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Tra i sopravvissuti di Fukushima “Noi, il popolo dei radioattivi”

Fonte: La Repubblica
Di: Giampaolo Visetti

Un anno dopo lo tsunami, siamo tornati nella zona dell’impianto spazzato
via con il suo carico di scorie e di morte.
Non si può pescare, non si può coltivare, non si può respirare. “Stiamo qui
perché non abbiamo niente altro (afp)

FUKUSHIMA – La vita spenta è ciò che resta dell’esplosione atomica nella centrale di Daiichi. Il cuore del disastro del Giappone, un anno dopo, è un muscolo che non batte più. L’impianto di Fukushima emerge da una distesa di campi abbandonati, coperti da tralicci spezzati, bidoni di liquido contaminato, cedri caduti, scheletri di mucche e di cani. E’ una gigantesca carcassa squarciata, annerita e storta. Affiora da un deserto che deve aver assistito a una guerra e guarda l’oceano.
Dall’11 marzo 2011 tutto qui è morto. Ogni cosa è rimasta immobile, come se lo tsunami l’avesse imbalsamata. Davanti ai reattori scoperchiati, il fondo del Pacifico ora è rivestito di cemento. Solo dei sacchi dividono l’acqua dal combustibile nucleare. Attorno, teli bianchi coprono la terra uccisa. Non si può pescare, non si può coltivare, non si può respirare, non si può camminare. Entro venti chilometri non si può vivere. Oltre, fino a cinquanta, è “sconsigliato”.
Le radiazioni però sono invisibili. Non hanno una forma, non fanno rumore, non emanano odore. Non uccidono all’istante, come una lama. Sembrano non esistere. Per questo migliaia di persone sono tornate, e sognano di ritornare, nell’epicentro della catastrofe. I condannati di Fukushima sono nati qui: sette su dieci hanno superato i 65 anni. Le radici sono più forti della paura. Chi è vecchio, oppure è stato contadino, o pescatore, non teme la morte. Oggi ha piuttosto terrore della vita, se non può più essere la sua e si trasforma in un limbo senza fine. Nella prefettura della centrale, i villaggi e le città evacuate sono undici. Questo mondo amputato dalla terra è esploso in centinaia di ordinati e lindi accampamenti temporanei, simili a satelliti collocati sul confine dello spazio considerato inadatto a forme di vita. Decine di migliaia di sopravvissuti abitano prefabbricati di pochi metri. Un anno fa sono stati costretti a fuggire da Namie, Tomioka, Naraha, Okuma, Iidate e altri paesi svuotati. Non hanno più una casa e un lavoro. Hanno perduto i parenti e gli amici. Il 30% è rimasto solo. Uno studio dell’università di Fukushima rivela che due sfollati su dieci hanno gravi problemi mentali, o nervosi. Il 5% è a rischio suicidio, otto su dieci sono perseguitati da insonnia e depressione. Un sondaggio dell’agenzia Kyodo ha fissato a 1331 le vittime correlabili al disastro nei mesi successivi alla crisi. Morti suicidi, per polmoniti, o dopo esaurimenti contratti durante i tre o quattro trasferimenti obbligati, tra un ricovero e l’altro.
Nella centrale di Daiichi oggi lavorano in tremila. Operai e tecnici sono impegnati a scongiurare nuove esplosioni. Occorrono almeno dieci anni. Dentro l’impianto la radioattività resta di 1500 micro-sievert all’ora: la soglia di sicurezza è di 0,114. Chi entra, protetto con tute da alieno, può restare un paio di minuti per volta. Alcune aree critiche dell’impianto, dopo un anno, non sono state ancora esplorate. Dentro i venti chilometri interdetti, i rilevatori Geiger segnano tra 7 e 12 micro-sievert, con oscillazioni inspiegate. Qui vive un uomo solo. Naoto Matsumura, 52 anni, si è rifiutato di abbandonare Matsumoka. Allevava animali, non possedeva altro: non li ha lasciati. Adesso cura centinaia di bestie inselvatichite, tra cui uno struzzo, tornate nel “Ground Zero” del Giappone. “Ho chiesto alle autorità – dice – di bonificare più in fretta. Altrimenti, prima di poter riaprire i villaggi, saremo tutti morti”.
Appena oltre la frontiera marcata dal governo però, gli abitanti si ammassano già. Per mesi si sono registrati tra 2 e 3 micro-sievert all’ora, una concentrazione che la scienza considera letale. Oggi il contatore si ferma a 0,8: otto volte il livello di Tokyo, limite della cosiddetta normalità. I giapponesi delle altre prefetture li chiamano “i condannati di Fukushima”.
Centinaia di cittadine sono divise in due. Parte dei residenti riceve un indennizzo di mille euro a testa al mese. L’altra parte, nulla. Famiglie, o vicini di casa, discriminati per una differenza di centimetri, stabilita a tavolino. Il villaggio di Onami è il simbolo di questa drammatica selezione: 237 famiglie, solo 57 indennizzate. Le case bonificate, dopo un anno, sono 26. Era la fattoria scintoista della capitale: riso, tè e pesce. Coltivazioni, stalle e aree di pesca resteranno contaminate per decenni. “Chi non riceve il sussidio – dice Chimi Sato, contadina di 77 anni – rischia di morire di fame. E le risaie, non coltivate, sono perdute”. Nei luoghi sospesi tra la vita e la morte, non troppo vicini ma non abbastanza lontani dai reattori di Daiichi, per sopravvivere ci si nutre con quanto cresce sotto terra: patate, carote, rape e rafano. Questi ortaggi non superano i 500 Becquerel, limite oltre il quale i prodotti vengono sequestrati. “Gli agricoltori però – dice Yoshitaka Sato, capo del distretto – mangiano anche gli altri, compreso il riso dell’anno scorso. Non abbiamo scelta”.
A Fukushima nessuno sa dove finiscano le tonnellate di riso e di tè requisite per eccesso di radioattività. Nessuno sa dove finiranno le scorie nucleari della centrale, né i milioni di metri cubi di terra e di acqua contaminati. Solo quattro città, in tutta la nazione, si sono dichiarate disposte a smaltire detriti di Fukushima. Nella fascia di “evacuazione consigliata”, migliaia di persone disoccupate sono così condannate a tapparsi dentro case infette, senza poter mangiare ciò che coltivano e senza poter usare l’acqua. “Beva il tè – dice Yasuko Yamada, profuga di Namie – foglie e acqua non sono mie, vengono da Osaka”. I bambini sono costretti a cambiare scuola spesso. I compagni non li accettano in classe e li chiamano “i radioattivi”. Dall’11 marzo 2011 sono chiusi in una stanza. Hanno perso gli amici, non giocano e non hanno più fatto un giro in bicicletta. Molte famiglie si sono divise in una doppia vita. I maschi adulti restano nei luoghi ad alta radioattività. Donne e bambini trascorrono parte del giorno appena fuori. Tutti attendono un annuncio che il tempo ha mutato in una ghigliottina. Il governo dovrà dire se e quando potranno essere riabitate le città-fantasma, coltivate le terre tossiche. Per la maggioranza degli anziani la frase “mai più” equivarrà a una sentenza di morte. Tokyo da mesi rinvia quel momento. Le famiglie giovani aspettano invece di sapere dove potranno tentare di ricostruire un’esistenza.
“Per quarant’anni – dice Saori Kanesaki, ex guida turistica della di Daiici – politici, scienziati e gestori della centrale atomica hanno assicurato che un incidente era impossibile. Ai visitatori io spiegavo che il rischio nucleare era zero. Non sapevamo, non immaginavamo. Invece è successo e abbiamo capito”. La violenza della distruzione, in cui ogni cosa resta in apparenza intatta ma tutto è in frantumi, spiega perché la maggioranza dei giapponesi supplica oggi le autorità di rinunciare al nucleare e di non riaccendere le 54 centrali. Gli affari però sono affari, i soldi precedono la vita, economia e politica tacciono. Demiko Numauchi, professoressa a Minamisoma, ha deciso così di sacrificarsi per tutti. E’ rimasta dove non dovrebbe. In poche settimane ha perso i capelli a ciocche, poi i denti, infine le unghie dei piedi. I suoi occhi di mostro calvo sono palle rosse e la pelle si strappa a veli, come la corteccia di una betulla. “Dopo morta – dice – voglio che mi facciano l’autopsia all’estero. Una prova deve restare, almeno una, perché un giorno non dicano che a Fukushima in fondo non è successo nulla”. Qui domenica si onorano i defunti e si piange per i sopravvissuti. Un metro più in là no perché la vita è spenta.

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Crescita, sviluppo e progresso: ma anche no

Fonte: Il Fatto Quotidiano
Di Matteo Mingazzini 

No ai combustibili fossili, no al nucleare. No a nuove autostrade, no alla Tav. No agli inceneritori, no alle discariche. No all’eolico, alle biomasse, al fotovoltaico a terra. No alla caccia, no agli allevamenti intensivi.
L’accusa più comune mossa contro gli ambientalisti è di essere contrari a tutto e di non rendersi conto che il benessere quotidiano può esistere solo se esistono anche sacrifici in termini ambientali: anche un computer acceso, da qualche parte, inquina. Per dirla in altro modo, gli ambientalisti sono disfattisti: tante parole, nessuna alternativa. Ma chi non è disfattista, quali parole usa? Me ne vengono in mente tre che sono utilizzate in continuazione da politici, economisti, imprenditori, professori e opinionisti: crescitasviluppoprogresso. Queste parole sono onnipresenti in qualsiasi proclama elettorale, e tutt’ora con il persistere della crisi continuano a essere un miraggio auspicato dai più. Tre parole che, proprio per l’abuso che ne è stato fatto, spesso sono vuotate del loro significato, distaccandosi sempre di più dalla realtà quotidiana, quella che negli appelli si dice di voler difendere.
La crescita non è altro che un lento suicidio, come dimostrato dal (parziale?) crollo del sistema industriale nazionale. Produrre “più dell’anno precedente” per non fallire. La finanza ha completamente divorato l’economia, tanto che chi oggi si appella al “buon senso” non è che un eretico, di fronte alla complessità dei calcoli che indicano la strada della sopravvivenza per un’azienda. Eppure un essere umano ha bisogno ogni giorno dello stesso numero di calorie per sopravvivere; l’economia che abbiamo creato, invece, non è mai sufficiente a sé stessa. Qualcosa non torna, lo capirebbe anche un bambino, e non a caso serve almeno una laurea per sostenere il contrario.
Lo sviluppo ci dice che abbiamo bisogno di nuove strade, di nuovi ponti, di nuove grandi opere. Come abbiamo fatto, fino ad oggi, a sopravvivere senza? La via dei grandi investimenti pubblici per contrastare la crisi è stata perseguita nel 1929; a 80 anni di distanza forse sarebbe il caso di valutare l’anacronismo di certi appelli che pensano al Pil di oggi, ma non alle conseguenze di domani: siamo o non siamo il Paese che sette miliardi di persone vogliono visitare? Non credo che dall’estremo Oriente vengano in Italia per vedere le nostre autostrade, anche perché probabilmente le sanno fare meglio di noi. Nella peggiore delle ipotesi una nuova strada serve a spostare il traffico, in quella più plausibile serve a incrementarlo. Eppure l’Europa, con la strategia 20-20-20, pone la riduzione delle emissioni come obiettivo di primaria importanza. Parole al vento, evidentemente (quale coerenza, visto che è proprio il vento oggi l’unica arma contro lo smog nella stagnante pianura Padana).
Al progresso, infine, non resta che somigliare a una presa in giro. Non servono a nulla l’abitazione passiva, la sportina biodegradabile, l’auto ibrida e il pannello solare se questi strumenti continuano a essere nient’altro che una scusa per la crescita, per cadere nuovamente in una spirale autodistruttiva.
La geografia che si studia alle scuole elementari insegna che ogni territorio ha una sua vocazione. E prima o poi anche chi combatte il “disfattismo” dovrà farsene una ragione. Il fotovoltaico sarà nei deserti, l’energia verrà dal mare e dai fiumi molto più di quanto non avvenga oggi. Riqualificare sarà obbligatorio, costruire sarà proibito. Questa è crescita. Le bonifiche cancelleranno i segni delle speculazioni incapaci di produrre ricchezza senza creare debito pubblico, perché l’Italia dovrà tornare prima di tutto bella per continuare a sedurre il mondo e trarre profitto da quelle miniere d’oro chiamate turismo e cultura. Questo è sviluppo. Le discariche non serviranno, perché tutti i materiali non riciclabili verranno depennati dal ciclo produttivo. Le centrali a biomasse spariranno perché la produzione di cibo tornerà a essere un investimento più conveniente. I tir non dovranno trasportare l’insalata da Bari a Milano, perché la verdura può coltivarla anche il vicino di casa. Questo è progresso. Ma tornando al valore delle parole, queste si chiamano ancora utopie.

Tokyo contaminata

Fonte: Cado in piedi, 30 Ottobre 2011
Di Giuseppe Onufrio

Sempre alto l’allarme nucleare in Giappone. Dopo Fukushima, anche Tokyo e alcune località limitrofe sono risultate contaminate da sostanze radioattive. Tracce di cesio anche nel pesce. Presto nella capitale verranno stoccati in discarica 3 mila tonellate di ceneri e fanghi radioattivi.
L’associazione ambientalista Greenpeace ha rilanciato la notizia secondo cui a Tokyo e in località vicine alla capitale giapponese, sono stati rilevati livelli di radioattività superiori a quelli riscontrati a Fukushima, la città colpita dall’incidente nucleare nei mesi scorsi. Misurati valori di 3,35 microsievert nel quartiere di Setagaya e di 5,82 in un parco per bambini in Funabashi. Secondo Greenpeace, i dati dimostrano che la dispersione del materiale radioattivo è più grave di quanto si pensasse, mentre le autorità nipponiche negano qualunque collegamento col disastro avvenuto nel Marzo scorso.
“Noi come Greenpeace abbiamo semplicemente rilanciato delle informazioni che sono state raccolte da associazioni di cittadini a Tokyo su microemergenze locali, con hot spots cioè con punti caldi molto localizzati nell’area di Tokyo. Uno di questi, si è rivelato essere legato alla presenza di sostanze radioattive che erano state lasciate in un posto, in altri casi invece questo tipo di correlazione non c’è; a questi dati vogliamo affiancare gli esiti delle indagini indipendenti, tuttora in corso, svolte da Greenpeace.
Quello che possiamo dire è che sono stati raccolti da queste associazioni di cittadini 132 campioni di terreno a Tokyo e sono stati portati a un istituto di ricerca importante, quello di Yokohama, il quale ha trovato dei livelli di radioattività anomali in 22 di questi 132 campioni. Sono state rilevate concentrazioni più elevate di quelle che portarono a dichiarare Chernobyl contaminata, in particolare la parte che riguarda questi campioni è quella in cima alle montagne a Tokyo lì dove c’è lo stadio di baseball, ma siamo in attesa che giungano ulteriori conferme.
Un altro punto è stato trovato a Yokohama, che è un sito a 250 chilometri da Fukushima nella parte sud, quindi verso Tokyo, dove sono state trovate delle concentrazioni anomale di isotopi dello stronzio, un elemento che assai probabile sia stato disperso dall’incidente di Fukushima. In più, Greenpeace ha appena consegnato i risultati di analisi di campionamenti che abbiamo fatto in queste settimane, di matrice alimentare ittica, quindi pesci, crostacei che sono stati comprati nei mercati di Tokyo e nei quali è stata rilevata una contaminazione al di sotto di quella della soglia. La soglia è stata fissata dai giapponesi in 500 becquerel per chilo, tanto per fare un confronto a Chernobyl la soglia era stata fissata a 150, ma comunque abbiamo trovato campioni fino a 88 becquerel, e sicuramente la presenza di cesio 134 e cesio 137 indica che il monitoraggio va continuato perché, anche se a un livello non “pericoloso”, è evidente che la matrice alimentare è contaminata. Ricordiamo comunque che i limiti che vengono posti alla concentrazione di radioelementi non indicano assenza di rischio, ma tengono presente la soglia del millisievert all’anno che la popolazione può assorbire, che è una soglia in cui il rischio è considerato accettabile ma non è mai zero.
Ci sono stati altri casi, per esempio, quello di un gruppo di cittadini a Funabashi, che avevano trovato dosi molto elevate di 5,8 microsievert all’ora, poi le autorità sono intervenute, hanno visto che il picco era più basso, era di 1,5 ma era comunque di circa 10 volte superiore a quello che dovevano trovare.
Ovviamente in questo momento molte persone, molte associazioni, molti cittadini singoli che in Giappone girano con degli strumenti, che ovviamente vanno utilizzati in maniera scientificamente corretta, e quindi può darsi che alcuni di questi strumenti non siano molto precisi. Questo però non vuol dire che non siano utili a riscontrare qualche episodio locale di contaminazione.”

Tokyo è una metropoli popolata da milioni di persone. Quali sarebbero i rischi, se gli accertamenti in corso confermassero queste rilevazioni?
“I rischi dei singoli individui possono anche non essere elevatissimi, ma c’è invece un rischio collettivo perché molte persone abitano a Tokyo. I responsabili della gestione dei rifiuti di Tokyo hanno detto che dovranno sistemare in discarica 3 mila tonnellate di fanghi e ceneri da incenerimento contaminate da radioattività che con molta probabilmente viene dalla depurazione delle acque, quindi la situazione di Tokyo è una situazione che andrà studiata per capire quali sono i rischi, dove sono localizzati e quali saranno le possibilità di controllarli. E’ chiaro che quando uno poi ha una mappa di dettaglio, si possono poi mettere in atto delle misure, proprio per evitare che in posti così popolosi ci possa essere il rischio per la popolazione di assorbire delle dosi che magari individualmente possono anche non essere elevatissime, ma che possono poi accumularsi e quindi generare un rischio complessivo non indifferente.”
Quali azioni intende intraprendere Greenpeace?
“Noi abbiamo una squadra di radioprotezione che sta lavorando, fino adesso aveva fatto delle analisi sulle matrici alimentari e quindi sul pesce commercializzato a Tokyo. Quindi Greenpeace rimane in Giappone, a Tokyo con questa squadra che poi si muove per fare le analisi, quindi noi continueremo a fare un follow up e quindi penso che daremo delle notizie non appena avremo dei campionamenti in corso.
Proprio ieri sono stati resi noti i dati delle matrici alimentari che non sono dati allarmanti perché non abbiamo trovato picchi molto elevati, sono tutti dati al di sotto delle soglie che il governo ha fissato, ma che indicano però che metà dei campioni erano contaminati e quindi il fenomeno è in corso e va monitorato strettamente: si tratta di cibo, e l’uomo essendo al vertice della catena alimentare, rischia di essere bersaglio di questo tipo di contaminazione.
Ci sono tutt’ora altri allarmi, per esempio in alcuni campioni di tè come il Sajama che è uno dei tè più consumati, nonostante ci fossero state già dei controlli all’origine, sono stati riscontrati valori che vanno oltre la soglia accettata.
Adesso il Ministro per le scienze del Giappone ha rilasciato una mappa di Niigata e Akita che sono due prefetture a sud di Fukushima, evidenziando i punti in cui sono rilevati picchi di cesio estremamente significativi, quindi mano a mano che la situazione viene studiata e controllata verrà fuori tutta la verità su Fukushima.”
Qual è la situazione attuale dei reattori?
“Per quanto riguarda lo stato dei reattori, al momento le temperature sono state abbassate progressivamente e, secondo quanto ha dichiarato, il governo prevede di poter arrivare a condizioni di arresto freddo, che si verificano quando il nocciolo del reattore è stabilmente al di sotto dei 100 gradi, entro la fine dell’anno. Dunque, quando si raggiungerà quella situazione, almeno dal punto di vista termico e del controllo delle temperature, saremo arrivati a mettere i 3 impianti nelle condizioni in cui normalmente, come termodinamica, come temperature e sviluppo di calore sta un reattore quando è fermo.”

Missing (l’energia e la follia)

IL PIANETA
Associazione per la tutela della Natura e dell’Ambiente, della Salute,
del Patrimonio Storico e Paesaggistico.
Rignano sull’Arno (Firenze)

Comunicato stampa del 25.09.2011

MISSING (L’energia e la follia)

La crisi economica ha fatto dimenticare i problemi ambientali: sono scomparsi o emarginati salvo l’irruenza impositiva di emergenze manifeste e spesso tardivamente e erroneamente affrontate (i rifiuti insegnano, come il nucleare ma non abbastanza le mutazioni climatiche).
La crisi economica è una buona leva nel mondo imprenditoriale (Marcegaglia insegna) per chiedere meno burocrazia per le infrastrutture, eccetera. Ma abbiamo già avuto anche ottimi esempi governativi di intenti simili o di procrastinare impegni assunti nel contesto degli accordi di Kyoto. A loro modo vi sono delle somiglianze. Basta pensare con pochi parametri e variabili.
E’ singolare che (come hanno diffuso i media ieri) al festival dell’Energia di Firenze sia stato detto che la società civile vuole la TAV. A parte il fatto che occorrerà rivedere il significato di civile sui dizionari, perché nel contesto del Festival non è stato detto quanto consuma un treno ad alta velocità rispetto agli altri convogli? Le leggi della fisica, della termodinamica sono state dimenticate? Ci sembrava che fossimo nella necessità internazionale (per i paesi ad alta industrializzazione che hanno oltrepassato alla grande la sostenibilità ambientale, come indicato dal calcolo dell’impronta ecologica) di diminuire i consumi energetici a fronte proprio della necessità di contenere le mutazioni climatiche (con impegni in realtà già minimali e insufficienti). Pertanto al Festival, oltre alle leggi della termodinamica, si è dimenticato anche di ricordare come la realizzazione di certe infrastrutture sono ad alto impatto ambientale come consumo di energia, materie prime ed impatto territoriale (i sottoattraversamenti toscani ne sono un esempio recente, salvo quelli ancora da fare come sotto Firenze).
Nel senso sopra indicato, lo scrivente si onora di essere incivile.
E questa crisi economica che nasce anche dal non voler uscire dai parametri economici tradizionali, i quali vivono di una loro vita virtuale scaturita da un contesto mentale antropico sovente asettico e distante dalle realtà ecologiche e sanitarie, sensibilizzano varie forze politiche come anche la sinistra. Forze politiche che divengono, quando non lo sono già culturalmente ed operativamente, convergenti e consenzienti alle presunte urgenti necessità indicate dai dirigenti imprenditoriali.
Rimanendo sulle mutazioni climatiche, i consumi energetici e gli impatti sul territorio, sovviene immediato il quesito (in un periodo storico che vede il declino dei combustibili fossili come disponibilità, contrapposto al loro costo in aumento) relativo alle diffuse scelte (anche toscane) di realizzare terze corsie e nuovi tratti autostradali, quando di contro una grande opera che sarebbe dovuta nascere e progredire congruamente è quella di mettere le merci in ferrovia su lunga distanza (assieme al miglior uso delle “autostrade del mare”) lasciando al trasporto su gomma solo la distribuzione a breve raggio. Il trasporto su gomma, che intasa largamente le arterie autostradali, è una follia energetica, e lo si dice da tempo.
Insomma si fa in genere l’opposto di ciò che andrebbe fatto. E nella necessità odierna di diversificare le fonti energetiche, scegliendole soprattutto pulite e rinnovabili, diviene imperativo il risparmio a 360 gradi.
Altrimenti vanifichiamo anche scelte positive.
Una maturità culturale e sociale dovrebbe vedere l’economia (dimensionata ad un contesto ecosostenibile) assestarsi in una fase “climax”, come quella che raggiunge un ecosistema forestale maturo, di stabilità e durevolezza. Oggi sentire ancora parlare di crescita e di PIL (altro fantasma della realtà) fa accapponare la pelle e distrae dal parassitismo diffuso di concepire morale e necessità oggettive, alimenta la perversa spirale che allontana dal ricondurre la civiltà dello spreco e dell’instabilità nei margini di leggi naturali che sono al di sopra dei contesti antropici artificiali.
Leonardo Mastragostino (Ass. IL PIANETA)

Nucleare, bocciate 8 centrali francesi

Fonte: La Repubblica

Quasi la metà delle centrali atomiche francesi non ha passato l’esame dell’Authority per la sicurezza nucleare nazionale. Sottoposti a nuovi controlli sulla base delle esigenze di sicurezza aggiornate dopo la catastrofe di Fukushima e quindi alla resistenza a terremoti e inondazioni, ben 8 impianti su 19  sono stati bocciati dalla Asn.
Fra gli aspetti insoddisfacenti dei siti di Golfech, Civaux, Cattenom, Flamanville, Penly, Gravelines, Saint-Alban e Le Blayais, secondo quanto riferito dal settimanale Le Journal du Dimanche, ci sono soprattutto quelli riguardanti la reazione ad ipotetiche catastrofi naturali, all’interruzione dell’alimentazione elettrica con conseguente blocco delle fonti di raffreddamento e la gestione di alcune situazioni di emergenza.
Il periodico francese pubblica anche il contenuto di una lettera datata 23 agosto e indirizzata dall’Asn al direttore della centrale di Cattenom, nell’est del paese. “Non siete stati in grado – si legge nella missiva – di specificare agli ispettori quale sarebbe il vostro piano d’azione post-sismico in seguito a scosse gravi”. Le ispezioni e i rapporti sono stati un complemento agli stress-test sulle centrali francesi stabiliti a livello di Unione Europea dopo la tragedia giapponese, che avevano dato risultati tranquillizzanti.
In tutto sarebbero oltre 200 le “azioni correttive” invocate dagli ispettori nelle 8 centrali inadeguate. Per il direttore della sicurezza dei reattori (in Francia sono 58 quelli in attività), Martial Jorel, “i rischi sismici non sono stati percepiti nel loro giusto valore in Francia, un paese in cui i movimenti tellurici sono poco frequenti”.
La rivelazione sulle carenze degli impianti francesi arriva nello stesso giorno in cui il colosso industriale tedesco Siemens annuncia la sua uscita definitiva dal settore dell’energia atomica. “Noi non saremo più coinvolti nella gestione totale della costruzione di centrali nucleari o nel loro finanziamento, questo capitolo è chiuso per noi”, ha dichiarato il presidente, Peter Loescher, in un’intervista al settimanale Der Spiegel. “In futuro – ha precisato – continueremo a consegnare parti convenzionali, come turbine a vapore. Ciò significa che ci limitiamo a tecnologie che non servono solo al nucleare, ma che si trovano anche nelle centrali a gas o a carbone”.
Loescher ha spiegato questo passo, in parte atteso dopo la pessima esperienza fatta dal gruppo con il nuovo impianto finlandese di Olkiluoto (strascichi giudiziari inclusi) e le difficolta a concludere un’intesa con i russi di Rosatom, con l’incidente di Fukushima e con “la posizione chiara presa dalla società e dal mondo politico in Germania”.
L’addio di un’impresa dell’importanza della Siemens al nucleare è infatti l’ultimo colpo alla credibilità di un effettivo rilancio dell’energia atomica su scala mondiale dopo l’annuncio dell’uscita dell’atomo di GiapponeSvizzeraGermania e dopo il referendum italiano.

Esplosione in una centrale nucleare in Francia. I tecnici: «Non c’è fuga radioattiva»

Fonte: Diritto di Critica

Un morto e quattro feriti. E’ questo il bilancio provvisorio di un’esplosione che si è verificata questa mattina nella centrale nucleare francese di Marcoule, nella regione del Gard, a circa 242 chilometri da Ventimiglia, a 257 da Torino e a 342 da Genova.
Secondo le prime informazioni, l’incidente sarebbe avvenuto all’interno di un sito di stoccaggio di scorie nucleari. I soccorritori e i Vigili del Fuoco hanno già transennato l’area e stanno cercando di rilevare eventuali fughe radioattive. “In questo momento – ha affermato comunque affermato un funzionario della Commissione per l’Energia atomica – non vi è rilascio verso l’esterno”. I tecnici hanno poi precisato che l’esplosione è avvenuta non nel comparto del reattore ma in un forno e impianti di questo tipo non si trovano nelle centrali. Possono invece essere utilizzati o negli impianti addetti alla preparazione del combustibile nucleare, oppure in quelli del trattamento del combustibile utilizzato. Secondo fonti francesi si tratterebbe comunque di un deposito per la lavorazione di scorie scarsamente radioattive. L’incidente – precisa Edf – sarebbe quindi di natura«industriale, non nucleare». Le autorità francesi, inoltre, hanno fatto sapere che nessuno dei feriti sarebbe stato contaminato ma le ferite deriverebbero dalle conseguenze dirette dell’esplosione e delle fiamme.
La centrale fa parte del più ampio sito nucleare Marcoule, un’istallazione industriale gestita da Areva e dal Cea ed è stata la prima centrale nucleare francese, nella Linguadoca-Rossiglione. Possiede 3 reattori UNGG (una versione francese del Magnox inglese) da 79 MW totali. Nello stesso sito esiste anche un altro reattore (il N1) costruito dal 1955 al 1956 da soli 2 MW e non utilizzato per la produzione elettrica. A Marcoule furono costruiti i reattori nucleari a uso militare per le ricerche destinate alla costruzione della bomba atomica francese. La Francia in tutto fa contare 19 sistemi di centrali, con 58 reattori.
La Protezione civile italiana, intanto, ha fatto sapere di aver attivato tutte le procedure per monitorare l’eventuale livello di radioattività sul suolo nazionale, in collaborazione con l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale e con i vigili del fuoco.
Alla notizia dell’esplosione, intanto, il titolo in borsa di Edf ha perso subito il sei per cento.

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