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Parchi italiani in pericolo, appello al presidente Mattarella

Fonte: Salviamo il Paesaggio, 22/05/2015

Pubblichiamo integralmente il testo dell’appello, indirizzato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e firmato da decine di esponenti del mondo della cultura e della scienza, in favore della salvaguardia dei parchi italiani che, a cominciare da quelli nazionali, versano in una situazione di crisi talmente grave da minacciarne la stessa sopravvivenza.

“Le aree protette italiane stanno vivendo, ormai da qualche anno, una crisi drammatica, una crisi di sopravvivenza, che ci sta ricacciando indietro nel confronto con altri Paesi e nella nostra capacità di mettere a frutto le potenzialità educative, scientifiche, ricreative ed economiche dei nostri parchi. Mentre, al contrario, essi andrebbero, come le altre aree protette, meglio tutelati e rilanciati nel quadro normativo del Codice per il Paesaggio.

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Più speculazione e meno vincoli. Parchi minacciati

Fonte: L’Unità

“Il volto amato della Patria”, come Benedetto Croce, nato nel cuore dell’Abruzzo montano, a Pescasseroli, e i suoi amici naturalisti definivano i parchi, è in pericolo. Per le modifiche che si vogliono apportare alla buona legge-quadro Ceruti-Cederna del ‘91 sulle aree protette, con disegni di legge e con la stessa immanente legge di stabilità.
Ai primi quattro Parchi Nazionali – Gran Paradiso e Abruzzo (1922), Circeo (1934) e Stelvio (1935) – seguì una lunghissima stasi, sino al Parco Nazionale della Calabria (1968) peraltro mai attivato. In realtà settant’anni di immobilismo. Poi tanti nuovi Parchi Nazionali sino a raggiungere quota 23, più il Parco del Gennargentu (1998) per il quale non si muove foglia. Dalla miseria di un 3 % di territorio protetto dai Parchi Nazionali al 10,5. Un milione e mezzo di ettari. Oltre 3 milioni se sommati a parchi regionali, oasi, riserve naturali.
Un bel balzo, certo. Spesso teorico purtroppo. Nel 2012 essi hanno ricevuto, secondo Federparchi, 63 milioni, cioè 42 euro per ettaro, 20% meno delle medie europee. Poca cosa a fronte delle sole tasse che lo Stato ricava dai Parchi: oltre 300 milioni di euro, cioè 5 volte quanto restituisce per la loro sopravvivenza. Infatti, stando anche alle cifre più prudenti, i visitatori sono 34 milioni l’anno, gli occupati diretti 4.000 più 76.000 nell’indotto fra servizi, centri visita, prodotti agro-silvo-pastorali freschi e trasformati, coop di servizio (750). Con tentativi continui (Matteoli, Prestigiacomo e C.) di stravolgere i Parchi in Luna-Park.
Speculatori
Un patrimonio naturalistico formidabile, minacciato nella sua integrità da impianti di risalita, nuove piste di discesa, funivie, cabinovie, speculatori edilizi, cacciatori e, diciamolo, dalla stessa pochezza dei fondi. Rari i presidenti competenti e autorevoli. Sempre più ex sindaci che poco sanno opporre agli appetiti clientelari e corporativi. Gli sfregi al «volto amato della Patria» si possono, si devono restaurare.
Invece nuovi pericoli si addensano ora su di esso con la legge di stabilità e con altri strumenti. La manovra parte da più lontano. «Un istante prima che il governo Monti cadesse», spiega Fulco Pratesi, fondatore del Wwf Italia, «con inspiegabile urgenza, la commissione Ambiente del Senato stava per varare modifiche inaccettabili alla legge quadro sulle aree protette del ‘91».
Spinta attivata dai senatori Ferrante e Della Seta, ex Legambiente. Consigli direttivi con metà dei membri nominati dalle Comunità locali e metà dalle associazioni ambientaliste, dentro i rappresentanti degli agricoltori ed fuori quelli del Ministero dell’Ambiente (che pure nomina i presidenti…) e delle Politiche Agricole, cioè dello Stato. «Gli agricoltori non hanno molto a che fare, per ora, con la tutela della biodiversità. Ma ancor meno c’entrano i rappresentanti di altre categorie economiche come gli albergatori, i boscaioli,  i cavatori…». Più economia, insomma, e meno tutela per questi grandi polmoni verdi, prima di tutto, è bene ribadirlo, «naturali».
Le conseguenze a cascata? Si allentano i vincoli sulla caccia nei parchi, voluta dalle lobby venatorie fortissime in Parlamento. Difatti alla guida delle bellissime Foreste Casentinesi è stato nominato di recente un ex presidente dei cacciatori. Si incentivano le cosiddette royalties per accogliere nelle aree protette cave e miniere, attraversamenti di elettrodotti, centrali energetiche, ecc. I direttori vengono nominati senza concorsi, tanto per «snellire»…
Protesta
Tutte le associazioni ambientaliste hanno elevato una dura protesta, tranne Legambiente che detiene la presidenza di molti parchi, quella di Federparchi e che ha ricevuto anche dalle Regioni (dalla Regione Lazio, per esempio) svariate nomine ai Parchi regionali. Così si è arrivati alle proposte radicali di modifica del disegno di legge n. 119 (senatore Antonio D’Alì, uno dei fondatori di Forza Italia nel ’94, oggi NCD), che ribalta la gerarchia di valori ribadita in più occasioni dalla Corte Costituzionale, vale a dire: la tutela dell’ambiente deve prevalere sempre su qualunque interesse economico privato. In esso la reintroduzione della caccia viene mascherata da «controllo della fauna selvatica», pur con la supervisione dell’Istituto di ricerca del Ministero dell’Ambiente. Si prevede di fatto – denunciano Wwf, Mountains Wilderness, Touring Club, Italia Nostra, FAI, Lipu, ecc. – un diretto coinvolgimento dei cacciatori nella gestione della fauna all’interno delle aree naturali protette. Cosa che è già consentita, ma agli Enti Parco per esempio per i cinghiali dove risultano in sovrannumero. «Ora però arriva la legge di stabilità a introdurre sbrigativamente modifiche gravi alla legge n. 394», spiega Carlo Alberto Pinelli, importante documentarista, presidente di Mountains Wilderness.
È il governo a proporre all’articolo con le «Misure di semplificazione» che i direttori dei Parchi Nazionali non siano più nominati dal Ministero dell’Ambiente ma dal Consiglio direttivo del Parco all’interno di una rosa proposta dal presidente. «Noi sosteniamo che essi debbano essere invece scelti  attraverso concorsi pubblici o di pubblica evidenza», ribadisce Pinelli. Un altro comma indebolisce il ruolo di controllo del Minambiente.
In nome, ossessivamente, di una «snellezza», ad ogni costo. Mentre controlli penetranti – con gli scandali che girano, anzi vorticano – ridiventano essenziali. Eliminata anche, per i soli esponenti locali, la saggia prescrizione del DPR 73/2013 secondo cui tutti i componenti dei consigli direttivi dei parchi nazionali (cioè anche quelli designati dalle comunità dei parchi) devono dimostrare un minimo di competenze in tutela ambientale, biodiversità, gestione faunistica e forestale. «Siamo alla Pro Loco», commenta amaro Carlo Alberto Pinelli. «Sarebbe molto, molto opportuno includere invece un esponente del Ministero dei Beni culturali che ha competenze sul paesaggio, sui centri storici, su pievi, abbazie, castelli ed ora sul turismo».
Anche per redigere piani di assetto dei Parchi in stretta connessione col Codice per i Paesaggio (Rutelli/Settis) e per evitare, ad esempio, l’installazione di enormi quanto presso che inutili (ai fini della produzione di energia) torri eoliche in prossimità dei parchi, lungo crinali appenninici di intatta bellezza. Quella bellezza per la quale accorrono milioni di turisti italiani e stranieri. E invece, conclude Pinelli, «se si leggono i disegni di legge D’Alì e Caleo non si esclude che gli aerogeneratori siano ficcati addirittura all’interno dei Parchi Nazionali». Da non credere ai propri occhi.

La tutela dei parchi nazionali e della biodiversità nel meridione di Italia

INCONTRO GRUPPO PARCHI E BIODIVERSITA’
ROMA, 14 MAGGIO 2012
Non potendo partecipare all’incontro, invio questo mini- dossier sul problema della tutela dei parchi nazionali e della biodiversità, in preparazione della settimana dei paesaggi sensibili montani
Teresa Liguori, Consigliera Nazionale Italia Nostra Onlus

Bosco della Sila

Taglio alberi della Sila

Sila, Parco di Montescuro

Situazione del parco nazionale del Pollino
L’istituzione di un Parco nazionale, con tutte le leggi di tutela che lo dovrebbero governare, in primo luogo la legge quadro 391/94, non è stata misura sufficiente a garantire la protezione e la conservazione dell’ecosistema all’interno del parco nazionale del Pollino. Tutt’altro.
Versante Calabria
Mancati controlli, interventi autorizzati di tagli boschivi e progetti di “valorizzazione”, a nostro avviso non coincidenti con le finalità prioritarie di conservazione degli habitat e tutela degli ecosistemi, hanno provocato, e continuano a farlo, gravissimi danni all’ecosistema ed alla biodiversità ormai rara del parco. E’ tuttora inesistente una politica della gestione dell’area naturale protetta tesa all’acquisizione pubblica dei complessi boscati di valore naturalistico sia di proprietà privata, sia di proprietà pubblica che scongiuri il depauperamento delle foreste a scopo di profitto, mentre le foreste di proprietà comunale sono oggi minacciate dai tagli forestali a scopo economico.
Da alcuni anni a questa parte prosegue all’interno del parco del Pollino un’incessante opera di deforestazione “sistematica” di alcune aree protette; in particolare, si tratta di tagli forestali molto intensi nella valle del fiume Argentino, affluente del Lao, una delle aree più selvagge e meglio conservate (del parco).
L’esecuzione di un nuovo invasivo progetto dell’Ente Parco, denominato “ripristino sentieristica luogo il Fiume Argentino”che prevede la realizzazione di ben 11 ponti e di una strada lungo il fiume, quanto mai devastante e deturpante, hanno avuto conseguenze gravissime per l’habitat fluviale, situato in area protetta SIC e ZPS e quindi facente parte della rete Natura 2000, ed inoltre Riserva naturale dello Stato gestita dal CFS.
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Italia Nostra: “La tav potrebbe compromettere Fortezza e Opificio”

Fonte: Firenze Today
Di: Diego Giorgi

Intervista esclusiva a Mariarita Signorini: i rischi sui lavori del sottoattraversamento di Firenze, ma anche le perplessità sul progetto tramvia e i pericoli del sistema degli inceneritori

E’ una vecchia storia quella di Italia Nostra, nata oltre 50 anni fa. Passione, impegno e battaglie civili sempre a tutela del patrimonio storico, artistico e naturale. Dai beni culturali ai parchi nazionali, dalla questione energetica al capitolo sui rifiuti, dall’ambiente alle vicende legate alla mobilità ed al trasporto. A Firenze il volto della Onlus è incarnato da Mariarita Signorini; i temi caldi qui non mancano, anzi sono all’ordine del giorno. Partendo proprio da uno dei nodi in cui l’associazione si è spesa con più decisione negli ultimi anni: la questione Tav.
Nodo Tav. Alla fine sembra che prima dell’estate la talpa gigante comincerà a trivellare il sottosuolo. Intanto sono andati sotto di ben 40 metri per preparare lo scivolo per la mega fresa. Quanto siete preoccupati?
Moltissimo. Proprio per questo, per denunciare le storpiature dell’opera, abbiamo presentato un nuovo documento, redatto assieme ad uno dei massimi esperti sulle problematicità del nodo fiorentino, l’ingegner Perini. I punti critici sono molti, tutti a forte rischio. Per esempio, il danneggiamento degli edifici è stato sottostimato perché non è stato considerato il cosiddetto effetto ‘deriva’ che insorge durante lo scavo della galleria nei tratti di curva. In pratica non si prendono in considerazione gli effetti derivanti dal reale valore dei volume persi in questo specifico intervento.
Quella curva che passa proprio nei pressi della Fortezza.
Certo, sotto uno dei monumenti più importanti d’Italia. La Fortezza, uno dei monumenti più insigni dell’architettura militare del ‘500, sarà esposta ad un rischio nettamente maggiore di quello previsto dall’Osservatorio Ambientale. In quel punto preciso si sommeranno gli effetti causati da una parte dalla mancata considerazione ‘dell’effetto deriva’, dall’altra dallo scavo della seconda galleria, quella in pratica che passerà sotto i bastioni. Si crea quest’assurdo in cui il punto di massimo pericolo è sotto un monumento di importanza nazionale.
Fortezza, quindi Opificio delle Pietre Dure.
Infatti, un vanto italiano tutto fiorentino. Solo per capirci in questo momento l’Opificio ‘ospita’ Leonardo, quello degli Uffizi. Opere di questa portata hanno interventi di restauro molto lunghi. Per Raffaello sono stati impiegati dodici anni. Leonardo, quindi, rimarrà all’interno della struttura per l’intera durata degli scavi. Ma non solo, all’interno, da circa un paio di anni, è stato ‘ricoverato’ un Vasari danneggiato dall’alluvione e, dopo una lunga serie di accertamenti, stanno partendo con i lavori. Voglio dire, l’Opificio è uno scrigno. Scavare lì sotto equivale a scavare sotto gli Uffizi; è così difficile porsi questo problema?
Andando all’osso, secondo voi, c’è un rischio concreto per la salvaguardia dell’Opificio?
Dai primi accertamenti fatti dai tecnici per lo stato di conservazione, è già stato annunciato che la falda in quella zona verrà cementificata. O meglio, i pozzi dove l’istituto attinge per la climatizzazione degli ambienti saranno completamente ostruiti. Verrà a mancare una funzione fondamentale della struttura che ricalca il medesimo concetto adottato negli ospedali. Oltretutto, per la realizzazione del sistema, sono stati spesi dallo Stato al tempo delle lire centinaia di milioni. Tutto perché devono iniziare fin da ora a fare le iniezioni di cemento nel sottosuolo per evitare che la Fortezza vada giù.
Ancora problemi con la falda, a Campo di Marte come alla Fortezza, uno dei temi più dibattuti dalle associazioni e comitati che si battono contro la realizzazione dei tunnel.
E non può essere altrimenti. L’opera impatta ed interferisce fisicamente con la falda fiorentina. Una questione anche questa sottovalutata e che non tiene conto del rischio idrogeologico in corrispondenza dell’imbocco nord, di quello sud e della stazione Foster. Qui, in sostanza, si vuol creare un muraglione in zona di falda, con tutte le conseguenze del caso. Ma non basta, in tutto questo, non è stato nemmeno preso in considerazione il fenomeno indotto dalla scavo delle due gallerie con una sola fresa. Mentre a Bologna sono state scavati due tunnel contemporaneamente, a Firenze l’opera sarà scaglionata in due fasi diverse. Ma scavare una galleria, e poi dopo un anno, due anni, scavarne un’altra, aumenta esponenzialmente il rischio di subsidenza, quindi il crollo.
Continuando sul tema mobilità: Firenze ha scelto la via della tramvia; un progetto che non sposate, anzi, così com’è, criticate aspramente. La linea1 funziona, perché quindi non estendere la rete?
Non abbiamo mai criticato la linea1, anzi è un modello che sposiamo: collegare la periferia con la città. Contestiamo il resto del progetto e delle linee. Ha un senso fare delle linee che colleghino Sesto, Campi, Bagno a Ripoli, con la città perché decongestionerebbero il grosso del traffico dei pendolari all’interno dell’area metropolitana. Noi contestiamo il progetto di far entrare la tramvia nel cuore della città, che ricordo ha sempre una struttura medievale. Intervenire in una città patrimonio Unesco con mezzi di questa pesantezza, e stiamo parlando di treni da oltre 40 tonnellate, è una follia. Si poteva pensare a mezzi diversi, come ci sono a Milano; nessuno avrebbe mai contestato una tramvia leggera. Invece così avremo un’opera molto pesante, e fortemente bloccata. 
E l’ipotesi del sottoattraversamento del centro?
Consideriamo che in cantiere ci sono già 8 chilometri del tunnel della Tav, più ne facciamo tre per la tramvia ed a questo sommiamo i parcheggi sotterranei in piazza del Carmine o in piazza Indipendenza.
Una città sottoterra?
Sì, ma non è una città qualsiasi Firenze, non è strutturata con canoni moderni. E’ solo una questione di scelte. Abbiamo una ferrovia che attraversa la città. Perché non usarla come metro-treno. Se si investe denaro solo sulle grandi opere non c’è tutela del territorio, alla lunga viene a mancare la possibilità di conservazione e manutenzione.
Rifiuti, inquinamento, salute; si parla molto dell’inceneritore di Case Passerini, l’ampliamento di quello della Rufina, quello di Montale. Lei comprerebbe una casa ad un chilometro dall’inceneritore?
No, assolutamente.
Come mai?
Perché il fall-out delle sostanze tossiche è accertato. Da Medici per l’Ambiente, Medicina Democratica, dalle organizzazioni della sanità; tutti a dire che gli inceneritori non fanno bene alla salute. Anche se controllati e dotati di filtri, esiste una ricaduta tossica che va ad interessare la catena alimentare, per esempio. Attorno all’inceneritore di Brescia, per un raggio di circa tre chilometri, non si può coltivare niente per paura che le diossine intacchino la catena alimentare.
Forti rischi alimentari, quindi?
Non solo, questo è solo uno degli aspetti. Prendiamo il caso di Montale: a seguito di un malfunzionamento dell’impianto si registrarono picchi di diossina molto alti. Tanto che alcune madri in fase di allattamento decisero di sottoporsi all’analisi del proprio latte. Bene quel latte conteneva sostanze altamente tossiche e quindi pericolosissime per i neonati. Gli ultimi studi parlano addirittura di contaminazione del feto da parte di queste sostanze cancerogene.
Diossine e pm10, a chi si batte contro l’inceneritore c’è chi controbatte proponendo di chiudere autostrade, industrie, porti, aeroporti. Esiste un modello alternativo a questo schema?
Certo, ma si tratta di investire su un prototipo di vita completamente diverso. In alcuni Comuni, che hanno investito in questa direzione, il riciclaggio supera il 65%. Non è un’utopia e non si tratta di rifiuti ma del recupero di materie prime e seconde. Un nuovo stile di vita, forse più faticoso, che impegna costantemente, ma realizzabile. La verità è che il modello degli inceneritori è una necessità per coloro che non hanno investito su culture alternative. Prendiamo l’inceneritore della Rufina, un tema a noi molto caro. Un inceneritore nel bel mezzo di un’area pregiatissima della nostra viticultura. Un nicchia economica, che fa grande la Toscana nel mondo, messa a rischio da un gigante con una capienza otto volte e mezzo superiore a quello già presente; oltretutto in zona fluviale, all’interno dell’alveo di un fiume. Può essere questo il modello di riferimento?

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