa Lazio a prendere provvedimenti”.
La catena societaria
Il partner industriale di Legambiente che detiene la maggioranza delle quote dell’impianto è il gruppo Esco Lazio. AzzeroCO2 possiede il 10% delle quote di questa società (4mila euro su 40mila euro di capitale sociale). A sua volta la Esco Lazio controlla – attraverso la Esco Biogas srl – la Agripower, proprietaria dell’impianto di Borgo Bainsizza. La partnership industriale che gestisce la centrale inquinante è particolarmente attiva in provincia di Latina, dove si stanno concentrando negli ultimi anni diversi impianti di gestione di rifiuti. Oltre alla Agripower la Esco Lazio controlla la Recall Latina (società che riporta lo stesso nome della campagna di Legambiente e AzzeroCO2 di promozione del biogas), società che ha recentemente presentato un nuovo progetto di impianto da realizzare a pochi chilometri dal comune di Sermoneta. Qui – secondo la sintesi disponibile nella sezione di Valutazione impatto ambientale della Regione Lazio – la produzione del metano avverrà utilizzando la Forsu, ovvero la parte umida della differenziata. Non solo. I tecnici dichiarano che nel nuovo impianto verranno conferiti anche altri rifiuti, senza però specificare quali.
La Recall Latina fino allo scorso maggio aveva tra i soci un importante operatore nel campo dei rifiuti della zona, legato alla famiglia Traversa. Era sicuramente una presenza imbarazzante per Legambiente, visto che il capostipite Giuseppe era stato processato alla fine degli anni Novanta per truffa nella gestione della monnezza laziale, insieme all’esponente del clan dei casalesi Gaetano Cerci, braccio destro di Cipriano Chianese. Qualche mese dopo un’inchiesta del settimanale l’Espresso il gruppo Traversa è uscito dalla società Recall Latina. Secondo il sito di Esco Lazio ancora oggi esisterebbe una partnership con la Cosmari della famiglia Traversa per la rimozione dell’amianto dai tetti dei capannoni industriali.  Per i responsabili di AzzeroCO2 le scelte fatte a Latina dovranno essere riviste: “Legambiente ha deciso di ripensare la sua partecipazione diretta in Esco Lazio – spiega Edoardo Zanchini – privilegiando in futuro la pura progettazione”. Un passo indietro rispetto alla politica di intervento diretto nel settore avuta fino ad oggi.
L’arrivo dei fiduciari
Il piccolo impero del biogas di Latina partecipato da Legambiente ha però ancora oggi dei lati oscuri. Lo scorso aprile – presso lo stesso indirizzo delle altre società – è stata costituita la Bio2gas srl, partecipata per il 16,39% da Esco Biogas (dove Legambiente/AzzeroCO2 controlla il 10% delle quote, attraverso la Esco Lazio). Chi sono gli altri soci? Impossibile saperlo. L’83,77% delle azioni sono in mano ad una fiduciaria di Milano, la Arepo e, dunque, i nomi dei reali beneficiari non sono pubblici. La nuova sigla possiede un capitale sociale consistente, pari a 1 milione di euro e – per statuto – si occuperà di “progettazione, amministrazione, costruzione, gestione, vendita e acquisto di impianti di smaltimento rifiuti”, attraverso la “costituzione di società veicolo”. Attività che vede la partecipazione dell’associazione ecologista nel ruolo d’impresa. A sua insaputa: “Non ne so nulla – assicura il vice presidente di Legambiente – non conosco queste scelte di Esco Lazio e quindi non posso dirle nulla su questa vicenda”.

Venezia, arresti Mose: mai ascoltate le nostre denunce sulla scelta del progetto e del metodo

Fonte: Italia Nostra Onlus

Ora temiamo sistema identico sulla vicenda delle grandi navi

Mentre è in corso la bufera riguardo alle indagini e agli arresti legati alla costruzione del Mose che coinvolgono personaggi di primo piano della politica e del Consorzio concessionario dei lavori del Mose, il nostro socio ed ex presidente di sezione Gherardo Ortalli ci ricorda che circa una anno fa inviava ai giornali e alle agenzie una lettera nella quale concisamente ricordava il lungo e intenso lavoro di Italia Nostra, e in particolare della sezione di Venezia, per contrastare sia il progetto delle cosiddette dighe mobili sia il principio del “concessionario unico”, contro il quale Italia Nostra si era rivolta anche con un ricorso alla Comunità Europea e che con ogni probabilità si trova, come Ortalli ricorda, “alla base di molte anomalie oggi denunciate”. Si contestava anche la scelta del progetto più oneroso, il Mose, rispetto ad altri meno costosi e meno impattanti sulla Laguna, ma che probabilmente apriva spiragli per la corruzione.
La lettera ripercorre rapidamente le tappe principali del lungo percorso, durante il quale molte volte Italia Nostra si è trovata ad essere assolutamente sola oppositrice  spesso nella derisione generale  di forze preponderanti sul piano economico e politico. La riproduciamo qui, oltre che come documento storico, anche come doveroso ringraziamento per quanti hanno contribuito con il loro sostegno a una a causa tanto giusta quanto a momenti poco popolare.
Ma Italia Nostra denuncia oggi che le stesse modalità con cui è stato approvato il Mose si stanno riproducendo nella scelta per un percorso alternativo alle grandi navi croceristiche in laguna, scelta che si vuole fare con urgenza e senza valutare tutte le alternative. E soprattutto non considerando che il crocierismo in Laguna porta benefici economici per pochi e danni all’intera collettività, all’ambiente e alla salute delle persone.

Comunicato di PeaceLink sul decreto “ILVA, Terra dei Fuochi”

Pubblichiamo il comunicato di PeaceLink che troviamo di particolare interesse.

COMUNICATO
L’approvazione, avvenuta ieri in Senato, del Decreto-Legge 10 dicembre 2013, n.136, comunemente detto “Decreto Ilva-Terra dei Fuochi”, è una sanatoria che pone l‘Italia fuori dalle norme europee. Il punto che desta particolare preoccupazione riguarda lamancata messa a norma dello stabilimento ILVA di Taranto. Siamo di fronte ad una sanatoria e ad una chiara violazione della direttiva europea IPPC sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento ambientale. La direttiva IPPC obbliga il Governo e lo stabilimento ILVA alla messa a norma degli impianti attraverso l’AIA (autorizzazione intergrata ambientale). E’ invece avvenuto un fatto stupefacente: con questa legge l’ILVA è autorizzata a non attuare il 20% delle prescrizioni dell’AIA. E’ un pauroso pasticcio all’italiana.
Con la nuova legge l’ILVA potrà continuare a produrre anche solo avendo avviato l’adozione dell’80% del numero complessivo delle prescrizioni AIA. Questa norma mostruosa è contenuta nell’art. 7, comma d) della nuova legge. In quel 20% di prescrizioni non ottemperate, l’ILVA potrà includere le prescrizioni più importanti, come ad esempio la copertura del parco minerali o la riduzione delle emissioni diffuse e fuggitive della cokeria. Gli effetti sulla salute di una simile logica perversa sono potenzialmente devastanti. L’AIA è stata scritta per essere rispettata al 100% e non all’80%. Con questa legge l’Italia si pone al di fuori delle norme europee. Su questo punto PeaceLink ha informato in modo dettagliato stamane la Commissione ed il Parlamento Europeo.
Il decreto contiene anche una norma “salva-proprietà” che prevede che, al fine di stanziare gli investimenti necessario alla realizzazione del piano industriale (che non c’è), vengano ampliati i poteri del Commissario straordinario Enrico Bondi al fine di poter disporre delle somme necessarie per un aumento di capitale attraverso l’emissione di nuove azioni ILVA. Qualora però al Commissario straordinario non bastino i fondi di cui sopra, allora egli può disporre delle somme poste sotto sequestro dalla magistratura, anche in relazione a procedimenti penali diversi a carico della proprietà (come le somme poste sotto sequestro dal Tribunale di Milano per frode presunta fiscale). Il piano economico, che dovrebbe veder la luce entro febbraio 2014 (quindi 16 mesi dopo l’AIA Clini), dipende appunto dal reperimento delle risorse necessarie. In questa situazione di incertezza il Commissario potrebbe dover attendere molto tempo senza realizzare alcun intervento reale e sostanziale, in attesa di sapere se i fondi della proprietà sotto sequestro possano essere “riaccorpati” alla proprietà: la questione di costituzionalità di una tale norma potrebbe quindi porsi e portare ritardi nella applicazione dell’AIA e nella realizzazione di quelle misure urgenti che avrebbero dovuto essere poste in essere con effetto immediato secondo la sentenza della Corte Costituzionale.
Il commissariamento dell’ILVA dura fino al 4 giugno 2016, dopodiché l’ILVA ritorna nelle mani della proprietà e con essa anche i fondi posti sotto sequestro. In barba alla procedura di infrazione realizzata dalla Commissione Europea sulla base della denuncia di PeaceLink e del Fondo Antidiossina Taranto, l’Italia continua a violare il diritto di Taranto alla salute e al futuro.
Inoltre va sottolineato che con la nuova legge approvata oggi dal Parlamento italiano, l’Ilva e gli altri impianti strategici possono essere autorizzati a produrre anche se non rispettano sostanzialmente le prescrizioni AIA in quanto basta che i lavori relativi ad una prescrizione siano “avviati” (ma non “completati“) per considerare attuata la prescrizione. Così slitta tutto il crono programma dell‘AIA.
Il rispetto del rigoroso cronoprogramma era stato considerato dalla Corte Costituzionale quale condizione sine qua non della produzione ILVA. Ora anche questo punto è stato aggirato. Siamo di fronte ad una legge anti-cittadini, anti-esseri umani, anti-Taranto, in nome della produzione a tutti i costi dell’acciaio e della garanzia assoluta dei profitti. Ma tutto questo prima o poi finirà perché l’Italia si è posta fuori dalle norme europee con grossolana noncuranza.
Per PeaceLink
Antonia Battaglia
Luciano Manna
Alessandro Marescotti

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