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Approvato il PIT: comunicato stampa di Italia Nostra

Comunicato stampa di Italia Nostra

Esprimiamo solidarietà all’assessore Marson per la condizione di estremo stress in cui ha dovuto operare, ci congratuliamo con lei per aver condotto in porto il Piano Paesaggistico e siamo contenti che sia stato alla fine approvato. Il rischio che venisse rimandato era effettivo dato che venerdì sera il Consiglio Regionale ha concluso alle ore 21: ed era il penultimo giorno di legislatura.
Italia Nostra ha senza dubbio avuto un ruolo fondamentale di traino del mondo ambientalista e culturale con le innumerevoli azioni svolte a sostegno del lavoro dell’assessore e del suo staff. Abbiamo raggiunto, rispetto al Piano pesantemente emendato dalla stessa maggioranza di governo della Toscana (che l’avrebbe distrutto e svuotato dai contenuti) risultati positivi, riguardo all’agricoltura, alla tutela dei centri storici e delle coste, grazie anche all’azione del Mibact.
Restano criticità sulle Apuane, ma l’introduzione di una commissione di controllo regionale sulle quantità di prelievo del marmo e sulle sue modalità ci danno qualche garanzia in più rispetto a quanto fatto finora.
In ogni caso vigileremo perchè il Piano Paesaggistico sia davvero cogente.
Mariarita Signorini, consigliere nazionale di Italia Nostra nazionale e vicepresidente di Firenze

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Piano Paesaggistico Toscano: intervista a Mariarita Signorini su Radio Radicale

Radio Radicale domenica 22/03/2015 all’interno della rubrica di Oliviero Toscani e Nicolas Ballario “Fatto in Italia” si è occupata del Piano Paesaggistico della Toscana. Sono stati intervistati  l’Assessore all’agricoltura Gianni Salvadori e Mariarita Signorini Italia Nostra nazionale.
Clicca qui per ascoltare il programma.

Rimandato il presidio previsto sotto la Regione e rassegna stampa sul Piano Paesaggistico della Toscana‏

RIMANDATA NUOVAMENTE LA DISCUSSIONE SUL PIANO PAESAGGISTCO DELLA TOSCANA IN CONSIGLIO REGIONALE, PERTANTO SI ANNULLA ANCHE IL PRESIDIO PREVISTO PER DOMANI.
Ci scusiamo ma evidentemente non siamo noi quelli in difficoltà. Si apprende ora che il punto all’ordine del giorno del Consiglio regionale, riguardante il Piano Paesaggistico, è stato rimandato alla settimana prossima. Evidentemente il nodo da sciogliere è assai complesso e le vicende fiorentine dell’inchiesta TAV complicano ulteriormente il quadro.

E’ stato rinviato a domani mattina alle ore 10  il presidio annunciato per oggi pomeriggio sotto il Consiglio della Regione Toscana in via Cavour. 

Infatti oggi si affronterà tardi il punto che è all’ordine del giorno e probabilmente del Piano Paesaggistico della Toscana si discuterà ancora domani  (addirittura la sua approvazione potrebbe anche slittare alla prossima settimana), per dare tempo al Ministro Franceschini di esaminarlo personalmente.
Abbiamo fatto tutto il possibile per sensibilizzare il mondo politico e l’opinione pubblica, mai come in questa ultima settimana siamo stati presenti su tutti i media, dunque ora incrociamo le dita.

Pubblichiamo parte della rassegna stampa sul Piano Paesaggistico della Toscana con l’intervista al Presidente Parini (La Repubblica Firenze), la pubblicazione delle dichiarazioni e delle richieste di Italia Nostra (Il Corriere Fiorentino) e l’articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera in cui sposa la causa e cita il ruolo svolto da Italia Nostra.

Fonte: La Repubblica, 17/03/2015

“Quel testo va difeso e non stravolto pronti a opporci”

«Italia Nostra è stata tra le prime associazioni a muoversi a difesa del Piano del paesaggio ed è uno dei motori del l’appello inviato al consiglio regionale da un gruppo di intellettuali tra cui Vezio de Lucia, Settis, Montanari, Asor Rosa». Chi parla è il presidente nazionale dell’associazione Marco Parini.
Oggi Rossi vedrà Franceschini, a lui spetta l’ultima parola.
«Spero bene che Rossi non contraddica se stesso. La giunta toscana ha licenziato un Piano proposto in giunta e che poi è stato oggetto di una serie di modifiche ed emendamenti che lo hanno stravolto. Questo noi lo denunciamo da mesi pubblicamente. Quel Piano deriva dal Codice dei beni culturali che prevede una co-pianificazione tra Regione e governo».
Cosa si aspetta da Franceschini?
«Mi aspetto che il governo difenda i contenuti del Piano e si opponga allo stravolgimento del Codice che ha contribuito a formare. Se questo dovesse accadere noi chiediamo che il ministero impugni il Piano e che il ministro e lo stesso premier Renzi difendano quell’azione di concertazione che la legge prevede.Quindi Franceschini non può che difendere il Piano, ha di fronte una strada obbligata».
E se invece le cose andassero diversamente?
«Si creerebbe un pericoloso precedente. Che cosa accadrà quando arriveranno il Piano del Veneto o della Calabria o di altre regioni? Si ripeterà la stessa storia all’infinito? Bisognerebbe impugnare il provvedimento».
Pensa anche lei come Tomaso Montanari che da parte del governo arrivi un input forte a far ripartire cantieri, lavori pubblici, nuove costruzioni? Che la filosofia pro sviluppo stia prendendo il sopravvento sulla tutela ambientale?
«Come presidente di Italia Nostra mi limito a stare nell’argomento, le considerazioni politiche più generali non sono di mia competenza. Sono abituato a ragionare sui fatti. Sul precedente decreto “sblocca Italia” noi abbiamo formulato una serie di considerazioni ma quando si tratta di svolgere lavori pubblici e iniziative nazionali bisogna fare ciò che è urgente e non ciò che è dannoso. Come la Tirrenica o altre opere su cui abbiamo fatto addfrittura ricorso al Tar. Va benissimo far lavorare le imprese ma non a danno dell’ambiente. Facciamole lavorare per la sicurezza del territorio, in questo modo ripartirebbero centinaia di imprese e di cantieri e il nostro appello è stato accolto con favore dall’Associazione nazionale costruttori. Riaprirebbero tanti cantieri diffusi sul territorio al posto di un solo megacantiere nazionale».

Fonte: Il Corriere Fiorentino, 17/03/2015
Di: Mauro Bonciani

Paesaggio, Rossi fa indietreggiare il Pd
I contatti con Franceschini, il rischio dello stop romano su cave e spiagge, lariscrittura con Marson Oggi col nuovo testo il governatore va Roma per incassare l’ok del ministro, poi il voto in Consiglio
Oggi Rossi sarà a Roma, con il piano del paesaggio riscritto dopo una lunga maratona al fianco dell’assessore Marson e dei consigli Pd e di maggioranza. E nella capitale, cercherà l’ok del ministro dei beni culturali, Dario Franceschini prima del dibattito in Consiglio regionale che inizierà nel pomeriggio. Intanto il segretario Pd assicura: «Il piano sarà approvato».

Questa volta Enrico Rossi non ha delegato a nessuno. Non si è «fidato» del lavoro dei consiglieri del Pd e per tutta la giornata, dalle io fino alle ore di cena, ha prima riunito la maggioranza, poi si è chiuso in una stanza assieme all’as-sessore Anna Marson e ad alcuni consiglieri dem e degli alleati ed ha riscritto, anche di suo pugno in alcuni casi, tutti i punti controversi del piano del paesaggio, il lungo lavoro di ripulitura alla luce non solo delle leggi regionali ma anche delle norme nazionali sul paesaggio, è stato condotto dal presidente della Regione (nel pomeriggio affiancato dal capo di segreteria, Ledo Gori, mentre Marson aveva alcuni dirigen-ti del suo assessorato) con l’obiettivo di dare coerenza al Pit, togliendo gli emendamenti pro cave e pro cemento sul mare, e di ottenere sta-mattina a Roma 11 via libera dal ministro dei beni culturali, Dario Franceschini, così da po-tersi presentare nel pomeriggio in Consiglio regionale con le carte in regola per chiedere l’approvazione finale del testo e respingere le critiche arrivate soprattutto dal mondo ambientalista. il tour de force – Rossi nel pomeriggio si è anche arrabbiato con Marson finirà solo stamani, con le ultime limature fatte da Rossi, Marson e Pellegrinotti, pri-ma di partire per Roma, Il governatore ed il ministro Franceschini si sono sentiti nel fine settimana e ieri la mediazione di Rossi è partita dal suo «lodo» e dalla cancellazione delle parti più distanti dal testo originale, introdotte in commissione con emendamenti presentati dai consiglieri Pd, Ardelio Pellegrinotti e Matteo Tortolini. «Sono pronto a tornare al testo originale, già approvato dal Consiglio regionale» ha detto Rossi e ieri si è tolta la possi-bilitàdi scavare il marmo sopra i 1.2oo metri (tranne che per tre cave e per casi di recupero ambientale), si è tolto il cambio di destinazione d’uso delle strutture balneari-turistiche, con tutele entro i 300 metri dal mare e circoscritta la possibilità di loro ampliamenti, si sono cancel-lati gli interventi lungo l’alveo dei fiumi e così via. Obiettivo, tornare allo spirito originario del Pit – Rossi ha incassato anche l’appoggio della Cgll toscana contro «il rischio che gli interessi corporativi rompano l’equilibrio» – e oggi sapremo se la maratona avrà avuto esito positi-vo. Intanto un gruppo di intellettuali, tra cui Falco Pratesi, Alberto Asor Rosa, Carlo Gin-sborg, Sergio Stalno, ieri ha lanciato l’appello «Non lasciamo uccidere il paesaggio toscano», chiedendo a Franceschini di «non lasciar per-petrare questo nuovo e più generale attentato alla bellezza storica dei paesaggi toscani». E il presidente nazionale di Italia Nostra, Marco Parini, aggiunge: «Chiediamo che venga mante-nuto il piano così come licenziato nella giunta. E frutto della co-pianificazione con il ministero dei beni culturali. Franceschini non si pieghi ai voleri di lobby e partiti portatori di interessi».

Fonte: Il Corriere della Sera, 17/03/2015
Di: Gian Antonio Stella

Da risorsa a minaccia al paesaggio
La Toscana alla disfida del marmo

«Perché non parli?», avrebbe detto Michelangelo al Mosé. Alle Alpi Apuane che fornirono il marmo bianco, accusano i geologi, non serve fare la stessa domanda. Parlano già. A ogni acquazzone torrenziale. La-sciando che si rovescino a valle, senza più le barriere naturali spazzate via dall’escavazione di marmo, spropositate quantità d’acqua. Per non dire dei danni al panorama. Al centro dello scontro sul piano paesaggistico che sta spaccando il Pd toscano.
Il braccio di ferro non è solo sulle cave. Trovato un compromesso sui limiti alle vigne «industriali», la zuffa è oggi sui «ritocchi» al piano dell’assessore Anna Marson che pareva passato ma passato non è. Grazie ad emendamenti congiunti Pd-Forza Italia, ecco i divieti diventare «raccomandazioni», le prescrizioni per le coste svuotate da frasi tipo «ferma restando la possibilità di realizzare adeguamenti, ampliamenti…» e così via. Una retromarcia tale da spingere il Fai e Italia Nostra e decine di intellettuali, da Ser-gio Staino a Dacia Maraini, da Giovanni Sartori a Vittorio Emiliani, da Salvatore Settis a Fulco Pratesi (compresi puristi che facevano le pulci alla Marson: «Troppo poco!») a firmare per-ché il piano non sia stravolto.
Lo scontro più duro, però, è ancora una volta sulle cave di Carrara: tolti i limiti a scavare ancora oltre 1.200 metri, tolti i paletti a riaprire le cave dismesse, tolte le tutele alle «aree integre» con la possibilità di «ampliamento delle cave autorizzate nelle adiacenze di vette e crinali integri». Cose che rasserenano i cavatori preoccupati da mesi per i «lacci e lacciuoli» e fanno al contrario sanguinare il cuore a chi, come Pietro Ichino, conosce queste montagne metro per metro e sospira sulla devastazione del passo della Focolaccia dove forse era la tana dell’aruspice etrusco Aronte: «Quando ci andai la prima volta, più di trent’anni fa, era un luogo lontanissimo dal mondo civile e carico di suggestione; oggi gran parte del suo fascino è perduto, poiché il Passo è divorato dalle cave».
Due visioni del mondo opposte. Più inconciliabili via via che i macchinari moderni possono aggredire i luoghi più impervi. Dicono i cavatori che quelle vette mozzate, quei crinali sagomati come le montagnole del Lego, quei canaloni coperti di scarti di lavorazione, sono in realtà il bello delle Alpi Apuane.
Lo spiegarono con una pagina a pagamento dove campeggiava un volto del David: «Siamo convinti che l’identità paesaggistica del nostro territorio sia rappresentata dalle stesse cave di marmo, senza le quali le Apuane sarebbero montagne come altre e non lo scenario esclusivo di oggi, culla e risultato dell’agire umano». E i tentativi di arginare l’assalto delle ruspe? «Fumisterie di un ambientalismo ideologico».
Una guerra senza tregua. Di qua i padroni delle cave dicono che «ogni giorno migliaia di persone, da Carrara alla Versilia, in cava o nei laboratori di trasformazione, lavorano direttamente il marmo» più altre migliaia nell’indotto, facendo del marmo la ricchezza dell’area. Di là gli ambientalisti ricordano che mezzo secolo fa, quando si estraevano circa 400 mila tonnellate, cioè meno della metà di oggi (900 mila, ma nel ‘95 furono toccate le 1.256.221 tonnellate) i lavoratori delle cave erano seimila ma oggi, grazie alle nuove tecnologie, solo 600. Un decimo. E accusano: «Dal 1950 ad oggi sono state estratte più di 50 milioni di tonnellate di marmo in blocchi. Lo “scarto” quindi sarebbe non meno di 100 milioni di tonnellate». Totale: 55 milioni di metri cubi di marmo.
Di qua i cavatori sventolano i numeri della Camera di Commercio, secondo cui il settore ha recuperato sugli anni della crisi toccando nel 2013 «un totale delle vendite all’estero vicino ai 329 milioni di euro». Di là i critici, come Mauro Chessa presidente della Fondazione dei Geologi Toscani, denunciano che il prezzo pagato dall’ambiente è troppo alto e che quei soldi, ricavati da un bene che appartiene (al di là degli aspetti notarili) a tutti gli italiani vanno a finire spesso in tasche straniere, come quelle della famiglia Bin Laden, che con 45 milioni di euro ha comprato a luglio il 50% della Marmi Carrara, che detiene a sua volta il 50% di Sam, padrona di un terzo delle cave.
A farla corta, le cose hanno preso una piega tale da spinge-re la Regione a varare una legge, parallela al piano paesaggistico, che impone la concessione a tutte le cave, anche quelle in mano a privati a causa di un editto del 1751 della duchessa Maria Teresa Cybo-Malaspina. Titolo del Sole24ore: «La Toscana espropria il marmo». Rivolta: «È un esproprio proletario!». Sciocchezze, ha risposto il governatore Enrico Rossi, che da settimane cerca una mediazione decente tra «sviluppisti» e ambientalisti del suo stesso partito da portare oggi a Dario Franceschini. E ha spiegato a Mario Lancisi: «Io dico ai cavatori: ok, ti dò una concessione sulla tua cava anche di dieci, venti anni, se vuoi». Ma a un patto: «Tu il marmo che escavi lo lavori anche e quindi produci lavoro, occupazione. Oggi il problema numero uno è che il marmo viene imbarcato e se ne va per il mondo mentre le aziende di lavorazione hanno chiuso la saracinesca».
Non bastasse, dice Chessa, «negli ultimi due decenni si è affermata una categoria merceologica trasversale: il detrito di marmo, gli scarti di lavorazione che alimentano i “ravaneti”, cioè le discariche minerarie delle Apuane». Polverizzato in carbonato di calcio per «plastiche, gomme, pneumatici, isolanti, vernici, colle, prodotti chimici, farmaceutici…» Per dire: 1.500 tonnellate l’anno vanno nei dentifrici venduti in Italia.
Come andrà a finire? Si vedrà. Certo ogni intesa sarebbe stata più difficile in novembre, a ridosso dell’ultimo straripamento del torrente Carrione. Che come scrisse Marco Imarisio «non è il Mississippi» ma per l’«occupazione sistematica dell’alveo naturale» ha man mano intensificato le sue esondazioni: 1936, 1952, 1982, 1985, 1992, 1996, 2003, 2009, 2010 (due), 2012 (tre), 2013, 2014…
Dopo quella del 2003, disastrosa e segnata da due morti, fu aperta un’inchiesta. Otto anni dopo tutto è evaporato: prescrizione. Resta però l’atto d’accusa delle perizie. La tragedia era dovuta anche alla cattiva gestione del territorio? «La risposta, alla luce delle indagini, non può che essere affermativa».

 

Tre giorni e sparisce un pezzo di monte

Fonte: La Nazione, 15/12/2014

Alla cava Palazzolo Valsora un dente di marmo volatilizzato in poche ore

Un pezzo di Apuane sparisce per sempre nel giro di pochissime ore. Le immagini parlano da sole: alla cava Palazzolo Valsora un grande spuntone di marmo bianco si è letteralmente volatilizzato dal profilo della montagna fra la prima foto, scattata il 5 dicembre attorno a mezzogiorno, e la seconda immagine del monte, immortalata quattro giorni dopo, martedì 9 dicembre verso le 5 del pomeriggio. In pratica in meno di 100 ore tutto lo spuntone è sparito per sempre. Ma in realtà la velocità con cui l’industria del marmo divora la montagna ricca di marmo potrebbe essere ancora maggiore: come sottolineano alcuni ambientalisti infatti «il 7 era domenica e l’8 dicembre era festa, quindi due giorni in meno, teoricamente, di lavoro». Ma il risultato è lo stesso, solo ancora più rapido: per cancellare dal profilo della montagna un grande dente di marmo sono bastate in realtà circa 50 ore. Due giorni o poco più per cancellare dalla storia e dalla faccia della terra una parte del profilo delle Apuane visto che alla fine quel pezzo di monte si trova su un crinale, sul quel profilo del monte che dal dicembre del 2014 non sarà mai più lo stesso. Per sempre. La denuncia arriva direttamente dagli ambientalisti e sta prendendo piede soprattutto su Facebook a dimostrazione della rapidità con cui l’industria dell’escavazione dei blocchi di marmo riesca a modificare in maniera irreversibile il profilo delle Alpi Apuane nel giro di pochi giorni, a volte di pochissime ore. Oltre al danno ambientale, per la perdita di un pezzo di monte, resta inoltre aperta la questione occupazionale legata all’indotto: il nostro territorio perde pezzi di montagne che spariscono per sempre ma quali sono le reali ricadute sul territorio?

 

Focolaccia: “un passo rubato”

Comitato SOS  Alpi  Apuane

Alpi Apuane Cava di marmo del Passo della Focolaccia.
La logica del profitto non conosce limiti; arriva persino a distruggere quello che la Natura ha impiegato millenni per costruire.
E’ quanto sta avvenendo sotto gli occhi di pochissimi addetti ai lavori, nel cuore delle Apuane, dove nel corso di un’opera devastatrice che dura da oltre 30 anni e’ stata addirittura cancellata da una zona di grande pregio ambientale e di impareggiabile bellezza la cresta di un monte; sì la cresta di un monte! che univa il monte Cavallo al monte Tambura, tagliata dai fili elicoidali e da moderne apparecchiature.
Si trova al passo della Focolacela ad una quota di 1650 metri slm., a cavallo del confine dei comuni di Massa e di Minucciano, confine che oggi risulta abbassato di oltre 50 metri!
L’attività di escavazione ha prodotto numerosi danni indelebili, come l’alterazione e la deturpazione di bellezze naturali, offendendo e oltraggiando così l’ambiente circostante sia sotto il profilo geologico, per le imponenti modificazioni morfologiche dell’assetto territoriale (ivi compresa l’ostruzione di cavità naturali in zona carsica), sia sotto il profilo idrogeologico, per l’ostruzione della parte iniziale dell’alveo del torrente “Acqua Bianca”, ed in considerazione quella in oggetto è una zona ad alta vulnerabilità degli acquiferi, strettamente collegati con la sorgente del fiume Frigido di Forno, che risulta essere la più grande della Toscana.
E’ stata distrutta una dolina (un grande “imbuto” naturale che convoglia le acque piovane nelle falde acquifere), cementificandola e trasformandola in un deposito d’acqua per la cava in questione.
Grave il danno al patrimonio botanico per la presenza nella zona di numerose specie strettamente endemiche delle Apuane, con la scomparsa di una pianta relitta: l’herminium pyrenaicum a suo tempo segnalata dal professor Erminio Ferrarini.
Grave il dissesto idrogeologico provocato dall’enorme ravaneto sottostante (materiale di scarto) che ha comportato, tra l’altro, il massacro di moltissime piante, ravaneto che essendo in precario equilibrio rappresenta di fatto una situazione di grave pericolo per le popolazioni sottostanti (paesi di Gorfigliano e Gramolazzo) in caso di gravi calamità naturali come quelle che si sono verificate sul versante versiliese, garfagnino e carrarese delle Apuane che hanno seminato morte e distruzione.
Per ultimo, ma non per importanza, si segnala il grave inquinamento acustico provocato continuamente dai rumori delle macchine operatrici e dalle deflagrazioni che raggiungono anche le vette circostanti dove nidificano rapaci protetti e molto rari.
Si vuole evidenziare che trattandosi di un’attività estrattiva praticata ad alta quota (1650 slm.) almeno quattro o cinque mesi l’anno causa neve questa attività viene sospesa e come tale questa sospensione lavorativa la paga la collettività, pertanto la collettività sostiene un’attività che produce danni indelebili a un bene comune come l’ambiente e il paesaggio una risorsa importante per un paese a vocazione turistica come il nostro.
Pertanto si chiede l’immediata cessazione di detta attività.

Fotografia risalente agli anni ’50 dove si vede da destra verso sinistra il monte Cavallo e il passo della Focolaccia ancora integro come madre natura l’ha creato

Fotografia risalente agli anni 90 dove si vede da destra verso sinistra il monte Cavallo,poi dove c’era il passo della Focolaccia come testimoniato dalla foto precedente,ora c’è una grande cava di marmo che ha letteralmente cancellato il più alto valico delle Alpi Apuane, modificando drasticamente l’assetto territoriale dell’area. Le immagini rendono bene evidente lo scempio che è stato perpetrato in quet’area. La situazione attuale è molto peggiore di quella fornita da queste immagini.

Questa immagine della cava di marmo del ex Passo della Focolaccia scattata dal monte Cavallo evidenzia una situazione gravissima quanto emblematica: l’attività estrattiva ha tagliato la cresta che un tempo univa il monte Tambura al monte Cavallo, abbassando di oltre 50 metri il passo stesso, provocando un irreversibile danno ambientale e paesaggistico.

Cava di marmo della Focolaccia vista dal versante massese in prossimità del bicacco Aronte. Sulla destra si nota in maniera inequivocabile la cresta tagliata. Questa immagine getta nello sconforto: non è una pianta che una volta tagliata può ricrescere o la si può reimpiantare; una montagna tagliata non c’è più, per sempre.

Interno della cava di marmo del passo della Focolaccia: è evidentissimo il danno inflitto all’ambiente.

L’attività estrattiva del marmo, dopo aver tagliato la cresta che univa il monte Tambure al monte Cavallo e cancellato letteralmente il più alto valico delle Alpi Apuane (il passo della Focolaccia), da alcuni anni si è spostata sulla base est del monte Cavallo, incominciando a distruggere la base stessa come evidenzia in maniera inequivocabile questa immagine.

Anni ’35: Passo della Focolaccia e monte Cavallo ancora totalmente integri.

Partendo da destra: monte Cavallo e passo della Focolaccia. E’ evidentissimo il disastro ambientale perpetrato dall’attività estrattiva: la base est del monte Cavallo, lato garfagnino, è devastata ed il passo della Focolaccia letteralmente cancellato. Inoltre la grandissima discarica di materiale di scarto (ravaneto) posto sotto la cava ha creato un gravissimo dissesto idrogeologico con pericolo di danno grave per l’incolumità pubblica, ostruendo la parte iniziale del torrente Acqua Bianca e provocando la distruzione di numerose piante e della locale copertura vegetale. Questo ravaneto formatosi in conseguenza di tale attività ha un dislivello di oltre 400 metri.

La catena montuosa settentrionale delle Alpi Apuane: è evidente l’immenso valore ambientale e paesaggistico di questo capolavoro della natura. A partir da destra: il monte Pisanino, il monte Cavallo, la devastante cava del passo della Focolaccia, il monte Tambura.

Da destra verso sinistra il monte Pizzo d’Uccello, il monte Pisanino,il monte Cavallo, la devastante cava di marmo del passo della Focolaccia e il monte Tambura.

Questo comunicato e spinto da un profondo senso civico, in quanto è un dovere di tutti difendere un bene comune come il proprio ambiente ed il proprio paesaggio.
Il paesaggio rappresenta di fatto una risorsa importante per un paese a vocazione turistica come il nostro. Abbiamo quindi scelto non solo di stare dalla parte dei cavatori ma anche dei loro figli, nipoti e pronipoti.

Salviamo le Alpi Apuane

Riceviamo e volentieri diffondiamo chiedendovi di firmare l’appello cliccando qui.
Fatelo firmare anche ai vostri amici!

Perché è importante
E’ importante salvare le ALPI APUANE perché sono patrimonio dell’ umanità. Ogni giorno da 2000 anni vengono saccheggiate e violate così vengono inquinate le aree e distrutte falde acquifere indispensabili per la vita . Il marmo viene asportato distruggendo la montagna, le polveri sottili si spargono sul territorio con danni alle persone e all’ambiente. Sono nata qui in uno dei luoghi più belli del mondo. Che desidero sia conservato per le future generazioni.
Per saperne di più, storia e tradizione cliccate qui.
Per conoscere le problematiche dell’estrazione cliccate qui o qui.

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