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Parchi italiani in pericolo, appello al presidente Mattarella

Fonte: Salviamo il Paesaggio, 22/05/2015

Pubblichiamo integralmente il testo dell’appello, indirizzato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e firmato da decine di esponenti del mondo della cultura e della scienza, in favore della salvaguardia dei parchi italiani che, a cominciare da quelli nazionali, versano in una situazione di crisi talmente grave da minacciarne la stessa sopravvivenza.

“Le aree protette italiane stanno vivendo, ormai da qualche anno, una crisi drammatica, una crisi di sopravvivenza, che ci sta ricacciando indietro nel confronto con altri Paesi e nella nostra capacità di mettere a frutto le potenzialità educative, scientifiche, ricreative ed economiche dei nostri parchi.
Mentre, al contrario, essi andrebbero, come le altre aree protette, meglio tutelati e rilanciati nel quadro normativo del Codice per il Paesaggio.
I primi due Parchi Nazionali nascono dalle intuizioni e dalle pressioni dell’intellighenzia liberale d’inizio secolo che trovano la prima attuazione nei Parchi del Gran Paradiso (1922) e d’Abruzzo (1923). Il fascismo burocratizzò e snaturò questi due primi Parchi Nazionali istituendone altri due per motivi lontani dalla cultura naturalistica (Stelvio e Circeo). Poi un lungo sonno. Rotto alla metà degli anni Sessanta da una forte domanda dal basso e da un fervore di iniziative che coinvolse contemporaneamente associazioni ambientaliste, regioni vecchie e nuove e dirigenza forestale.
Questo formidabile slancio diede finalmente vita alla creazione di molte nuove riserve, pose le basi di quella che fu chiamata la “sfida del 10%”: passare cioè dall’1,5% del territorio protetto al 10%. Una sfida che nel corso di meno di un quarto di secolo fu brillantemente vinta, su due fronti: il superamento del fatidico 10% – oggi siamo quasi al 13% – e l’approvazione nel 1991 di una legge quadro, la n. 394 sulle aree protette, tra le più avanzate e organiche d’Europa.
All’inizio degli anni Novanta sembrava dunque che l’Italia avesse non soltanto recuperato i decenni perduti rispetto alle nazioni più avanzate, ma ambisse a diventare un punto di riferimento in Europa, in questa vera conquista di civiltà che sono i parchi naturali. Invece, distanza di un quarto di secolo le aree protette italiane sono come abbandonate a se stesse e minacciate da proposte di legge di “revisione” della 394 (ancora inapplicata in alcune parti qualificanti) che ne snaturerebbero fini e obiettivi.
Il quadro è fosco. Da anni si assottigliano implacabilmente le risorse pubbliche a disposizione. In diversi parchi, anche nazionali, è ormai difficile anche far marciare gli automezzi di servizio. Il Ministero dell’Ambiente, che dovrebbe fungere da propulsore e da garante di tutto il sistema delle aree protette italiane, appare da anni cronicamente assente. Salvo che per qualche nomina di carattere sempre più politico, sempre più discutibile e discussa, e per l’imposizione di un carico burocratico surreale e vessatorio.
Ma v’è di peggio. Per motivi di bassa cucina politica l’attuale governo si appresta ad avallare lo scempio che si è riusciti ad evitare per decenni, anche grazie ad autorevoli interventi di presidenti della Repubblica, cioè lo “spezzatino” di uno dei quattro parchi storici, quello dello Stelvio. Un atto di vera barbarie istituzionale che ci additerebbe al ludibrio dell’Europa e del mondo. E già viene richiesta localmente, da tempo, un’altra divisione: quella del Parco Nazionale del Gran Paradiso.
Per motivi non meno miopi si propone di dissolvere quello che nel corso del tempo è diventato un corpo di vigilanza ricco di preziose competenze in campo ambientale, cioè il Corpo Forestale dello Stato: un altro colpo mortale alla già indebolita protezione della natura in Italia e alla vita dei Parchi.
Le nomine dei presidenti e dei consiglieri dei Parchi Nazionali, qui e là viziate anche in passato da logiche partitiche, stanno progressivamente diventando puri e semplici tasselli di potere locale, senza quasi più nessi con le caratteristiche e con le missioni specifiche degli enti da amministrare.
Ancor più allarmante è la proposta di “riforma” della legge quadro del 1991,riproposta nelle aule parlamentari, persino con l’appoggio di qualche sodalizio ambientalista. Una legge che tiene solidamente fermi alcuni provvedimenti di assoluta gravità: la previsione di sfruttamento di risorse ambientali nei parchi in cambio di royalties, la inclusione negli organismi direttivi di portatori di interessi economici – che va peraltro di pari passo con l’esclusione degli scienziati – e quella di un controllo sempre più forte della figura del direttore da parte della presidenza degli Enti, cioè da parte della politica.
Mentre i parchi italiani cercano di sopravvivere soffocati dall’inedia, dalla burocrazia e da questo paradossale misto di indifferenza e di occhiuto controllo da parte del potere politico – anche se non manca qualche eccezione locale – e cercano di difendersi da tutti questi pesanti attacchi, sui loro problemi e sulle loro prospettive è calato il silenzio da gran parte della stampa e del mondo della cultura. In passato non era così, e anzi i grandi successi ottenuti negli anni Settanta e Ottanta hanno dovuto molto all’informazione e al dibattito pubblico.
Dobbiamo chiederci e chiedere – alle istituzioni, alla politica, all’opinione pubblica – se pensiamo ancora che le aree protette abbiano un ruolo importante nella crescita civile, culturale ed economica del nostro Paese oppure no.
E se la risposta è positiva dobbiamo reclamare ad alta voce – scienziati, operatori forestali e della tutela, ambientalisti veri e loro associazioni – che vengano fermate le iniziative che tendono a depotenziarle e a stravolgerne fisionomia e compiti e che venga consapevolmente ripreso lo spirito e il dinamismo che portò alla vittoria del 10% e all’approvazione della legge quadro.
Un Ministero competente, che si interessi, che funzioni; delle Regioni che tornino a discutere e a pianificare; un dialogo tra associazioni, tecnici e amministratori dei parchi, istituzioni, mondo politico, opinione pubblica e popolazioni locali che si faccia di nuovo serrato, di alto livello e rivolto al futuro. Come avviene altrove in Europa.
Per questo rivolgiamo un forte appello anzitutto al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, tutore dell’articolo 9 della Costituzione, che nel discorso inaugurale del proprio mandato ha citato l’ambiente fra i valori fondamentali da promuovere, affinché questa tragica involuzione venga fermata invertendo una rotta che rischia di compromettere le conquiste fondamentali realizzate in Italia nella seconda metà del secolo scorso.
Analogo forte appello rivolgiamo al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, al ministro dell’Ambiente, Gianluca Galletti e al ministro per i Beni, le Attività Culturali e il Turismo,Dario Franceschini perché intervengano al più presto e positivamente in questa drammatica situazione di crisi delle aree protette”.

Giorgio Nebbia, ambientalista, professore emerito Università di Bari
Luigi Piccioni, docente di Storia economica all’Università di Reggio Calabria
Vittorio Emiliani, presidente Comitato per la Bellezza
Alberto D’Orazio, presidente Comunità del Parco Naz. di Abruzzo, Lazio e Molise
Fulco Pratesi, presidente onorario Wwf-Italia
Desideria Pasolini dall’Onda, fondatrice di Italia Nostra
Vezio De Lucia, urbanista, presidente Ass. R. Bianchi Bandinelli
Teresa Liguori, vice-presidente di Italia Nostra
Adriano La Regina, presidente Istituto Naz. Archeologia e Storia dell’arte
Maria Rosaria De Vitis, presidente FAI Campania
Dacia Maraini, scrittrice
Michele Laudati, direttore Parco Naz. del Pollino
Renzo Moschini, pres. Gruppo San Rossore
Franco Pedrotti, botanico, professore emerito Università Camerino
Domenico Nicoletti, docente gestione e salvaguardia aree protette, Università Salerno
Paolo Pepe, docente Geografia Università Palermo
Gino De Vecchis, ordinario Geografia, Sapienza Roma
Valter Giuliano, direttore di Natura e Società
Cesare De Seta, storico dell’arte e del paesaggio
Giuseppe Rossi già presidente dei Parchi Naz. d’Abruzzo e del Gran Sasso-Monti della Laga
Carlo Alberto Graziani, giurista, primo presidente del Parco Naz. Monti Sibillini
Cesare Lasen, già componente Consulta Tecnica Aree protette
Andrea Sisti, presidente del Consiglio Naz. Agronomi e Forestali
Francesco Pancho Pardi, docente di Analisi del territorio, Firenze
Carlo Brusa, ordinario Geografia, Università Piemonte Orientale
Fabio Semprini, presidente Società di studi naturalistici della Romagna
Giovanni Pieraccini, presidente onorario RomaEuropa
Sergio Guidi, presidente Ass. Naz. Patriarchi della Natura
Benedetta Origo, Giardino della Foce, Val d’Orcia
Achille Cutrera, già presidente del Parco del Ticino, relatore alla legge n. 394 sulle aree protette
Paolo Berdini, urbanista
Sauro Turroni, architetto, già commissario al Parco Naz. Monti Sibillini
Guido Pollice, presidente Verdi Ambiente Società (Vas)
Paolo Pupillo, Unione Bolognese Naturalisti
Alessandro Chiarucci Phd dipartimento Scienze biologiche e Ambientali, Bologna
Francesco Dessì-Fulgheri, docente dipartimento biologia, Bologna
Silviero Sansavini, docente emerito Arboricoltura, Bologna
Franca Leverotti, Gruppo di Ricerca Orchidee Spontanee (Giros)
Edoardo Salzano, urbanista, direttore di Eddyburg
Donata Levi, storica dell’arte, a nome di PatrimonioSos
Pier Luigi Cervellati, urbanista e territorialista
Bruno Toscano professore emerito Storia dell’Arte, RomaTre
Andrea Emiliani, storico dell’arte, presidente Accademia Clementina
Paolo Baldeschi, urbanista, Firenze
Tomaso Montanari, storico dell’arte, docente Napoli
Paolo Maddalena, giurista, studioso di diritto ambientale
Domenico Finiguerra, Movimento naz. Stop al cemento
Salvatore Giannella, storico direttore di “Airone”
Giordano Conti, architetto, studioso paesaggio appenninico
Nino Criscenti, giornalista tv, autore inchiesta “Paesaggi rubati”
Furio Colombo, giornalista e saggista
Maria Teresa Fillieri, dir. Fondazione C.L. Ragghianti, Lucca
Antonio Pinelli, prof. emerito storia dell’arte, Firenze
Anna Donati, Green Italia
Valerio Magrelli, poeta e scrittore
Anna Marina Foschi, pres. Italia Nostra Emilia-Romagna
Maria Rita Signorini, Giunta naz. Italia Nostra
Oreste Rutigliano, Ebe Giacometti e Raffaella Di Leo, consiglieri naz. Italia Nostra
Giovanni Losavio, già presidente naz. Italia Nostra, magistrato
Enrico Cripezzi, coordinatore Lipu Puglia-Basilicata
Mauro Ferri, fondatore Soc. Italiana per la Storia della fauna
Vincenzo Caniglia, storico della Tecnica, Torino
Carlo Consiglio, zoologo, prof. emerito Università Roma
Fernando Ferrigno, giornalista e scrittore d’arte
Cristiana Mancinelli, coordinatrice naz. Salviamo il Paesaggio
Anna Maria Bianchi, portavoce di Carteinregola
Alix Van Buren, presidente Amici parco Villa Borghese
Andreina De Tomassi, giornalista, ambientalista, Passo del Furlo
Gianandrea Piccioli, dirigente editoriale
Carla Sepe, giurista, specialista Ambiente
Daniele Protti, giornalista, già direttore “Europeo”
Valentino Podestà, urbanista, Rete Comitati Difesa Territorio
Giancarlo Pignataro, pres. Italia Nostra Caserta
Giovanni Scarfò, ingegnere, dir. Cineteca Calabria
Michele Dantini, associato di Storia dell’arte contemporanea, Università Piemonte Orientale
Roberto Bosi, responsabile Vas Parchi e territorio
Pier Paolo Poggio, dir. Fondazione Micheletti Brescia
Sandro Lovari, zoologo, Dipartimento Scienza e Vita, Università Siena
Corradino Guacci, pres. Soc. Italiana per la Storia della Fauna
Longino Contoli, biologo, già ricercatore Cnr
Tonino Perna, ordinario Sociologia economica, Università Messina
Irene Bono, ricercatrice, Università Torino
Riccardo Conti, dirigente statale, Ass. Terrealte
Giandomenico Cifani, Italia Nostra Aquila
Edgar Meyer, pres. Gaia Animali&Ambiente
Maurilio Cipparone, commissione mondiale Aree protette
Fabio Lopez, Mimì D’Aurora, già responsabile Ambiente Cgil, presidente Ass. Dalla parte dell’Orso
Pino Coscetta, giornalista, fondatore Amici dell’Orso Bernardo, Abruzzo.

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Più speculazione e meno vincoli. Parchi minacciati

Fonte: L’Unità

“Il volto amato della Patria”, come Benedetto Croce, nato nel cuore dell’Abruzzo montano, a Pescasseroli, e i suoi amici naturalisti definivano i parchi, è in pericolo. Per le modifiche che si vogliono apportare alla buona legge-quadro Ceruti-Cederna del ‘91 sulle aree protette, con disegni di legge e con la stessa immanente legge di stabilità.
Ai primi quattro Parchi Nazionali – Gran Paradiso e Abruzzo (1922), Circeo (1934) e Stelvio (1935) – seguì una lunghissima stasi, sino al Parco Nazionale della Calabria (1968) peraltro mai attivato. In realtà settant’anni di immobilismo. Poi tanti nuovi Parchi Nazionali sino a raggiungere quota 23, più il Parco del Gennargentu (1998) per il quale non si muove foglia. Dalla miseria di un 3 % di territorio protetto dai Parchi Nazionali al 10,5. Un milione e mezzo di ettari. Oltre 3 milioni se sommati a parchi regionali, oasi, riserve naturali.
Un bel balzo, certo. Spesso teorico purtroppo. Nel 2012 essi hanno ricevuto, secondo Federparchi, 63 milioni, cioè 42 euro per ettaro, 20% meno delle medie europee. Poca cosa a fronte delle sole tasse che lo Stato ricava dai Parchi: oltre 300 milioni di euro, cioè 5 volte quanto restituisce per la loro sopravvivenza. Infatti, stando anche alle cifre più prudenti, i visitatori sono 34 milioni l’anno, gli occupati diretti 4.000 più 76.000 nell’indotto fra servizi, centri visita, prodotti agro-silvo-pastorali freschi e trasformati, coop di servizio (750). Con tentativi continui (Matteoli, Prestigiacomo e C.) di stravolgere i Parchi in Luna-Park.
Speculatori
Un patrimonio naturalistico formidabile, minacciato nella sua integrità da impianti di risalita, nuove piste di discesa, funivie, cabinovie, speculatori edilizi, cacciatori e, diciamolo, dalla stessa pochezza dei fondi. Rari i presidenti competenti e autorevoli. Sempre più ex sindaci che poco sanno opporre agli appetiti clientelari e corporativi. Gli sfregi al «volto amato della Patria» si possono, si devono restaurare.
Invece nuovi pericoli si addensano ora su di esso con la legge di stabilità e con altri strumenti. La manovra parte da più lontano. «Un istante prima che il governo Monti cadesse», spiega Fulco Pratesi, fondatore del Wwf Italia, «con inspiegabile urgenza, la commissione Ambiente del Senato stava per varare modifiche inaccettabili alla legge quadro sulle aree protette del ‘91».
Spinta attivata dai senatori Ferrante e Della Seta, ex Legambiente. Consigli direttivi con metà dei membri nominati dalle Comunità locali e metà dalle associazioni ambientaliste, dentro i rappresentanti degli agricoltori ed fuori quelli del Ministero dell’Ambiente (che pure nomina i presidenti…) e delle Politiche Agricole, cioè dello Stato. «Gli agricoltori non hanno molto a che fare, per ora, con la tutela della biodiversità. Ma ancor meno c’entrano i rappresentanti di altre categorie economiche come gli albergatori, i boscaioli,  i cavatori…». Più economia, insomma, e meno tutela per questi grandi polmoni verdi, prima di tutto, è bene ribadirlo, «naturali».
Le conseguenze a cascata? Si allentano i vincoli sulla caccia nei parchi, voluta dalle lobby venatorie fortissime in Parlamento. Difatti alla guida delle bellissime Foreste Casentinesi è stato nominato di recente un ex presidente dei cacciatori. Si incentivano le cosiddette royalties per accogliere nelle aree protette cave e miniere, attraversamenti di elettrodotti, centrali energetiche, ecc. I direttori vengono nominati senza concorsi, tanto per «snellire»…
Protesta
Tutte le associazioni ambientaliste hanno elevato una dura protesta, tranne Legambiente che detiene la presidenza di molti parchi, quella di Federparchi e che ha ricevuto anche dalle Regioni (dalla Regione Lazio, per esempio) svariate nomine ai Parchi regionali. Così si è arrivati alle proposte radicali di modifica del disegno di legge n. 119 (senatore Antonio D’Alì, uno dei fondatori di Forza Italia nel ’94, oggi NCD), che ribalta la gerarchia di valori ribadita in più occasioni dalla Corte Costituzionale, vale a dire: la tutela dell’ambiente deve prevalere sempre su qualunque interesse economico privato. In esso la reintroduzione della caccia viene mascherata da «controllo della fauna selvatica», pur con la supervisione dell’Istituto di ricerca del Ministero dell’Ambiente. Si prevede di fatto – denunciano Wwf, Mountains Wilderness, Touring Club, Italia Nostra, FAI, Lipu, ecc. – un diretto coinvolgimento dei cacciatori nella gestione della fauna all’interno delle aree naturali protette. Cosa che è già consentita, ma agli Enti Parco per esempio per i cinghiali dove risultano in sovrannumero. «Ora però arriva la legge di stabilità a introdurre sbrigativamente modifiche gravi alla legge n. 394», spiega Carlo Alberto Pinelli, importante documentarista, presidente di Mountains Wilderness.
È il governo a proporre all’articolo con le «Misure di semplificazione» che i direttori dei Parchi Nazionali non siano più nominati dal Ministero dell’Ambiente ma dal Consiglio direttivo del Parco all’interno di una rosa proposta dal presidente. «Noi sosteniamo che essi debbano essere invece scelti  attraverso concorsi pubblici o di pubblica evidenza», ribadisce Pinelli. Un altro comma indebolisce il ruolo di controllo del Minambiente.
In nome, ossessivamente, di una «snellezza», ad ogni costo. Mentre controlli penetranti – con gli scandali che girano, anzi vorticano – ridiventano essenziali. Eliminata anche, per i soli esponenti locali, la saggia prescrizione del DPR 73/2013 secondo cui tutti i componenti dei consigli direttivi dei parchi nazionali (cioè anche quelli designati dalle comunità dei parchi) devono dimostrare un minimo di competenze in tutela ambientale, biodiversità, gestione faunistica e forestale. «Siamo alla Pro Loco», commenta amaro Carlo Alberto Pinelli. «Sarebbe molto, molto opportuno includere invece un esponente del Ministero dei Beni culturali che ha competenze sul paesaggio, sui centri storici, su pievi, abbazie, castelli ed ora sul turismo».
Anche per redigere piani di assetto dei Parchi in stretta connessione col Codice per i Paesaggio (Rutelli/Settis) e per evitare, ad esempio, l’installazione di enormi quanto presso che inutili (ai fini della produzione di energia) torri eoliche in prossimità dei parchi, lungo crinali appenninici di intatta bellezza. Quella bellezza per la quale accorrono milioni di turisti italiani e stranieri. E invece, conclude Pinelli, «se si leggono i disegni di legge D’Alì e Caleo non si esclude che gli aerogeneratori siano ficcati addirittura all’interno dei Parchi Nazionali». Da non credere ai propri occhi.

La tutela dei parchi nazionali e della biodiversità nel meridione di Italia

INCONTRO GRUPPO PARCHI E BIODIVERSITA’
ROMA, 14 MAGGIO 2012
Non potendo partecipare all’incontro, invio questo mini- dossier sul problema della tutela dei parchi nazionali e della biodiversità, in preparazione della settimana dei paesaggi sensibili montani
Teresa Liguori, Consigliera Nazionale Italia Nostra Onlus

Bosco della Sila

Taglio alberi della Sila

Sila, Parco di Montescuro

Situazione del parco nazionale del Pollino
L’istituzione di un Parco nazionale, con tutte le leggi di tutela che lo dovrebbero governare, in primo luogo la legge quadro 391/94, non è stata misura sufficiente a garantire la protezione e la conservazione dell’ecosistema all’interno del parco nazionale del Pollino. Tutt’altro.
Versante Calabria
Mancati controlli, interventi autorizzati di tagli boschivi e progetti di “valorizzazione”, a nostro avviso non coincidenti con le finalità prioritarie di conservazione degli habitat e tutela degli ecosistemi, hanno provocato, e continuano a farlo, gravissimi danni all’ecosistema ed alla biodiversità ormai rara del parco. E’ tuttora inesistente una politica della gestione dell’area naturale protetta tesa all’acquisizione pubblica dei complessi boscati di valore naturalistico sia di proprietà privata, sia di proprietà pubblica che scongiuri il depauperamento delle foreste a scopo di profitto, mentre le foreste di proprietà comunale sono oggi minacciate dai tagli forestali a scopo economico.
Da alcuni anni a questa parte prosegue all’interno del parco del Pollino un’incessante opera di deforestazione “sistematica” di alcune aree protette; in particolare, si tratta di tagli forestali molto intensi nella valle del fiume Argentino, affluente del Lao, una delle aree più selvagge e meglio conservate (del parco).
L’esecuzione di un nuovo invasivo progetto dell’Ente Parco, denominato “ripristino sentieristica luogo il Fiume Argentino”che prevede la realizzazione di ben 11 ponti e di una strada lungo il fiume, quanto mai devastante e deturpante, hanno avuto conseguenze gravissime per l’habitat fluviale, situato in area protetta SIC e ZPS e quindi facente parte della rete Natura 2000, ed inoltre Riserva naturale dello Stato gestita dal CFS.
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Italia Nostra: “La tav potrebbe compromettere Fortezza e Opificio”

Fonte: Firenze Today
Di: Diego Giorgi

Intervista esclusiva a Mariarita Signorini: i rischi sui lavori del sottoattraversamento di Firenze, ma anche le perplessità sul progetto tramvia e i pericoli del sistema degli inceneritori

E’ una vecchia storia quella di Italia Nostra, nata oltre 50 anni fa. Passione, impegno e battaglie civili sempre a tutela del patrimonio storico, artistico e naturale. Dai beni culturali ai parchi nazionali, dalla questione energetica al capitolo sui rifiuti, dall’ambiente alle vicende legate alla mobilità ed al trasporto. A Firenze il volto della Onlus è incarnato da Mariarita Signorini; i temi caldi qui non mancano, anzi sono all’ordine del giorno. Partendo proprio da uno dei nodi in cui l’associazione si è spesa con più decisione negli ultimi anni: la questione Tav.
Nodo Tav. Alla fine sembra che prima dell’estate la talpa gigante comincerà a trivellare il sottosuolo. Intanto sono andati sotto di ben 40 metri per preparare lo scivolo per la mega fresa. Quanto siete preoccupati?
Moltissimo. Proprio per questo, per denunciare le storpiature dell’opera, abbiamo presentato un nuovo documento, redatto assieme ad uno dei massimi esperti sulle problematicità del nodo fiorentino, l’ingegner Perini. I punti critici sono molti, tutti a forte rischio. Per esempio, il danneggiamento degli edifici è stato sottostimato perché non è stato considerato il cosiddetto effetto ‘deriva’ che insorge durante lo scavo della galleria nei tratti di curva. In pratica non si prendono in considerazione gli effetti derivanti dal reale valore dei volume persi in questo specifico intervento.
Quella curva che passa proprio nei pressi della Fortezza.
Certo, sotto uno dei monumenti più importanti d’Italia. La Fortezza, uno dei monumenti più insigni dell’architettura militare del ‘500, sarà esposta ad un rischio nettamente maggiore di quello previsto dall’Osservatorio Ambientale. In quel punto preciso si sommeranno gli effetti causati da una parte dalla mancata considerazione ‘dell’effetto deriva’, dall’altra dallo scavo della seconda galleria, quella in pratica che passerà sotto i bastioni. Si crea quest’assurdo in cui il punto di massimo pericolo è sotto un monumento di importanza nazionale.
Fortezza, quindi Opificio delle Pietre Dure.
Infatti, un vanto italiano tutto fiorentino. Solo per capirci in questo momento l’Opificio ‘ospita’ Leonardo, quello degli Uffizi. Opere di questa portata hanno interventi di restauro molto lunghi. Per Raffaello sono stati impiegati dodici anni. Leonardo, quindi, rimarrà all’interno della struttura per l’intera durata degli scavi. Ma non solo, all’interno, da circa un paio di anni, è stato ‘ricoverato’ un Vasari danneggiato dall’alluvione e, dopo una lunga serie di accertamenti, stanno partendo con i lavori. Voglio dire, l’Opificio è uno scrigno. Scavare lì sotto equivale a scavare sotto gli Uffizi; è così difficile porsi questo problema?
Andando all’osso, secondo voi, c’è un rischio concreto per la salvaguardia dell’Opificio?
Dai primi accertamenti fatti dai tecnici per lo stato di conservazione, è già stato annunciato che la falda in quella zona verrà cementificata. O meglio, i pozzi dove l’istituto attinge per la climatizzazione degli ambienti saranno completamente ostruiti. Verrà a mancare una funzione fondamentale della struttura che ricalca il medesimo concetto adottato negli ospedali. Oltretutto, per la realizzazione del sistema, sono stati spesi dallo Stato al tempo delle lire centinaia di milioni. Tutto perché devono iniziare fin da ora a fare le iniezioni di cemento nel sottosuolo per evitare che la Fortezza vada giù.
Ancora problemi con la falda, a Campo di Marte come alla Fortezza, uno dei temi più dibattuti dalle associazioni e comitati che si battono contro la realizzazione dei tunnel.
E non può essere altrimenti. L’opera impatta ed interferisce fisicamente con la falda fiorentina. Una questione anche questa sottovalutata e che non tiene conto del rischio idrogeologico in corrispondenza dell’imbocco nord, di quello sud e della stazione Foster. Qui, in sostanza, si vuol creare un muraglione in zona di falda, con tutte le conseguenze del caso. Ma non basta, in tutto questo, non è stato nemmeno preso in considerazione il fenomeno indotto dalla scavo delle due gallerie con una sola fresa. Mentre a Bologna sono state scavati due tunnel contemporaneamente, a Firenze l’opera sarà scaglionata in due fasi diverse. Ma scavare una galleria, e poi dopo un anno, due anni, scavarne un’altra, aumenta esponenzialmente il rischio di subsidenza, quindi il crollo.
Continuando sul tema mobilità: Firenze ha scelto la via della tramvia; un progetto che non sposate, anzi, così com’è, criticate aspramente. La linea1 funziona, perché quindi non estendere la rete?
Non abbiamo mai criticato la linea1, anzi è un modello che sposiamo: collegare la periferia con la città. Contestiamo il resto del progetto e delle linee. Ha un senso fare delle linee che colleghino Sesto, Campi, Bagno a Ripoli, con la città perché decongestionerebbero il grosso del traffico dei pendolari all’interno dell’area metropolitana. Noi contestiamo il progetto di far entrare la tramvia nel cuore della città, che ricordo ha sempre una struttura medievale. Intervenire in una città patrimonio Unesco con mezzi di questa pesantezza, e stiamo parlando di treni da oltre 40 tonnellate, è una follia. Si poteva pensare a mezzi diversi, come ci sono a Milano; nessuno avrebbe mai contestato una tramvia leggera. Invece così avremo un’opera molto pesante, e fortemente bloccata. 
E l’ipotesi del sottoattraversamento del centro?
Consideriamo che in cantiere ci sono già 8 chilometri del tunnel della Tav, più ne facciamo tre per la tramvia ed a questo sommiamo i parcheggi sotterranei in piazza del Carmine o in piazza Indipendenza.
Una città sottoterra?
Sì, ma non è una città qualsiasi Firenze, non è strutturata con canoni moderni. E’ solo una questione di scelte. Abbiamo una ferrovia che attraversa la città. Perché non usarla come metro-treno. Se si investe denaro solo sulle grandi opere non c’è tutela del territorio, alla lunga viene a mancare la possibilità di conservazione e manutenzione.
Rifiuti, inquinamento, salute; si parla molto dell’inceneritore di Case Passerini, l’ampliamento di quello della Rufina, quello di Montale. Lei comprerebbe una casa ad un chilometro dall’inceneritore?
No, assolutamente.
Come mai?
Perché il fall-out delle sostanze tossiche è accertato. Da Medici per l’Ambiente, Medicina Democratica, dalle organizzazioni della sanità; tutti a dire che gli inceneritori non fanno bene alla salute. Anche se controllati e dotati di filtri, esiste una ricaduta tossica che va ad interessare la catena alimentare, per esempio. Attorno all’inceneritore di Brescia, per un raggio di circa tre chilometri, non si può coltivare niente per paura che le diossine intacchino la catena alimentare.
Forti rischi alimentari, quindi?
Non solo, questo è solo uno degli aspetti. Prendiamo il caso di Montale: a seguito di un malfunzionamento dell’impianto si registrarono picchi di diossina molto alti. Tanto che alcune madri in fase di allattamento decisero di sottoporsi all’analisi del proprio latte. Bene quel latte conteneva sostanze altamente tossiche e quindi pericolosissime per i neonati. Gli ultimi studi parlano addirittura di contaminazione del feto da parte di queste sostanze cancerogene.
Diossine e pm10, a chi si batte contro l’inceneritore c’è chi controbatte proponendo di chiudere autostrade, industrie, porti, aeroporti. Esiste un modello alternativo a questo schema?
Certo, ma si tratta di investire su un prototipo di vita completamente diverso. In alcuni Comuni, che hanno investito in questa direzione, il riciclaggio supera il 65%. Non è un’utopia e non si tratta di rifiuti ma del recupero di materie prime e seconde. Un nuovo stile di vita, forse più faticoso, che impegna costantemente, ma realizzabile. La verità è che il modello degli inceneritori è una necessità per coloro che non hanno investito su culture alternative. Prendiamo l’inceneritore della Rufina, un tema a noi molto caro. Un inceneritore nel bel mezzo di un’area pregiatissima della nostra viticultura. Un nicchia economica, che fa grande la Toscana nel mondo, messa a rischio da un gigante con una capienza otto volte e mezzo superiore a quello già presente; oltretutto in zona fluviale, all’interno dell’alveo di un fiume. Può essere questo il modello di riferimento?

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